Category: La Borsa e la vita

La Borsa e la vita di Marco Esposito

Caro polizza, la rivincita dei virtuosi

Gli assicuratori seguono un principio tanto logico quanto insensato: se aumentano i sinistri, alzo i listini. Ma nell’Rc auto tariffe troppo alte spingono i clienti taglieggiati verso comportamenti scorretti

tavola di Mario Natangelo

Ci sono mestieri che hanno un’immagine pessima per quanto siano mossi da uno spirito nobile. Si pensi all’assicuratore. Tanti versano una piccola somma e l’assicuratore raccoglie il denaro, lo gestisce con cura e va in soccorso di chi incappa in un evento sfortunato: incendio, furto, incidente, malattia grave e finanche la morte.
In fondo è una traduzione del principio nobile del socialismo: da ciascuno secondo le proprie possibilità, a ciascuno secondo i propri bisogni.

Eppure le assicurazioni sono viste da alcuni come delle sanguisughe e da altri come delle macchinette sputasoldi da scassinare. La pessima immagine è legata a molte circostanze. La prima, forse banale ma in qualche modo significativa, è meramente linguistica.

L’assicuratore definisce “premio” la somma che deve pagare il cliente, “franchigia” un importo minimo che non è coperto da garanzia, “rivalsa” la possibilità per l’assicurazione di chiedere soldi all’assicurato.

E, visto che le parole hanno un senso, il cliente di fronte a un simile codice linguistico percepisce il contratto come una formula studiata per portare soldi sicuri dalle sue tasche a quelle della compagnia assicuratrice in cambio di rimborsi incerti e parziali. Per lui il premio, insomma, non c’è mai.

La seconda circostanza negativa è legata all’obbligatorietà della polizza sulla responsabilità civile per gli autoveicoli. Introdotta nel 1969, questa norma deve ancora essere digerita dagli automobilisti, i quali assimilano la Rc auto a un vero e proprio balzello, a una tassa dall’importo perennemente crescente. L’obbligo di assicurare vetture e moto risponde in realtà a un principio minimo di civiltà e nessuno si sentirebbe sicuro a girare su strade affollate da guidatori privi di polizza.

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La Borsa e la vita di Marco Esposito

Se il ponte divide
(ma fa bene al Pil)

Il 17 marzo è festa nazionale una tantum. E, visto che è giovedì, può essere lo spunto per una vacanza di quattro giorni. Ma le giornate lavorative in meno danneggiano la produzione e favoriscono i consumi.

In Italia ci si divide su tutto per cui non sorprende che ci si sia spaccati persino sulla proclamazione di una festa nazionale in occasione dei 150 anni dell’Unità, il 17 marzo 2011. I ministri della Lega Nord nel governo hanno votato contro e nel Mezzogiorno i movimenti neoborbonici hanno coniato lo slogan “non abbiamo nulla da festeggiare”.
La Lega, però, non ha detto che è contraria ai festeggiamenti in quanto tali, bensì ha colorato la sua valutazione di una patina produttivista: c’è la crisi, non è il caso di fermare le fabbriche. E anche la Confindustria ha sollevato il tema: un giorno di vacanza in più significa un giorno di produzione in meno e con la crisi che c’è quest’anno non possiamo permettercelo.
In realtà, come ha dimostrato l’Istat in una ricerca sull’effetto calendario sul Pil dal 1980 in poi, non c’è un automatismo tra giorni lavorativi e prodotto interno lordo. In alcuni anni la presenza di un ponte danneggia il Pil, in altri addirittura lo favorisce e anche se i primi casi sono un po’ più numerosi dei secondi non si può arrivare al principio causa-effetto che pure appare così in armonia con il senso comune: se lavoro, produco; se riposo, non produco.

