Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Suonaci ancora, Miles

Vent’anni fa, il 28 settembre 1991, si spegneva il genio di Miles Davis. Musica. Libri. Storie.
Cinema. Teatro. Ricordo sbilenco di un jazzista a cui molti devono qualcosa

illustrazione di ALE+ALE


Occhiali da sole neri a mascherina, jeans e t-shirt ovviamente neri, Miles era un genio scostumato, collerico. Preferiva dire: “Fatti i cazzi tuoi, brutto stronzo”, piuttosto che “Ciao”. Però, ripeto: Miles Davis è stato un genio. Il suo jazz ha sconvolto da cima a fondo il vecchio jazz, lo ha messo in fila con la grande musica del secolo, spezzando l’ambito del virtuosismo e facendone un’espressione pura. La sua tromba è stata di esempio alla tromba per cui ha scritto Berio, e non viceversa. In duo, quella tromba e il sax di Coltrane hanno scritto a loro modo un’ideale “arte della variazione” che rappresenta uno snodo cruciale per la musica del futuro.
Enzo Siciliano su L’Espresso lo dipingeva così.

Del resto se la leggenda dice che si chiamava il principe delle tenebre qualche motivo ci doveva essere, al di là della qualità notturna di molta della sua musica.

Quincy Trupe in Io e Miles Davis (Pequod) racconta le vicende che l’hanno trasformato da fan adorante ad amico intimo di Miles Davis. Una costruzione di amicizia che passa dai vaffanculo di rito alle serate sulla veranda della villa di Malibu. Racconta anche, in maniera minuziosa, uno dei suoi capolavori, Kind of blue.

La musica è diventata densa. La gente mi dà dei pezzi e sono pieni d’accordi e io non li so suonare. Penso che nel jazz stia prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi sulle variazioni melodiche, piuttosto che armoniche. Ci saranno meno accordi ma infinite possibilità su cosa farne. è Miles che parla.

Kind of blue viene registrato in appena due sessioni. Improvvisato dal gruppo sulle strutture armoniche abbozzate, portando una carica rivoluzionaria al mondo del jazz. Quest’album dev’essere stato fatto in paradiso, dice il batterista Jimmy Cobb.

Miles Davis è la sua grande musica, è una vita irregolare dove però lui ha imposto un carisma enorme, insieme a una costruzione sapiente della propria immagine, continuamente aggiornata fino all’ultimo periodo con i vestiti colorati che l’hanno consacrato come icona della cultura pop.

Ma Miles Davis si è portato con sé anche una capacità innata di calamitare le più differenti forme artistiche.

Robert Lepage, l’originale regista teatrale e autore canadese, è stato folgorato da Miles Davis per il suo spettacolo Les aiguilles et l’opium. Solo che, invece di raccontare la sua vita come un fenomeno isolato, l’ha incastrata con un’altra di vita. Tutto nasce da una coincidenza, da quello che è poco più di uno spunto biografico. Nello stesso anno, il 1949, quell’anno baricentrico rispetto al ventesimo secolo, Miles Davis (jazzista americano) se ne va dall’America a Parigi dove si invaghisce di Juliette Gréco ed entra in un’angosciante crisi amorosa, mentre Jean Cocteau (scrittore e regista francese) se ne va dalla Francia a New York dove scrive Lettera agli americani. Ecco lo scheletro dello spettacolo che monta in maniera alternata i percorsi delle due vite, i loro mancati incastri, con filmati di repertorio e le musiche originarie, disegni e ombre cinesi.

La multimedialità è al servizio della sensibilità visionaria di Lepage, ma il risultato avvincente dello spettacolo è che da quel pretesto temporale, da quel caso che ha fatto sfiorare le vicende di due grandi artisti, le due storie acquistano senso, come se, per una traccia invisibile, l’una illuminasse, alimentasse l’altra. Quello che interessa raccontare davvero a Lepage è l’aspetto intimo, doloroso, delle due figure, il loro rapporto con l’abbandono. Gli aiguilles evocano gli aghi dell’agopuntura citata nel prologo, mentre l’opium è quanto agognato da Cocteau a fronte della morte del suo caro Radiguet: “Americani, nessun confessore né psichiatra potrà mai alleggerirvi la coscienza meglio degli aghi e l’oppio”.

C’è un’altra coincidenza che porta a questo. E’ Lepage a dormire, quarant’anni dopo, a Parigi, nella stessa stanza dell’hotel Louisiane che ospitò Miles Davis. Le vite degli artisti si parlano, si suggestionano.

Col cinema Miles Davis ha duettato alla grande. Ci ha lasciato una colonna sonora indimenticabile e struggente. è bella anche la storia che ha portato a costruirla.

Il film è Ascenseur pour l’échafaud, Ascensore per il patibolo, il film del 1958 che porta al successo Louis Malle e anticipa la Nouvelle Vague che sta per arrivare. La trama è un concentrato noir. Julien Tavernier è indotto dalla sua amante Florence a uccidere il suo principale in ufficio, nonché marito di lei. Egli prepara un piano accurato che dovrebbe portare alla morte dell’uomo, facendo pensare a tutti a un suicidio. Sembra andare tutto come previsto: Julien ha ucciso il rivale ed è scappato con dei documenti importanti, ma allontanandosi si accorge che la corda, di cui si è servito per entrare nell’ufficio della vittima, è ancora appesa al terrazzino. Deciso a eliminare quella prova, risale in ascensore nel palazzo, ma la corrente elettrica viene a mancare. Questo è il primo degli imprevisti che segneranno la tragedia.

Bene, Miles Davis viene chiamato da Louis Malle a Parigi a registrare la musica nella notte fra il 4 e il 5 dicembre del 1957. Si registra davanti a quanto è stato montato. Viene preparata la pellicola e si proiettano le immagini del film che non c’è ancora, perché non c’è ancora la musica. Niente preparazione, niente prove. Nessuna ripetizione. Capita un fatto trascurabile, una pellicina si stacca dalle labbra di Miles, e questo contrattempo, questa, minima, occasionale, variazione tecnica, finisce per regalare alla sua tromba quella voce incredibile. Così la camminata di Jean Moreau nella notte parigina è indimenticabile: accompagnata, segnata nella sua attesa da quelle note strepitose.

C’è un sacco d’altro, un sacco di ricordi, di citazioni. Un piccolo omaggio particolare a Miles Davis l’ha fatto Clint Eastwood (che di jazz se ne intende avendo firmato la regia del film su Charlie Parker) che Nel centro del mirino torna a casa, accende lo stereo e fa partire All blues. Anche con un paio di inquadrature, tra un colpo di pistola e l’altro, si può avere il tempo di omaggiare un grande.

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