Pianeta blu di Erasmo D’angelis
Striscia di Mario Natangelo
“Il valore dell’acqua”, un libro fuori dagli schemi senza demagogia né slogan, racconta il complesso e affascinante mondo dell’acqua e la storia idrica del nostro Paese
Lo sapevate che sull’acqua già si litigava quattromila anni fa, al punto che nel 2113 a.C. il re dei sumeri UrNammu promulgò il primo Codice dell’umanità con regole molto severe e pene per chi non governava le acque e causava allagamenti o inaridimento di terreni altrui? Che in quel periodo furono costruite dighe e acquedotti chilometrici? Che nell’anno Mille i persiani inventarono i mulini a pale eoliche per sollevare l’acqua dai fiumi? Che i romani costruirono nella penisola 149 acquedotti con pendenze perfette su archi monumentali, e poi globalizzarono la tecnica idraulica costruendone altri 300 nel resto del mondo conquistato? Che nei secoli bui del Medioevo e fino al Settecento prescrizioni mediche consigliavano di lavarsi il meno possibile perché i pori della pelle dovevano restare ben occlusi per impedire l’ingresso di impurità trasportate dall’aria?
Fior di luminari insegnavano che i pidocchi erano un dono di dio perché succhiavano sangue infetto asportando malattie. Le città puzzavano di scarichi lanciati anche dalle finestre, si moriva come mosche per ondate epidemiche di tifo o colera per acqua inquinata da liquami, e a questo bagaglio di false certezze e paure non sfuggivano nemmeno i re. In Francia, i tre medici a disposizione di Luigi XIV, tra il 1647 e il 1711, nel Journal de la santé del sovrano annotarono in 64 anni una sola occasione di bagno completo nel 1665! E solo 150 anni fa, quando i funzionari dei Savoia fecero l’inventario di ciò che razziarono nella reggia borbonica di Caserta, non sapendo cosa fosse quell’affare rinvenuto nella toilette reale, tagliarono corto e scrissero: “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Era il bidet della regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena.
Tracce della fantastica storia dell’acqua che fino al secondo dopoguerra (ma in parte d’Italia ancora oggi) è stata una sequenza di drammi e grande sete, al punto che quando, nell’aprile 1965, arrivò in edicola il primo numero di Linus, l’80% delle case degli italiani non aveva la combinazione di acqua potabile, energia elettrica e servizi igienici.
E oggi? Il 40% del bene comune più prezioso si perde nei 320.000 chilometri di tubi in gran parte colabrodo, si prelevano 165 litri d’acqua per erogarne 100 (al Sud 200 per distribuirne 100), e per 10 milioni di italiani il rubinetto è arredo. Troppi furboni irresponsabili ci hanno lasciato un’eredità di ritardi accumulati, inquinamento di fiumi, mare, laghi e campagne e una depurazione da paese in via di sviluppo: 15 italiani su 100 non hanno scarichi collegati a una fogna, 30 su 100 a un depuratore. L’acqua è un bene universale ma dalla legge Galli, 17 anni fa, è universalmente rimosso da ogni manovra finanziaria dei governi e tutti i costi vanno coperti dalle sole bollette. Missione impossibile. Risultato: l’Italia sta per ricevere multe milionarie per 829 comuni inquinatori e fuorilegge.
L’Italia idrica resta un groviera con molte facce. Negli anni Novanta, ad esempio, inviato dal manifesto, arrivai ad Agrigento (dove mesi fa è stata scoperta persino una rete idrica alternativa gestita da Cosa Nostra) nel giorno del rinnovo del miracolo dell’acqua. Arrivava ogni 18 giorni con dentro una sorpresa: era inquinata, e bisognava bollirla. All’ora stabilita, le sette della sera, i condomini erano accanto alla cisterna della cantina, orecchio al tubo pronti a carpire il gorgoglio, con decine di contenitori da riempire. Un dramma in diretta come nemmeno nell’Africa sahariana. Nel dicembre scorso ritornai nell’Agrigentino. Il gap infrastrutturale ancora oggi è drammatico e l’acqua scorre con una turnazione di 3 giorni. Ogni edificio è fornito di serbatoi su tetti e sottotetti, pompe e autoclavi per dare pressione, e in casa grandi taniche di plastica piene di acqua sono conservate come reliquie su stanzini, balconi e terrazzi, accanto a scorte di acque minerali da clima post-catastrofe naturale.
Ma la buona acqua agrigentina decantata da Pindaro? Di fronte a una tragedia idrica di queste dimensioni, Stato e Regione l’hanno regalata. Fonti preziosissime sono gestite dagli imbottigliatori di bevande. Il tesoro idrico dei monti di Santo Stefano di Quisquina anziché essere indirizzato verso i rubinetti, la multinazionale svizzera Nestlé lo spinge verso gli scaffali dei supermercati dove arriva imbottigliato col marchio Vera Acqua Santa Rosalia. Un caso isolato? Magari. L’80% della nostra acqua potabile distribuita fa questa fine: concessa quasi gratis da tutte le Regioni per essere in gran parte sprecata nell’irrigazione, per raffreddare impianti industriali, per alimentare il business delle minerali che ci vede terzi al mondo per consumi dopo Messico ed Emirati Arabi. Interessa a qualcuno?
Fortunatamente, se giriamo la medaglia idrica italiana, appaiono tante facce positive: l’acqua di Roma o Bologna, Brescia o Milano, Udine o Torino, Firenze o Pisa, Puglia, Veneto e altri territori. E altre storie, racconti, analisi e paradossi intorno all’acqua li descrivo nel libro Il valore dell’acqua. Chi la gestisce, quanta ne consumiamo e come possiamo salvarla. Insieme a uno dei più giovani e preparati manager del settore, Alberto Irace, ho raccontato questo benedetto mondo dell’acqua, evitando i facili slogan, con scomode verità per tutti e strategie per salvarla. Proponiamo il lancio della Blue Economy, ramo forte della Green Economy che in altri Paesi in ripresa – dagli Usa alla Germania – è una realtà. L’effetto-lavoro sarebbe positivo: 450.000 nuovi occupati. Tecnici, ricercatori, talenti in fuga potrebbero rientrare per diventare qui costruttori di futuro e anche di acquedotti e depuratori.
Perché siamo arrivati al referendum in un Paese dove il sistema è pubblico (come la proprietà di risorsa, reti e impianti), gestito dai sindaci? Spaventa probabilmente la sigla Spa delle aziende, l’informazione è inesistente, colpa di ritardi e dell’inaffidabilità del governo Berlusconi. La campagna ha fatto leva su un principio sano, giusto e indiscutibile: l’acqua è un diritto universale e un bene comune. Non a caso il sentiment dell’opinione pubblica si è aggrappato al potente brand “acqua pubblica e gratuita” come a un salvagente etico e ideale per non rassegnarsi a subire valori altrui, di fronte a una politica mai caduta così in basso. Mai come oggi c’è bisogno di concretezza, scelte responsabili, capacità industriali, trasparenza, partecipazione dei cittadini. Insomma, di una nuova cultura ecologica dell’acqua e di politiche ambientali e industriali. Occorrono 64 miliardi di euro se vogliamo evitare la Caporetto di un servizio essenziale. Dove li troviamo? Dalle bollette tre o quattro volte più basse di quelle dei Paesi europei? O paga tutto Mamma Stato?
Ecco perché il libro è utile per chi vuole capirne di più, e soprattutto battersi concretamente per l’acqua.





