Come può un Paese profondamente conservatore come il nostro fare innovazione? Il futuro per noi è tutto un quiz
Testo di Bruno Ballardini. Vignetta di Maurizio Minoggio
Avete fatto caso a quanto in Italia si parli di innovazione? Questa parola è diventata ormai una specie di mantra che va ripetuto costantemente per far credere che qualcosa si stia innovando. Perché l’innovazione è come la Nutella: meno ce n’è, più la si spalma. Se n’è parlato recentemente anche sul webmagazine della finiana fondazione Farefuturo, a proposito di un’iniziativa portata avanti insieme a Glocus, simmetrica fondazione di centrosinistra presieduta dall’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta: addirittura un ciclo di seminari “per modernizzare il Paese”(!). I seminari si terranno a Roma il 18 e 19 giugno e affronteranno il tema dell’innovazione istituzionale allo scopo di “diffondere la cultura del cambiamento e favorire la modernizzazione del Paese”. Nelle parole della Lanzillotta: “Le due fondazioni, in sintonia, hanno deciso di cominciare dal basso, a partire dai territori, per formare una nuova classe dirigente che condivida lo stesso sistema di valori”. Ora, ben venga l’iniziativa di promuovere il cambiamento nella classe dirigente. Ma questo non significa affatto “cominciare dal basso”. È un’idea di destra, perché prende in considerazione solo il “quadro di comando” mentre la cultura dell’innovazione dovrebbe essere diffusa a tutti i livelli e in tutto il Paese. E poi, la pubblica amministrazione non ha bisogno di innovazione, deve soltanto funzionare e senza sprechi (un esempio fra i tanti: basterebbero più controlli sui corsi di “formazione” e i corsi di lingue gratuiti per il personale, che vengono scelti magari in base alla località in cui si faranno le vacanze). E ci chiediamo: come può una classe dirigente asservita a una classe politica assolutamente ignorante e impreparata ricevere gli stimoli giusti per sviluppare una “cultura dell’innovazione”? In quanti decenni riuscirà a farsela, il Paese, questa benedetta cultura? Dopo di che, quanto altro tempo passerà prima che queste buone intenzioni si trasformino concretamente in una produzione industriale competitiva? Con tutti questi interrogativi, e ben sapendo che ormai la cultura nel nostro Paese si fa solo con i quiz televisivi, vogliamo contribuire anche noi alla “cultura dell’innovazione” con un bel quiz. Ecco i concorrenti.
Nella cabina 1 abbiamo Renato Ugo, presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Nella cabina 2 abbiamo Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione. Nella cabina 3 c’è Mariastella Gelmini, ministro dell’Università, della Pubblica Istruzione e della Ricerca. Potete rispondere anche voi del pubblico, dalle università, dalle industrie in crisi. Abbiamo scelto per voi un quesito facile facile, a proposito di una delle tecnologie più stupide che esistano, quelle che hanno proprio tutti. Ecco la domanda: perché in Italia non si producono telefonini cellulari? Pronti con i pulsanti? Via col tempo! Come dice ministro? Non lo sapeva che non ne produciamo? Mi dispiace ma è proprio così. Vuole un suggerimento? D’accordo. Tiri pure fuori il suo cellulare dal taschino e gli dia un’occhiata. Guardi bene: si tratta di una tecnologia stupida, poco più di un elettrodomestico comune. Un po’ di plastica, un po’ di silicio. Li producono nazioni vicine, come la Francia, la Germania, l’Olanda, la Svezia, la Finlandia, perfino la Russia. E allora come mai non ci sono cellulari italiani? Tempo scaduto. Era facile, dai! La risposta è: non li facciamo perché questo prodotto, per restare sul mercato, richiede continui investimenti nello sviluppo e nella ricerca. E le aziende italiane non solo non vogliono spendere un euro in ricerca, ma non hanno nemmeno sovvenzioni per farlo. Perché? Vuole dirlo Lei signor ministro? Ok, lo dico io. Perché se mai un governo decidesse di offrire sgravi fiscali o (addirittura!) finanziamenti a chi investe nell’innovazione, tutti questi soldi se li terrebbero i soliti imprenditori furbetti che farebbero finta di investire: farebbero al massimo un restyling di prodotti obsoleti tenendosi loro tutti i soldi. Abbiamo esempi ormai storici. Ma anche se per assurdo arrivassero a fabbricarli questi telefonini, nascerebbero già vecchi come i computer della Olivetti di tanti anni fa (tutti i nostri auguri vanno alla nuova Olivetti). E siccome non c’è nemmeno una cultura strategica del mercato nelle aziende italiane, tutti questi discorsi sull’innovazione sono destinati a rimanere discorsi. Hai voglia tu a fare seminari “per la modernizzazione della pubblica amministrazione” quando nei nostri ministeri vengono pagate ancora singole licenze Windows per ciascun computer, mentre esisterebbero gratuitamente Linux e Open Office che fanno esattamente le stesse cose dei pacchetti Microsoft. Hai voglia a sprecare inutilmente altri soldi per il “patentino europeo”, altra incomprensibile marchetta dei nostri governi per l’uso di prodotti informatici che sono tutto meno che innovativi. Insomma non avete risposto… Ma niente paura, abbiamo una domanda di riserva! Eccola qui: come mai in Italia non abbiamo nulla che assomigli al Massachusetts Institute of Technology? Pronti? Via col tempo! Nessuno risponde? Pazienza, sarà per la prossima volta. Tanto da qui ad allora non sarà cambiato nulla.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)