Category: Linus Fumetti

Fumetti di Michele R. Serra

L’importanza di essere sfigato

“The Death-Ray” di Daniel Clowes e l’impossibile riscatto del loser

Datemi uno sfigato e solleverò il mondo. O almeno vi racconterò una storia. Certo, il discorso è più complesso. Che Dan Clowes – nato a Chicago, abitante a Oakland – sia l’autore di molti dei racconti fondamentali del fumetto americano moderno è un fatto, così come l’amore che giornalisti e critici provanoper la sua opera. Niente di cui stupirsi: il linguaggio delle opere di Clowes è terribilmente consapevole ed esperto, sintesi creativa di (più di) un secolo di storia del medium, fitto di citazioni e giochi. Cibo per superlettori, che ringraziando ricompensano con fiumi d’inchiostro e bit, analisi approfondite (a volte) degne di Harry Naybors, il prototipo non esattamente lusinghiero di critico apparso per la prima volta fra le pagine di Ice Haven nel 2005. Ma a ben guardare dietro le complicate strutture, che di certo meritano tutta quell’attenzione, si nascondono spesso trame semplici, ennesima dimostrazione che il come conta più del cosa, quando si racconta (ecco una verità banale che fa bene ripetere, di tanto in tanto). Prendete The Death-Ray.

Arriva in Italia come volume cartonato da esporre sugli scaffali della sezione graphic novel (e poco importa che quella stessa definizione Clowes l’abbia bollata come “tremenda”). Si tratta in realtà di una ristampa: dell’ultimo albo della serie Eightball, uscito originariamente negli Stati Uniti nel 2004. A scanso di equivoci, è il caso di sottolineare come il formato-libro sia perfettamente plausibile, oltre che di maggiore appeal sul mercato editoriale in questo momento storico.

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Fumetti di Michele R. Serra

Mario Natangelo
Napolitano.
Sesso, Moniti e rock’n'roll

Aliberti, Roma
pag 124, euro 16,00

Nat fa i disegni, Nap fa i discorsi. Tutti e due hanno problemi di stabilità, politica o sentimentale, e quindi finiscono per formare un’improbabile alleanza (anche se uno dei due, forse, fa il doppio gioco).

Il primo romanzo (breve) a fumetti di Mario Natangelo è realismo magico-politico, una versione remix 2012 del Pertini di Pazienza: a partire dalla copertina, il gioco citazionista è tutt’altro che nascosto.

Se le avventure di Pert e Paz erano lampi che colpivano nello spazio di una tavola, quelle di Nap e Nat reggono bene su un percorso narrativo ben più ampio.

Anche perché altro non sono che una cornice, costruita per permettere all’autore di raccontare la storia d’Italia da Adamo ed Eva a Fini e Berlusconi. Che sembra il titolo di un libro di Bruno Vespa ma vi assicuro che fa molto più ridere.

Comunque. Per chiudere potrei inarcare il sopracciglio e lamentarmi del fatto che i giovani (più o meno: Natangelo è del 1985) cartoonist italiani dovrebbero ammazzare tutte le vacche sacre, e liberarsi dell’eredità bolognese degli anni Ottanta. Ma sono troppo impegnato a sghignazzare.

Fumetti di Michele R. Serra

Superlettori

“Hicksville”, metafumetto e rapporti incestuosi

Se i libri coi disegni sono usciti dal ghetto – fuori dai punti vendita specializzati, dentro le librerie generaliste – è merito anche di quell’etichetta commerciale, graphic novel, che tutti quanti mal sopportiamo. Però funziona: dicono che ormai ci sia perfino gente che fa finta di leggerli, i fumetti, ché fa figo. Comunque. Si tratta di una seconda vita, questo è certo. Una nuova fase in cui il medium pare voler abbandonare ogni pratica incestuosa nei confronti del lettore, dopo aver coltivato a lungo una cultura carbonara, che prevedeva l’iniziazione, la fidelizzazione forzata, il tenere a distanza gli estranei: basta pensare all’idea di continuity su cui per anni si è fondato il fumetto seriale mainstream americano – si legga: supereroi – che rendeva necessaria una cultura specializzata e approfondita da parte del lettore.

