Category: Chi non muore si risente

Chi non muore si risente di Dario Buzzolan

vignetta di Danilo Maramotti

Pronto, Don Giovanni Tenorio?

Pronto, chiamo dal ventunesimo secolo. Parlo con don Giovanni Tenorio?
“Per servirla, signore.”
Troppa grazia.
“Perché, ci ha creduto? Ah ah. Altro che per servirla. Per burlarla.”
Ah. Le piacciono le barzellette?
“Ma quali barzellette. Io mi faccio beffe del prossimo. È ben altra cosa.”
Ha ragione. Senta, don Tenorio. Nonostante lei non esista…
“Inesistente vorrà dirlo alla sua signora sorella, prego. Io esisto molto più di tutti voi, se non le dispiace.”
Suscettibile, il don. Ritiro. Però lasci stare mia sorella.
“E perché mai? Potrei venire dalle sue parti a conoscerla…”
Cominciamo bene. Dicevo, nonostante lei sia solo… come dire… un personaggio letterario (così va bene?)… Insomma, sa che di lei si è scritto e detto molto?
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Pronto, Cesare Lombroso?

Di DARIO BUZZOLAN. Vignetta di DANILO MARAMOTTI

 Pronto. Pronto, chiamo dal ventunesimo secolo. Parlo con il chiarissimo professor Cesare Lombroso?
“In persona signore. Lei chi sarebbe?”
Quello che le ha inviato l’incartamento. Lo ha ricevuto?
“Incartamento? Sia più preciso. Ricevo posta da ammiratori di tutto il mondo.”
Professore. L’incartamento con le fotografie.
“Fotografie?”
Ma sì. Immagini. Ritratti. L’incartamento dal futuro. Con quelle facce di…
“Dal futuro, ma certo! Futuro, ventunesimo secolo. Mi scusi, ero distratto, non ho dormito molto.”
Mi dispiace. Pensieri?
“Macché pensieri. Ho fatto un’ottima spesa.”
Di notte?
“Naturalmente. Al cimitero. Spogliai un sepolcreto con la complicità niente meno che di un procuratore del Re; e fu una buona fortuna per ambedue se i valligiani presero per un carico di zucche quei vecchi crani che ci gravavano le spalle dentro sacchi sdruciti.”
Sì. Bene. Professore, non voglio sapere.
“Me ne dolgo per lei: questa è scienza. Ma veniamo al suo incartamento. L’ho ricevuto già alcuni giorni or sono.”
Accidenti. Queste poste iper-spaziotemporali funzionano alla grande.
Da far impallidire la portentosa prioritaria.
“Lei parla una lingua incomprensibile. La catalogherò senz’altro come visionario.”
Detto da lei… arrossisco.
“Il suo fascicolo l’ho dunque consultato. Ma non sono certo di aver inteso i suoi desiderata.”
Professore, io… noi, qui nel ventunesimo secolo… abbiamo bisogno di aiuto.
“Di che si tratta?”
Disorientamento. La nostra classe dirigente… quelli che comandano… Insomma, a ogni elezione ci ritroviamo messi peggio.
“Elezioni? Sono assolutamente contrario all’estensione indiscriminata del suffragio.”
Lo so. Ma non è questo il punto, ormai. Il problema è che come ti giri trovi uno scandalo (anche due), un puttaniere (anche due), un ladro (anche due), un incompetente…
“…anche due. Ho capito. E io come posso esserle utile?”
Non sappiamo più a che santo votarci. Ci aiuti a distinguerli.
“Non incominci a parlar di santi. Lo sa che non ho gran confidenza con l’eunuca coltura del prete.”
Guardi quei ritratti. Le facce. E mi dica di loro.

