La bambina Licia Troisi di Fabio Geda

Posted by redazione on Tuesday Feb 23, 2010 Under Bambini nel tempo

“Elliott il drago invisibile è stata la chiave che ha spalancato, nel mio immaginario, la finestra sul fantasy.” Finestra dalla quale, affacciandosi, Licia Troisi ha visto un mondo di mondi: un Mondo Emerso

troisi1Illustrazione di Sergio Ponchione

Se cominciassimo dicendo che stiamo parlando di una scrittrice che ha già pubblicato due trilogie intere - che, per chi non fosse in grado di fare i conti, vuol dire sei libri - più i primi due libri di altre due trilogie - e siamo a dieci - più svariate trasposizioni a fumetti, un romanzo ecologista e alcuni racconti, e che, prima di cominciare a scrivere, si è specializzata in astrofisica con una tesi sulle particelle nane, be’, voi pensereste che stiamo parlando di una donna dalle molte primavere, over cinquanta, over quaranta, per lo meno, di qualche genio che scende dal Nord. Invece no. Stiamo parlando di una under trenta, e per giunta italianissima. Stiamo parlando di Licia Troisi.

Licia Troisi nasce a Roma nel 1980. Non da un uovo di Viverna, no. E neppure viene adottata da uno strambo professore che le spiega che dentro di lei sopravvive lo spirito di un drago, come accade all’orfana Sofia, presa in casa dal professor Schlafen nel primo libro della saga dedicata alla Ragazza drago.

Nasce in una famiglia come tante, Licia Troisi, che come tante, all’inizio degli anni Ottanta, le regala un pupazzo di gomma di Elliott il drago invisibile, intramontabile protagonista del film diretto da Don Chaffey nel 1977. “L’ho recuperato qualche settimana fa da casa dei miei genitori, quel pupazzo, e adesso è nella stanza di mia figlia Irene, che ha appena due mesi di vita. Credo di aver ricevuto una sorta di imprinting, da quel giocattolo. Elliott è stata la chiave che ha spalancato, nel mio immaginario, la finestra sul fantasy.” Finestra dalla quale, affacciandosi, Licia Troisi ha visto un mondo di mondi: un Mondo Emerso. “Ma intendiamoci, non è stato subito tutto un pullulare di animali fantastici, aure magiche e pietre dai poteri soprannaturali.

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Bambini nel tempo di Fabio Geda

Posted by redazione on Wednesday Jan 13, 2010 Under Bambini nel tempo

Il bambino Bollani

“A sei anni ho detto ai miei genitori che da grande avrei voluto fare il cantante. Il fatto era che non avevo per nulla una gran voce. Così, loro mi hanno risposto che se volevo fare il cantante era meglio che studiassi musica”

bollaniIllustrazione di Marco Marella

Stefano Bollani è rock. L’ho intuito la prima volta che l’ho visto su un palco, lui e il suo jazz, ne ho avuto parziale conferma rivedendolo suonare in teatro con la Banda Osiris, Enrico Rava e Gianmaria Testa nello spettacolo Guarda che Luna!, ma la certezza assoluta è giunta nel momento in cui mi ha confidato - io al telefono, fermo a un autogrill, lui a casa sua, credo, e credo pure stesse mangiando - che, da bambino, voleva essere Adriano Celentano.

Chiunque lo abbia visto suonare dal vivo, camaleontico, ironico e strabordante, si sarà chiesto, senza dubbio, quale fosse il suo riferimento artistico, non tanto strettamente musicale, quanto da performer, da animale del palco. Ora lo so, e posso confidarvelo: Adriano Celentano. E quindi, attraverso una vibrazione cosmica: Elvis Presley. Insomma, è più rock Stefano Bollani quando suona il jazz che molti gruppi che il rock puro tentano di farlo, senza riuscirci.

Stefano Bollani comincia presto. Inizia a battere sui tasti bianchi e neri del pianoforte che ha poco più di sei anni ed esordisce professionalmente a quindici. A venti, subito dopo il diploma di conservatorio conseguito a Firenze, subito dopo aver messo in piedi un gruppo con Irene Grandi giusto per conquistare una ragazza - così dice lui -, si fa le ossa come turnista nel giro della musica pop, con Raf e Jovanotti, tra gli altri. Da quel momento, dopo aver scelto la Repubblica Democratica del Jazz come patria d’elezione, non si contano più le collaborazioni eccellenti - da Richard Galliano a Pat Metheny, da Bobby McFerrin a Chick Corea - pestando con i piedi, le dita e il cuore i palchi più prestigiosi del mondo.