Leggere una storia dell’Hulk scritto da Peter David o degli X-Men di Chris Claremont, negli Ottanta? Era pressoché impossibile, senza aver studiato le trame sviluppatesi nelle uscite dei tre, quattro anni precedenti (come minimo). Inevitabile per i novizi l’effetto “Come, non lo sai?”, che del resto è assai eccitante per il core-target di Marvel, DC e compagnia, preadolescenti sempre alla ricerca di nicchie culturali che possano stupire gli amici ed escludere tutti gli altri. Un meccanismo descritto con precisione da La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, libro entrato a forza nella top five dei romanzi-non-disegnati di chiunque ami il fumetto. Ma questa è un’altra storia.

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Fumetti: di Michele R. Serra

Sesso con Luttazzi (e Giacon)

La “Quarta Necessità” e l’umana decadenza dell’italiano medio

Pare che la notizia sia passata così: Daniele Luttazzi ha rotto il silenzio, l’isolamento che si è autoimposto da un paio d’anni a questa parte, dopo la nota faccenda delle accuse di plagio (o, se preferite, calchi/citazioni/riscritture/appropriazioni – fate voi) ai danni di nomi arcinoti della stand-up comedy americana. Segue flaming nella colonna dei commenti.

Invece la notizia è che Luttazzi ha fatto un fumetto: con Massimo Giacon, ed è un gran fumetto. Si vedono sempre più spesso libri frutto di collaborazione, sul nascente (e comunque asfittico) mercato del graphic novel nostrano: Carlotto-Igort, Morozzi-Camuncoli, Brizzi-Manfredi eccetera. Non so se in effetti vendano meglio degli altri, questi volumi col doppio nome in copertina, o se la fioritura dipenda dal fatto che molti scrittori di questa generazione hanno amato il fumetto, da ragazzi. Sia come sia, ecco La Quarta Necessità, romanzo di formazione a quattro mani.

Romanzo di formazione, almeno, è quello che sta scritto sull’aletta della copertina. Ma dentro di Bildung ce n’è poca, nonostante il racconto segua la vita di un ragazzo italiano, Walter Farolfi, fra la Romagna degli anni Quaranta e oggi. Il suo, più che crescere, è uno sprofondare: dalla fugace innocenza infantile al cinismo, alla crudeltà e alla violenza dell’adolescenza e poi dell’età adulta. Abissi neri si aprono nell’animo di un maschio italiano, medio come tanti. Walter non se ne accorge neppure: non ha tempo per riflettere, preso com’è dal desiderio di soddisfare le umane necessità primarie. Che sono (“secondo gli etologi”) cibo, vestiti, un rifugio; e poi il sesso.

Ecco il motivo per cui il libro è venduto incellofanato, con bollino di avvertenza che recita: “Potrebbe contenere materiale offensivo”. Trovo il condizionale molto divertente, e anche Massimo Giacon: “La formula è dubitativa, perché mica tutti si indignano per le stesse cose. Durante una presentazione ho visto alcune signore anziane fra il pubblico, e mi sono subito premurato di avvertire che nel libro c’era sesso e c’erano bestemmie, cose offensive per la morale e per la Chiesa. Quelle non si sono minimamente scomposte”. Eppure la bestemmia è una delle ultime profanità ancora mediaticamente inaccettabili, nonostante l’italiano sia un popolo che la esercita in maniera creativa e a ogni piè sospinto.

Continua Giacon: “Sulla bestemmia, più che sulle scene di sesso, abbiamo condotto – e vinto – una trattativa con l’editore che avrebbe preferito un eufemismo, o al massimo una trasposizione grafica. Io però credo che se il fumetto oggi ha davvero dignità letteraria, non possiamo escludere alcun argomento per motivi di opportunità. Altrimenti è come se dichiarassimo fin dall’inizio di essere figli di un medium minore. Nel cinema ci sono esempi di uso della bestemmia in contesti artisticamente illustri: Bertolucci e Bellocchio, ma anche Benigni”.