“Mica facile, signore. Io da un volto posso riconoscere per certo un delinquente…”
Be’, sarebbe già qualcosa.
“I delinquenti presentano caratteri chiarissimi: l’abbondanza del pelo, l’eurignatismo, il gergo, i tatuaggi, l’amore dell’orgia, l’alcoolismo, la venere precoce, l’instabilità degli affetti…”
Amore dell’orgia? Instabilità degli affetti? Ahia.
“Eh. Quelli sono da mettere subito in condizioni di non nuocere. Il problema giuridico è in primis un problema d’igiene e profilassi.”
Suvvia professore, mi aiuti: mi dica cosa vede in quelle foto.
“E sia. Lo faccio solo in omaggio al suo essere uomo del futuro. Perché sono un convinto progressista, che diamine: ospito spesso a cena Anna Kuliscioff, nonostante sia una donna.”
Accidenti, quanto è progressista. Da non credere.
“In quale ordine procedo?”
A caso andrà benissimo.
“‘A caso’ non è scienza. Mi farò violenza. Cominciamo da questo… Oibò.”
Che accade, professore?
“Ha un viso di bragia. Ride con denti separati, e ha baffi tesi e una barbetta sottile… Se credessi al demonio, direi senza fallo che è lui in persona. Non essendo ciò possibile, resta pur sempre un individuo pittoresco.”
Andiamo oltre.
“E questo? Si vede solo metà volto.”
Ah, sì. Non arrivava all’obbiettivo. Come le sembra la metà che vede?
“Uhm. Ciuffo ribelle, occhi a fessura, labbro superiore sottile… Petulante.”
A dir poco, professore. Appresso?
“Dunque. Qui vedo un tizio con i baffetti.”
Ah, è arrivato in zona opposizione. Come le sembra?
“Non riesco a scorgerlo bene. È in ombra.”
Lui sempre. Per definizione. Il prossimo?
“Un signore quasi del tutto calvo, con sorriso gioviale e disorientato. Ha l’aria di non saper bene che vuole.”
Ancora opposizione. Poi?
“Un altro calvo: completamente calvo, con sguardo mansueto come da bove. È forse il servo della commedia dell’arte?”
Ma no, per carità. È addirittura poeta. Andiamo oltre.
“Oddio. E questo chi è?”
Descriva.
“Ha una cravatta verde, e sopracciglia folte, e sguardo ebbro, e una strana inquietante boccuccia, ed è ritratto nell’atto di aprirsi la camicia e mostrare una canottiera con un curioso disegno…”
Lasciamo perdere. Allora, che mi dice?
“Ecco… io…”
Professor Lombroso. Parli. Che cosa le fanno venire in mente queste foto?
“Signore del futuro, è da non credere. Io sono sconvolto.”
Ma perché? Che succede?
“Nulla. Non mi fanno venire in mente nulla. Non so che dire.”
Eppure deve darmi una risposta.
“Nulla assoluto. Sono basito. Ho studiato nani, giganti, telepati, individui coperti di pelo, ma questi… questi… Io pensavo che i miei stromenti fisiognomici potessero tutto, e ora… devo gettarli alle ortiche…”
No, professore, no! Per carità. Non voglio cambiare la Storia.
“Quello che è giusto è giusto. Ho fallito: mi darò all’occultismo.”
La prego. Guardi almeno l’ultima foto, quella nella busta separata. Guardi quel volto, e mi dica qualcosa almeno di lui.
“Ci provo. Mi conceda qualche istante.”
Allora. Cosa vede?
“…”
Professore…?
“Un altro calvo.”
Sì. Più o meno.
“Nelle mie ricerche ho scoperto che la calvizie è segno inequivocabile o di genio o di follia. Lei a quale delle due classi ascriverebbe il soggetto?”
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
“Eppure, aspetti. Questo è uno strano tipo di calvizie.”
Cioè?
“Pare quasi… che il soggetto voglia occultarla…”
E questo per cosa la fa propendere? Genio o folle?
“Baro.”
Professore, si consoli. La fisiognomica funziona. Ora devo andare. Mi saluti la signora Kuliscioff.
“Rappresenterò. Nonostante sia una donna.”
Naturalmente.
(clic.).

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Pronto, Carlo Cattaneo?

L’idea di poter chiacchierare con qualcuno che non c’è più, o non c’è mai stato, ha sempre affascinato scrittori e lettori, e attraversa il nostro immaginario assumendo mille forme. Nell’epoca delle interviste giornalistiche telefoniche della “battuta al volo” con viventi e (troppo) presenti, un po’ di sane telefonate agli assenti, alle ombre del passato o della fantasia, potrà forse far scoccare qualche scintilla di verità. O, almeno, farci sorridere: anche quando verrebbe da piangere. Questi, a grandi linee i plot della nuova rubrica di Dario Buzzolan. Si comincia con Carlo Cattaneo, pensatore conteso.

