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Laboratorio esordienti

A cura di Roberta Vasario e Gianluca Pallaro – Scuola Holden – Torino

Anna è tutto il contrario del karate

di Antonio Marzotto

Illustrazioni di Marco Cazzato

1. Niente è più letale della gru

Il mio amico Sergio sapeva delle mosse segrete che non voleva farmi vedere perché poteva usarle solo per difendersi. Io, che non avevo il coraggio di sfidarlo e testarne su di me gli effetti micidiali, speravo avidamente che qualcuno, in bagno, all’uscita da scuola o in classe durante la ricreazione, gli allungasse un calcio o un pugno o anche solo una spinta, ma nessuno osava litigare con il mio amico Sergio. Perché lui era cintura gialla.
La frenesia di iscrizioni ai corsi di karate che imperversò in seconda elementare fu originata più o meno direttamente dalla visione di Karate kid in tv.Il giorno dopo se ne faceva un gran parlare. Tutti volevano assolutamente imparare il colpo della gru (forse era quella la mossa segreta di Sergio) e sconfiggere i cattivi che erano proprio cattivissimi perché, oltre a non usare il karate solo per difendersi, andavano in moto e indossavano giubbotti di pelle e prendevano in giro Daniel-San e il maestro Miyagi.

Ricordo bambini sui banchi che tiravano calci in bilico su un piede solo, altri che davano la cera e toglievano la cera, si diceva che qualcuno avesse persino organizzato piccoli combattimenti clandestini nel bagno dei maschi. Tornando a casa, eccitatissimo, decisi che era giunto il momento di chiedere ai miei genitori se potevano iscrivermi allo stesso corso che frequentava Sergio. Mio padre ascoltò in silenzio mentre esponevo le mie valide ragioni, poi mi mise una mano sulla spalla e disse: “Se scopro che lo usi per fare a botte vengo a prenderti personalmente per la collottola”.

Al di là delle reali possibilità fisiche che una persona possa sollevare da terra un’altra in quel modo bizzarro, l’espressione prendere per la collottola evocava in me, ogni volta, un’immagine che bastava da sola a mettere in chiaro le cose.Lo rassicurai, pensando che avrei malmenato, se proprio costretto, solo uno dei cattivi in moto con il giubbotto di pelle.Mio padre mi guardò corrugando la fronte e uscì. Io fremevo e pensavo al maestro Miyagi e a quel suo essere giusto e severo e ironico, tipico, così credevo, di ogni buon maestro di arti marziali che si rispetti.Mia sorella, che aveva origliato la conversazione dall’altra stanza, entrò in cucina con fare da volpe.“Così vai a fare karatè?” (Con l’accento, tipico delle femmine).

“Karate.”“È lo stesso.”Prese fiato attraverso l’apparecchio per i denti che io chiamavo “il baffo”.“Tu ci vai solo perché vuoi diventare come karatè kid.”Niente di più vero, ma non lo avrei ammesso neanche sotto tortura.Mi guardò ancora un po’ con un’espressione indecifrabile e sgusciò via.Anni dopo riuscii a dare un senso a quello sguardo. Lei era più grande di me di due anni: io ne avevo sette, lei nove. Era più alta di me e più scaltra di me. Litigavamo spesso e capitava che un litigio degenerasse in lotta senza esclusione di colpi.Io perdevo sempre. Quello che aveva quel giorno era lo sguardo di una regina spodestata dal giullare di corte. In quel preciso momento, infatti, realizzò che se io avessi imparato qualche mossa segreta avrei potuto usarla su di lei. Se lo avessi capito subito l’avrei rassicurata. Dopo tutto io non ero un cattivo in moto con il giubbotto di pelle. Ero come Daniel-San.Ero Daniel-San.

2. Il cinema è un vecchio buontempone

Ci sono dei momenti dell’infanzia che uno non dimenticherà mai. Sono momenti rari, preziosi e spietati, come diamanti incandescenti.E non sto parlando di sciocchezze come il pomeriggio di luglio in cui ti accorgi di aver percorso cinque metri con la tua Bmx senza rotelle e di non esserti sfracellato al suolo, o quando tuo padre (strategicamente barricato dietro ad un vocabolario medico) e tua madre (con le guance dello stesso colore della mela che sta sbucciando troppo meticolosamente) ti spiegano in cosa consista più o meno un rapporto sessuale, o quando capisci che la bisnonna che odorava di sapone di Marsiglia e pipì non possedeva nel cassetto del comò la magica medicina della vita eterna, perché molto probabilmente non esiste né l’una né l’altra.No, niente di tutto questo può incidere chirurgicamente la membrana calda che avvolge gli anni della spensieratezza, scavando e depositando il seme di un ricordo che rimarrà integro e vivo nel corso del tempo.

