Della morte della patria si è parlato a lungo per anni, e oggi che ce l’abbiamo in diretta tutti tacciono. Perché improvvisamente quel lungo parlare si è azzerato? Dove sta l’imbarazzo?
Chissà cosa ci ricorderemo tra qualche anno della discussione su festeggiare o meno la nascita dell’Italia unita, il prossimo 17 marzo. Comunque vada, al di là dei mal di pancia della Lega, dell’orgoglio degli ex missini, forse dovremmo dire che così come nel luglio 1948, nei giorni della mobilitazione in risposta all’attentato al segretario del Partito comunista italiano (se scrivessi solo Pci sospetto che lo capiremmo in pochi) Palmiro Togliatti, l’Italia fu salvata da Bartali e da una pompa di bicicletta, noi oggi siamo stati tenuti uniti da un comico. Se forse abbiamo un futuro, e se abbiamo ritrovato un mito è indubbio che il creatore di questa condizione sia Roberto Benigni con la performance straordinaria che lo scorso 17 febbraio ha tenuto a Sanremo. Venti milioni di ascoltatori tenuti per 40 minuti senza flessioni sono un dato che non lascia spazio alle interpretazioni.
Resta il problema di che cosa accadrà in quel giorno di festa il prossimo 17 marzo, un giorno che fino a poche settimane fa sembrava un fantasma. In realtà ha un cerimoniale, almeno sulla carta. Ecco ciò che dovrebbe accadere il 17 marzo 2011: 1) Saluto al Paese (ore 7.00: alzabandiera in tutto il Paese, per onorare l’Alba dell’Italia); 2) Parlamento in seduta straordinaria (Saluto del Parlamento a Camere riunite a tutto il Paese nel giorno del suo anniversario); 3) Roma, evento in Piazza (ore 19.00: in Piazza del Popolo avverrà un lancio di colombe seguito da un concerto di musica leggera); 4) Concerto celebrativo (ore 21.00 – Teatro dell’Opera di Roma: il Maestro Riccardo Muti dirigerà il Nabucco, la più risorgimentale delle opere di Verdi); 5) Evento finale (Festa finale con l’esplosione di fuochi d’artificio in tutte le piazze italiane).
Sulla carta dunque c’è un rituale e, insieme, c’è anche un calendario di tappe. Anche questo è significativo analizzarlo. Già iniziato nel maggio dello scorso anno con il viaggio del Presidente della Repubblica a Quarto, il pellegrinaggio nei luoghi dell’Unità proseguirà e toccherà tappe significative delle diverse “anime del Risorgimento”: l’11 maggio a Marsala per lo sbarco dei Mille; il 16 giugno a Crotone per i Fratelli Bandiera; il 24 giugno a San Martino della Battaglia; il 4 luglio a Caprera alla tomba di Garibaldi; il 4 agosto a Comacchio in memoria di Anita Garibaldi; il 5 settembre a Pisa alla Domus Mazziniana; il 26 ottobre a Teano. Un calendario fitto di scadenze, dove non è previsto il 20 settembre a Porta Pia, (in compenso però è prevista l’apertura del Museo di San Pancrazio a Roma in memoria della Repubblica Romana, forse l’esperimento costituzionale e politico più avanzato ed europeo di tutti i moti del Risorgimento. Sicuramente quello più dissacrante rispetto al “senso comune” della cultura italiana, visto che la sfida prima che culturale in quell’occasione fu simbolica: la dichiarazione nel primo articolo della Costituzione della Repubblica romana della dissoluzione del potere temporale del Papa).
