Ma cos’è questa crisi? di Vladimiro Giacché
Una ricetta per il declino
Da un lato questa manovra deprime la domanda interna e quindi i consumi, dall’altro non programma alcun investimento pubblico e non interviene sulla dimensione delle imprese italiane, inadeguata a reggere il confronto internazionale. La sua filosofia si ispira alla famosa battuta di Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”.
Striscia di Danilo Maramotti
Tutto è iniziato a luglio, con l’andamento disastroso dei titoli di Stato. I rendimenti hanno cominciato a impennarsi, rendendo sempre più onerosi gli interessi che lo Stato italiano deve pagare su un debito che è già pari al 120% del prodotto interno lordo e quindi sempre più precaria la situazione dei conti pubblici.
Per la verità, si trattava di una tempesta annunciata, per almeno tre motivi.
Il primo è rappresentato dalla decisione assunta in sede europea nel marzo di quest’anno di rendere più stringente (rispetto a quanto stabilito a Maastricht) il patto di stabilità, imponendo un piano di rientro dai debiti che superano il 60% del prodotto interno lordo (pil) e prevedendo sanzioni per gli inadempienti: questa modifica, contro cui il governo italiano avrebbe potuto e dovuto esercitare il proprio potere di veto, di fatto metteva sotto i riflettori dei mercati internazionali proprio l’Italia, il Paese con il maggior debito pregresso dopo la Grecia (che però era già sotto attacco per altri motivi); e questo nonostante che dal punto di vista del deficit corrente (quello annuale) la situazione italiana fosse invece migliore della media dell’Eurozona.
Il secondo motivo è rappresentato dall’aggravarsi della situazione in Grecia e negli altri Paesi già sotto attacco (Irlanda e Portogallo), che ha prodotto un effetto-domino che si è esteso all’Italia. Il ragionamento degli investitori è lineare: se l’Europa non riesce a gestire con successo una crisi periferica come quella greca, come si può pensare che gestisca l’eventuale crisi di un Paese che ha un debito da 1,9 trilioni di euro?
Infine, il terzo motivo: la bassa crescita italiana, che fa sì che il rapporto debito/pil non possa migliorare in quanto il denominatore (il pil) non cresce.
A settembre, dopo un succedersi di manovre fatte, stravolte e peggiorate che ci ha reso ridicoli a livello mondiale, il risultato concreto è questo: una correzione di bilancio da 55 miliardi di euro di qui al 2014, che a regime sarà composta per il 78% di nuove entrate (ossia di nuove tasse), a fronte di una riduzione della spesa pubblica di 18 miliardi di euro, in gran parte scaricata sugli enti locali. La ciliegina sulla torta è costituita dall’aumento dell’1% dell’Iva (dal 20% al 21%), che è andata a sostituire il contributo di solidarietà imposto in una versione precedente della manovra ai cittadini che guadagnano oltre 90 mila euro all’anno.
Questo contributo è rimasto per i soli lavoratori pubblici (cosa probabilmente incostituzionale), mentre tra i lavoratori del settore privato la soglia è stata portata oltre i 300.000 mila euro annui: il risultato sono introiti di appena 300 milioni di euro all’anno, contro le previsioni iniziali di 3,7 miliardi di euro. Questo buco è stato colmato con l’Iva, un’imposta regressiva: le tasse indirette colpiscono infatti i poveri più dei ricchi (questo perché la proporzione del reddito speso in beni di consumo è maggiore per gli stipendi bassi che per quelli alti, i quali a differenza dei primi riescono a tesaurizzare una parte del reddito). Qualora poi non scattino gli introiti (finti) previsti dalla manovra per lotta all’evasione e altre voci non sicure, la copertura sarà garantita da tagli alle detrazioni fiscali per 4 miliardi nel 2012 e 12 miliardi nel 2013. È appena il caso di aggiungere che anche il taglio delle detrazioni fiscali colpisce in particolare i redditi più bassi.
In definitiva, la filosofia di questa manovra si ispira alla famosa battuta di Ettore Petrolini: “Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti”. La cosa che salta immediatamente agli occhi, riguardo a questa impostazione, è la sua palese iniquità in un Paese in cui ogni anno viene evaso qualcosa come 120 miliardi di euro (più del doppio dell’entità complessiva della manovra), e in cui il governo (praticamente unico in Europa) si rifiuta ostinatamente di introdurre qualsiasi forma di imposta patrimoniale.
