Laboratorio esordienti a cura di Bruna Miorelli
Quanto e lontana la luna?
di Elisabetta Jankovic
Racconto on the road attraverso alcune località del Senegal. Una biondissima ragazza italiana che sta da anni con un giovane immigrato senegalese accetta di passare le vacanze nel Paese di lui, sebbene sappia che lì ha una moglie e una figlia piccolissima. Una delle coppie miste, ormai sempre più diffuse anche nel nostro Paese, raccontata dall’interno e al femminile. Costumi e quindi sensibilità diverse finiscono per cozzare, ancor più se lei è una giovane erede del femminismo. L’amore ha la sua legge, saprà essere più forte delle tradizioni sedimentate in visione del mondo? Con leggerezza ironica l’autrice riesce a mettere in scena un tema scottante e ineludibile
Illustrazione di Marco Cazzato
DAKAR
Per sopravvivere e non impazzire in questi giorni mi sono immaginata di essere un monaco tibetano: estraniata dal contesto. Assente. è un esercizio che metto in pratica solo la notte, perché durante il giorno sono al negozio con Goumba mentre Fatou, la moglie, rimane a casa. Oggi però è finalmente arrivato il nostro momento: la partenza.
“Ti va se portiamo Mamgiara Bussa con noi?”
“La vostra bimba con noi due? Mi renderebbe strafelice… ma Fatou è d’accordo?”
“Lo ha proposto lei”
Anni luce lontano dall’Europa.
Trovatemi una mamma italiana che lascia la sua primogenita di un anno al marito e all’amante.
Che si fidi delle cure che qualcuno diverso da lei può darle.
Che non sia gelosa del fatto che poi magari la bimba si affezioni all’altra… Ma qui siamo a Dakar e tutte le mie certezze, tutto quello che ho imparato fin adesso nella vita può essere messo in discussione. Quindi io, Goumba e Mamgiara partiamo in macchina alla volta di Touba, dove si è trasferita la sorella Matou.
TOUBA: CASA DI MATOU
Siamo nel cortile della casa di Matou. è una villa grande e spaziosa. A Touba tutte le case sono almeno il doppio di quelle di Dakar. Sono costruzioni nuove, non addossate una all’altra, in muratura, con piastrelle ai pavimenti al posto della terra battuta e niente lamiera ondulata sui soffitti. La vita però è sempre comunitaria. Infatti stiamo finendo la cena in un cortile al centro di quattro abitazioni. Seduti per terra. Al mio fianco la seconda moglie del marito di Matou e altri vicini di cui non ho ancora memorizzato il nome.
“La bambina si è addormentata. Andiamo in camera anche noi?” propongo a Goumba.
“Rimango ancora a chiacchierare con mia sorella” mi dice e poi senza guardarmi negli occhi “vuoi dormire tu con Mamgiara o la porto nella mia stanza?”
“Come nella tua stanza… non dormiamo insieme?”
“Noi musulmani non possiamo dividere il letto con una donna che non sia nostra moglie. Te l’ho detto mille volte. Davanti a mia sorella non posso ancora dormire con te”.
Il medioevo, l’ipocrisia, l’oscurantismo. Posso capire il pudore di fronte alla madre che appartiene a un’altra generazione, la delicatezza di fronte a sua moglie che in fondo lo vede una volta all’anno, ma che cavolo gliene frega di cosa pensa sua sorella più piccola? Che sono una zoccola? Che lui è un maiale perverso? Che andremo diritti all’inferno? Non mi importa.
“Ho il volo di ritorno tra tre settimane” dico cercando di mantenere la calma. “Se devo addormentarmi sempre da sola voglio saperlo adesso perché questi non erano i patti. Mi avevi detto che avresti gestito la situazione e io mi sono fidata. Così a me non va bene”.
“Come sempre vedi solo la tua di rinuncia: anch’io vorrei dormire con te. Anche per me è un sacrificio. Domani andiamo da Ibrahim e Mampenda a Dijurbel. Lì non c’è problema, non sono miei parenti”.
