Category: Linus Fumetti
Da Yellow Kid a OdB di Michele R. Serra
Esce l’antologia che raccoglie gli “ Scritti sul fumetto” di del Buono.
Ogni articolo è un racconto vivo, di arte, persone, epoche.
Devono essere la delusione per il presente e l’apprensione per il futuro a renderci tanto devoti al passato. Non c’è ricorrenza gradevole o sgradita che non venga puntualmente ricordata, commentata, discussa, celebrata come se si trattasse, sempre, di qualcosa di eccezionale veramente. Siamo ammalati di un’influenza di nostalgia perpetua.
A dir la verità, odio quelli che citano (maggior rispetto, piuttosto, per quelli che copiano, riuscendo a non farsi scoprire: nell’epoca della banda larga, non è più facile come un tempo). Nonostante questa idiosincrasia, finisco per citare più spesso di quanto vorrei. Stavolta però ho la giustificazione pronta: qui si cita il direttore, si cita Oreste del Buono (lui che, del resto, col tivava una piccola mania citazionista). Poche righe con cui si apre la raccolta Scritti sul fumetto curata da Daniele Brolli, in arrivo nelle librerie per l’editore bolognese Comma 22, di cui Brolli è anima. Cosa contiene, si capisce. Ma, per la precisione: la maggior parte di questi articoli sono apparsi su La Stampa, un numero minore su Linus, altri sui molti libri di fumetto curati da OdB. L’antologia tenta di offrire a chi legge l’ultima versione, quella definitiva, del suo pensiero. Si dice che lui scrivesse, ma soprattutto riscrivesse. Correggeva, aggiornava, ripensava. Mica casuale, se il protagonista di uno dei suoi racconti più belli, Né vivere né morire, è uno scrittore impegnato nella radicale revisione di un suo vecchio romanzo. Sarà pure banale dirlo, ma: l’insoddisfazione perenne nei confronti della propria opera è tratto tipico dei grandi; del Buono era perennemente insoddisfatto. Facile completare il sillogismo. Continue reading
Get Fuzzy by Darby Conley
Kinky & Cosy di Nix
Attenti a quelle due
Si ride amaro, se si ride, con la nuova striscia che vi presentiamo in queste pagine. Nix, nom de plume di Marnix Verduyn, quarantenne autore di fumetti belga, con questo lavoro s’inserisce impudentemente nella tradizione estetica della linea chiara, rafforzandola con una buona dose di dinamismo e adrenalina. Kinky & Cosy sono due gemelle ottenni curiose del mondo che osservano con sguardo disincantato. Le situazioni delle strisce di K & C sono politicamente scorrette, bizzarre, estreme. Forse è la sua formazione da ingegnere esperto di servizi finanziari, mestiere che faceva prima di darsi anima e corpo ai fumetti, che ha contribuito a coltivare in Nix uno sguardo analitico, sotto alcuni aspetti cinico e impietoso nei confronti del mondo.
“Volevo disegnare dei personaggi femminili perché è meno abituale e le ragazze sono assai più complesse dei maschi. E poi sono cresciuto in compagnia di due sorelle e il mio segno è Gemelli… Tutte cose che hanno avuto un peso. Kinky & Cosy, sono un po’ lo Yin e lo Yang. Kinky significa ‘bizzarro’ o anche ‘perverso’ e Cosy ‘delicato, tranquillo, accogliente’, sono ancora due bambine, possono combinare un sacco di cretinate, ma capiscono già le menzogne degli adulti. Una cosa che si adatta al formato breve delle strisce”, spiega Nix.
La figura del vecchio maestro, i genitori, il poliziotto di quartiere e perfino il mendicante monco sono messi a nudo dalle due bambine senza alcun filtro moralistico, come elementi necessari di un ambiente in cui le nostre imperversano, come un elefante in un negozio di cristalleria. Ne esce un quadro poco rassicurante dal punto di vista sociologico, ma il riscatto è dietro l’angolo, e sta nel senso di comunanza, di coesione e di complicità che le gemelle riescono a trasmettere al lettore. Uno sguardo cinico, dunque, ma non sprovvisto di pietas.