Ma questa manovra non è soltanto iniqua: è inutile e controproducente. Gli effetti stimati sull’economia delle maggiori entrate e della riduzione della spesa pubblica previste sono la perdita di un punto percentuale di crescita. Infatti, siccome la manovra peserà sulle famiglie per 33 miliardi su 55, la domanda e i consumi si ridurranno. Il calo della domanda interna non potrà essere compensato dall’export, anche perché i nostri principali partner commerciali in Europa stanno varando misure di austerità. Del resto, gli ultimi dati sulla produzione industriale parlano chiaro: l’Italia a luglio arretra (-0,7%), mentre l’Europa in media registra una crescita (+1%). Non solo: su base annua (ossia da luglio 2010 a luglio 2011) la produzione di beni di consumo nel nostro Paese è calata del 7%, e nel settore del tessile e abbigliamento è addirittura crollata (-20%). Assistiamo allo sfarinamento di interi settori industriali.
Ma la manovra non affronta questo problema, che è poi il problema della crescita. Per questo sarebbero necessari forti investimenti in formazione di base e universitaria (questo governo li ha drasticamente ridotti), ricerca e sviluppo tecnologico (idem come sopra), infrastrutture utili (a questo governo interessano solo quelle inutili, come il ponte sullo Stretto e la Tav in Piemonte…).
Sarebbe necessario un riordino delle agevolazioni pubbliche alle imprese, che oggi costano decine di miliardi e sono fonte di infiniti sprechi e ruberie: esse andrebbero drasticamente ridotte, a favore di incentivi che incoraggino la concentrazione industriale (il nanocapitalismo italico, favorito dall’evasione fiscale, è diventato uno dei vincoli più gravi allo sviluppo) e gli investimenti in ricerca e innovazione da parte delle imprese private italiane (che da questo punto di vista sono il fanalino di coda in Europa). E infine sarebbero necessarie la restituzione allo Stato di compiti di orientamento degli investimenti e la ricostruzione di un forte settore pubblico dell’economia. Nella manovra c’è invece la privatizzazione delle municipalizzate…
L’unica misura “strutturale” che troviamo va nella direzione sbagliata: si tratta della libertà di licenziare, introdotta in maniera truffaldina nell’art. 8 della manovra. Questa misura aumenterà la precarizzazione dei rapporti di lavoro. Proprio quando è sempre più evidente che la precarizzazione già realizzata in questi anni, oltre a determinare un peggioramento della qualità della vita per un’intera generazione, non ha migliorato in alcun modo la competitività ed è tra le cause principali della debolezza della domanda interna che affligge da anni il nostro Paese.
Stando così le cose, questa manovra contiene tutti gli ingredienti di una ricetta per il declino: da un lato deprime ulteriormente la domanda interna e quindi i consumi, dall’altro non programma alcun investimento pubblico e non interviene su uno dei motivi fondamentali della scarsa competitività delle imprese italiane, ossia la dimensione inadeguata a reggere il confronto internazionale (in termini di economie di scala, organizzazione del lavoro, capacità d’investimento in innovazione). Il risultato sarà un’ulteriore perdita di competitività sui mercati internazionali e quindi di quote sull’export internazionale. Quindi la crisi di crescita continuerà e anzi si aggraverà. Con il risultato di peggiorare il rapporto debito/pil da due lati: da un lato, siccome il denominatore (il pil) diminuirà, quel rapporto peggiorerà (per far diminuire il numeratore occorrerebbe infatti un avanzo di bilancio, cosa impossibile nella situazione attuale); dall’altro, anche i vantaggi delle stesse politiche di austerità dal punto di vista della riduzione del deficit annuale (e quindi dell’accumulo di ulteriore debito) saranno vanificati per il semplice fatto che la diminuzione del pil ridurrà le entrate fiscali ordinarie. Il risultato di tutto questo sarà una forte recessione e un’accresciuta insostenibilità del debito pubblico.
Pare che Berlusconi abbia dichiarato di fare il premier “a tempo perso”. Visti i risultati, è ancora troppo.






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