Testo di Dario Buzzolan. Vignetta di Danilo Maramotti

maramotti_cattaneo
Pronto. Chiamo dal ventunesimo secolo. Parlo con Carlo Cattaneo?
Il ventunesimo secolo? Meraviglia delle meraviglie! Oh uomo del Progresso Realizzato, la sua chiamata è per me cagione di gioia estrema. Quali nuove mi porta? Di quali fulgidi traguardi delle umane genti vuol mettermi a parte, signore?
Posso parlare?
Ah. Sì. Certo. Mi scusi, sa. L’entusiasmo.”
Non mi ha ancora risposto.
A quale proposito? Ben felice di farlo, su qualunque tema e materia. Vogliamo discettare di…
Ripartiamo. Parlo con Carlo Cattaneo? È lei o non è lei?
E mi ha chiamato solo per questo? Per sapere se io sono io? Non me l’aspettavo: un uomo del futuro, un uomo della Scienza progredita che mi chiama per pormi una banale e logora questione filosofica.”
Senta…
Se io sono io? Ma le pare che al giorno d’oggi, anzi di domani, si possano ancora formulare quesiti di questo genere? Astruse questioni, fantastiche ipotesi, asserzioni estranie e contrarie alla natura dell’uomo… La filosofia disprezza i fenomeni. Dunque io affermo che…
Signor Cattaneo. Carlo. Non ho chiamato per parlare di filosofia.
Ah. E allora perché, di grazia?
Provo a spiegare, se mi dà più di dieci secondi. E se frena l’entusiasmo. Allora. Il fatto è che qui, dalle mie parti, voglio dire nella mia epoca, insomma nell’Italia del ventunesimo secolo, lei è citato in continuazione. Addirittura monopolizzato.
Ma bene. Benissimo. Lo sapevo che lei si sarebbe fatto latore di ottime nuove.”
Freni l’entusiasmo, ripeto.
Per qual motivo mi citano?
Per via del federalismo.
Oh giubilo! Il mio sogno realizzato.”
Realizzato? Chi ha parlato di…
E mi dica: quali menti illuminate, quali pieghevolissimi ingegni si sono fatti propugnatori delle mie idee?
Dunque, vediamo. Come spiegare. Signor Cattaneo, dottore. Esimio. Oggi come oggi non c’è nessun federalismo. O meglio, ce n’è qualche pezzo, ma… Sì, insomma, la realtà è più complicata.
Ma come? Prima mi chiama e poi si mette a balbettare e smozzicar frasi prive di senso compiuto. Se il mio sogno non si è ancora avverato, comunque c’è qualcuno che mi cita in continuazione, ho capito bene? Che lotta per le mie idee: è così?
In un certo senso sì, però…
Oh. Bene. A un dato certo siamo giunti. Dunque qualcuno ha capito che il mio ragionamento è limpido. Qualcuno ha capito che l’uomo è un animale naturalmente sociale, che il lievito che fa fermentare le idee non si svolge in una mente sola, e che la corrente del pensiero vuole una pila elettrica di più cuori e di più intelletti. Menti associate. Allo stesso modo, l’unità di uno Stato può prosperare sanamente solo con l’alacre sviluppo della vita locale. Grandi menti, coloro che nella sua epoca hanno compreso tutto ciò. Le ripeto la domanda: di chi si tratta?
Dunque vediamo. Prima di chiamarla mi sembrava tutto così chiaro, ora mi manca il coraggio. Diciamo che indossano camicie verdi.
Verdi? Che significa? Io conosco le camicie rosse. Di verdi non ho mai sentito…
Il rosso non va più di moda. Decisamente.
Ma come? Erano così belle. Non che io lo ami alla follia, quel Garibaldi. Ma l’ho detto e lo ripeto: la sua camicia rossa è segno di giustizia e di redenzione, come un tempo era la croce di Cristo.”
Se la sentissero quei signori in verde…
Di questo verde proprio non capisco il motivo. Forse perché è uno dei colori della bandiera? Quel tricolore che facemmo sventolare sulle barricate a Milano nel 1848? È per questo?
Sì. Cioè no. Non esattamente. In realtà loro – i suoi fan di oggi – con la bandiera… Ecco, non so come dirglielo…
Ma su, parli. Se c’è di mezzo la bandiera non potrà esser certo una cosa così turpe.”
Per carità. Dicono soltanto di volerla usare… in bagno. Per pulirsi…
Non ho capito. Non credo di avere capito. Dev’esserci un disturbo sulla linea.”
E poi sostengono che celebrare l’anniversario dell’unità d’Italia è tempo sprecato.
Sì, certo. E magari che dovremmo tutti sventolare la bandiera asburgica. Ma mi faccia il piacere.”
Come… come ha fatto a indovinare?
Signore, ma lei è sicuro di chiamare davvero dal futuro?
Bella domanda. Se le raccontassero che qualcuno si trova ogni anno alla sorgente di un fiume sacro, e officia una specie di rito pagano con un’ampolla piena d’acqua, cosa direbbe?
Mi viene da ridere.”
A me mica tanto.
Giovanotto, io sono uno scienziato. Cosa c’entrano il Tricolore e la federazione degli Stati con ampolle e fiumi sacri e consimili diavolerie?
Altra bella domanda.
Perbacco. Ma tu guarda se uno deve ricevere una chiamata dal futuro per sentirsi raccontare di cose primitive.”
Posso ripetere le sue parole ai miei contemporanei?
Faccia, faccia. Tanto sono sempre più convinto che lei sia un burlone, e che non stia affatto chiamando dal futuro. Da un’epoca progredita. Se però è così, mi lasci essere sincero: non mi sembra stiate facendo un gran lavoro.”
Aspetti. Guardi che c’è anche un’opposizione. Un’opposizione che…
Non la sento più, all’improvviso la sua voce s’è fatta esile esile… Ora la saluto. Qui facciamo l’Italia. Mica bruscolini.”
Un attimo. Mi dia ancora un… Signor Cattaneo!
(clic)

Dario Buzzolan è nato a Torino nel 1966. È autore di cinque romanzi (tra cui Dall’altra parte degli occhi, Prix Calvino 1999, Favola dei due che divennero uno, I nostri occhi sporchi di terra, candidato al Premio Strega 2009), di testi teatrali, di saggi sul cinema. Collabora con la Rai, con la Repubblica e con il Festival internazionale del film di Roma.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)