In realtà il Pil misura tanto la produzione quanto i consumi e i ponti sono un’ottima occasione per mettere in movimento un po’ di consumi, come ben sanno gli albergatori e i negozianti delle aree turistiche. Certo, perché ci sia un ponte ricco di partenze e di voglia di consumare ci deve essere un po’ di ricchezza accumulata e il 2011 si presenta come un anno non troppo florido. A inizio marzo, inoltre, si è appena tenuto il Carnevale – molto in ritardo rispetto al calendario classico – il quale rappresenta soprattutto nel Nord Italia l’occasione per chiudere le scuole e fare un salto sulla neve o nelle città dove si festeggia in maschera, da Cento a Viareggio, a Venezia. Insomma questo ponte più che a metà marzo sarebbe stato ideale a inizio aprile, anche perché Pasqua arriva soltanto il 24 e Pasquetta si mangia addirittura il 25 aprile. Oppure il 2 maggio, in modo da recuperare la festa del Lavoro, che cade di domenica. Però la storia non è che la si possa piegare a piacimento e dopo il 17 marzo, con la proclamazione del Re d’Italia da parte del Parlamento riunito a Torino, non è che ci siano tanti eventi del 1861 da ricordare, visto che si passa dalla morte di Cavour all’esplosione della rivolta e della repressione nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Però il dibattito sul ponte improvvisato del 17-18-19-20 marzo 2011 può essere l’occasione per  ridiscutere il calendario delle festività italiane, il quale alterna anni in cui i giorni festivi cadono in coincidenza con le domeniche ad altri in cui si piazzano troppo in mezzo alla settimana per rappresentare un’occasione di svago e una opportunità di attività economica per le località turistiche. L’obiettivo dovrebbe essere avvicinarsi a un modello più americano. Al contrario di quello che si pensa di solito, non è affatto vero che negli Stati Uniti ci siano poche festività, perché quelle che ci sono si posizionano sul calendario in modo strategico. Per esempio dopo il Capodanno, che cade il primo gennaio in tutto il mondo, gli Usa festeggiano l’anniversario della nascita di Martin Luther King, ma non il 15 gennaio come sarebbe corretto bensì il “terzo lunedì di gennaio” in modo che la festività cada sempre vicina alla domenica per creare un piccolo ponte, ovvero un’occasione di svago mai troppo lunga e mai vanificata dalla coincidenza della festività con il weekend.

Passa un mesetto e il terzo lunedì di febbraio negli Usa arriva la “Giornata del presidente”, ancora una data mobile in memoria più o meno del compleanno di George Washington. E così via con il Memorial day (l’ultimo lunedì di maggio), la festa del Lavoro (il primo lunedì di settembre), il Columbus day (il secondo lunedì di ottobre), il Giorno dei Veterani (secondo venerdì di novembre), il Giorno del Ringraziamento (l’ultimo giovedì di novembre). A queste festività mobili se ne aggiungono altre, poche, fisse sul calendario, come il 4 luglio – giorno dell’Indipendenza – e ovviamente il Natale. Ma la regola generale è chiara: festività cadenzate più o meno una al mese che cadono il lunedì o il venerdì in modo da unirsi al weekend, con l’eccezione del Thanksgiving day che si ripete ogni anno il giovedì a fine novembre, così da offrire a tutti gli americani un ponte lungo, per riunire le famiglie di fronte al tradizionale tacchino.

I ponti, insomma, fanno bene alla salute e all’economia se ben ritmati e tali da allungare il fine settimana, mentre spezzano la produttività senza vantaggio per i consumi se cadono per esempio il mercoledì. In Italia ci sono buchi senza festività per esempio tra il 6 gennaio e Pasqua nonché da Ferragosto al primo novembre, e festività molto ravvicinate come l’1 e il 6 gennaio oppure il 25 aprile e il Primo maggio. Questi ultimi sono distanti sei giorni, con il risultato che a volte entrambe le giornate cadono in un fine settimana (per esempio il 25 aprile di domenica e il primo maggio di sabato) e altre volte inutilmente in mezzo alla settimana (per esempio 25 aprile il giovedì e Primo maggio il mercoledì, come accadrà nel 2013) con la conseguenza che per due settimane si lavora in modo spezzettato senza che ci sia una chiara possibilità di ponte. In America non avrebbero avuto dubbi e avrebbero festeggiato la Liberazione l’ultimo venerdì di aprile e il Lavoro il lunedì successivo in modo da avere tutti gli anni quattro giorni consecutivi, senza sorprese di calendario. Peraltro il 25 aprile era già una festività durante il fascismo (la nascita di Guglielmo Marconi) e la Liberazione non è avvenuta in quel giorno preciso ma nell’arco di alcuni giorni visto che Benito Mussolini il 25 aprile era ancora a Milano e fu catturato dai partigiani solo il 27, per essere fucilato il 28 aprile.

