Category: Il luogo del delitto

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Le cicatrici della memoria

Dopo la bufera scatenata dalla ricostruzione dell’attentato di Piazza Fontana tentata da Marco Tullio Giordana con “Romanzo di una strage”, il 17 maggio si compie il quarantesimo anniversario dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Difficile pensare a cosa ancora potrà dirsi, ma tutti non potranno che provarci, perché… perché alcuni delitti non finiscono mai

Non so dove ho letto che l’omicidio Calabresi è il nostro delitto Kennedy. Non credo che una frase così significhi nulla: è difficile pensare a un cortocircuito più semplicistico e artificioso, eppure quelle parole un punto almeno lo centrano. è difficile definirlo quel punto. E’ qualcosa che riguarda l’impatto collettivo, la lotta per ricostruire la verità, la stratificazione dei significati, la certezza di coinvolgere tutti.

Non c’entra la valutazione sul personaggio. Non c’entra quanto si fosse affezionati a lui. JFK poteva essere l’idolo delle folle o l’ipocrita democratico che stava regalando il Vietnam al suo Paese. Non c’entra. Il suo delitto è stato un delitto pubblico, epocale, e come tale si è attaccato addosso a tutti. Forse per questo non è mai stato veramente superato. La ricostruzione dello sparo di Dallas, le sue piste infinite sono tutte lì. In modo simile Piazza Fontana, l’omicidio Calabresi, l’omicidio Moro sono lì.
E appartengono tragicamente al dna di una nazione e dei suoi cittadini.

Gli americani amano i test, li usano per indagare ogni cosa, dalla dieta a zona ai misteri del Big bang. Spesso fanno ridere, a volte però i risultati sono sorprendenti.

Domanda 1. Puoi ricordare specifici dettagli o episodi particolari riguardanti il tuo primo giorno di scuola superiore?
Domanda 2. Puoi ricordare specifici dettagli o episodi particolari relativi al tuo primo giorno di asilo? Continue reading

Il luogl del delitto di Giorgio Scianna

La rivoluzione senza nome

Il 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli fu trovato morto ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Tra simboli dimenticati e ferite sempre aperte, la fotografia di un luogo del delitto grande come una nazione intera 

illustrazione di ALE+ALE

Un rivoluzionario è caduto. Lo dipingono ora come un isolato, un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Si, perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto. Continue reading

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Suonaci ancora, Miles

Vent’anni fa, il 28 settembre 1991, si spegneva il genio di Miles Davis. Musica. Libri. Storie.
Cinema. Teatro. Ricordo sbilenco di un jazzista a cui molti devono qualcosa

illustrazione di ALE+ALE


Occhiali da sole neri a mascherina, jeans e t-shirt ovviamente neri, Miles era un genio scostumato, collerico. Preferiva dire: “Fatti i cazzi tuoi, brutto stronzo”, piuttosto che “Ciao”. Però, ripeto: Miles Davis è stato un genio. Il suo jazz ha sconvolto da cima a fondo il vecchio jazz, lo ha messo in fila con la grande musica del secolo, spezzando l’ambito del virtuosismo e facendone un’espressione pura. La sua tromba è stata di esempio alla tromba per cui ha scritto Berio, e non viceversa. In duo, quella tromba e il sax di Coltrane hanno scritto a loro modo un’ideale “arte della variazione” che rappresenta uno snodo cruciale per la musica del futuro.
Enzo Siciliano su L’Espresso lo dipingeva così.

Del resto se la leggenda dice che si chiamava il principe delle tenebre qualche motivo ci doveva essere, al di là della qualità notturna di molta della sua musica.

Quincy Trupe in Io e Miles Davis (Pequod) racconta le vicende che l’hanno trasformato da fan adorante ad amico intimo di Miles Davis. Una costruzione di amicizia che passa dai vaffanculo di rito alle serate sulla veranda della villa di Malibu. Racconta anche, in maniera minuziosa, uno dei suoi capolavori, Kind of blue.