Rimango ancora un po’ fuori a guardare il cielo stellato e a bere il the. Poi mi faccio accompagnare da Matou nella camera che mi ha destinato. Mamgiara Bussa è già nel mio letto. Le accarezzo la testa attenta a non svegliarla, il nodo alla gola non si scioglie.
DIJURBEL
Giornata densa. Dopo la visita a Ser Mour Talà, il marabout più importante per la comunità dei Naru Kajor, siamo andati nella casa dello zio a Dijurbel, dove è cresciuto Goumba. Passeggiando per le strade sonnacchiose del villaggio mi sono tornati in mente tutti gli aneddoti che in questi anni Goumba mi ha raccontato: le feste a quindici anni con un registratore sgangherato e un’unica cassetta di musica, le fughe dalla finestra per andare al cinema a vedere i western o i film di karate, i primi baci rubati alle ragazze mentre a turno qualcuno faceva il palo fuori dal cortile per controllare che non arrivasse nessuno, la scuola coranica dove ha imparato le sure a memoria…
Siamo entrati dal solito cancello arrugginito e ci si ritrova nel cortile. Legata all’albero, a guardia della proprietà, c’era una capretta. Tre costruzioni di intonaco bianco e scrostato chiudevano i lati. Lo zio, vecchissimo, era seduto nella veranda di una di queste. Goumba ha esordito con la già sentita litania in wolof: le formule di cortesia che durano un quarto d’ora, inginocchiandosi per rispetto e portando più volte la mano dello zio sulla fronte e sul cuore. Io mi sono presentata un po’ intimidita e lo zio mi ha dato poca retta, forse per timidezza o forse perché non approvava questa bianca che va in giro con suo nipote. Li ho lasciati soli a parlare mentre io ho preso in braccio Mamgiara Bussa e mi sono girata a piedi il paese. Lei è diversa dai bambini italiani che conosco. è socievole, non ha pretese. I suoi capricci sono semplici, ti segue senza protestare. Vuole giocare, essere coccolata. Ma è capace di stare due ore a guardare fuori dal finestrino senza lamentarsi, senza imporre la sua presenza. Quando decidi che hai tempo per lei, allora ti rincorre, si nasconde, ti chiede la filastrocca “bella manina dove sei stata”.
Sento di stare bene con lei, anche se mi ha fatto soffrire, anche se la notte in cui è nata ho pianto e mi sono disperata, sola nel letto: ricordo bene i graffi al cuscino, i morsi alle lenzuola, i singhiozzi persi nel silenzio della mia casa vuota di Milano.
Però ora è qui davanti a me, allunga le sue braccine perché la prenda in braccio, appoggia la sua testa nell’incavo tra il mio collo e la spalla e io, folle, sono contenta che sia nata.
DIJURBEL: A CASA DI IBRAHIM E MAMPENDA
Abbiamo ripreso la macchina per andare a casa di Ibrahim e Mampenda.
Goumba è raggiante. La visita allo zio lo ha commosso e rallegrato.
“Come ti è sembrato Dijurbel?”
“Tranquillo… ma come mai non sei cresciuto a Dakar con tua mamma?”
“Sempre a cercare un perché voi bianchi”, dice ridendo “mio zio non aveva figli e allora mia madre gliene ha dato uno da crescere: io, Goumba”.
“Chissà quanto hai sofferto. Ti sarai sentito rifiutato”.
“Figurati: noi non abbiamo di questi problemi. Lo zio e la zia, che ora è morta, mi hanno voluto bene e quando hanno avuto un figlio (l’hai conosciuto… è Samba quello che ti ho presentato come mio fratello qualche mese fa a Milano) hanno voluto comunque tenermi con loro fino ai quindici anni. Poi sono andato in Costa d’Avorio”.
“In Europa per molto meno saresti in terapia da qualche anno”.
“Dallo psicologo intendi?”
“Lo psicologo non basterebbe per il trauma da abbandono: saresti sdraiato sul lettino dell’analista e probabilmente odieresti tua madre”.
