A.A.A. vecchio saggio cercasi di David Bidussa

Una delle caratteristiche della crisi italiana sta nella inesistenza di un nucleo di ricambio. Ma all’appello non mancano i giovani. Mancano figure di vecchi saggi che possano parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere
vignetta di Danilo Maramotti

“Ricostruire non significa dunque cambiare il primo ministro né mutare la composizione della maggioranza. Significa, a mio giudizio, intervenire sulle quattro più gravi patologie dell’Italia di oggi: rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo luogo), rapporto tra questa e l’informazione (televisioni in primo luogo), funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei giudizi), rapporto tra Nord e Sud (federalismo). Sono patologie divenute talmente gravi da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né di destra né di sinistra”.

Sono le parole dell’ultimo editoriale – dal titolo “La necessità di ricostruire” – che Tommaso Padoa Schioppa pubblica il 21 novembre 2010 su sul Corriere della Sera.Esattamente quattro settimane dopo – il 18 dicembre 2010 – sarebbe morto.Lette oggi quelle parole non sono impressionanti per la loro persistente attualità, ma per un doppio motivo: da una parte costituiscono un segnalibro importante; dall’altra indicano un problema strutturale che si è aperto all’indomani di quella morte.

Primo motivo. Alle volte il destino mette nella penna le parole dell’addio. Quelle parole in un qualche modo rimangono e segnano una memoria. Talora invece non la segnano. In Italia, all’indomani della morte di Tommaso Padoa Schioppa è successo questo.

Secondo motivo. Con quella morte scompare l’ultimo vecchio saggio (espressione di una borghesia che pensa lo sviluppo e il benessere e non si fa abbagliare dall’agiatezza, direbbe Giuseppe De Rita) che poteva parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere. Una figura che, in nome di una propria storia passata, invita a farsi avanti. Sa che il suo tempo è finito, ma sa che un tempo nuovo sorge solo se si è disposti ad accompagnare per un tratto di strada un nuovo attore politico, non lasciandolo solo e non mortificandolo, ma facendolo crescere e maturare. Richiamandolo costantemente al rigore e al superamento del proprio corporativismo. Immediatamente prima di lui si era spenta la voce critica che per venti anni ha provato a parlare a una sinistra smarrita in nome dell’interesse generale. Era Vittorio Foa, forse la figura pubblica che più si è spesa non per il suo interesse personale, ma perché ci fosse il cambiamento, senza prevedere di goderne.

Un altro uomo solo, uno sconfitto.  Ma che proprio in forza di quella sconfitta poteva permettersi di obbligare tutti a riflettere.
E’ probabile, per come percepiamo la natura della crisi, non solo economica e finanziaria, ma anche politica, che quel cambiamento ci sembri non solo impossibile e allo stesso tempo necessario, ma anche privo di fondamento, senza una procedura. Una delle caratteristiche della crisi italiana sta proprio qui: nella inesistenza di un nucleo di ricambio, non solo politico, ma forse più drammaticamente generazionale. Ma allora dobbiamo chiederci perché.Molti pensano che ciò che va perseguito con tenacia sia la diserzione dei sostenitori dall’altra parte. A suo modo una sorta di “ripetizione del 25 luglio”. è un’ipotesi, ma è priva di fondamento. Non foss’altro perché il 25 luglio non lo si annuncia né lo si proclama, semplicemente avviene. Presume la sorpresa e lo smarrimento del potere in carica.Dunque qualsiasi ipotesi che batta quella strada è destinata se non al fallimento, almeno all’insuccesso.

Nel 25 luglio c’è un effetto sorpresa per una parte dei suoi protagonisti che consente a quell’atto perciò stesso di essere non solo efficace ma possibile. La tecnica dell’agguato e dell’inganno presume l’esistenza di un’alternativa e la possibilità di metterla in atto.

Ma chiediamoci: il ricambio può darsi solo in forza di un atto drammatico che spazza via tutti? Oppure è possibile anche un ricambio “dolce” senza violenza  e senza ostracismi? A un’analisi della durata e della longevità delle classi dirigenti italiane ci sarebbe da sostenere che in Italia quella seconda ipotesi non ha mai avuto corso. Ovvero che non si sia mai prodotto spontaneamente un avvicendamento di una classe politica con la precedente se non per palese esaurimento fisico e mentale di chi esprimeva governo. E sia. E allora domandiamoci: almeno il tentativo di dare forma e corpo a una nuova classe dirigente è stato talora affrontato, anche senza successo? Certamente, anche perché nella storia italiana forse una delle attività più frequentate nella classe politica è stato il reiterato tentativo di sostituzione e di avvicendamento.