E così il 2 giugno in salsa americana sarebbe senza alcun dubbio diventato il primo lunedì di giugno in modo da avere tutti gli anni un weekend lungo tre giorni e non come quest’anno un possibile ponte di quattro giorni (la festa della Repubblica nel 2011 cade di giovedì) mentre nel 2012 la festa sarà sprecata perché il 2 giugno coincide con il sabato.

In Italia si è invece oscillato tra eccesso di festività ed estrema rigidità. Le festività sono state ridotte nel 1913, moltiplicate negli anni Venti, cancellate per la guerra nel 1941, ripristinate e incrementate negli anni Quaranta e Cinquanta. Durante il fascismo fu riconosciuta agli effetti civili la festa di San Giuseppe (19 marzo); divennero feste nazionali il 21 aprile (Natale di Roma) e il 28 ottobre (marcia su Roma) e furono introdotte le ricorrenze civili (da festeggiare dopo l’orario di lavoro) del 23 marzo (fondazione dei Fasci), del 25 aprile (nascita di Guglielmo Marconi), del 9 maggio (proclamazione dell’impero), del 24 maggio (entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale) e del 12 ottobre (scoperta dell’America). Queste feste furono tolte dal calendario dopo la Seconda guerra mondiale. Però curiosamente dal 2004 la data del 12 ottobre è diventata Giornata nazionale del Columbus day, in onore di Cristoforo Colombo, senza però diventare una vera festività, al contrario di quanto accade negli Usa, dove la data è mobile e coincide con il secondo lunedì di ottobre. Per cui quest’anno lunedì 10 ottobre si festeggia il Columbus day in America e mercoledì 12 lo si festeggia lavorando in Italia.

Tornando alle sforbiciate, alla metà degli anni Settanta in fase di austerity ci si è accorti che le festività erano tantissime. E così nel 1977 le si è cancellate o spostate alla domenica. Quindi le si è in parte ripristinate, ma di nuovo in modo rigido sul calendario. Per esempio il 6 gennaio è stato cancellato nel 1977 e resuscitato nel 1986. Il 2 giugno è stato spostato alla prima domenica di giugno nel 1977, festeggiato una tantum lunedì 2 giugno 1986, ripristinato in modo rigido nel 2001. Il 4 novembre, introdotto nel 1922 per festeggiare la vittoria della Prima guerra mondiale, è dal 1977 spostato alla prima domenica di novembre e chiamato prima festa delle Forze armate e poi dell’Unità nazionale; ma a nessuno è venuto in mente di spostare la festa al primo lunedì di novembre. A proposito, quest’anno la prima domenica di novembre è il giorno 6 per cui l’Unità nazionale la si celebrerà due volte: giovedì 17 marzo e domenica 6 novembre. Insomma: un pasticcio. Meno male che di Unità d’Italia non si riparlerà fino al 2061.

P.S. A proposito di pasticci, nel numero di gennaio della rubrica ho scritto che alla Normale di Pisa gli studenti toscani sono la maggioranza. Il dato si riferiva all’Università di Pisa. Me ne scuso con gli interessati e con i lettori.

La borsa e la vita di Marco Esposito

Vignetta di Danilo Maramotti

Federalismo o feudalesimo?

Le tasse del Nord restino al Nord. E quelle di Belluno ai bellunesi? Quando ogni territorio rivendica la propria sovranità fiscale non si produce una riforma tributaria ma il ritorno al Medioevo

Decreto più decreto meno, il federalismo fiscale è ormai in dirittura d’arrivo. E già si intravedono i delusi. C’è chi si aspettava di più, c’è chi teme di averci rimesso le penne. Una cosa però è certa. Il Carroccio è riuscito a vincere una battaglia culturale: convincere gli italiani tutti del principio che le tasse sono dei territori, con le province ricche che per generosità più o meno forzata danno una mano a quelle meno fortunate.

