Tom Petty. Un tesoro nascosto
Rocker di mestiere, disc jockey per passione, il vecchio Tom torna con il suo più bel disco da molti anni a questa parte

I vecchi rocker da grandi fanno i disc jockey. Trovano qualche radio tra i milioni di emittenti che affollano il pianeta e surfano l’etere, la rete, i ricordi soprattutto, alla ricerca del Lupo Solitario che si portano dentro e che abbaiò forte, tanti anni fa, indicando la strada della musica. Bob Dylan ha una sua “Radio Hour” diventata ormai classica e Tom Petty da anni lo segue con un “Buried Treasure” per il canale XM che è un culto tra gli appassionati di musica americana. Scorro la scaletta di questa settimana e trovo quel che immaginavo: molto beat e ancora più rhythm and blues, Elvis e i grandi eroi del rock&roll originale, e poco, pochissimo oltre la barriera degli anni 70. Un tesoro comunque, un tesoro davvero.
È un titolo felice “buried treasure”, e trovo che si addica perfettamente a Tom Petty. Questo vecchio ragazzo con il caschetto biondo, nato nella terra dei coccodrilli e oggi fiero cittadino di California, ha fatto cose egregie nella sua vita rock ma da qualche parte deve avere il sospetto di non aver sfruttato appieno le occasioni, di avere sepolto per l’appunto qualcosa delle sue ricchezze. Esordì con il botto, una trentina d’anni fa, con uno, due ma facciamo anche tre album da storia del rock: Tom Petty & The Heartbreakers, You’re Gonna Get It e soprattutto Damn The Torpedoes ci illusero che i Sixties non erano finiti con il 31 dicembre 1969 e che il “Mr. Tambourine Saloon” di Dylan e McGuinn non aveva abbassato la serranda, solo cambiato gestore. Petty incideva dischi strepitosi e dal vivo era uno spettacolo, con i suoi Heartbreakers che incrociavano i Byrds e la Band sintonizzandoli con il nervoso clima dopo punk. Certo, Springsteen era più tipo e filosofeggiava meglio, con una più ricca mitologia; ma in quei giorni turbinosi non avrei fatto cambio tra il ragazzo di Asbury Park e quello di Gainesville, e passavo le giornate a stabilire polemici confronti tra “il più sopravvalutato rocker della nuova generazione” e quel suo cugino a cui invece toccavano le briciole, almeno in Europa.
Petty smise di essere Re Mida con i primi anni 80, ma solo per la critica. Al grande pubblico continuava a piacere, abitava regolarmente le classifiche e aveva il placet dei “poteri forti”, amico di Sua Maestà Bob Dylan e giovane di bottega nel supergruppo dei Travelling Wilburys. Le sue canzoni però cominciavano a sbiadire mitie con gli anni 90, dopo Full Moon Fever, dopo Into The Great Wide Open, il declino cominciò a essere chiaro anche ai fan più indulgenti. Petty rimasticava le vecchie idee tra routine e appagamento, con una sottile depressione che periodicamente gli faceva visita: fossero le disgrazie sentimentali di Echo o la polemica con l’industria discografica di The Last DJ, i suoi dischi diventavano sempre più monotoni e grigi. A un certo punto girò la voce che si fosse proprio stancato, che meditasse addirittura il ritiro. Il tesoro che tanti non avevano visto negli anni belli ora era lui a nasconderlo, da qualche parte nel giardino della sua lussuosa casa-studio, distrutta un giorno dal fuoco e puntigliosamente ricostruita dov’era e com’era prima.