La musica è diventata densa. La gente mi dà dei pezzi e sono pieni d’accordi e io non li so suonare. Penso che nel jazz stia prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi sulle variazioni melodiche, piuttosto che armoniche. Ci saranno meno accordi ma infinite possibilità su cosa farne. è Miles che parla.

Kind of blue viene registrato in appena due sessioni. Improvvisato dal gruppo sulle strutture armoniche abbozzate, portando una carica rivoluzionaria al mondo del jazz. Quest’album dev’essere stato fatto in paradiso, dice il batterista Jimmy Cobb.

Miles Davis è la sua grande musica, è una vita irregolare dove però lui ha imposto un carisma enorme, insieme a una costruzione sapiente della propria immagine, continuamente aggiornata fino all’ultimo periodo con i vestiti colorati che l’hanno consacrato come icona della cultura pop.

Ma Miles Davis si è portato con sé anche una capacità innata di calamitare le più differenti forme artistiche.

Robert Lepage, l’originale regista teatrale e autore canadese, è stato folgorato da Miles Davis per il suo spettacolo Les aiguilles et l’opium. Solo che, invece di raccontare la sua vita come un fenomeno isolato, l’ha incastrata con un’altra di vita. Tutto nasce da una coincidenza, da quello che è poco più di uno spunto biografico. Nello stesso anno, il 1949, quell’anno baricentrico rispetto al ventesimo secolo, Miles Davis (jazzista americano) se ne va dall’America a Parigi dove si invaghisce di Juliette Gréco ed entra in un’angosciante crisi amorosa, mentre Jean Cocteau (scrittore e regista francese) se ne va dalla Francia a New York dove scrive Lettera agli americani. Ecco lo scheletro dello spettacolo che monta in maniera alternata i percorsi delle due vite, i loro mancati incastri, con filmati di repertorio e le musiche originarie, disegni e ombre cinesi. Continue reading

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

2011: Prontuario di Parole per l’uso

Tra ricorrenze nuove e parole vecchie incontro con il linguista Andrea Moro per mettere insieme un kit di sopravvivenza per comprendere cosa e come si può ancora “essere” nel nuovo anno

Illustrazione di ALE+ALE

Intanto non è un anno, ma un decennio quello che sta per iniziare. Quindi un’opera di pulizia e di riassetto dei cervelli deve essere fatta, almeno bisogna provarci. E bisogna partire dai cassetti. Dalle parole. Ogni tanto bisogna far ordine, conservare quello che serve e buttare via il resto, altrimenti le parole non tengono più. E quelle che si tengono bisogna registrarle, accordarle come i pianoforti. Per questo, per affrontare il nuovo anno, un linguista è più utile di un astrologo. Andrea Moro poi, studioso vicino a Noam Chomsky, che ha scritto un libro affascinante (Breve storia del verbo essere, Adelphi 2010), può forse illuminare le parole con un grimaldello potente, quello dell’essere.

Ci sono oggi una quantità importante di parole che non si capisce più cosa vogliano dire. Che ne so… essere pacifista, piuttosto che essere rivoluzionario o essere conservatore. Sono parole che se non vengono rimesse in asse rispetto ai tempi rischiano di restare scatole vuote, sarchiaponi o ga-bibbi dentro i quali ognuno mette ciò che vuole. Ma leggendo Moro ho capito, spero, una cosa più sottile e profonda rispetto a quella dell’usura delle parole. A tutte queste parole un significato si potrebbe anche riuscire a darlo. Con un po’ di appunti, ricordi, wikipedia, cos’è un pacifista si riuscirebbe ad abbozzarlo, così un rivoluzionario o un conservatore. Il segreto, la cosa più difficile da capire, sta invece nel verbo: cosa vuol dire oggi essere pacifista o rivoluzionario o conservatore.