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Il bambino Mercalli di Fabio Geda

Posted by redazione on Friday Dec 18, 2009 Under Bambini nel tempo

“Stavamo in cucina, io e la mia nonna materna, ma c’era un orto, da qualche parte nel mondo, che aveva rifornito quella cucina di verze e spinaci e io mi chiedevo dov’era quell’orto e come erano nate quelle verdure. Qualche anno dopo ho cominciato a seminare i miei primi ortaggi, e quando hai dei pomodori a cui badare non puoi non prestare attenzione anche al tempo”

geda-dicembreIllustrazione di Marco Cazzato

Era l’inverno del 1980 e Luca Mercalli aveva quattordici anni quando a Torino, per la prima volta, - per la prima volta nella vita di Luca Mercalli, ovvio, forse non nella storia secolare della città - la neve non si è fatta vedere, nemmeno una spolverata, nulla. Un inverno senza neve non è un inverno, ha pensato lui. Perché non nevica? L’anno prima era andato ufficialmente in pensione il colonnello Edmondo Bernacca, conduttore della prima rubrica Rai dedicata alle previsioni meteorologiche. Che fosse questo il motivo? Che fosse uno sciopero affettivo delle nuvole per l’assenza del loro storico osservatore e presentatore? Ogni sera, il nostro Mercalli preadolescente accendeva la televisione per guardare le previsioni del tempo, per capire come mai non nevicasse. Ma questo non era sufficiente. Non trovava abbastanza soddisfazione. Non venivano fornite spiegazioni approfondite. Lui desiderava conoscere, non soltanto sapere i gradi centigradi, percepiti o meno, del giorno dopo.

“Ho cominciato quell’anno a interessarmi seriamente di meteorologia. Ho acquistato per posta un kit fai-da-te per la costruzione di un ricevitore satellitare e l’ho montato da solo, in camera mia. E non mi serviva per vedere Sky, ovviamente. Ho cominciato a cercare risposte nei libri che avevo in casa e, quando ho terminato i libri che avevo in casa, nei libri che trovavo in biblioteca o che ordinavo in America, nel caso non fossero tradotti in italiano. A sedici o diciassette anni mi sono abbonato a Weatherwise, una storica rivista americana di meteorologia. Costava un sacco di soldi quell’abbonamento ma io ero disposto a rinunciare al panino a scuola o a quant’altro pur di permettermelo. La parola per definire tutto questo è una sola: passione.”

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Bambini nel tempo di Fabio Geda

Posted by redazione on Thursday Nov 12, 2009 Under Bambini nel tempo

Il bambino Celestini

Ascanio Celestini non ha mai avuto una visione profetica durante la quale da bambino, una sera, ha visto se stesso adulto, allo specchio, il pubblico davanti, il sipario che si chiude, e non ha mai detto: da grande farò l’attore

bambini-nov

Illustrazione di Marco Cazzato

Mi chiamo Ascanio Celestini” dice lui. “Figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera. Mio padre rimetteva a posto i mobili, mobili vecchi o antichi. È nato al Quadraro e da ragazzino l’hanno portato a lavorare sotto padrone, in bottega, a San Lorenzo. Mia madre è di Tor Pignattara e da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d’Italia, e a quel tempo ballava il liscio. Quando s’è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera. Mio nonno paterno faceva il carrettiere a Trastevere. Con l’incidente è rimasto grande invalido del lavoro, è andato a lavorare al cinema Iris a Porta Pia. La mattina faceva le pulizie, pomeriggio e sera faceva la maschera, la notte faceva il guardiano. Sua moglie si chiamava Agnese, nata a Bedero. Io mi ricordo che si costruiva le scarpe coi guanti vecchi. Mio nonno materno si chiamava Giovanni e faceva il boscaiolo con Primo Carnera. Mia nonna materna è nata ad Anguillara Sabazia e si chiamava Marianna. La sorella, Fenisia, levava le fatture, e lei raccontava storie di streghe.” Read More

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