Sto parlando di istanti rivelatori in cui capisci ad esempio che il cinema, il cinema maledizione, non è altro che un vecchio arteriosclerotico che ti sta prendendo in giro strizzandoti le guance con due dita, blaterando giochi di parole senza senso e sbavando dagli angoli della bocca rugosa. E la cosa più allucinante è che in questo vecchio pazzo tu avevi creduto con tutte le forze. Gli avevi dato carta bianca e avevi detto: “Qualsiasi cosa dirai io ti crederò, vecchio buontempone che non sei altro”.Ma questo ancora non potevo saperlo, mentre entravo nell’erboristeria accanto alla palestra e chiedevo al negoziante un kimono e una cintura bianca e lui domandava: “Judo o karate?” con l’aria annoiata di chi vorrebbe essere altrove a fare altro, cioè tutto il contrario di me.

E poi, alzando le sopracciglia: “Comunque si chiama karate-gi, giovanotto”.Non potevo saperlo mentre varcavo la soglia dello spogliatoio che sapeva di shampoo e sudore e vapore di docce e venivo tatticamente ignorato dalle cinture colorate che si davano un tono (proporzionalmente all’importanza del colore: gialle, arancioni, verdi blu, marroni) davanti allo specchio appannato, e salutato con un cenno rassicurante dalla Cintura Nera che se ne stava sulla panca nella posizione del loto.Volevo chiedergli se conosceva la mossa della gru ma l’alone di autorità che emanava mi teneva lontano come un campo antigravitazionale.
Sergio si pettinava in un angolo.“Ciao”, dissi.“Ciao”, disse, e si allontanò.Ci misi un po’ a capire come funzionasse il karate-gi e rimasi qualche minuto completamente solo dentro allo spogliatoio.
Dopo un po’ si affacciò Sergio.“Muoviti che sta iniziando. Raggiungici sul tatami.”Il tatami. Ebbi, e ho ancora oggi, la netta sensazione che ogni parola giapponese possieda un suono di imperturbabile perfezione cosmica.

Noi cinture bianche siamo emarginate. Gli altri, dopo una corsetta di riscaldamento, fanno le mosse, quelle vere. Magari non proprio la gru, ma sono comunque meravigliose. Si muovono tutti insieme, come un unico grande Daniel-San con venti teste. Sembra una danza, un rituale, una lotta rigorosa contro un nemico invisibile. Noi novellini non sappiamo bene come comportarci, qualcuno si tortura un lembo del karate-gi, qualcun altro fa dei versi strani con la bocca. Siamo una decina, siamo piccoli e gracili e abbiamo facce pallide come le nostre cinture. Il Maestro si avvicina. Noto subito che non è giapponese. Prima piccola delusione.Ci fa fare degli esercizi noiosissimi. Tipo: gamba sinistra e pugno destro in avanti, gamba destra e pugno sinistro e così via.Devo avere pazienza. Ma è un’ora che questa storia va avanti.Dov’è la cera? Dov’è la gru al tramonto? Dove sono i cattivi?