Nell’analisi grammaticale il verbo essere fa generalmente parte di un predicato nominale, non di un predicato verbale. è un verbo, ma non è un verbo, perché piuttosto che inseguire un’azione preferisce accostarsi al mondo dei nomi, specificare, far vivere i nomi.

Nel suo studio Moro ha fatto qualcos’altro di molto più profondo, coprendo venticinque secoli di storia del pensiero e scavando tra i misteri filosofici di questo verbo fondante per l’uomo, ma forse può aiutarci in questo gioco dell’anno nuovo. Provare a capire cioè che cosa vuol dire essere un po’ di cose a cui ricorrenze, celebrazioni e conferme ci faranno pensare nel 2011 e più in là.

Giochiamo.
Beh, l’inizio più scontato: la celebrazione dei 150 anni d’Italia, una data fondamentale, ma della quale s’è parlato (giustamente) talmente tanto che l’idea che l’anno delle celebrazioni stia partendo solo adesso sembra incredibile. Che potranno dirci e farci vedere d’altro? Ma in un Paese dove tutto si reinventa ogni giorno e nulla cresce, anche il concetto di cittadinanza è qualcosa su cui si deve discutere e schierarsi.

essere italiano
In una lettera qualcuno scrisse: “l’Italia è solo un’espressione geografica”. Questo qualcuno era il conte Metternich che si rivolgeva al ministro degli Esteri britannico ed era il lontanissimo 1847. Sentendo certe pretese di oggi, vien da chiedersi se ben più di 150 anni dopo l’Italia è almeno un’espressione geografica. Consola il fatto che i confini non sono dettati dalla terra ma tracciati dalle persone che ci vivono sopra: dunque più che munirsi di filo spinato e tirar su nuovi muri, essere italiano oggi dovrebbe voler dire (ri)conoscere almeno con chi si abita per fare in modo di essere di più che un pezzo dell’atlante a forma di stivale.
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Dieci anni di Grande Fratello

Il 14 settembre del 2000 veniva lanciata in Italia la prima trasmissione del GF. Chissenefrega? Purtroppo no.

Testo di GIORGIO SCIANNA. Illustrazione di ALE+ALE

Intanto 1) Se fate una ricerca su Google il romanzo di un certo Orwell, che un po’ c’entra, faticate a trovarlo in mezzo a un oceano di byte dedicati al format televisivo arrivato alla decima versione. 2) Il numero di persone che in dieci anni si sono messe in fila per partecipare ai provini del GF equivalgono, più o meno, al numero degli abitanti di Parma. 3) Più di sette milioni di persone hanno guardato l’ultima finale. 4) Non c’è discoteca, balera o bagno in spiaggia che non abbia ospitato almeno un gieffino. 5) Per numero di Paesi colpiti (sì colpiti) – dal Big Brother australiano al Gran Hermano argentino, all’Africa, a Israele – il GF rappresenta uno dei trionfi della globalizzazione. 6) Tra un mese siamo da capo con il GF 11.

Quando è nato a me sembrava divertente. Confermava qualcosa che gli psicologi sapevano da molto tempo: un gruppo di persone isolate, costrette a interagire, mettono in piedi storie e relazioni al di là della loro volontà. Certo voyeurismo, certo riflettori in continuo delle telecamere, certo storie inquinate dagli interventi degli autori, ma dieci persone in una stanza non possono che interagire e diventare sceneggiatura. Il mondo aziendale lo sa bene. Quelli che si chiamano assessment, le sedute che servono per valutare i candidati da assumere o per decidere chi può fare carriera, non funzionano in modo molto diverso. Lì non ci sono le telecamere, ma i valutatori coi bloc-notes e il valutato lo sa che ci sono, che dovrebbe dire alcune cose e altre no, che dovrebbe sembrare paziente e dimostrare la piena attitudine all’ascolto, ma dopo un’ora che si tiene, alla fine non ce la fa più e se deve mandare al diavolo qualcuno finisce per farlo lo stesso, cambia solo le parole che usa, gli insulti che gli stanno uscendo, perché si ricorda dei blocnotes all’ultimo istante. Fare televisione così, storie nate dal nulla, dal caso, dal basso, poteva essere un esperimento interessante. Il problema è stato che poi questa gente è uscita dalla casa e ha invaso ogni spazio occupabile nelle trasmissioni: dai programmi di cucina al mattino alle comparsate notturne sulle reti locali, e lo ha fatto per dieci anni, quasi sempre senza talento alcuno. Così tra Grande Fratello, cloni del Grande Fratello, parodie del Grande Fratello, critiche al Grande Fratello si è finito per coprire buona parte della televisione generalista per dieci anni.