Le location periferiche, fatte di luoghi essenziali, la camera, il salotto con la televisione, la strada, l’aula scolastica sono in grado di aprirsi a personaggi nuovi e bizzarri, dagli alieni ai naufraghi, agli animali preistorici. Nix, infatti, ha disegnato molto e la striscia ha già superato quel momento magico in cui avviene il famoso “scatto di totalità”, più volte citato per le strisce americane da Elio Vittorini, quando il mondo disegnato, progressivamente costruito, diventa improvvisamente plausibile, comprensibile, strutturato. E da quel momento, un autore può permettersi fughe in avanti, balzi nel surreale, nell’incongruo, nell’onirico. Un po’ come Snoopy e il Barone Rosso.
Presentiamo in queste pagine una selezione delle prime strisce di Nix, un assaggio. Noi abbiamo visto anche il resto del suo lavoro e vi possiamo assicurare che Kinky & Cosy ne faranno di strada.
(Da Linus settembre 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

© NIX – ÉDITIONS DU LOMBARD
I rompicapo di Kinky & Cosy
Perle ai porci by Stephan Pastis
Yeti in terra di Francia di Michele R. Serra
Suggestioni fantastiche, autobiografia e critica sociale: il romanzo d’esordio di un disegnatore in fuga
Fine giugno. Fa fresco. Sarà stato Eyjafjallajökull a compiere il miracolo? Signora mia, meglio parlare del tempo, le notizie in tv non sono confortanti. Orecchio: si parla di “fuga di cervelli”, gente brava che se ne va, roba già sentita. Intanto, leggo il libro di Alessandro Tota.
Siamo più o meno coetanei, io e lui, però con esperienze di vita diverse. Io a Milano, lui a Parigi da un pezzo, emigrato da Bari alla Francia (io al massimo da Porta Romana a piazze più periferiche, ché gli affitti sono altini). Ecco, lui potrebbe essere uno della famosa fuga. Anche se fa il disegnatore, non è che abbiamo bisogno solo di scienziati e ricercatori. Che Tota abbia cervello è indubbio, ma poi, è anche un gran narratore.
Lo dimostra il suo romanzo d’esordio, che si potrebbe dire frutto della fuga: in Francia il mercato offre spazi e possibilità ai cartoonist. Così Yeti è uscito prima in francese, poi da noi. Il titolo “originale” – pensato dall’autore – è però quello italiano. Quello francese è stato imposto dall’editore: Terre d’Accueil, modo in cui i francesi definiscono la loro nazione, “terra d’accoglienza”, d’immigrazione. Ben rappresentata dalla nazionale di calcio blackblanc- beur, giusto? No, alzo gli occhi verso lo schermo, che racconta il fallimento di quel progetto sportivo: insulti, ingloriosa (più di quella italiana, e ci vuol tutta) eliminazione dalla Coppa del mondo, adesso addirittura Sarkozy – il più odiato dai banlieusard, nelle rivolte di qualche anno fa – cerca di sbrogliare la situazione. Un summit all’Eliseo, non con i suoi ministri, ma con un calciatore. Thierry Henry, famoso per essere stato protagonista di campagne contro il razzismo. Un corto circuito sociopoliticomediaticosportivo, a conferma che Yeti è roba di scottante attualità.
Perché scritto e disegnato da un artista (cervello?) in fuga. E perché parla di immigrazione, tema attuale in Francia come dalle nostre parti. Attenzione, non la stessa immigrazione che ha creato quelle seconde generazioni capaci di trovare visibilità sui campi da calcio e davanti ai microfoni del rap (qualche volta in politica: Zidane e Booba, ok, ma c’è anche la ministra Rachida Dati). L’immigrazione di cui parla Yeti è relativamente più ricca e comoda, ma mica troppo: la stessa che ha vissuto Tota, arrivato facilmente da un Paese comunitario, ma poi vissuto precariamente alla ricerca della svolta. Come lui tanti altri ragazzi, gli stessi che popolano le pagine del racconto: sognatori, artisti wannabe, geni incompresi, incapaci egotisti. Generi diversi, vita difficile per tutti.
Intendiamoci, Yeti non è solo autobiografia: è fiction realista, fatta di quotidianità. Con un unico elemento fantastico, ma piuttosto importante: il protagonista. Lo Yeti in questione qui è completamente glabro, perché la pelliccia serve in alta montagna, non in città. Enorme Barbapapà rosa, Yeti è la metafora grafica della diversità dell’immigrato. Lui non sa la lingua, sa dire solo Gnù. È carino, kawaii: potrebbe diventare una linea di merchandising, se non fosse maledettamente serio…
Appurato che il libro è attuale per diversi motivi, rimane da dire: è un gran esordio. Idea semplice, personaggi veri, diversi livelli di lettura. Poche menate, sostanza.