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Fumetti di Michele R. Serra

L’uomo e l’architetto

Asterios Polyp di David Mazzucchelli è una salutare crisi di mezza età per il fumetto

Forse sarebbe meglio restare a casa. Affrontare il mondo di implicazioni culturali e stratificazioni di senso che si muove dentro Asterios Polyp è un’impresa.
Soprattutto per chi ha a disposizione cinquemila battute o poco più. Niente di ciò che scriverò potrà essere esauriente, viste le carriolate di inchiostro e pixel spese negli ultimi due anni da giornalisti e “critici” (di area anglosassone soprattutto) sull’argomento. Nei giorni che separano il momento in cui scrivo da quello in cui Linus viene distribuito, e che coincidono con il lancio dell’edizione italiana, è probabile che molti altri – anche dalle nostre parti – dicano la loro.Il racconto di David Mazzucchelli è stato definito, fra le altre cose: massimamente banale / straordinariamente originale; apocalittica fine del fumetto / inizio di una nuova era per il medium; post-moderno / solo “modernista, in ritardo”; glaciale e anaffettivo / terribilmente emozionante.
Il bello non è tanto (o meglio, non solo) che Mazzucchelli abbia scatenato un dibattito capace di coinvolgere qualunque organismo senziente e vagamente interessato alla lettura di libri disegnati, ma soprattutto che quasi tutte le opinioni appena riassunte siano fondate. Il che mi porta a pensare che, sì, ci troviamo davanti a quel capolavoro che capita raramente. Da rileggere: personalmente, non mi succedeva di farlo con tale piacere da un bel pezzo.

Più veloce della luce, la sinossi: Asterios, cinquant’anni,  professore di architettura, appassionato di dissertazione teorica (non importa l’argomento) e ragazze. Si innamora, dopo l’immancabile periodo di sesso dissoluto, di una donna più giovane, un’artista, scultrice che vive dando nuova forma alla materia. Tutto il contrario di Asterios, i cui progetti rimangono sempre solo di carta. Comunque, stringendo: lui non è un tipo facile, lei lo lascia; lui si deprime, scappa dalla città e ricomincia da zero in un paesino della provincia. L’intreccio prevede che queste due vicende principali – innamoramento e fine dell’amore, caduta e rinascita – siano incastrate l’una dentro l’altra tramite flashback. Il gioco narrativo funziona, ma non ci toglie l’idea che si tratti di materiale già visto: due si lasciano all’inizio della storia, scoprono che la vita ha ancora molto da offrir loro. Tanto poi alla fine si rimettono insieme, forse, eh. Non era così anche l’ultimo film con Steve Carrell? Argh. Continue reading

Fumetti: I tre cugini Bone di Michele R. Serra

Una saga lunga 13 anni, oltre 1300 pagine tra Disney e Tolkien. Il più grande successo indie del fumetto americano raccontato dal suo autore.

Jeff Smith ricorda il sogno americano: self made man del fumetto, ha costruito una saga lunga tredici anni, dall’autoproduzione al successo planetario (l’edizione israeliana è solo l’ultima in ordine di tempo). Si intitola Bone. È una mastodontica variazione sul tema fantasy, il miglior prodotto di questi anni ricchi di epiche saghe pop che pescano a piene mani da generi narrativi che andavano forte nel secolo scorso: fantasy, horror, fantascienza.

Tre cugini finiscono in un mondo a loro sconosciuto: una valle antica, una terra di mezzo minacciata dalla Forza del Male. In mezzo draghi, stregoni e principesse… Forse l’abbiamo già sentita, in effetti, ma non ce ne curiamo: il racconto esige tutta la nostra attenzione di lettori.

La serie ha avuto in Italia una storia travagliata, passata per le mani di tre editori diversi prima che la Panini mettesse ordine pubblicando nove paperback a colori che contengono l’intera saga. Oggi un quarto editore (Bao Publishing di Milano) manda in stampa il volume unico: poco più di 1300 pagine. Il modo migliore di leggere Bone, a poco più di vent’anni esatti di distanza dal primo numero, uscito all’inizio dell’estate del 1991. Jeff Smith sarà a Lucca a fine ottobre per festeggiare l’anniversario. E nonostante abbia iniziato una nuova serie di fantascienza, Rasl (pubblicata dalla casa editrice che ha fondato, la Cartoon Books), ha ancora voglia di parlare di Bone e di ciò che ci gira intorno. La storia che gli ha cambiato la vita.