Parlare di “tasse dei territori” sembra una banalità, quasi un fatto ovvio e invece la potestà dei territori sulle imposte ricorda il feudalesimo più che il federalismo. In Italia dalla fine del Medioevo non esistono tasse pagate “dai territori”. Infatti chi versa le imposte, il contribuente, può essere una persona fisica, cioè un cittadino, o giuridica, cioè un’impresa. Non è mai una città, una provincia, una regione. Eppure, con uno dei tanti cortocircuiti linguistici ideati dai leghisti, si parla ormai senza più farci caso di “Nord che paga le tasse”. “Tasse del Veneto”. Si dirà: si intende “cittadini e imprese del Nord (o del Veneto) che pagano le tasse”. Continue reading

SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE

Provate voi a lavorare alla catena di montaggio dalle dieci di sera alle sei del mattino con tre pause di dieci minuti. Con la mensa nell’ultima mezz’ora di turno, salvo recuperi produttivi. Si comincia da Pomigliano.
Testo di MARCO ESPOSITO. Vignetta di RICCARDO MARASSI

In undici minuti si cuoce un piatto di spaghetti.  Nello stesso tempo vanno  sfornate otto Fiat Panda. Di giorno,  di notte, dalla domenica sera alle 22 alla stessa ora del sabato,  in modo da arrivare a 280 mila vetturette a fine anno. Il  nome dello stabilimento è altisonante: Giambattista Vico.  Ma la Filosofiat che vi si praticherà dal 2012 si basa su un  concetto elementare: la produzione non può fermarsi. 

Nella storia di Pomigliano, va riconosciuto, la produzione si  è fermata spesso. La prima volta per i bombardamenti degli  americani nel 1943, con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio  fresco d’inaugurazione e le palazzine, che dall’alto hanno la  forma del fascio littorio, appena consegnate agli operai. Poi  ci si è fermati per le partite del Napoli negli anni Settanta e  Ottanta. E di recente è accaduto soprattutto per consentire ai  dipendenti di partecipare agli scrutini elettorali. Il pugno  duro di Sergio Marchionne quindi è stato salutato da molti  come la risposta a una situazione insostenibile, ancor di più  perché l’insufficiente attaccamento al lavoro sembra un  insulto al buonsenso se si verifica nella regione, la  Campania, con il più basso tasso di occupati d’Europa. 

Il capitolo dell’accordo firmato dalla Fiat e da una parte dei  sindacati che prevede interventi per frenare l’eccesso di  assenze non può quindi destare scandalo. Marchionne,  peraltro, chiede non l’obbligo alla presenza bensì la chiusura  dello stabilimento con ferie collettive in occasione di consultazioni  elettorali e referendarie. C’è stato anche un allarme  sulla presunta lesione del diritto di sciopero, il quale  peraltro è tutelato dalla Costituzione e non può esser messo  in discussione da un accordo sindacale. In effetti nell’intesa  siglata dai metalmeccanici di Cisl e Uil si introduce il divieto,  pena sanzioni per i sindacati, di proclamare scioperi nei  giorni nei quali si è già concordato il lavoro straordinario. 

Tuttavia dal punto di vista formale si tratta di una autoregolamentazione.  La possibilità di scioperare a Pomigliano è in  effetti ancora legittima ed esplicitamente richiamata dall’accordo  nella parte che tende a frenare la presentazione di certificati  medici in concomitanza con le giornate di sciopero.  L’operaio di Pomigliano quindi può scioperare ma non fingersi  ammalato per non pagare la giornata di assenza. 

Tutto bene, allora? Insomma. La scommessa di riportare  in Italia la produzione della Panda ha come contropartita  non tanto una contrazione dei diritti dei lavoratori quanto  un drastico peggioramento della qualità della vita,  tutta orientata alle esigenze della catena di montaggio. E  viene da chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato in  un mondo che ancora nel 2010 piega le esigenze della  persona a quelle delle macchine. A Pomigliano si lavorerà  su tre turni (6-14, 14-22 e 22-6) per sei giorni alla settimana  per un totale di diciotto turni. Resta sacra la  domenica anche per non pagare le maggiorazioni legate  al lavoro nei festivi. 