Quando questo percorso non ha assunto la dimensione del gioco dietro le quinte e dell’inganno, si è presentato con una regolarità: la presenza di una figura pubblica, di un vecchio saggio che si assumeva il compito di esprimere in pubblico i deficit, le pecche, i vizi di un sistema che non poteva più continuare a perpetuarsi, nonché la necessità che si presentasse una nuova classe politica, più giovane.Non è successo occasionalmente nella storia italiana.

Alla fine del Settecento, nella Milano appena diventata Repubblica, quando il governo della città è alla ricerca di un punto di riferimento, è Pietro Verri a rappresentare quella figura, la voce morale delle riforme da fare, a fronte di un potere politico che stenta a intraprendere la strada del cambiamento, nella Milano repubblicana ancora incerta tra l’aristocrazia che teme le novità e la ristretta cerchia dei giacobini italiani che non hanno margini di manovra.Quella figura e quella funzione torna nel corso del Risorgimento.
A rappresentarla, almeno in parte, è l’ultimo grande giacobino italiano, Filippo Buonarroti, che in esilio prova a spiegare ai giovani nati nell’Italia di Napoleone e cresciuti nell’Italia della Restaurazione che cosa significhi far politica, organizzarsi, proporre un programma politico. In breve pensare un progetto. Gran parte di loro non starà col vecchio giacobino, ma i mazziniani sarebbero stati un’altra cosa se non avessero appreso la lezione della politica da Filippo Buonarroti.

Quattro generazioni dopo ci proverà di nuovo Filippo Turati, ancora nella sconfitta. Nel suo esilio parigino tra 1927 e 1932 il problema sarà individuare una nuova generazione che erediti il testimone di una guerra in cui si è stati sconfitti (Gaetano Salvemini scriverà parole impietose anche su di sé in quei mesi che forse andrebbero rilette oggi e non avrebbero niente di vecchio), ma che può essere ripresa solo in conseguenza dell’affermarsi di una nuova generazione, che  spesso bypassava quella naturalmente delegata al ricambio.

Un ruolo infine che non è venuto meno nell’Italia repubblicana e soprattutto in questa seconda repubblica che non è mai stata compiuta.  In anni più vicini a noi questo ruolo, infatti, l’hanno avuto in parte Norberto Bobbio ma soprattutto, come si è detto, Vittorio Foa, forse l’ultima figura disposta, in nome della propria curiosità, a guardare oltre il culto della propria persona in cui molti avrebbero voluto che si rinchiudesse.
Non è l’unica caratteristica di queste strane figure a renderle interessanti e per certi aspetti esemplari, ma anche il fatto che la figura del vecchio saggio ogni volta è emersa in una condizione di apparente disperazione a indicare temi, problemi, sensibilità in nome di una propria biografia, di una idea di impegno, di “altruismo”.
Ovvero a non proporre la protesta, e la domanda di cambiamento come un proprio trampolino di lancio. Nella storia italiana il processo di cambiamento ha spesso avuto la voce di un vecchio saggio che costituiva la figura pubblica che si assumeva il compito di chiedere uno scatto. Non è vero che oggi mancano all’appello i giovani. è vero il contrario: mancano figure di vecchi saggi. Il rinnovamento possibile comincia con qualcuno che non si tira indietro perché la scommessa per domani passa attraverso un atto di generosità.

L’esatto opposto di chi oggi è presente sul mercato del presunto cambiamento, sia nella classe politica sia in quella che, con un vero atto di wishful thinking, ci ostiniamo a chiamare “società civile”. Una categoria di irremovibili, di eterni giovani, soprattutto di eterni riciclati. Coloro che anche invecchiando non diventano saggi, perché non maturano la condizione del disinteresse. E dunque non sono credibili nemmeno quando danno consigli ed esprimono pareri sul rinnovamento, perché comunque il loro fine è l’autopromozione e la candidatura di sé come soggetti capaci di rappresentare al meglio il “nuovo che avanza”. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una società immobile, che funziona per cooptazione e che pensa, al più, di catturare o di appropriarsi del “nuovo che avanza” (presunto) ragionando come al “calcio-mercato”. Nella storia italiana recente è già successo. Per i più distratti si chiama Silvio Berlusconi. Può essere che il presidente della Fiorentina pensi di candidarsi, ma di solito vince chi ha più esperienza sul campo.

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