3. Anna è tutto il contrario del karate, ma ha un profumo buonissimo

Oggi compio tredici anni. Anna mi ha portato un dolcetto con una candelina azzurra. Soffio ma non si spegne. Soffio di nuovo ma niente da fare. La guardo negli occhi nocciola grandi come quelli dei cartoni animati e capisco il trucco. La candelina è di quelle che non si spengono. Puoi soffiare per due ore e svenire in debito d’ossigeno ma quella se ne starà lì, tremolante e perfettamente viva.Ridiamo un sacco di questo scherzo. A me non fa ridere, anzi mi sento un po’ stupido, ma lei si scompiscia da matti e allora io rido con lei perché non voglio che smetta. Certe persone non dovrebbero smettere mai di ridere.
Domani ho l’esame per la cintura nera. Il grande giorno. Saranno tutti lì, pronti e sudaticci, le mamme e i papà li divoreranno con gli occhi dagli spalti, stringendo le buste con le cinture nuove che sanno di erboristeria.
Ci saranno tutti. Tranne me.Sono due mesi che non mi alleno. Ho smesso? Non lo so.“Hai smesso?”, chiede mio padre corrugando la fronte.“Non lo so.”“Giovanotto, penso che tu abbia un po’ troppi grilli per la testa ultimamente.”Ecco un’altra espressione fulminante. I grilli per la testa. Rende benissimo. Ed è vero. Ho un po’ troppi grilli. Migliaia, miliardi di grilli. I miei grilli hanno tutti la risata e gli occhi nocciola di Anna.L’altro giorno mentre andavo a scuola ho incrociato il Maestro che sfrecciava sulla sua Vespa. Ha rallentato e ha detto:“Domani vieni ad allenarti?”Non c’era ombra di rimprovero nella voce roca.

“È importante.”“Va bene”, gli ho detto. Ma non sono andato.Forse ho smesso davvero. Lo so che non ha senso, a questo punto. Sono cintura marrone, domani potrei conquistare finalmente la nera. L’agognata nera. Ma è troppo tardi. I miei compagni non riescono a capire. Mi dicono: “Non puoi tirarti indietro proprio ora”. E invece purtroppo è così, cari miei.Voi non potete capire. Papà, non puoi capire, Maestro non puoi capire, Sergio non puoi capire. Neanche Daniel-San capirebbe. Già, perché lui vince il torneo e conquista pure la ragazza. Io invece devo scegliere. E ho già scelto.Anna non è colpa tua se non sarò mai cintura nera. Non è colpa tua. È colpa del tuo shampoo ai frutti tropicali. È colpa del bacio che mi hai dato sul pullman al ritorno dalla gita scolastica. Un bacio che sapeva di Big Babol fragola e panna.È colpa dei miei ormoni impazziti, probabilmente.

Hai voglia a insegnargli la disciplina orientale. Non imparerò mai il Kata del Sole. Quando eravamo nel cortile di scuola ho finto di saperlo a memoria. Tu battevi le mani e io ho avvertito un groppo in gola della grandezza approssimativa di un cocomero.È colpa mia, Anna. Quando ripenserò a te mi verranno in mente gli anni più belli e tristi e stupidi della mia vita. E la candelina dei miei tredici anni non si spegnerà mai.

Antonio Marzotto Nato a Pisa nel 1982 e cresciuto a Livorno, dove ha lavorato per una società di produzione video. Nel 2006 si laurea in Cinema e Immagine Elettronica all’Università di Pisa con l’adattamento cinematografico di un racconto di Borges e l’anno dopo si trasferisce a Torino per frequentare il biennio in Scrittura e Storytelling della Scuola Holden.Lavora come videomaker realizzando cortometraggi, documentari e videoclip e attualmente è alle prese con la sceneggiatura del suo primo lungometraggio.Alcuni suoi racconti appaiono su antologie cartacee (Giulio Perrone e Albus Edizioni), riviste online (Colla) e all’interno del progetto Jukebooks di Quintadicopertina.I suoi idoli letterari sono David Foster Wallace e certi altri scrittori americani con la montatura degli occhiali cool, mentre quelli cinematografici sono così tanti che farne una lista comporterebbe uno sforzo sovrumano.

Laboratorio esordienti a cura di Bruna Miorelli

Roberta Gramatica ha il gusto del bizzarro o quantomeno dell’originale. Ogni suo racconto fa perno su un’idea, può essere una divertente collezione di parrucche (che maschera la presenza di una penosa malattia) o, come in questo caso, la sorpresa riservata ai pochi abitanti del villaggio da un ragazzino sveglio e generoso, che non si accontenta di soddisfare unicamenteil proprio singolo desiderio

Quattro anime e un mare

di Roberta Gramatica

Illustrazione di Marco Cazzato

Pensavo di aver architettato un piano perfetto. Ma non appena chiesi a nonna di mandarmi una cartolina dal suo viaggio, raccomandandomi che fosse vuota, senza messaggi e anche senza indirizzo, alla sua domanda “Se non scrivo dove abiti, come farà il postino a consegnartela?”, capii che qualcosa non era stato studiato bene.