Le pause fisiologiche non saranno individuali ma collettive:  10 minuti simultanei per tutti tre volte nell’arco delle  otto ore. Il tradizionale stacco per la mensa non sarà più  uno stacco perché la mezz’ora di pausa per mangiare è  spostata alla fine del turno. In pratica chi attacca a lavorare  alle 6 del mattino deve aspettare l’una e trenta per  addentare un panino. Sempre che tutto sia filato liscio: c’è  la possibilità per l’azienda di cancellare la mensa per recuperare  con il lavoro straordinario eventuali intoppi nella  produzione. Ci saranno settimane nelle quali si lavorerà  sei giorni, dal lunedì al sabato, alternate con altre nelle  quali si lavorerà quattro giorni, con due di riposo a rotazione  i lunedì e martedì, poi il mercoledì e il giovedì, quindi  il venerdì e il sabato. Nello schema dei turni allegato all’accordo si scopre così che per avere un normale sabato  e domenica di riposo si devono aspettare sei settimane. 

Naturalmente ai lavoratori vengono pagate le maggiorazioni  di contratto e per il disagio del lavoro su tre turni si guadagneranno  3.000 euro lordi all’anno in più. Ma il punto è: ha  senso una vita completamente piegata alle esigenze delle  macchine? 

L’alternativa alla catena di montaggio non è stata ancora  inventata. E se per mantenere i costi bassi è necessario tenere  le linee in movimento 24 ore su 24 è giusto che i sindacati  consentano all’azienda di organizzarsi per una piena  produzione, pena lo spostamento all’estero degli stabilimenti.  Quel che appare incomprensibile è l’idea che il singolo  lavoratore debba adattarsi completamente alle esigenze  della macchina. Il ritmo di vita dei lavoratori di Pomigliano  sarà scandito da tabelle che si ripetono uguali ogni 18 settimane.  Si comincia, per esempio, con una settimana lavorata  dal lunedì al sabato con il turno 1. Ciò vuol dire entrare il  lunedì alle 6 di mattina, lavorare in attesa delle tre pause  obbligatorie e collettive di 10 minuti (tutti in coda al bagno  o alla macchinetta del caffè) quindi allo scoccare delle 13.30  andare per mezz’ora in mensa, poi staccare per ricominciare  il giorno seguente. La settimana successiva scatta il turno  3, quello notturno (si entra alle 22 e si finisce alle 5.30 per  un allettante pranzo all’alba), turno che prevede un permesso  fisso il lunedì, quindi uno o due giorni di riposo.  Arriva poi la settimana con il turno centrale, il 2, che è il più  agevole perché prevede l’ingresso alle 14 – si immagina già  mangiati – e la cena alle 21.30. Torna quindi il turno 1, ma  con un diverso ritmo dei riposi settimanali. E così via, salvo  richiesta di straordinario da parte dell’azienda con il limite  di 80 ore all’anno. Un modello che alterna lavoro e riposi e  rischia di lasciare sullo sfondo la vita. 

Perché continuare a ragionare in termini di giornata lavorativa  di otto ore come se otto ore di ufficio fossero paragonabili  a otto di catena di montaggio? Un’organizzazione di  quattro turni di sei ore potrebbe coprire altrettanto bene e  forse meglio l’arco delle 24 ore. Infatti il sistema che scatterà  a Pomigliano una volta che sarà trasferita la catena di  montaggio della Panda dalla Polonia prevede tre ore al giorno  di stop tra pausa mensa (mezz’ora per turno) e soste  fisiologiche (tre pause di 10 minuti per turno). Tre ore di  stop che potrebbero essere dimezzate consentendo due  pause di 10-15 minuti per ogni turno di sei ore ed eliminando  la pausa mensa, che sarebbe monetizzata. Chi entra in  azienda alle 6 del mattino, con tale sistema, andrebbe a  mangiare a casa a mezzogiorno. In pratica l’azienda si  garantirebbe un’ora e mezza al giorno di produzione in più  grazie alla scomparsa della pausa mensa. Il lavoratore  potrebbe scegliere tra una settimana lavorativa di 36 ore (6  ore dal lunedì al sabato) oppure di 30 ore, con un riposo a  scorrimento. La riduzione dell’orario da 40 (di cui 37,5 lavorate)  a 36 ore avverrebbe a sostanziale parità di salario grazie  alla monetizzazione della mensa. Chi invece dovesse  scegliere le 30 ore guadagnerà meno ma avrà una qualità  della vita decisamente più sopportabile. È noto infatti che  nel caso di attività ripetitive le ore più stancanti e a maggior  rischio di incidenti sono proprio quelle di fine turno; ridurre  l’orario giornaliero da otto a sei ore diminuisce il tasso di  affaticamento e di logoramento fisico dell’individuo. 

