Nirvana – vent’anni dopo di Riccardo Bertoncelli
L’anniversario di Nevermind, qualche considerazione sull’ultima grande stagione del rock e l’orgoglio per un vecchio numero di Linus
Nevermind dei Nirvana compie vent’anni e mi vengono in mente alcuni pensieri (che per una volta condivido). Per esempio: chissà se avrebbe lo stesso successo, planetario e memorabile, se fosse passata la prima idea di chiamarlo Sheep, “pecora”. Cobain e i suoi volevano insultare i connazionali che avevano accettato senza fiatare la prima Guerra del Golfo e mettendo il disco in cantiere si era scelti con quel titolo provvisorio. Alla fine però passarono ad altro, a un’idea da Peter Pan che, costi quel che costi, riesce a inventarsi anche nel Nord Ovest umido scazzato piovoso la sua “isola che non c’è”. Nevermind è un grande titolo, e anche meglio quella foto di copertina con il bambino sott’acqua che qualcuno cerca di pescare con l’esca del dollaro. Un grande album non è mai solo musica, è anche tutto il resto: grafica, testi, evocazioni. Solo così può incendiare la fantasia di chi ascolta e scivolare rumoroso e rapido nel fiume del tempo, che è giusto quanto è accaduto qui.
Nevermind compie vent’anni e volete che non ci sia la solita messa solenne e scoprimento della lapide con fanfara? Ci sarà, ci sarà, i discografici hanno preparato un box di 4CD e un DVD con i tre quarti d’ora originali e tutte le colorate incrostazioni che si sono depositate sopra, demo alternate takes mix alternativi passaggi radio, della molesta attraente specie che anni fa caratterizzò quell’altro cofanetto Nirvana, With The Lights Out. Mentre scrivo non ho ancora la lista dei brani, l’unica cosa certa è il video, che riguarderà il mitico concerto del 31 ottobre 1991 al Paramount di Seattle, quando i Nirvana assaggiarono per la prima volta il sapore del successo e trovarono che aveva un gusto strano e vagamente ripugnante. Ho scritto “mitico” perché gli storici lo giudicano il punto di snodo di questa storia – Nevermind è uscito a settembre e sta prendendo velocità, i Nirvana sono sulla bocca di tutti e sul punto di diventare la new thing della scena rock, con tutta l’euforia, l’orgoglio ma anche i mal di testa, gli scazzi, le angosce, e quella menata del grunge e della musica di Seattle che di lì a pochissimo toglierà il fiato. Quello show è l’ultima fermata in terra innocente, poi di corsa nel tunnel della fama isterica. Cobain si pentirà presto di aver sognato e desiderato con tutte le sue forze “fin da bambino, di diventare una rock star”.
Il box non mi interessa granché, posso dirlo?, ho la testa piena d’altro. Mi viene in mente com’era la scena rock nel settembre di vent’anni fa, nel senso che ancora esisteva, era forte e fiorente sul ceppo di una gloriosa tradizione. I Nirvana altri non erano che gli ultimi nipotini della covata dei Chuck Berry, degli Stones, dei Pistols, anche se non sembrava, per tutta una serie di motivi. Non sembrava perché loro facevano di tutto per distinguersi e uscire dal gregge, graffiavano, provocavano, “se tu sarai giallo io sarò nero”; e non sembrava perché il rock davvero nuovo e significativo brucia sempre le orecchie e le fa sanguinare – solo dopo un po’ ti accorgi che dietro quel fastidio c’è una purificazione, e quella lavanda ti ha fatto bene, il dolore era solo apparente. Se riascolto Nevermind (ogni tanto lo faccio, anche senza anniversari) davvero non capisco tanti niet, e lo stesso quando rimetto su un pezzo dei Sex Pistols o, che so, dei Sonic Youth giovani. Era musica messa all’indice, perversioni di pericolosi sovversivi, luoghi di pestilenza con la bandiera gialla. Bene, la storia si è mangiata tutti i dubbi e le indignazioni; alle orecchie oggi quelle canzoni suonano come una delle tante specie di rock, né più né meno – il tempo li ha in qualche modo aggiustate, sistemate, inserite in un contesto di “classicità”.