Quando poi si rifece viva per chiedermi dettagli sull’invio, fui molto orgoglioso di presentarle la soluzione escogitata: “Me la spedirai dopo averla infilata in una busta sulla quale avrai scritto il mio recapito”.

Non ricordo se nonna fosse rimasta stupita dalla richiesta, ma so di certo che, nel giro di qualche settimana, arrivarono sei buste bianche, tutte indirizzate a me, come indicava la scrittura leggermente tremolante che le aveva compilate.

Dopo averle aperte con attenzione, le annusai, e da ognuna sfilai le cartoline che disposi in fila sul tavolo della cucina. Poi rimasi ad osservarle. Per un po’. Verso sera scesi nel negozio della signora Iole che, accanto alle ricotte, ai pelati e ai detersivi, vendeva anche dei rimasugli di cartoleria. Passai in rassegna tutti i raccoglitori disponibili, per lo più provenienti dalle scorte destinate al vecchio notaio Palmieri, ormai morto da parecchi decenni e mai più sostituito. Alla fine decisi per uno con la copertina blu notte, decorata con delicati arabeschi azzurri. All’interno era composto da grandi buste rilegate, ordinate in successione alfabetica. Puntai il dito sulla lettera “C” e aprii la pagina corrispondente. Con una matita vi scrissi sopra “Cervia”, vi infilai le cartoline e lo richiusi. In poco meno di un anno, dopo il contenitore blu, dovetti chiederne anche uno bordeaux e uno verde. “Prendili pure” mi aveva detto la Iole “intanto qua non sono più utili a nessuno”. Invece a me servivano, perché da Alassio a Taormina, nei miei album stavo ricostruendo il Paese in ordine alfabetico. E il tutto grazie alle immagini inviatemi da nonna, che, a onor del vero, chiamavo in questo modo solo per la differenza di età che ci separava, ma con la quale né io, né tantomeno la mia famiglia, avevamo alcun legame.

Raccolte e archiviate le cartoline, divenne necessario procurarsi gli indirizzi ai quali recapitarle.

In paese vivevano, come si usava dire da noi, poco più di quattro anime. Forse non così poche, ma di certo non superiori alle trecento, riconducibili a sei grandi famiglie: gli Albani, i Camuzzi, i Virzani, gli Zagaroni, i Panelli e gli Scipioni, dei quali facevo parte anch’io. Ognuna di loro, per quanto la memoria ci permettesse di ricordare, da sempre era rimasta a vivere nella medesima località, dentro ad ampie case a corte. Gli Albani a Ossasante, i Camuzzi al Vecchiotiglio, i Virzani alla Fiumarola, gli Zagaroni al Ciabattè, i Panelli alla Buonadiscarica, e noi, gli Scipioni, al Donabbondio, vicino alla chiesa.

Per l’invio, avrei potuto limitarmi a scrivere il nome del destinatario o solo il soprannome. Ma sapendo che un’occasione tanto eccitante difficilmente mi sarebbe ricapitata, preferii approfittarne per rintracciare anche i nomi delle vie e compilare le cartoline in ogni riga, riportando tutti i dati ai quali ero risalito. Ciò pur sapendo bene che le mie missive non sarebbero mai arrivate direttamente nelle mani dell’interessato. Prima, infatti, avrebbero dovuto seguire la tradizionale trafila del passa-passa, ovvero percorrere tutte le porte, le mani e gli occhi, spesso incerti di lettura, che separavano i locali nei quali risiedeva il destinatario dalla cassetta postale, ad uso familiare e in genere collocata all’ingresso della corte. Così accadeva da sempre e così succedeva anche alla corrispondenza di papà, che, quando gli perveniva, era già stata sottoposta all’attento vaglio dei nonni, della seconda moglie dell’altro nonno, sposata dopo che la prima era misteriosamente sparita, dei prozii, degli zii, dei cugini, dei cugini di secondo grado, che abitavano negli appartamenti precedenti al nostro. Una sorta di lettura corale che non mi aveva mai infastidito, ma, anzi, in particolare in questo caso, che ben mi faceva sperare circa la visibilità delle mie cartoline. Una regola alla quale solo una volta in vita mia mi ero sottratto, non senza provare un incolmabile senso di colpa. Ma il gioco era valso la candela, visto che la lettera in questione era la prima inviatami da nonna, per la quale ero rimasto in attesa quarantotto ore di fila, appostato sul fico vicino alla chiesa, con le gambe a penzoloni, intento a intercettare l’arrivo di Mario, il postino.