È un posto reale quello del GF, un luogo che è cambiato e ha cambiato l’idea stessa di abitazione. Dagli arredi spartani del 2000 alla versione ecologica del 2009 con la sua bioarchitettura, il rispetto per l’ambiente, pannelli solari e biopietre dappertutto. Quanto all’ultima versione, non si è badato a spese, esibendo una ricerca di stile preciso. Sarà per quello che ci sono decine di blog su internet in cui i bloggisti si interrogano sulla marca della lampada a forma di tulipano inquadrata in ogni momento. Il GF genera gusto. È l’unica casa che sette milioni di persone conoscono, ogni stanza, ogni elemento di arredo. Manco la Casa Bianca! C’è chi si vanta di costruire piscine simili a quelle interrate negli studi di produzione, è una pubblicità che conta più di mille cartelloni. Il GF condiziona il gusto.

Il GF condiziona il linguaggio. Ho sentito l’altro giorno tre ragazzi scherzare tra loro sull’autobus, e una quindicenne ha redarguito l’amico così: “piantala o ti mando in nomination”. Ma ovviamente con GF c’è in ballo molto di più, se il sociologo Zygmunt Bauman ne ha parlato ed è andato a scomodare persino l’idea di morte.

Bauman ha definito questa trasmissione: un’inquietante rappresentazione televisiva delle logiche di funzionamento del mondo d’oggi. Mentre nel romanzo di Orwell (1984), il Grande Fratello era una presenza intrusiva, dalla quale era impossibile liberarsi, viceversa, oggi, in questa forma di gioco televisivo il rischio maggiore diviene quello di essere esclusi, essere fatti fuori, dalla convergente scelta dei propri compagni e del pubblico. L’esperienza di esclusione, esemplificata dal format televisivo – definito da Bauman “vera e propria esperienza di morte figurata” – costituisce l’occasione (una delle tante) per avvertire la precarietà della vita individuale.

In altre parole il problema non è essere spiati, è non esserlo. Il rischio è quello di sparire, di non esistere del tutto. Gli inventori della legge-bavaglio devono saperlo bene. Vogliono sparire, non vogliono che nessuno li spii più, ma vogliono continuare a restare dentro “la casa” del potere. Ma questa è un’altra storia. Con la legge-bavaglio, tutti i ruoli si invertono e si va in cortocircuito.

Per gli altri, per le persone comuni, lontane Videocracy, il terrore è quello di non comparire, perché non comparire vuol dire non esistere. E questo diventa intollerabile: vada che condizionino la mia idea di lampada o di tavolino, ma che il rapporto con l’esistenza passi da lì non può che fare incazzare. Del resto se c’è tutta Parma in coda, non può essere solo per un abat-jour. Deve avere ragione Bauman. Quanto all’altra morte, quella vera, si è gia registrata in un reality gemello. Il tabù giornalistico, televisivo della morte in diretta è stato infranto senza troppo scandalo. Saad Khan, un concorrente di un reality show pachistano, è annegato mentre si sottoponeva a una delle prove di resistenza fisica previste dal programma. Khan stava attraversando un laghetto a nuoto con un peso di 7 chili sulle spalle quando è scomparso sotto le acque: la troupe ha cercato di salvarlo senza riuscirci e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori.