Telefono ad Alessandro Tota. L’attualità non offre conforto, ok; almeno, con lui c’è da parlare di qualcosa di meglio, mica del tempo.
Siccome è il tuo primo romanzo, il gioco è appiccicarti addosso qualche influenza artistica. Ti tocca. Dico il primo che mi è venuto in mente leggendo Yeti: Hayao Miyazaki. Bé…. Ne Il mio vicino Totoro, c’è una scena in cui due bambine aspettano l’autobus, quando vicino a loro appare questo personaggio fantastico – Totoro, appunto – che contrasta fortemente con la “normalità” della situazione.
Quando ho iniziato a disegnare Yeti, mi sono reso conto che c’era qualcosa… Sarà che ho visto tutti i film di Miyazaki. Narrativamente, non posso dire che abbiamo qualcosa in comune, però certamente mi ha ispirato, ha contribuito alla formazione dell’idea di un personaggio fantastico immerso dentro un ambiente molto realistico, in situazioni ordinarie. L’input iniziale è quello, anche se poi la mia storia procede in direzioni completamente diverse rispetto all’opera di Miyazaki.
Però ancora: c’è un prologo, nel libro, in cui spieghi che Yeti arriva in città perché costretto ad abbandonare la verde vallata in cui vive, improvvisamente adibita a discarica. Se volessimo continuare a parlare di temi tipici miyazakiani, be’, quello della natura…
In realtà quella particolare idea deriva semplicemente dal fatto che, mentre progettavo il libro, le prime pagine dei giornali italiani erano stabilmente occupate dalle foto dei rifiuti di Napoli. Sono entrati nel racconto, senza quasi che io me ne accorgessi a livello cosciente.
Il prologo è molto diverso dal resto: c’è un testo scritto e immagini che lo accompagnano, come in un libro illustrato per bambini.
Perché le prime dieci pagine, in realtà, sono un falso! Un falso Tomi Ungerer, uno dei miei disegnatori preferiti, anche se oggi non lo conosce quasi nessuno. Quelle tavole sono citazione integrale di un suo libro… e penso che ci sia anche molto di Robert Crumb. Nel modo di disegnare gli animali, non ho altri riferimenti oltre a Fritz il Gatto. Crumb viene fuori molte altre volte, nel corso del racconto.
Al di là di queste raffinatezze, la forza del libro sta nel racconto della vita di questa piccola comunità di stranieri giovani e disoccupati, in attesa della svolta.
In Francia tutti sembrano particolarmente interessati al discorso sull’immigrazione, forse perché – mi sono reso conto – l’argomento è poco trattato, qui la stragrande maggioranza del fumetto è ancora costituita da prodotti narrativi di genere. Yeti è stato letto come un racconto con un forte senso politico, cosa che io non avevo preventivato: il mio non è un approccio politico, è semplicemente quello classico del fumetto indipendente, italiano, americano. Un approccio che cerca di riflettere almeno lucidamente – se non criticamente – sulla realtà. Vero che questo porta solo a una maggiore consapevolezza, non all’azione. Infatti i miei personaggi si pongono molti problemi, ma poi nella pratica non fanno niente… Ho voluto fare in modo che tutti i protagonisti del libro fossero criticabili, in qualche modo. Altrimenti, sarebbero stati poco credibili.
Sei perfettamente al passo con tempi in cui fioriscono il giornalismo grafico e l’autobiografia a fumetti.
Bisogna sfruttare l’autobiografia per superarla, come hanno fatto John Fante o Philip Roth. Poi se parliamo in particolare di fumetti e autobiografia, già Pazienza aveva detto tutto… Personalmente penso che, se racconti la tua vita vera, il 90% del materiale risulta impubblicabile. Io ho disegnato la mia autobiografia vera: duecento pagine che non pubblicherò mai. Non potrei mai fare esplodere una tale bomba nella mia vita privata, sarebbe… infantile. Alla fine, quello che puoi far vedere al pubblico è, al massimo, un mix di elementi della tua vita frullati dentro la fiction: come in un sogno, riesci a riconoscere gli elementi fondamentali, ma il modo in cui si relazionano fra loro è diverso.
Cervelli in fuga: lì a Parigi, pensi di aver trovato il tuo posto anche nel mondo dell’editoria? Eh, magari… Dai, in ogni caso hai tempo: sei giovane. Almeno per gli standard italiani. No! Lo standard è la mediocrità. Che me ne faccio?!
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)





















