Roberta Gramatica ha il gusto del bizzarro o quantomeno dell’originale. Ogni suo racconto fa perno su un’idea, può essere una divertente collezione di parrucche (che maschera la presenza di una penosa malattia) o, come in questo caso, la sorpresa riservata ai pochi abitanti del villaggio da un ragazzino sveglio e generoso, che non si accontenta di soddisfare unicamenteil proprio singolo desiderio
Quattro anime e un mare
di Roberta Gramatica
Illustrazione di Marco Cazzato
Pensavo di aver architettato un piano perfetto. Ma non appena chiesi a nonna di mandarmi una cartolina dal suo viaggio, raccomandandomi che fosse vuota, senza messaggi e anche senza indirizzo, alla sua domanda “Se non scrivo dove abiti, come farà il postino a consegnartela?”, capii che qualcosa non era stato studiato bene.
Quando poi si rifece viva per chiedermi dettagli sull’invio, fui molto orgoglioso di presentarle la soluzione escogitata: “Me la spedirai dopo averla infilata in una busta sulla quale avrai scritto il mio recapito”.
Non ricordo se nonna fosse rimasta stupita dalla richiesta, ma so di certo che, nel giro di qualche settimana, arrivarono sei buste bianche, tutte indirizzate a me, come indicava la scrittura leggermente tremolante che le aveva compilate.
Dopo averle aperte con attenzione, le annusai, e da ognuna sfilai le cartoline che disposi in fila sul tavolo della cucina. Poi rimasi ad osservarle. Per un po’. Verso sera scesi nel negozio della signora Iole che, accanto alle ricotte, ai pelati e ai detersivi, vendeva anche dei rimasugli di cartoleria. Passai in rassegna tutti i raccoglitori disponibili, per lo più provenienti dalle scorte destinate al vecchio notaio Palmieri, ormai morto da parecchi decenni e mai più sostituito. Alla fine decisi per uno con la copertina blu notte, decorata con delicati arabeschi azzurri. All’interno era composto da grandi buste rilegate, ordinate in successione alfabetica. Puntai il dito sulla lettera “C” e aprii la pagina corrispondente. Con una matita vi scrissi sopra “Cervia”, vi infilai le cartoline e lo richiusi. In poco meno di un anno, dopo il contenitore blu, dovetti chiederne anche uno bordeaux e uno verde. “Prendili pure” mi aveva detto la Iole “intanto qua non sono più utili a nessuno”. Invece a me servivano, perché da Alassio a Taormina, nei miei album stavo ricostruendo il Paese in ordine alfabetico. E il tutto grazie alle immagini inviatemi da nonna, che, a onor del vero, chiamavo in questo modo solo per la differenza di età che ci separava, ma con la quale né io, né tantomeno la mia famiglia, avevamo alcun legame.
Raccolte e archiviate le cartoline, divenne necessario procurarsi gli indirizzi ai quali recapitarle.
In paese vivevano, come si usava dire da noi, poco più di quattro anime. Forse non così poche, ma di certo non superiori alle trecento, riconducibili a sei grandi famiglie: gli Albani, i Camuzzi, i Virzani, gli Zagaroni, i Panelli e gli Scipioni, dei quali facevo parte anch’io. Ognuna di loro, per quanto la memoria ci permettesse di ricordare, da sempre era rimasta a vivere nella medesima località, dentro ad ampie case a corte. Gli Albani a Ossasante, i Camuzzi al Vecchiotiglio, i Virzani alla Fiumarola, gli Zagaroni al Ciabattè, i Panelli alla Buonadiscarica, e noi, gli Scipioni, al Donabbondio, vicino alla chiesa.
Per l’invio, avrei potuto limitarmi a scrivere il nome del destinatario o solo il soprannome. Ma sapendo che un’occasione tanto eccitante difficilmente mi sarebbe ricapitata, preferii approfittarne per rintracciare anche i nomi delle vie e compilare le cartoline in ogni riga, riportando tutti i dati ai quali ero risalito. Ciò pur sapendo bene che le mie missive non sarebbero mai arrivate direttamente nelle mani dell’interessato. Prima, infatti, avrebbero dovuto seguire la tradizionale trafila del passa-passa, ovvero percorrere tutte le porte, le mani e gli occhi, spesso incerti di lettura, che separavano i locali nei quali risiedeva il destinatario dalla cassetta postale, ad uso familiare e in genere collocata all’ingresso della corte. Così accadeva da sempre e così succedeva anche alla corrispondenza di papà, che, quando gli perveniva, era già stata sottoposta all’attento vaglio dei nonni, della seconda moglie dell’altro nonno, sposata dopo che la prima era misteriosamente sparita, dei prozii, degli zii, dei cugini, dei cugini di secondo grado, che abitavano negli appartamenti precedenti al nostro. Una sorta di lettura corale che non mi aveva mai infastidito, ma, anzi, in particolare in questo caso, che ben mi faceva sperare circa la visibilità delle mie cartoline. Una regola alla quale solo una volta in vita mia mi ero sottratto, non senza provare un incolmabile senso di colpa. Ma il gioco era valso la candela, visto che la lettera in questione era la prima inviatami da nonna, per la quale ero rimasto in attesa quarantotto ore di fila, appostato sul fico vicino alla chiesa, con le gambe a penzoloni, intento a intercettare l’arrivo di Mario, il postino.
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