Digital graffiti: Carta da pirati di Walter Molino

Posted by redazione on Saturday Feb 21, 2009 Under Digital graffiti

La questione dei diritti nell’era digitale e la ricerca di un equilibrio tra autoregolamentazione
dal basso e censura dall’alto

Illustrazione di Marco Marella

Titillato da tutte quelle lucine, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, in visita al polo tecnologico di Poste Italiane, lo scorso 3 dicembre a Roma, svicola fuori tema e annuncia l’imminente rivoluzione del web.

Al prossimo G8 ospitato in Sardegna, l’Italia porterà una propria proposta per la regolamentazione di internet. Caspita, lui dice, quale occasione migliore? Non solo è la terza volta che lo presiedo, e stavolta anzi è un G20, quindi sono veramente un Grande, ma lì “sarà rappresentato l’80% dell’economia e il 72% della popolazione mondiale”.

Sul web c’è troppa libertà, sostiene Silvio, e “l’Onu non potrà mai occuparsi di questo problema, è un luogo troppo pletorico”. Peccato che esattamente nelle stesse ore prendeva il via a Hyderabad, in India, la terza edizione dell’Internet Governance Forum (Igf), un appuntamento promosso (ma guarda un po’) dall’Onu per trattare il tema di internet come diritto universale, con la presenza, da tutto il mondo, di governi, aziende private, associazioni, lobby e liberi cittadini, organizzati in dynamic coalition, aggregazioni spontanee che riuniscono tutti i portatori di legittimi interessi su specifici segmenti del governo di internet: Stati, organizzazioni, società civile e settore privato, impegnati nella diffusione dell’alfabetizzazione digitale e dei diritti dei cittadini su internet, oltre che nella ricerca di un equilibrio tra autoregolamentazione dal basso e censura dall’alto.
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Un mondo parallelo nascosto tra i cunicoli fognari del mondo virtuale, una rete di gallerie
silenziose in cui domanda e offerta criminale si incontrano e fanno affari

Illustrazione di Marco Marella

Succulente informazioni esposte sui banchi come quarti di bue: carte di credito, codici di accesso a conti bancari, dati sensibili e pornografia. Miliardi di dollari che ingrassano un’economia sommersa e misteriosa, inaccessibile ai più. è il mercato delle vite e dei portafogli degli altri, il simbolo delle irrisolte contraddizioni dell’era digitale. Se credete alla favola della trasparenza della rete, provate a fare un giro nei meandri più oscuri dell’internet.

Per un anno alcuni esperti di Symantec, software house californiana, specializzata in programmi antivirus, si sono mimetizzati in questo mondo spazzatura che muove cifre vertiginose. Hanno spinto il mouse nei peggiori bordelli digitali della underground economy. Chat, forum, marketplace del crimine: niente a che vedere con eBay, da quelle parti non si mettono all’asta album Panini della stagione ’76-’77 o la 313 di Paolino Paperino, eppure si vende e si compra di tutto, ciò che conta è che sia illegale. Settantamila inserzionisti, 44 milioni di messaggi relativi a informazioni sensibili di utenti e istituti bancari. Oltre il 30% dei prodotti in vendita sono numeri delle carte di credito. Quali? Anche le nostre, potenzialmente. Un quinto della mercanzia riguarda le informazioni bancarie.

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Digital Graffiti: Casino Italia di Walter Molino

Posted by redazione on Tuesday Dec 9, 2008 Under Digital graffiti

Quando il banco vince sempre, ovvero dello straordinario business del gioco on line

Illustrazione di Marco Marella

Il nome, evocativo e codino, è skill games, giochi di abilità. Basta un computer ma anche un telefonino. Puntando da 50 centesimi fino a 100 euro si può giocare da casa, in treno, alla fermata dell’autobus o facendo la fila alla Posta. E persino dall’ufficio, anche in quelli pubblici, certo: la scure di Brunetta, che finirà per vietare l’accesso a Facebook nelle pubbliche amministrazioni, risparmierà i siti di scommesse sponsorizzati dal collega Tremonti. Nell’Italia che hanno in mente, in fondo, sarebbe solo una partita di giro per i fannulloni professionisti, tra soldi rubati con gli stipendi e restituiti col poker di Stato. Chissà che ne direbbe Gaber: se i fannulloni sono di sinistra, dove stanno gli idioti e i biscazzieri?