Non so come Tom Petty abbia ritrovato il filo della sua storia e delle sue voglie, so però che è accaduto; e ho in mente il periodo preciso, la metà del decennio appena trascorso, il 2005 o giù di lì. È allora che inizia la sua trasmissione radio e allora che Peter Bogdanovich, un regista non qualunque, gli dedica un grande docu rock per celebrare i trent’anni di Heartbreakers (Running Down A Dream); ed è in quei mesi più o meno che il vecchio Petty ritorna Tommy boy e va a cercare il posto delle fragole, i Mudcrutch, la prima band vera e seria con cui aveva tentato di toccare il cielo. Un paio di quei musicisti sono rimasti con lui tutta la vita, gli altri si sono persi chissà dove. Petty li cerca, li trova, li convoca a casa e si regala un’estate di prove insieme per un disco e addirittura un tour – suonando “senza cuffie, senza menate di studio, con gli arrangiamenti decisi un minuto prima di cominciare”, tornando a sfregare le pietre della passione musicale come agli inizi, per ritrovare la scintilla. È un bagno di giovinezza ingenuo ma salutare. Ora il vecchio Tom non pensa più di smettere, anzi, ha voglia di spaccare il mondo con il disco nuovo; e per caricarsi di più prepara un’antologia della sua storia live dove, in sei ore di musica e un tourbillon di originali e cover, dimostra che gli Heartbreakers in scena non sono mai stati secondi a chicchessia e il vero, sano, vibrante rock magari non salverà la vita di nessuno ma scalderà forte il cuore e illuminerà la strada dei giusti. Quando qualche mese fa, molto diffidente, ho toccato con le orecchie quella kryptonite su cd, ho avuto uno sbandamento temporale e sono tornato il polemico ragazzo del 1978. Dove sei vecchio Bruce, e voi, missionari della E Street Band? Fatevi sotto, se avete il coraggio, accettate il confronto con un danzatore del ring come Tom Petty, agile, svelto e con il punch fatale come Cassius Clay quando ancora non era Muhammad Ali.
Cercate quel box, The Live Anthology, e cercate anche l’album nuovo di questi giorni, Mojo, perché il vecchio ragazzo ha usato il passato come un’asta per saltare nel futuro e ha recuperato la voglia e la spontaneità delle sue prime canzoni per inventarne di nuove. Mojo è davvero “lo spirito dei Mudcrutch che si è trasferito negli Heartbreakers”, come ci tiene a dire l’orgoglioso autore, è “la musica di sei musicisti che suonano insieme in una stanza e non pensano ad altro, in diretta, senza trucchi di studio”; ed è anche e soprattutto l’album migliore di Tom Petty da vent’anni a questa parte, diciamo da Into The Great Wide Open – il disseppellimento del suo tesoro, per tornare alla metafora iniziale. È un disco di voluttuoso rock blues e vibrante folk rock, tagliato da chitarre affilate, infiammato dal calore dell’Hammond; che evoca gli spiriti di un’epoca favolosa, il Dylan degli anni giovani, McGuinn dopo i Byrds, la Band, gli Allman Bros., i Crazy Horse prima della ruggine. Canzoni che se la prendono calma, perfino troppo, che salgono un po’ per volta senza dare in escandescenze; ballate ribollenti, up tempo mai troppo up, blues che risalgono la storia dai 78 giri della Grande Depressione (U.S. 41) ad acidità hendrixiane (I Should Have Known It).
Fosse stato lucido e freddo, Petty avrebbe fermato l’orologio prima che girasse un’ora, dieci brani, non di più. Ma anche lui ha avuto uno sbandamento, sull’onda dell’entusiasmo ha scritto tanto e nel disco ha voluto stipare 15 brani – semplicemente troppo. Non so voi ma io lo perdono, così contento di ritrovare un eroe che consideravo perduto. Vorrà dire che metterò il limitatore al cd, che mi fermerò al rock semplice e innocente di Let Yourself Go, traccia numero 10, con quell’armonica che fa buon sangue e gioia. Tutto il meglio sta prima e soprattutto all’inizio, con l’unodue folgorante di Jefferson Jericho Blues e First Flash Of Freedom, con quel vento West Coast che per sette minuti soffia a scompaginare i ricordi e strofina la pelle fino a una pelle d’oca alta così. Scommetto che diventerà un classico, e se non ai concerti di sicuro sul mio lettore cd.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)