“Mica per niente ringrazio Allah tutti i giorni di essere nato nero e in Africa…” replica Goumba. Mi allungo sul sedile verso di lui e lo bacio.
Nel frattempo siamo arrivati davanti alla casa di Ibrahim e Mampenda, una coppia di amici senegalesi che l’anno scorso è tornata in patria dopo dieci anni d’Europa. Non vedo l’ora di parlare in italiano con qualcuno che non sia Goumba. Usciremo la sera, farò giocare Mamgiara Bussa con il figlio di Ibrahim e Mampenda. Sono soprattutto curiosa di sentire i racconti di lei, che non aveva voglia di ritrasferirsi in Senegal. A Mampenda l’Italia piaceva: aveva preso la patente, lavorava, guadagnava, era indipendente e non viveva con la suocera! Tutte queste cose non ha osato dirmele, ma me le ha fatte capire durante le brevi telefonate Milano-Dijurbel che ci siamo fatte nei mesi passati. Mi chiamava e, con il magone, voleva farsi raccontare di quel mondo che, in Africa, le mancava. Mi ha chiesto di portarle degli assorbenti.
“Qui sono tremendi. Mi irritano”.
Gliene ho portati dieci pacchi. Per un anno dovrebbero bastarle. E poi scommetto che tra un po’ rimarrà ancora incinta.
RITORNO A DAKAR
Sono fuori di me. Non ci posso credere. Ho taciuto, ma ho una rabbia che se esplode manda a quel paese tutto il Senegal e in primo luogo Goumba. Dovevamo fermarci a Dijurbel un altro giorno invece Fatim, una delle tante sorelle, o sorellastre come le chiameremmo noi, si è appiccicata e pretende che la portiamo a Dakar OGGI. Possibile che la sua famiglia sia sempre così invadente? Non voglio tornare a dormire in sala con il ventilatore sulla schiena e vedere lui che va a dormire con la moglie. La prospettiva mi fa mancare l’aria. E dire che ieri sono stata così contenta di avere una stanza tutta per noi, di fare l’amore con lui, di svegliarmi con le mie gambe intrecciate tra le sue.
“Dille di no, dille che possiamo partire solo tra qualche giorno” ho provato a convincerlo poco fa quando mi ha comunicato il cambiamento di programma “e poi mi avevi promesso che saremmo andati al Lago Rosa”.
“Vengo qui una volta all’anno, Fatim è mia sorella, non mettermi in croce. Torniamo a Dakar e poi riprendiamo la macchina e andiamo al Lago Rosa”.
“Ti conosco, vi conosco: non riuscirai mai a sganciarti dalla tua famiglia tentacolare. Mi hai dato il contentino ieri sera e credi che mi basti per tutta la vacanza. Per te anche l’ultimo dei senegalesi è più importante di me. Sei solo un razzista”.
“Pensa quello che vuoi Dj, sono stanco di cercare di farti contenta e di sentirmi insultare, di sentirmi accusare che sono egoista, che non ti amo, che non ti capisco. Questa è la mia cultura. Non mi cambierai mai. Io porto mia sorella a Dakar. Tu fermati da Ibrahim e Mampenda se vuoi. Ti vengo a prendere tra una settimana così non sei obbligata a stare con la mia famiglia che tanto non ti piace”.
Mi venivano le lacrime agli occhi dall’impotenza e dall’ingiustizia. è così difficile comunicare con lui. Ha troppi vincoli. L’idea di coppia è lontana da questi luoghi. Esiste la tribù, la famiglia, il clan.
Ora mi calmo: faccio un po’ di esercizi di respirazione e mi faccio un ultimo giro a Dijurbel con Mampenda. Libera di fumarmi una sigaretta per strada: lei mi capisce. è stata in Europa.
DAKAR
Se qualche anno fa me l’avessero raccontato, non ci avrei creduto.
