Il bambino Enaiatollah Akbari
Illustrazione di Sergio Ponchione
“Posso parlarti di quando i talebani hanno chiuso la scuola, Fabio?”. “Nel mare ci sono i coccodrilli”. Storia vera di Enaiatollah Akbari e del suo incredibile viaggio
Un pomeriggio piovoso di alcuni anni fa, ho dato un passaggio a un ragazzino romeno. Ero andato a prendere Luca, un piccolo ospite della comunità alloggio presso la quale lavoravo, alla fine del suo allenamento di calcio, e il ragazzino romeno in questione era un suo compagno di squadra. Disse di abitare fuori Torino e che uno strappo fino al capolinea dell’autobus era più che sufficiente. Risposi che non c’era problema, e salì sul furgone. Ora, sarà stato perché lui, quel giorno, aveva voglia di chiacchierare, o perché io ero particolarmente ben disposto, non saprei dirlo, fatto sta che cominciò a raccontarmi la sua vita, così, dal nulla, senza che io gli facessi una sola domanda. Disse di essere arrivato in Italia come clandestino, con suo padre. Che suo padre, poco tempo dopo il loro arrivo, era stato preso e chiuso in un Centro di permanenza temporanea e, alla fine, rimpatriato. Disse che alla polizia, suo padre, non aveva detto di avere un figlio con sé, e che quindi, di fatto, lo aveva abbandonato in Italia. Da allora, era ospite di una casa-famiglia. Poco prima che scendesse, ricordo di avere ancora avuto il tempo di chiedergli cosa stava facendo, e che cosa avrebbe fatto in futuro, o voluto fare. Ricordo perfettamente la sua risposta. Ricordo le pause e le parole. Disse: “Se mio padre mi ha lasciato qui, un motivo ci sarà. E questo motivo, secondo me, è la scuola. Lui mi ha sempre detto che per me era meglio studiare in Italia che studiare da noi, in Romania. Quindi, io per ora resto qua, e studio. Ma appena ho finito, scappo e vado a cercarlo”.






Illustrazione di Sergio Ponchione
Illustrazione di Marco Marella
Illustrazione di Marco Cazzato