Il fantasy è ancora un genere estremamente popolare: fa grandi numeri, nelle librerie e al cinema. Passerà, prima o poi?
Diciamo subito che non è sempre stato così. Nei primi anni Novanta, negli Stati Uniti il fantasy non era ben considerato. I successi del Signore degli anelli di Peter Jackson, la mania di World of Warcraft erano ancora lontani. Poi, effettivamente, le cose sono cambiate, e ora siamo in un momento storico favorevole. Molti spiegano il successo del fantasy con il fatto che è il genere escapista per eccellenza, ma sarebbe troppo semplice. Io penso che dipenda dai significati allegorici e simbolici che ci puoi trovare dentro, che colpiscono il lettore a un livello profondo: le crisi e gli eventi del vivere, camuffati dietro spade e incantesimi. In fondo, questa non è altro che la caratteristica della grande fiction, anche poliziesca, western, eccetera.

La creazione di un mondo limitato, che vive secondo regole prestabilite, è anche rassicurante per il lettore. Almeno, una volta che sia riuscito a entrarci dentro…
Per me la costruzione del mondo di Bone è stata l’esperienza più soddisfacente in assoluto. Creare la valle, uno sfondo che fosse più vecchio della storia che racconto, con popoli e tradizioni diversi nel tempo e nello spazio. Questa operazione è ciò che ha reso grande J.R.R. Tolkien, che l’ha condotta meglio di ogni altro.

Tolkien e C.S. Lewis sono due autori che citi spesso parlando di Bone. Oggi però il successo arride ad altre saghe pop-epiche: J.K. Rowling e Suzanne Collins sono i primi due nomi che mi vengono in mente, ad esempio.
Bone è assimilabile a quel tipo di narrativa. A dire il vero però, io ho letto solo un paio di Harry Potter: niente Twilight, Hunger Games o roba del genere. E poi dopo aver passato dodici anni a scrivere e disegnare Bone, ho grosse difficoltà a leggere fiction di quel tipo, nonostante un tempo ne andassi pazzo. Ora mi dedico soprattutto a saggi e non-fiction.

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Fumetti di Michele R. Serra

Leila Marzocchi

IL DIARIO DEL VERME DEL PINO

Coconino Press-Fandango Bologna-Roma
Pagg. 224, euro 18,00

La Mano di Fatima rappresenta, nella tradizione musulmana, un simbolo di serietà e autocontrollo. È un amuleto usato come portafortuna e nel corso di riti apotropaici, leggo in rete. Si capisce dunque, che far diventare la Mano di Fatima protagonista di un fumetto sia una scelta piuttosto originale. Leila Marzocchi l’aveva già inserita nel cast della sua saga Niger, arrivata al terzo volume.

Rispetto al tratto denso e graffiato di quella serie, qui lo stile sterza decisamente: ai colori scuri si sostituisce un bianco/nero spruzzato di arancione, il tratto si fa decisamente naïf e le atmosfere dark cedono il passo alla luce. Con questi strumenti l’autrice racconta una favola per un pubblico difficile da immaginare: bambini?
Anche, non solo.
Personalmente, da (più o meno) adulto, ho capito che quello tratteggiato dalla Marzocchi è un mondo tanto affascinante quanto enigmatico: nel senso che, proprio nel momento in cui ti sembra di aver inteso dove va a parare il racconto, quello sfugge di nuovo, lasciandoti con un pugno di mosche in mano.


Marco Cazzato

MOOD

Grrrzetic, Genova
Pagg. 128, euro 17,00

Un piccolo dizionario delle emozioni, con le tavole dipinte da Marco Cazzato a dar loro forma. Mood è l’antologia delle illustrazioni realizzate per il nostro giornalino, per la rivista SlowFood e per la rubrica della Stampa “Cuori allo specchio”, variazione sul tema “posta del cuore” curata dal vicedirettore del quotidiano torinese Massimo Gramellini. Grandi campiture di colore e linee sfuggenti caratterizzano lo stile di Cazzato, che ama disegnare figure umane sempre sul punto di evaporare dalla pagina. Cosa che fortunatamente non accade.