Ieri notte abbiamo dormito tutti e tre insieme: io, Fatou e Goumba. Nessun triangolo o gioco erotico: abbiamo diviso innocentemente il letto come fossimo degli scout in gita, oppure degli amici di vecchia data obbligati a dividere la stessa stanza. Fatou in mezzo a noi due. è stata un’idea di lei, perché Goumba le ha detto che ero scomoda in sala e lei ha subito offerto la soluzione. Con gli occhi sbarrati nel buio della camera, mi chiedevo in quale film potevo aver visto questa scena: nessuno, la realtà ancora una volta aveva superato la fantasia. Alla fine ho dormito, ero stanchissima, la schiena mi faceva male e in effetti la loro stanza, visto che il tetto è in muratura, era decisamente più fresca. Comunque il ménage à trois non è la soluzione. L’ho già detto a Goumba stamattina mentre eravamo al negozio.
Forse per consolarmi a un certo punto mi ha portato al Club Méditerranée. Ha finto di essere il mio autista (solo così siamo riusciti a entrare, la popolazione locale non è ammessa a visitare l’albergo), e io mi sono presentata come turista in cerca di una sistemazione. Tutto il personale, come prevedibile, era nero. Gli ospiti tutti bianchi. La posizione geografica è la migliore di Dakar e forse dell’intero Senegal. Baia tranquilla, mare come si deve, una piscina attrezzatissima con musica diffusa, bungalow dotati di ogni comfort. Così la sera mentre facevo la doccia con il secchio in quello che viene chiamato “bagno” in casa Diakhoumpa, (in realtà un localino di un metro per un metro che si affaccia sul cortile) mi veniva da ridere e mi sono detta che io della vita non ho capito niente. La mia tribù è tutta al Club Med, cosa ci faccio sotto il tetto di eternit a sudare e soffrire? Tengo duro ancora una settimana, ma tornata a Milano volto pagina. E stanotte dormirò nella stanzetta fuori sul cortile, quella dove dorme un cugino, Ciam, che Goumba ha già spedito in sala al posto mio.
DAKAR ANCORA PER POCO
Depressione totale. Per fortuna piove e posso stare chiusa da sola nella stanzetta di Ciam a piangermi addosso ancora un po’. Credo di essermi presa anche le pulci perché mi continuo a grattare le gambe e ho dei puntini rossi su tutti e due i polpacci. Tra sette giorni devo tornare in Italia e sono stanca di rimanere in ostaggio in questo quartiere asfissiante. Voglio visitare un po’ il Senegal, dormire con Goumba, parlare italiano, mettermi in bikini, fumare una sigaretta senza dovermi nascondere come quando ero al liceo. Mi sento soffocare dalle mille attenzioni non richieste della famiglia Diakhoumpa (ogni due secondi qualcuno mi offre da bere o da mangiare, mi parla, mi rifila un neonato, mi fa vedere una foto, mi prende per mano, mi presenta un amico, mi coinvolge in un’attività faticosa e inutile). Sembra tutto un lavoro. Non voglio dormire una notte di più in questa casa. Se lui viene con me bene, se no me ne vado da sola a Mbour, la località turistica attrezzata più vicina a Dakar perché, come avevo previsto, non siamo riusciti a ripartire per il Lago Rosa.
Vado a preparare lo zaino.
“Cosa stai facendo?” Goumba capisce all’istante il mio umore. Sono un libro aperto, come diceva mia nonna.
“Non ce la faccio più. Sono tutti adorabili, ma ho bisogno di riposo, tranquillità, fresco e soprattutto non sopporto più di vederti andare a dormire con Fatou. Vado a Mbour”.
“Da sola?”
“Preferirei con te, ma la tua cultura non te lo permette. Me lo hai già spiegato. Tolgo il disturbo. Due anni fa mi avevi assicurato che avresti saputo gestire due mogli. Ma non pensavo che significasse che io dovevo smaltire da sola le mie frustrazioni e il mio dolore. Esco di scena”.
Mi guarda a lungo, forse per valutare quanto sono determinata. Io continuo a piegare la mia biancheria e, con le mani che leggermente mi tremano, la dispongo nel bagaglio.