Non solo: passare da tre a quattro turni giornalieri significa  aumentare almeno del 10% e potenzialmente di un terzo la  forza lavoro necessaria, in nome del noto principio che se si  lavora meno si lavora in più persone. Se la scelta di scendere  da 36 a 30 ore dovesse interessare un turnista su due si  creerebbero altri 1.000 posti di lavoro. Insomma: lavorare  meno, lavorare in tanti, produrre al meglio. 

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Chissà nel federalismo

Le ideologie sono tramontate? Non tutte. Un novello Gaber potrebbe aggiornare “Chissà nel socialismo” e raccontare che il federalismo in arrivo entro il 30 giugno 2010 ci renderà tutti più giusti e più sani.

Testo di MARCO ESPOSITO. Vignette di MAURIZIO MINOGGIO

Scegliere un lavoro è il mio problema, ma è colpa del sistema, la mia immobilità…” cantava Giorgio Gaber per poi concludere ironico: “Chissà nel socialismo… che lavori!”. Sembra mille anni fa e in effetti di tempo ne è passato: Chissà nel socialismo è una canzone del 1978. Altra epoca, altre ideologie. Poi le ideologie sono cadute, tutte tranne una: il federalismo. In Italia si pagano troppe tasse? L’amministrazione pubblica si inceppa? La sanità spreca soldi? “Chissà nel federalismo…”

Il federalismo fiscale, di per sé, è un tema di una noia mortale, tale da appesantire la palpebra persino ai dottori commercialisti. Eppure, condito del sale e delle passioni che accompagnano ogni ideologia, in nome di tecnicismi come il federalismo demaniale o quello fiscale “orizzontale” e “verticale” si sono in questi mesi combattute battaglie e raggiunte intese in Italia impensabili. Addirittura si è visto in Parlamento Di Pietro votare come Berlusconi e Bossi e ormai la data-chiave del 30 giugno 2010 per l’approvazione dei decreti delegati è alle porte.

Le ideologie hanno il pregio di accendere i cuori ma tendono a ottenebrare i cervelli. E così persino un professore serio e competente come Luca Ricolfi quando ha scritto il suo “saggio sulla giustizia territoriale” lo ha titolato brutalmente Il sacco del Nord accusando i meridionali di depredare la parte più ricca del Paese. Sacco consentito, si sottintende, dall’Italia centralista e però… chissà con il federalismo. Una ruberia che ha portato scarsi risultati, evidentemente, visto che (lo si vede in una tabella del libro) 150 anni fa il divario Nord-Sud era inesistente e adesso è abissale.

Per capire come si possano piegare i fatti alle passioni sono sufficienti due esempi. Il primo: Ricolfi giudica un “trucco” dei meridionalisti accusare società come le Fs di effettuare investimenti più al Nord che al Sud perché le Ferrovie dello Stato sono una società per azioni e quindi tecnicamente non sono lo Stato. Vero, ma se le Fs – controllate al 100% dallo Stato – al Sud vanno peggio con chi bisogna prendersela?

minoggio

Secondo esempio: Ricolfi ammette che il potere di acquisto nel Sud Italia sia più basso (2mila euro in meno a testa), concede che i servizi pubblici garantiti ai meridionali abbiano minore valore (altri mille euro in meno a testa) per un totale di 3mila euro; tuttavia scopre – uovo di Colombo – che, a causa della disoccupazione elevata, nel Sud c’è più tempo libero. Da qui il colpo di scena: assegnando un valore di 6,30 euro per ogni ora libera, il cittadino del Sud ha in media 7.000 euro in più di ricchezza da non-lavoro. Letterale dal testo: “Conclusione: il divario c’è, ma è a favore del Sud”.