 

 

 

 

 

Carlo Collodi
Gianluigi Toccafondo

LE AVVENTURE DI PINOCCHIO

Logos, Modena
Pagg. 40 (+dvd), euro 30,00

Collodi e Toccafondo si incontrano. Così il testo dello scrittore fiorentino, décollato, tagliato e rimontato, diventa punto di partenza per la costruzione di immagini, slungate sulla tela da Toccafondo con macchie di colore che diventano personaggi inquieti, ammalianti, oscuri, sfuggenti. L’opera è del 1996, trova oggi una nuova edizione che comprende anche il dvd del cortometraggio realizzato tre anni dopo. Oltre al libro, un’esposizione degli originali sta viaggiando per le librerie Feltrinelli sparse sul territorio nazionale. Dopo la tappa milanese, a Roma (Galleria Colonna 33) fino al 3 luglio e poi, fino a fine agosto, a Firenze (via Cavour 12).

 

 

 

 


Ratigher
TRAMA

Grrrzetic, Genova

Pagg. 112, euro 18,00

 

Lavinia e Giulio sono giovani, belli e benestanti, partecipano a feste in villa piene di alcool e bamba. Non sono cattivi, è il loro modus vivendi a renderli perfetti candidati per il ruolo di vittime in una storia horror. Se c’è una cosa che i registi americani ci hanno insegnato, dai Settanta a oggi, è che la bionda ricca e il capitano della squadra di football sono quelli che muoiono per primi, in caso si presenti alla porta un maniaco omicida.

Ratigher, al secolo Francesco D’Erminio, per il suo primo romanzo ha scelto di partire dall’horror, costruendo un racconto a linea chiara disseminato di sottotesti, simboli e indizi; ricco di trovate narrative che rivelano una mostruosa padronanza del linguaggio; confezionato con cura estrema, non solo per quanto riguarda dialoghi, inquadrature e montaggio delle tavole, ma anche per la veste editoriale: cita i vecchi Omnibus della Mondadori, splendidi mattoni telati che contenevano gialli e thriller, graziati fra i Sessanta e i Settanta – periodo in cui Ratigher ancora non era al mondo, eppure – dalle copertine di Ferenc Pintér e dalla direzione editoriale di Oreste del Buono. Bei tempi. Ma anche quelli che stiamo vivendo, per il fumetto italiano, sono niente male.

 

Fumetti di Michele R. Serra

Posy Simmonds
Tamara Drewe
Nottetempo, Roma
pagg. 136, euro 18,00

La doppia vita di Tamara

Le radici letterarie e i frutti cinematografici di Posy Simmonds

Sembrava roba detestabile, Tamara Drewe. Uno di quei libri che, a una prima occhiata, mi fanno accendere diverse spie di rossa diffidenza da qualche parte nel retro del cervello. Commedia sentimentale di amori e tradimenti in provincia, colori tenui, tratto gentilmente spezzato, lunghe didascalie quasi da racconto illustrato. Non è il mio genere, per quel poco che significa. Ancora più disturbante, il fatto che l’autrice usi una bassa tattica per compiacere il pubblico colto, quella che si riassume nella frase “i protagonisti del mio romanzo sono scrittori”. Tipico di chi vuole uscire dal ghetto ed entrare nel giro della Vera Letteratura. No?

Dunque. La vicenda di Tamara Drewe prende corpo in un piccolo paese della campagna inglese, rifugio di un gruppo di letterati. Una trama che si potrebbe definire prevedibile, visto che a idearla è Posy Simmonds. Anche riducendo all’osso il curriculum vitae di questa signora cento per cento inglese, originaria del Berkshire, non si può evitare di citare l’educazione parigina nella vivace (…) Sorbona dei Sessanta e l’altro romanzo grafico, Gemma Bovery, che dichiara sfacciatamente dal titolo l’ispirazione flaubertiana. Soprattutto, la sua serie Literary Life, pubblicata dal 2002 al 2005 sul Guardian: tavole settimanali in cui si prendeva gioco dell’universo umano e dell’apparato industriale che girano intorno ai libri. L’intero archivio è ancora disponibile sul sito del quotidiano inglese. Un godimento, se si sorvola sulle dimensioni microscopiche delle tavole: le mie preferite raccontano di processi decisionali nelle case editrici, schermaglie dialettiche tra scrittori, ciclo di vita del libro (dall’acquisto fiero all’esposizione nel salotto del proprietario, fino all’archiviazione di fianco al cesso).

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