“Dammi solo due ore, sistemo il negozio e poi partiamo insieme per Mbour. Io e te”.
MBOUR
Forse oggi è iniziata davvero la vacanza, la prima vacanza che faccio con Goumba. Siamo a Mbour, nella villa vista mare del suo amico Moustafa. Abbiamo una stanza, anzi un piano tutto per noi, in una casa “vera”, nel senso che ha la doppia esposizione, finestre con le zanzariere, materassi a molle, water, vasca, bidet e cucina all’occidentale. Stasera ceneremo sulla terrazza a lume di candela. Non so cosa abbia raccontato Goumba qualche ora fa alla famiglia per riuscire a sganciarsi e partire, ma verso le cinque eravamo in macchina. Radio a palla e vento tra i capelli.
A volta la felicità mi sembra così vicina. Un niente afferrarla.
Appena sono sola con lui si ricrea la complicità di sempre: siamo gli unici esseri viventi del pianeta, Adamo ed Eva, i sopravvissuti all’esplosione atomica, i prototipi della razza umana.
“Quando sei pronta inizia a salire che Moustafa ci aspetta per mangiare” mi dice Goumba dalla doccia.
Moustafa ha lavorato in una pasticceria a Milano per vent’anni, ha sposato un’italiana e quattro anni fa hanno deciso di venire a vivere qui e aprire una caffetteria. Gli affari sono andati bene, ma lei non si è integrata. è tornata in Italia e lui ora si è risposato con una senegalese.
Mi sono messa i jeans e una maglietta con la scollatura a V. Orecchini pendenti e capelli legati con lo chignon. Scalza.
“Come sei bella” mi dice cerimonioso Moustafa appena lo raggiungo in terrazza.
Su un tavolino basso ha già preparato gli appetize. Mangeremo seduti su dei cuscini.
Ci mettiamo a chiacchierare: gli piace parlare in italiano. Mi racconta della sua esperienza in Europa: prima Parigi e poi Milano. Mi chiede da quanto conosco Goumba. Passiamo in rassegna gli amici in comune. La cena è a base di pesce. Dopo il the Moustafa e la moglie ci salutano. Sono finalmente sola con Goumba. Ci sdraiamo a guardare le stelle.
“Ma quanti chilometri è lontana la luna?” mi chiede
“L’ho studiato al liceo, ma non ricordo… forse diecimila chilometri”.
Allungo la mano e mi sembra di poterla toccare.
“E le stelle?”
“Tantissimo. La distanza si calcola in anni luce… anni luce: sembra una di quelle espressioni da supereroi dei fumetti. Il sole è una stella, lo sapevi?”
Parliamo dei pianeti senza nessuna base scientifica, immaginiamo teorie strampalate, supponiamo mondi extraterrestri. Dimenticata l’esistenza di Fatou e di Mamgiara Bussa, allontanata la presenza costante del clan, minimizzate le differenze culturali e religiose mi sono lanciata in un’ipotesi di vita in Senegal e ho ripreso a sognare. Anzi abbiamo ripreso a vagheggiare, lui insieme a me, a proiettarci verso l’incredibile, come fossimo destinati a rimanere sempre giovani, sani e innamorati.
“Tra un’ora è il tuo compleanno”.
“Pensavo te ne fossi dimenticato”.
“Vedi che non hai fiducia in me? Nella borsa ho anche un piccolo regalo”.
“Voglio vederlo”.
Scendiamo mano nella mano nella nostra suite. Mi consegna un sacchetto di plastica con dentro una palla di giornale. Dentro c’è un bracciale d’argento. Liscio e semplice, come piacciono a me.
Elisabetta Jankovic è nata a Milano, ma si è sempre definita un sangue misto, una miscela tra la patria del padre, la Serbia, e quella della madre, l’Italia. Laureata in architettura, alla progettazione edilizia ha preferito altre passioni: la radio, la storia dell’arte, il teatro per ragazzi e la scrittura.