Che dire? È di tutta evidenza che il tempo libero ha un valore per chi lavora, ma non per chi non lavora. Esiste persino una teoria economica, vecchia di trecento anni e mai contestata, che parla della “utilità marginale decrescente”. Applicata al tempo libero vuol dire che chi perde il posto il primo giorno si rende utile a casa con qualche lavoretto, il secondo giorno gioca a carte con gli amici al bar e il decimo giorno, se non ha animo saldo, medita il suicidio. Se una mente lucida come Ricolfi dimentica le nozioni di base dell’economia e assegna 6,30 euro fissi a tutte le ore del disoccupato, figurarsi cosa può accadere in cervelli già piuttosto eccitati.

La prova del nove c’è sui costi del federalismo fiscale. Qui la confusione è massima. Chi teme la svolta federalista fa conteggi privi di ogni senso: per esempio se la scuola va trasferita dal centro alla periferia e la scuola costa oggi 40 miliardi si sostiene che il federalismo costerà 40 miliardi. Ciò sarebbe vero se gli insegnanti attuali continuassero a lavorare per lo Stato e le Regioni dovessero assumerne altrettanti mentre è di tutta evidenza che non sarà così. Tuttavia sostenere che spostare il centro di spesa verso la periferia abbia un costo zero è (quasi) altrettanto errato. Perché? Lo dimostra la legge stessa sul federalismo fiscale, nel passaggio in cui prevede un finanziamento aggiuntivo per le regioni piccole. Più spezzetti una funzione, infatti, più il costo unitario sale. Non a caso il peso dei servizi pubblici per abitante è più alto in Liguria che in Piemonte, più in Umbria che in Toscana, più in Basilicata che in Puglia. Anche questa è una legge economica antichissima e spiega perché banche, case automobilistiche, catene di supermercati, aziende farmaceutiche e così via tendano ad accorparsi per realizzare economie di scala. Spezzettare e creare tanti piccoli sistemi fiscali ha inoltre un costo di gestione per chi nella sua attività ha un raggio d’azione superiore a quello del singolo comune. Tutto lavoro per i tributaristi, certo, ma i tributaristi andranno pur remunerati.

Ci sono poi affermazioni date per certe, come il fatto che al Sud si possano tagliare gli stanziamenti perché tanto la vita costa meno. La Banca d’Italia ha addirittura fornito la cifra: il 16,5% in meno. E se lo dice la massima istituzione economica del Paese sarà giusto. Poi si scopre che la Banca d’Italia ha ignorato una ricerca della Nielsen dal titolo “Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più” e che per l’istituto guidato da Mario Draghi buona parte del divario è dovuto al diverso valore delle case di proprietà. Il meccanismo funziona così: si chiede a una famiglia milanese e a una palermitana che vivono in una casa di proprietà quanto pagherebbero di affitto. La famiglia milanese in media dà un valore più alto (il valore di una casa è legato alla qualità dei servizi della zona) per cui si sostiene che la famiglia milanese “paga” di più per vivere nella propria casa, mentre in realtà non spende nulla ed è solo più ricca.

Ma il vero mito del “chissà nel federalismo” è che la riforma consentirà di controllare gli sprechi perché se si avvicinano ai cittadini gli enti che decidono la spesa ci sarà una maggiore vigilanza democratica. E quando si parla di sprechi si punta il dito sulla sanità. La quale però è federale da tempo immemore, regionalizzata addirittura nel 1978. Sì, proprio l’anno di Chissà nel socialismo.

I cittadini, peraltro, non sempre possono cacciare gli amministratori che sbagliano. Per esempio in Campania – una delle regioni commissariate proprio per il deficit sanitario – la giunta di centrosinistra di Bassolino ha registrato lo scorso marzo una sonora sconfitta. Solo che la sanità locale era gestita non da Bassolino bensì dagli uomini scelti da Ciriaco De Mita, il quale alle ultime elezioni era schierato con il centrodestra e adesso è tra i vincitori e ha collocato alla vicepresidenza della Giunta regionale il nipote Giuseppe, allevato alla politica sin da piccolo.

A proposito: chi volesse ascoltare Chissà nel socialismo lo trova nell’album Polli di allevamento. Da non confondere con i “Polli di Renzo”. O con quel Bossi Renzo, che pure è uno dei più riusciti prodotti d’allevamento. Gaber non poteva immaginare anche questo.

(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)