Negli ultimi anni tutto è diventato reality. Musica. Ballo. Soldi. Lavoro. È un format adattabile come plastilina. C’è la crisi? Negli Stati Uniti si è prodotto Someone’s gotta go. Una trasmissione con le nomination, le scelte, le votazioni e tutto il resto. Solo che è ambientata nelle piccole aziende in crisi, e il giochino è stato inventato per far decidere ai colleghi quali lavoratori lasciare a casa, licenziare. Mi sembra che il reality abbia cambiato pelle. Non è più Truman Show di Weir, che tutti continuano a citare, dove il protagonista veniva imprigionato suo malgrado nella trappola televisiva. Non è più un gioco tra spioni e spiati adulti consenzienti. Che facciano quello che vogliono. Non è più l’apoteosi del motto di Andy Warhol “Ognuno ha diritto ai suoi 15 minuti di celebrità”. Temo che sia successo qualcosa di peggio.

Dieci anni sono un bel pezzo di storia. Programmi che hanno condizionato le vite di generazioni sono stati poco più che meteore rispetto al GF. Basti pensare che Lascia o raddoppia, che è citato ossessivamente da tutti i manuali come uno dei programmi che hanno formato la lingua e le abitudini di un Paese, è stato programmato per circa tre anni. Queste sono durate da soap, da serial, da fiction. Non da reality.

(Da Linus settembre 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

LinusMondiale. FEBBRE 2010

Ke nako. È giunta l’ora, come dicono in Sudafrica. Il mondiale di calcio è qua. Proviamo a mescolare Pepe Carvalho, Garage Olimpo, l’omicidio Terreblanche, Clint Eastwood e una misteriosa ala destra. Ma si potrebbe metterci qualsiasi altra cosa, perché, si sa, i mondiali sono così: si prendono tutto.

Testo di GIORGIO SCIANNA illustrazione di ALE+ALE

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
Chi l’ha detto? Indizio: era una fantasiosa ala destra. Era uno che nella vita faceva tutt’altro, ma che al calcio finiva per tornarci sempre. “Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con la sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette”. Questo lo diceva Manuel Vázquez Montalbán, lo scrittore che a Barcellona ha creato il detective- gourmet Pepe Carvalho e che tra l’altro ha scritto il romanzo Il centravanti è stato assassinato verso sera. E se sono in due a dirlo la religione deve c’entrarci davvero qualcosa col calcio. Di certo di fedeli ne ha un sacco. Calcio e religione. Calcio e letteratura. Calcio e noir. Calcio e giornalismo. Calcio e politica. Il calcio è un mito che si può declinare in mille modi. Adesso però… calcio e Sudafrica. Mito più mito. Impossibile dire cosa succederà questa volta, di cosa si finirà per parlare davvero.
Il Sudafrica è un paese di media importanza economica, di medie dimensioni, di storia recente, piantato nel mezzo del lontano emisfero australe. Eppure lo conosciamo da sempre, non solo per l’apartheid, non solo per il vino. Lo conosciamo dalla cronaca, dai libri. È un Paese molto raccontato, uno di quei Paesi fortunati dove i suoi scrittori sono riusciti a imporsi al mondo raccontando la loro terra. Basta pensare ai suoi romanzieri, anzi solo ai suoi Nobel: J.M Coetzee, Nadine Gordimer, Doris Lessing (anche se lei è più vicina allo Zimbawe).
Quanto sia mito questo Paese, quanto riesca a trasformare in mito qualsiasi cosa tocchi lo abbiamo visto a febbraio. In tutto il mondo le prime pagine dei giornali, le scuole, i telegiornali hanno parlato di una partita di rugby di quindici anni fa. Il rugby. Un gioco di cui mezzo mondo non capisce le regole. Eppure tutti, giustamente, a parlare di Invictus, il film di Clint Eastwood che ha spaccato e ha mandato in mondovisione la storia degli Springboks, i ragazzi della nazionale di rugby, di come loro, insieme a Mandela, siano riusciti a vincere i mondiali, e per la prima volta a unire i neri e gli afrikaaner, almeno nel tifo. Mito. Nient’altro.