Il problema, comunque, non è solo la celebrazione della festa, ma anche un lungo malessere che noi ci portiamo dietro da molti anni e che come tutti i malesseri accennati – più spesso esorcizzati – quando si manifestano vengono taciuti. è il caso invece di parlarne. Questo malessere si chiama “morte della patria”. Ne abbiamo parlato a lungo per molti anni. Ma oggi nessuno apre bocca e soprattutto chi lo ha sollecitato e richiamato con insistenza oggi preferisce parlare d’altro. Perché? è stato lo storico Ernesto Galli della Loggia a sollecitarlo (non un esponente del neoindipendentismo padano o della riscossa neoborbonica). Ernesto Galli della Loggia per circa un quindicennio (a partire dalla metà degli anni 90, per la precisione dal settembre 1993) ha ripetuto molte volte che il problema della debolezza dell’Italia attuale consisteva nel non avere preso atto che l’8 settembre 1943, al contrario della vulgata resistenziale, non era rinata la nazione, ma era “morta la patria”. E vi è tornato a insistere in molte occasioni e circostanze da allora, riprendendo l’espressione usata da Salvatore Satta nel suo De profundis (Adelphi 1980, ma la prima edizione è del 1948, un libro che nella cultura italiana ha dormito parecchio) a proposito della prostrazione e della dissoluzione di un qualsiasi tratto di condivisione nell’italiano del settembre 1943. Scrive Satta “Di qua e di là dalla linea mobile della battaglia, due Italie impenetrabili l’una all’altra; o più veramente dieci, venti Italie, tante quante son cittadini, aspettanti dalle armi altrui, chi la restaurazione dei privilegi perduti, chi, sotto parvenza di libertà, l’instaurazione di nuovi: e ciascuno nella dissoluzione dello Stato fa stato per se stesso, dettando legge nei migliori l’odio, nei peggiori la cupidigia, in tutti la mancanza di carità. La morte della patria è certamente l’avvenimento più grandioso che possa occorrere nella vita dell’individuo” (ivi, p. 16).
Un’intera discussione pubblica si è sviluppata intorno a quel richiamo agitato insistentemente. Ma perché oggi, dopo tanto insistere, improvvisamente nessuno ne parla più? Che cosa c’era allora (fino a pochi mesi fa) che rendeva proponibile quella domanda, e ora la rende un tabù?
Ritengo che, per quanto colpisca l’espressione, il suo contenuto fattuale sia percepito come “confortante”. Mi spiego. La morte della patria raccontata da Satta, infatti, nasceva da un cataclisma, che non è davanti a noi e, soprattutto, si teneva su un conflitto ideologico (che non si intravede con la stessa irriducibilità) per il quale qualcuno riteneva che la nazione fosse rinata (ed era sostanzialmente chi si proponeva come erede dei resistenti, a vario titolo) e qualcuno invece riteneva proprio che l’Italia fosse morta e si trattasse di dare testimonianza dell’onore (e di solito di questo stato d’animo si sono fatti interpreti gli eredi o i simpatetici dei “repubblichini” di Salò).
Non è forse vero che ciò che oggi abbiamo di fronte è la morte della patria? E perché quando la morte è in diretta tutti tacciono? Perché improvvisamente quel lungo parlare della “morte della patria” si è azzerato? Dove sta l’imbarazzo? Non credo che dipenda dalla fine di quel conflitto tra figuranti ma da un’altra cosa molto più imbarazzante: la morte della patria che noi vediamo ora si presenta davanti a noi senza fanfare, senza tragedia, si potrebbe dire senza dramma. Il conflitto non è ideologico, avviene.
Qui sta il vero nodo della crisi italiana. Nel momento in cui si doveva dimostrare l’esistenza, e la tenuta, del sentirsi nazione, si manifesta il suo contrario. Il dato paradossale è che ciò non è nemmeno il risultato degli elementi di disgregazione ideologicamente orientati: non dipende né dalla forza ideologica della Lega Nord da una parte, né dai movimenti indipendentistici o da coloro che aspirano a tornare a essere i cittadini di un altro Stato (per esempio gli abitanti della provincia autonoma di Bolzano) dall’altra.
Il nodo della crisi non si chiama riaffermazione dell’italianità, ma abbassamento del fascino attrattivo della democrazia. In altre parole la crisi della nazione italiana si incontra con la crisi del sentirsi tutelati dalla democrazia, meglio col fatto che la democrazia non è percepita come quella piattaforma di regole in grado di tutelare valori a cui ora si dà importanza strategica e per i quali si cercano le sicurezze. La dimensione securitaria, in breve, percepisce la democrazia come ostacolo, come “lacci e lacciuoli”. Del resto, una democrazia che è definita solo come voto ogni cinque anni, per di più su liste chiuse di nomi e non come partecipazione, non è una democrazia. Se per questo votazioni a liste chiuse avvengono anche nei regimi autoritari e dittatoriali. In breve, le elezioni non costituiscono la differenza rispetto alle dittature: con quelle la nostra attuale democrazia ha in comune il disinteresse verso la cosa pubblica da parte di chi è cittadino.
Una crisi che non casualmente si riversa sull’autoimmagine di sentirsi nazione e che ha come effetto il venir meno della coesione dello Stato nazionale. Una scena e una parabola discendente che non avviene con le fanfare, né con qualcuno che inneggia alla ritrovata indipendenza o alla restaurata libertà, ma semplicemente in silenzio, con lo sbigottimento.