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Laboratorio esordienti a cura di Bruna Miorelli

Quanto e lontana la luna?

di Elisabetta Jankovic

Racconto on the road attraverso alcune località del Senegal. Una biondissima ragazza italiana che sta da anni con un giovane immigrato senegalese accetta di passare le vacanze nel Paese di lui, sebbene sappia che lì ha una moglie e una figlia piccolissima. Una delle coppie miste, ormai sempre più diffuse anche nel nostro Paese, raccontata dall’interno e al femminile. Costumi e quindi sensibilità diverse finiscono per cozzare, ancor più se lei è una giovane erede del femminismo. L’amore ha la sua legge, saprà essere più forte delle tradizioni sedimentate in visione del mondo? Con leggerezza ironica l’autrice riesce a mettere in scena un tema scottante e ineludibile
Illustrazione di Marco Cazzato

DAKAR

Per sopravvivere e non impazzire in questi giorni mi sono immaginata di essere un monaco tibetano: estraniata dal contesto. Assente. è un esercizio che metto in pratica solo la notte, perché durante il giorno sono al negozio con Goumba mentre Fatou, la moglie, rimane a casa. Oggi però è finalmente arrivato il nostro momento: la partenza.
“Ti va se portiamo Mamgiara Bussa con noi?”
“La vostra bimba con noi due? Mi renderebbe strafelice… ma Fatou è d’accordo?”
“Lo ha proposto lei”
Anni luce lontano dall’Europa.
Trovatemi una mamma italiana che lascia la sua primogenita di un anno al marito e all’amante.
Che si fidi delle cure che qualcuno diverso da lei può darle.
Che non sia gelosa del fatto che poi magari la bimba si affezioni all’altra… Ma qui siamo a Dakar e tutte le mie certezze, tutto quello che ho imparato fin adesso nella vita può essere messo in discussione. Quindi io, Goumba e Mamgiara partiamo in macchina alla volta di Touba, dove si è trasferita la sorella Matou.

TOUBA: CASA DI MATOU

Siamo nel cortile della casa di Matou. è una villa grande e spaziosa. A Touba tutte le case sono almeno il doppio di quelle di Dakar. Sono costruzioni nuove, non addossate una all’altra, in muratura, con piastrelle ai pavimenti al posto della terra battuta e niente lamiera ondulata sui soffitti. La vita però è sempre comunitaria. Infatti stiamo finendo la cena in un cortile al centro di quattro abitazioni. Seduti per terra. Al mio fianco la seconda moglie del marito di Matou e altri vicini di cui non ho ancora memorizzato il nome.
“La bambina si è addormentata. Andiamo in camera anche noi?” propongo a Goumba.
“Rimango ancora a chiacchierare con mia sorella” mi dice e poi senza guardarmi negli occhi “vuoi dormire tu con Mamgiara o la porto nella mia stanza?”
“Come nella tua stanza… non dormiamo insieme?”

Laboratorio esordienti. Filippo Losito

A cura di ROBERTA VASARIO e GIANLUCA PALLARO – SCUOLA HOLDEN – TORINO. Illustrazione di MARCO CAZZATO
Con “La prima regola della strada” Filippo Losito costruisce un racconto teso, nero, dove l’odore della morte sta in ogni dettaglio, quasi in ogni parola. Ecco, proprio nella precisione con cui l’autore sceglie le parole, quasi avesse paura di usarne troppe, sta la forza di questa short story, in grado di farci vivere una storia di malavita, vendette, cambiamenti e ricordi con un approccio minimale, in cui i dettagli (il muso del cane morente, le gocce del bucato steso che cadono sull’ombrellone, il calabrone morto) contribuiscono a dare forza alla narrazione. In più, Filippo usa con sapienza l’espediente di alternare flashback e presente, illuminando con poche, precise righe il passato dei protagonisti, fino a raggiungere il climax e da lì andare verso un epilogo che, almeno per Ciro Banana, è ancora tutto da scrivere.