L’incontro tra calcio e Storia c’è sempre stato. A volte glorioso. A volte sordido. A tanti è rimasto addosso il film di Marco Bechis Garage Olimpo. Racconta un altro mondiale di calcio, quello del 1978 in Argentina, quello che l’Argentina ha vinto. Finale Argentina-Olanda. 3-1. Goal di Kempes, Nanninga, Bertoni. Ma la storia di Garage Olimpo non è quella del trionfo argentino, di un campionato voluto a tutti i costi dalla Giunta militare per sbattere in faccia al mondo la sua maschera sorridente, la storia è quella delle torture e dei desaparecidos. La scena più sconvolgente, che rimane addosso appunto, è quella delle scariche elettriche sulla parti delicate del corpo, mentre in sottofondo, lontano, si sentono le telecronache delle partite dei mondiali.
Fa un po’ schifo pensare a queste cose, anche perché, tornando alla religione, il mondo è rotondo perché Dio è tifoso di calcio. Lo dice Eduardo Galeano che di calcio ha diritto di parlare, perché è un scrittore che lo ha capito davvero questo gioco. “Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggiore scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese”.
È sempre lui che ci invita a non fidarci dell’enfasi retorica intorno al pallone, e dei dittatori quando vogliono illustrare, con la complicità di un Mundial, il finto benessere del loro Paese. Galeano torna sulla Coppa del mondo in Argentina, nel tempo di Videla e delle mamme di piazza di Maggio: “Parteciparono dieci Paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la sua benedizione. Al suono di una marcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare”. Detto come lo dice lui fa ancora più impressione. Ma questa volta siamo in Africa. È un’altra storia. Il calcio africano lo amiamo tutti. Dalla prima coppa d’Africa per Nazioni del 1957 a quando la Tunisia strapazzò il Messico 3 a 1 in Argentina.alealePurtroppo forse saranno i mondiali più blindati della storia. Pare che ci siano oltre 100.000 poliziotti a vigilare sul torneo, perché il Sudafrica ha grossi problemi sociali, con una disoccupazione del 24%, e ha grosse questioni di sicurezza ancora aperte, perché alcune città, come Johannesburg, restano pericolose. Il recente assassinio del leader estremista bianco Eugene Terreblanche non l’ha dimenticato nessuno. Il calcio è uno sport per neri. I mondiali vadano a farsi fottere. Sono le scritte che compaiono da queste parti. Eppure il Sudafrica sa di non poter fallire. Lo stadio tra la Table Mountain e l’oceano, la sua erba perfetta, i suoi settantamila posti sono lì per far vedere al mondo quanto questo sia un Paese moderno. Lo spettro dei posti vuoti si aggira da queste parti, il timore di non riuscire a ripetere il miracolo di coesione tifosa vissuto con gli Springboks anche. Eppure c’è mezzo mondo che vorrebbe essere lì, una sbirciatina ai voli low cost di giugno hanno provato a darla tutti e c’è da giurarci che la febbre per la finale, come è sempre stato, crescerà di giorno in giorno. Non possono toglierci anche questa certezza. La finale con le strade vuote, la gente in casa con le pizze e gli snob che vanno al cinema a vedere l’ultimo film di Cannes facendo incazzare le maschere che vorrebbero vederle loro le partite.
Ma adesso basta. Tappeto verde e fischio di inizio. Un’ultima cosa. Dato che quando si parla di religione va di moda parlare di segreti, voglio chiudere rivelando per una volta anch’io un grande segreto. Il mistero dell’immortalità del gioco del calcio. Ma, alla fine, non deve essere poi un gran mistero, almeno Galeano la fa facile: “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia”. Se è così Dio c’entra davvero. Buona partita a tutti.

PS A proposito. La frase all’inizio, quella che dice che il calcio è l’ultima cosa sacra, è di Pier Paolo Pasolini.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)