Generazione indignata di Stefano Feltri
Largo ai vecchi
I giovani? non ci riguarda.
Il governo Monti e l’apologia della dentiera
Il grande dibattito sulla manovra del governo di Mario Monti è stato un dibattito tra vecchi. Il professore della Bocconi era partito pieno di buone intenzioni: “Ciò che restringe le opportunità per i giovani si traduce poi in minori opportunità di crescita e di mobilità sociale per l’intero Paese”. Queste le parole in Senato, il 17 novembre. Poi, tra le tante lobby che hanno condizionato il percorso parlamentare del decreto “salva Italia”, quella dei vecchi è stata la più efficace.
Chi ha meno di 30 anni per settimane ha sfogliato i giornali senza sentire la necessità di leggere alcun articolo: la tassa sulla casa non lo riguarda di certo, se va bene sta in affitto. Non ha mica potuto investire nei Bot con rendimenti a due cifre negli anni Ottanta che sono serviti a pagare molte delle case che ora vengono tassate. Per lui, il trentenne, il debito pubblico è un muro che chiude le prospettive, non certo una ghiotta occasione di investimento.
Al trentenne non lo sfiorano di certo i prelievi sulle auto o le barche di lusso.
E niente lo annoia più dei patemi dei 58enni che già speravano di andare in pensione per mettersi in proprio, aprire l’agriturismo sognato da decenni, poter finalmente lavorare in nero. Anzi, sotto sotto il trentenne gode perché, come ha detto il ministro Elsa Fornero, per tenere al lavoro la gente fino a 67 anni bisognerà intervenire sulla “curva retributiva”. E il trentenne precario, avvezzo agli eufemismi dolorosi, sa che significa: stipendi più bassi, altro che scatti di anzianità.
Così anche i sessantenni potranno sentirsi di nuovo giovani: pochi soldi in tasca e zero autostima, come i loro figli. Difficile per il trentenne sentire una solidarietà perfino con i pensionati che le prime versioni della manovra colpivano bloccando l’aumento legato all’inflazione degli assegni tra 1000 e 1400 euro (poi salvati).
Secondo l’Istat, nel 2010 l’italiano medio guadagnava 1300 euro al mese, ma se aveva la disgrazia di essere giovane ne incassava soltanto 900. Ma questo non ha mai turbato molto i sindacati, composti per almeno metà da pensionati: la Cgil di Susanna Camusso ha ritrovato l’antico vigore soltanto quando si è trattato di battagliare sulla previdenza, superando anche le divisioni con Cisl e Uil per proclamare uno sciopero generale in poche ore. Da sbadigli anche un’altra emergenza nazionale: lo Stato farà i pagamenti in contanti solo fino a 500 euro.
Si discetta per giorni del destino della “vecchietta” (chissà perché sempre donna) che non riuscirà mai, considerata una decerebrata, a imparare a usare il bancomat e morirà di fame vittima del denaro elettronico.
Ma il partito dei vecchi trionfa: la soglia viene alzata a 1400 euro.
I più giovani pagano il conto della manovra come gli altri ma con meno cuscinetti. Con qualche eccezione: i tirocini obbligatori per le professioni potranno durare al massimo 18 mesi e non più 3 anni. A nessuno era venuto in mente prima che per aiutare i ragazzi al primo impiego bastasse limitare il periodo in cui è concesso ai loro datori di lavoro di sfruttarli. C’è pure un miliardo per incentivare le assunzioni a tempo indeterminato di donne e giovani (che costeranno alle aziende 10mila euro di Irap in meno). Ma di questo non si è molto parlato.
Perché i giovani, in fondo, non interessano, troppo privi di rappresentanza e con poco impatto politico, tranne che in rare circostanze come i referendum (quindi assai temute). Non riescono a scalare posizioni nelle istituzioni, nei partiti, nelle imprese e falliscono ogni tentativo di diventare lobby generazionale.
C’è stato stupore generale quando Monti, durante le consultazioni prima di accettare l’incarico di formare il governo, ha cercato un interlocutore dei giovani, elevati al rango di “parte sociale”.
Ma non ha trovato di meglio che il Forum nazionale dei giovani, ente misconosciuto che è servito negli anni scorsi a dare l’impressione che il ministro della Gioventù Giorgia Meloni dialogasse con qualcuno invece di monologare.
Chiusa la manovra, si parte con la riforma del mercato del lavoro (o “dell’articolo 18”, come piace dire alla minoranza che ne gode), e non è molto chiaro chi rappresenterà gli interessi dei giovani e dei precari, che spesso non sono più sinonimi. Devono stare attenti, perché la lobby dei vecchi sta già affilando le dentiere.
* Stefano Feltri, 27 anni, è responsabile delle pagine economiche del Fatto Quotidiano. Ha appena pubblicato Il giorno in cui l’euro morì.





