Dieci cose per cui vale la pena vivere di Flavia Perina

Andare in moto senza casco

Lo so che ha ragione Giorgio Gaber che la libertà / non è star sopra un albero / o seguire il volo di un moscone, ma quando scrisse quella canzone era il 1972: di quel tipo di libertà, la libertà psicologica di salire sugli alberi, cioè di affrontare la vita senza inutili paure, ne avevamo a tonnellate e sembrava impossibile che venisse abrogata. Si andava in moto senza casco, nel ‘72. E il primo motorino che comprai, proprio quell’anno, non aveva la targa né la registrazione al Pra: potevi darlo via mettendo il libretto in mano a un amico. Non c’era l’assicurazione obbligatoria, nemmeno per le auto. Al mare, volendo, si volava in autostop.

Le vacanze si sceglievano un paio di giorni prima di partire e per i concerti, si decideva e ci si metteva in coda: mai vista una prenotazione per un posto-prato, idea che ancora adesso mi sembra ridicola. Oggi siamo abituati alla cancellazione programmatica del rischio, fosse pure quello di non trovare posto al ristorante, e l’avventura minima di uscire senza cellulare ci sembra un’epopea titanica, roba da raccontare agli amici insieme a “quella volta che sono andato a prendere il treno senza aver fatto il biglietto prima”.

La casualità, il fato, l’improvviso, la sfida alla fortuna, il pathos dell’azzardo sono esperienze esistenziali spazzate via anche dagli angoli delle nostre vite, e forse è davvero questo il segnale della fine del Novecento: il secolo che si era aperto con l’avventura libertaria di Fiume finisce con le polizze antifurto pure sulla casa al mare e i guanti obbligatori sugli scooter 150 (sì, c’è una legge di questo tipo in via di approvazione). Così, tra le cose per cui vale la pena vivere ho messo “andare in moto senza casco” come metafora di una vita capace di affrontare la categoria del rischio come componente essenziale della felicità e del cambiamento.

Gli italiani sono stati i massimi esperti mondiali in materia – inventarono i capitani di ventura e partirono per l’America a milioni senza sapere neanche dove fosse – e mi sembra incredibile che abbiano perso quella speciale propensione antropologica per diventare timorosi come svizzeri. Persino i poeti e gli artisti, da noi, hanno biografie spericolate, da guerriglieri e da corsari. Dante si fa capitano militare degli esuli per organizzare a Firenze quello che oggi chiameremmo un golpe e ne ricava una condanna equivalente al nostro 41 bis.

I futuristi di Marinetti corrono in prima linea, da volontari, a giocarsi la vita per una medaglia al valore. Pittori e scrittori si arruolano nella guerra di Spagna, di qua e di là, con Franco o contro Franco, cercando comunque il fuoco e l’emozione. Alberto Burri, Giuseppe Berto e tanti altri si fanno anni di criminal camp in Texas per non regalare una firma di sottomissione “all’invasore americano”. Ma c’è rischio e gusto dell’avventura anche nell’esodo dei meridionali verso le fabbriche del Nord negli anni 60, e forse non è un caso che il simbolo del boom sia proprio una moto guidata con i capelli al vento: non quella hollywoodiana di Vacanze Romane ma lo scooter proletario e sfacciato di Poveri ma belli oppure quello ribelle di Quadrophenia, l’ultimo film-bandiera della generazione senza casco.

Così, non date retta a chi trova la cifra della nostra cultura nazionale nell’andreottiano “tirare a campare” o nell’Alberto Sordi che piagnucola “c’ho avuto una malattia”. C’è altro, c’è di meglio, e la voglia di farsi un giro “senza casco” forse non è estranea allo tsunami politico al quale stiamo assistendo da un anno a questa parte, dalla ribellione finiana fino ai risultati delle comunali di Milano e Napoli e all’onda anomala del referendum, tutte scelte e mobilitazioni che hanno in comune la riscoperta di libere affermazioni di sé, oltre le sicurezze codificate dell’immobilismo.

Ci si mette in gioco, ci si prova, e si scopre che il vento è più fresco, che il cuore batte più forte, che è divertente accelerare, e che il rischio di cadere e farsi male da cui siamo stati così a lungo ossessionati non è poi tanto concreto e rilevante. Per carità, può succedere di battere la testa, ma quelli che non fanno altro che ricordarti il pericolo incombente meritano la più bella frase di Dennis Hopper in Easy Rider, il cult-movie motociclistico per eccellenza: “Parlano e parlano di libertà ma quando vedono un individuo veramente libero ne hanno paura”.

 

2 comments

  1. vast

    in che senso “l’avventura libertaria di Fiume”? Si, lo so che nel corso della vicenda si sono divertiti, ma l’intenzione era quella di annettersi un territorio (in parte) altrui, e quindi più militarista e imperialista (qualunque valore si siano a queste parole) che libertaria. E in che senso “apre” il Novecento? (sono già passati quasi due decenni, mi sembra che già nel 1905 succedesse qualcosa…)
    Ma poi (venendo alle cose importanti) è proprio vero che gli italiani sono coraggiosi? Nel medioevo e nel rinascimento fino alla Controriforma forse sì, ma dopo? E anche prima, come giudicare episodi come la battaglia di Fornovo o l’immobilismo davanti alle invasioni straniere? E’ il servilismo quello che caratterizza gli italiani, non il coraggio, e quelle che vengono citate sono le classiche “ribellioni dei disperati”, senza pensiero perché senza speranza. Andavano in America perché altrimenti morivano, ecco tutto.
    Giusto su una cosa sono d’accordo: sulle elezioni di Milano. Ma ci sono secoli e secoli da recuperare.

  2. vast

    Dimenticavo: secondo me nell’articolo non viene trattata la questione principale, cioè quell’”ottimizzazione dell’uso delle risorse” che è una caratteristica tipica della modernità e nella quale ci piaccia o meno siamo tutti dentro. Vender caschi e non aggiustare le teste della gente fa bene all’economia e riduce le spese pubbliche: per questo si fa. Ma questa ottimizzazione, per quanto poco avventurosa, è anche qualla che un giorno potrebbe salvare l’ambiente e dare a tutti qualcosa da mangiare (da quando si ottimizzano le risorse, c’è poco da fare, le aspettative di vita per un numero crescente di popolazione sono aumentate).
    Il settore in cui si vede per primo la maggiore efficacia di questo atteggiamento è forse quello militare: già nella battaglia di Pavia gli imperiali ottimizzano l’uso delle tecnologie (fucili di poveri fantaccini contro la ricca e nobile cavalleria francese) ma, ancora più interessante, utilizzando l’odio religioso dei Lanzi Neri contro i Lanzi bianchi. Poi certo, quasi cinquecento anni dopo c’è ancora chi parla di “fortuna” che manca o di “onore” che invece c’è, senza accorgersi che è la logistica che vince!

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