A scanso di equivoci, va ricordato che la legalizzazione del gioco on line è stata decisa nella precedente legislatura e con voto bipartisan. Dopo due anni di moratoria, decisa per provare a regolamentare un settore incontrollabile per definizione, e dominato da pescecani digitali d’ogni sorta, lo Stato ha alzato bandiera bianca. A fronte della chiusura di circa 1.200 siti illegali di scommesse e gioco d’azzardo, il mercato legale si è triplicato. Così, alla fine del marzo scorso, l’Italia ha spalancato le maglie della rete al gioco d’azzardo.

Anche perché, si tratti di gioco, pornografia o degli articoli di Filippo Facci, l’internet assorbe di tutto e non accetta barriere. I numeri, del resto, raccontano di un fenomeno impossibile da arginare: anche con lo stop imposto nel 2005, quasi due milioni di persone in Italia accedevano regolarmente ai casinò on line, per un giro d’affari che alla fine del 2008 fatturerà in Italia, complessivamente, 1,3 miliardi di euro, oltre 500 milioni in più del 2007. Nel solo mese di ottobre il primo operatore italiano, Gioco Digitale (www.giocodigitale.it), ha festeggiato il suo secondo compleanno raccogliendo la cifra record di 37,3 milioni di euro: 1,4 milioni con le scommesse sportive, 2,1 milioni con il Gratta e Vinci on line e ben 33,8 milioni con il poker. Read More

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Digital graffiti: International American Dream di Walter Molino

Posted by redazione on Tuesday Nov 18, 2008 Under Digital graffiti
illustrazione di Marco Marella

Dalla provincia di Pavia a Los Angeles, passando per San Siro. La storia di un’acquisizione, una delle tante nel mercato dei contenuti digitali, e neppure miliardaria. Che racconta come, in  tempi di crisi, la passione per il calcio – anzi, per l’Inter - possa fruttare talvolta qualcosa di meglio che una gastrite.

Milano San Siro, stadio Giuseppe Meazza, 12 febbraio 2006. Sono da poco passate le dieci di sera. Sul terreno di gioco si sfidano l’Inter di Roberto Mancini e la Juventus di Fabio Capello (e Luciano Moggi). Il punteggio è di 1 a 1. Calciopoli scoppierà di lì a un paio di mesi, nel frattempo tutto accade come deve. Al 39esimo minuto del secondo tempo il tuffatore ceco Pavel Nedved arranca scompostamente palla al piede verso l’area di rigore interista. Sbuffando dietro la bionda zazzera intuisce saettare al suo fianco l’ombra grifagna di Ivan Ramiro Cordoba Sepulveda, colombiano di Medellin, numero due nerazzurro, mestiere terzino. E’ un attimo, un soffio, un pensiero. Mentre il ceco si libra in volo sfiorato dal niente, Ivan Ramiro piomba sul pallone e un signore vestito di giallo sibila un fischio sinistro. Punizione dal limite. Tira Del Piero, palla nel sette, 2-1 e linguaccia. Juve in fuga e un altro scudetto andato.

Il popolo interista, in quel momento, ancora non sa che quel tricolore farà poi marcia indietro e che la vecchia signora pagherà con l’umiliazione della retrocessione in serie B quello e molti altri misfatti. Ciò di cui non dubitano i cuori nerazzurri, invece, è che in quello stesso momento le terga, il ciuffo, il cronografo e la sciarpa glamour di Roberto Mancini iniziano a rosolare sulla graticola della critica e di quel che rimane del bar dello sport. Il suo destino appare segnato, immutabile e uguale a quello degli altri dieci allenatori che lo hanno preceduto su quella panchina bollente da quando il club è nelle munifiche mani di Massimo Moratti, petroliere dagli innamoramenti (pallonari) facili.
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