La politica fotogenica di Flavia Perina

Non ha la calza sull’obiettivo, né il cerone per correggere le occhiaie. Non è necessariamente giovane, non è ben vestita

Vignetta di Maurizio Minoggio

Le facce dei ragazzi e delle ragazze di Tripoli sui tetti delle Toyota requisite nelle caserme di Gheddafi. Gli abbracci in strada a Tunisi, e quegli strilli di vittoria che sembra di sentirli.
Le T-shirt nere e le bandane rosse del Pirat Partiet, nella gran festa elettorale dopo la vittoria a Berlino. Ma anche la foto più bella della piazza di Pisapia, nella notte dei risultati: mille nasi all’insù e mille bocche aperte in un immaginabile oooh davanti alla prima, stupefacente proiezione sul maxischermo. La rivoluzione è fotogenica. E talvolta anche la politica sa esserlo.

Per questo, tra le dieci cose che possono riempire una vita, ci ho messo anche questa. Non sto, ovviamente, parlando di Stracquadanio o della Minetti, né dei traffici raccontati dai retroscenisti, e neppure della triste parodia di dibattito che vediamo nei talk show. Sto parlando del “Dioniso vittorioso, che trasformerà il mondo in una vacanza” che talvolta si affaccia come un lampo nel tran tran dell’ordine costituito e scombina le carte, apre nuove prospettive, spesso senza mantenere le promesse ma sempre suscitando il brivido della gioia. Le foto aiutano a capire. Ci sono quelle di Tano D’Amico che raccontano l’energia e la felicità degli anni 70 oltre lo stereotipo del sangue e della violenza. Ma c’è il fulmine dell’emozione assoluta anche nel garofano sventolato al Midas, e persino nel volto segnato di Berlinguer sul suo ultimo palco comiziale.
La politica fotogenica non ha la calza sull’obiettivo, né il cerone per correggere le occhiaie. Non è necessariamente giovane, non è ben vestita. E come dice Guccini, è difficile capire se non hai capito già: chi l’ha incrociata almeno per un momento sa come riconoscerla. Gli altri no.

Secondo il luogo comune, la “politica fotogenica” è indissolubilmente legata all’era delle ideologie, al comunismo e al fascismo, ai partiti di massa e al pathos rivoluzionario dei domani che cantano o dell’uomo nuovo. L’ultimo flash della serie, insomma, sarebbe quello del check point Charlie forzato da milioni di corpi nella notte del 9 novembre 1989, quando finirono tutti insieme il Muro, la guerra fredda e il Novecento. In realtà, quell’album è ancora aperto. Solo che non sappiamo più leggerlo perché, soprattutto in Italia, associamo alla politica stereotipi superficiali e infondati: opposizioni incazzate, maggioranze paludate, indignazione, rabbia, moniti e promesse.
Tutta roba noiosa, tutte – come diceva Spinoza – espressioni della “passione triste” di cui ha bisogno il potere per conservare se stesso. E forse non è un caso che quella citazione del filosofo, inserita nel prologo dell’ultimo tour di Vasco Rossi, abbia suscitato la più surreale polemica dell’estate, con l’editorialista di Libero Antonio Socci all’attacco contro “il finto ribellismo del mondo della canzone”.

Ma se invece di ragionare sull’ultimo editoriale del Corriere o sulle dichiarazioni di Cicchitto e D’Alema guardassimo le foto – Tripoli e Tunisi, Madrid e Milano, Berlino e New York – dopo una vittoria di piazza o nelle urne, capiremmo che il senso vero della politica è un altro. Non ideologia, né lotta per una poltrona ma la gioia delle idee che poundianamente diventano azione. La felicità di aprire una strada nuova. L’attimo fuggente in cui si prova a fare la storia, e talvolta ci si riesce.
E non ditemi che sto facendo la difesa d’ufficio di una categoria impresentabile, affondata dai Penati e dalle Ruby, dalle rughe dei settantenni inamovibili e dal rampantismo dei quarantenni, perché non è vero che c’è solo questo: è politica anche (soprattutto) l’allegria della rete che ha seppellito la miliardaria Moratti; è politica quella pazzesca e imprevedibile mobilitazione referendaria che ha trasformato i seggi del 12 giugno in happening di quartiere – “anche tu qui?” – e la sera dei risultati in una notte mundial, con mezzo Paese che si sentiva campione del Mondo.
Ecco, io in politica ci sono arrivata per questo. E consiglio l’esperienza a chi cerca un momento magico diverso dall’acquisto di un Rolex o di un Suv. Talvolta nella Polis succede, e rende felici.

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