L’acqua è di tutti di David Bidussa

La politica come istanza della coerenza. La potenza della parola e l’attualità di don Lorenzo Milani

vignette di DANILO MARAMOTTI

La questione dell’acqua, del suo utilizzo, della sua gestione pubblica o del suo uso privato ha segnato un tempo lungo della storia dell’Italia unita, praticamente attraversandola tutta. Ciò che ci troveremo davanti il prossimo 12 giugno è per certi aspetti una vecchia questione mai risolta nella storia italiana.

Si comincia nel 1882 con una legge per le bonifiche e i terreni paludosi. Nel 1929 il fascismo fa della bonifica una parola d’ordine per il controllo corporativo e gerarchico del Paese. Il fine, al di là delle parole altisonanti, è non mescolare gli italiani e dunque: donne con donne, bambini con bambini, contadini con contadini. Al centro di questa preoccupazione la famiglia nucleare (padre, madre e, in conformità con l’etica sessuale del regime, molti figli) costituisce il perno della continuità e soprattutto della comunità nazionale. La famiglia contadina, per molti aspetti, è l’idealtipo a cui ispirarsi. Garantire l’acqua significa garantire a quella famiglia di non dissolversi. Disciplinarla serve a regolare il Paese. Infine nel 1950 l’acqua è ancora il simbolo di quella riforma agraria che tenta, inutilmente, di frenare l’esodo verso la città.

L’acqua è al centro dunque della questione dello sviluppo italiano. Ma lo è senza un vero regime di controllo e con grossi vizi di forma che una legge del gennaio 1994 tenta di sanare. L’acqua è una “risorsa” che va salvaguardata e con essa la montagna, un ambiente umano che rischia di sparire se l’acqua non è garantita. L’idea è che forse la montagna si possa ancora salvare, non solo non distruggendola, ma soprattutto non spopolandola.

 

Non nasce allora questa sensibilità. Quella per la salvaguardia della montagna è una vecchia battaglia che ha i suoi paladini. Don Lorenzo Milani (1923-1967) è tra questi. è una storia che vale la pena di descrivere.

E’  il 1955 lassù in montagna, a Vicchio nel Mugello, dove è stato spedito in una sorta di esilio, Milani deve combattere la prima battaglia per non farsi sconfiggere dalla sfiducia e dallo scoramento. Scrive perciò una lettera aperta al direttore del Giornale del Mattino (il testo integrale della lettera è compreso ora in una raccolta dei suoi scritti più significativi dal titolo efficace A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, Chiarelettere, con una prefazione illuminante e appassionata di Roberta De Monticelli) in cui rivendica la necessità della proprietà pubblica dell’acqua.

L’uso privato di quella risorsa, la impossibilità di usare l’acqua della sorgente che si trova collocata in un terreno privato, Milani la avvisa come la minaccia distruttiva di quella comunità che vuol difendere e che vede in pericolo, non solo in fuga verso la città, ma prima di tutto sconfitta dallo scontro fra interesse privato, pubblica soddisfazione e utilità che gli sembra pericolosamente sbilanciato e risolto dal potere a vantaggio del primo e contro le altre due. Una sconfitta che egli imputa non solo a un’ennesima riprova del prevalere del privato sul bene pubblico, ma anche come il disvelamento della crisi del messaggio cristiano. Tanto più in un sistema politico in cui i cattolici si presentano come i protagonisti assoluti della cosa pubblica.

“Sono 10 anni” scrive Milani “che i cattolici hanno in pugno i due poteri: di fare le leggi e di applicarle. Per quale pensi che saranno più severamente giudicati? Che la storia condannerà la nostra società è profezia facile a farsi: basterebbe il solo fatto della disoccupazione oppure della mancanza di alloggi. (…) Ma che i legislatori cattolici si diano da fare e prendano dunque in mano la Rerum Novarum e la Costituzione, e stilino una 991 molto più semplice, in cui sia detto che l’acqua è di tutti! Quando avranno fatto questo, poco male se poi non si riuscirà a mandare due carabinieri a piantare la bandiera della Repubblica su quella sorgente: morranno di sete e di rancore nove famiglie. Poco male. Manderanno qualche accidente al governo e ai preti che lo difendono. Poco male. (…) Ma Sommo disonore è invece se potranno dire di noi che, con tutte le pretese di rivelazione che abbiamo, non sappiamo poi di dove veniamo o dove andiamo, e qual è la gerarchia dei valori, e qual è il bene e qual è il male, e a chi appartengono le polle d’acqua che sgorgano nel prato di un ricco, in un paesino di poveri.” (pp. 57-61).

Il problema come si vede non è se la politica sia o no efficace o se ottenga dei risultati, ma se valga o meno un principio a cui si dice di aderire. L’idea è quella della politica come istanza della coerenza e dunque dell’atto politico prima di tutto come testimonianza che si fonda sull’agire profetico e dunque sulla forza della parola.

In quel terreno la politica si presenta come un atto di convinzione che rifiuta l’obbedienza supina. O, almeno, lascia pochi margini di manovra.

Non è un atteggiamento che Milani avrà solo rispetto alla questione dell’acqua. Nella lettera ai giudici che lo processano per apologia di reato e sostegno all’obiezione di coscienza dell’ottobre 1965 che riprende lo stesso paradigma culturale, scrive: “Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate” (p. 11). Per concludere “Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto” (p. 22).

C’è un destino nelle biografie delle personalità che alle volte ne segna in maniera permanente i tratti. Don Lorenzo Milani non sfugge a questa regola non scritta. Figura dalla parola potente, proprio in quella potenza della parola sta la parabola di un destino. Don Milani nasce nel 1923, è seminarista nel 1943 fino al 1947, poi prete dal 1947 al 1967, anno della morte. Nel 1960 inizia a soffrire di quel tumore che dai polmoni gli salirà fino alla gola, impedendogli di pronunziare anche una sola parola nelle ultime settimane di vita (muore il 26 giugno 1967).

In questa immagine paradossale – un uomo che prima ancora che per il pensiero ha un posto di rilievo per le parole che pronunzia – è uno degli elementi di potenza di una voce che oggi rincorriamo nella traccia scritta, più che in quella della gestualità che giunge diretta e che non chiede alcuna mediazione intermedia.

In quella traccia scritta sta tuttavia un tratto essenziale di quell’Italia analfabeta che quelle parole ascolta e attraverso di esse inizia a leggere la realtà che sta intorno.

 

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