La prima regola della strada. Di FILIPPO LOSITO

Il sonno dell’uomo era infastidito dal ronzio di un calabrone che sbatteva ripetutamente contro la tenda. L’uomo aprì gli occhi e vide l’insetto muoversi in orizzontale lungo la striscia bianca nel tentativo di sfuggire alla trappola in cui, da solo, si era infilato. L’uomo si risistemò sulla sdraio, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si strofinò il volto con entrambe le mani. Guardò in terra e osservò sul pavimento l’ombra della palma, che dal giardino si protendeva fino al balcone, mossa dal vento che rimestava aria calda in quel pomeriggio di agosto. Il frinire dei grilli accompagnava come un metronomo l’eco distante delle onde, che si rincorrevano regolari, senza sosta. Durante le ore del silenzio il Parco Duemila, un agglomerato di villette a schiera, si zittiva; i villeggianti, per sfuggire all’arsura, si acquattavano in casa come formiche nella tana. L’uomo, invece, preferiva rimanere in quel limbo, sul suo balcone, prima che lo strisciare delle ciabatte, gli schiamazzi dei bambini e i campanelli delle biciclette tornassero a impossessarsi dello spazio circostante. Si alzò, si grattò la parte bassa della schiena su cui era impressa la trama ruvida del telo in plastica della sdraio, poi si passò la mano sotto la pancia per asciugarsi i peli inumiditi dal sudore. Si avvicinò al tavolo, sgombro dai piatti e dalle portate del pranzo, prese la bottiglia d’acqua e notò che alcune gocce di vino e briciole sparse erano sfuggite alla pulizia metodica di sua moglie. Entrò in casa, facendo attenzione a non svegliare la donna, che dormiva in camera da letto con il ventilatore puntato addosso. Quando una voce lo chiamò.
L’uomo si affacciò al davanzale del balcone, infilò la testa sotto la tenda, allungando il collo come una tartaruga. C’era un ragazzo in piedi, al fondo delle scale. Aveva le braccia appoggiate al cancello rosso, verniciato da poco.
 – Mi scusi, cercavo Ciro Banana. È lei, vero? – chiese il ragazzo.

2.

Ciro Banana. Aveva seppellito quel nome insieme al ricordo del vicolo. Erano passati diciott’anni, ora aveva una vita nuova: un lavoro onesto al nord, i conti a posto col fisco e, soprattutto, Maria Rosaria, sua moglie. L’aveva sposata in chiesa sotto gli occhi di Cristo. Sapeva di essere fuggito quando era il momento di fuggire. Ma sentire pronunciare quel nome vanificò in un attimo la cura paziente con cui era riuscito a soffocare le urla della strada, il rumore dei motorini, il frantumarsi dei vetri delle macchine, l’ultimo guaito dei cani su cui i ragazzi si esercitavano a sfogare il nucleo di rabbia ereditato dai padri.
Lo chiamavano Ciro Banana, perché, da bambino, prima di scendere nel vicolo, sua madre gli metteva in bocca una banana.
Poi era arrivata Maria Rosaria e grazie a lei era uscito dal fango. Banana era morto.

3.

L’uomo guardò in basso e fissò il ragazzo per qualche secondo.
– Sì, sono io – disse. 
Senza togliergli lo sguardo di dosso, scese i gradini. Il sole si riversava sul suo petto nudo. In prossimità del cancello, un ramo di bougainvillea, sfuggito alla potatura, lo graffiò sul braccio. L’uomo fece qualche passo e si trovò di fronte al ragazzo. Da vicino gli parve più alto. Poteva avere quindici anni, ma il suo fisico era già formato come quello di un uomo. Indossava una t-shirt bianca arrotolata sulle spalle larghe, che lasciavano scoperti bicipiti segnati. Sotto la maglietta si intravedeva la sagoma di un crocifisso. Portava dei jeans scuri e degli anfibi neri, che poco si confacevano alla stagione e al luogo di mare. Il ragazzo si tolse lo zaino dalle spalle e lo appoggiò in terra. Prese un pacchetto di Lucky Strike da una tasca dei pantaloni, tirò fuori una sigaretta e la mise in bocca. Ripose il pacchetto. Poi frugò nell’altra tasca e ne estrasse uno zippo; vi posò sopra il pollice, rendendo opaca la superficie dell’accendino su cui era incisa un’aquila. (…)

Scopri come va a finire la storia su Linus di Luglio.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)