Opposti dogmatismi di Giampaolo Spinato

Posted by redazione on Sunday Feb 21, 2010 Under Opposti dogmatismi

La gaia assenza

spinato-febbraioLa paura dell’incognito diventa l’anticamera dell’immobilismo.
Rimettere mano alla forza immaginativa per strutturare un sogno è diventato tabù.
Cos’è meglio: essere prigionieri di un sogno o di un sonno a occhi aperti?

Cioò che più colpisce oggi in questo Paese è l’assenza di un progetto. Non esiste settore o agenda della vita economica e sociale che non presenti questa debolezza. Dietro le battaglie e la vasta gamma di sforzi produttivi che, ad esempio, per fronteggiare una crisi di proporzioni mondiali sta mettendo in scena le contraddizioni più feroci del sistema, non si intravedono progettualità lungimiranti e di lungo periodo.

Le parole d’ordine sono: incentivi, conservazione (degli asset aziendali molto più spesso che dei posti di lavoro), cassa integrazione (forma di tutela destinata ormai paradossalmente a mettere al riparo solo la parte più “fortunata” dei lavoratori, i cosiddetti “dipendenti”), mantenimento o anche difesa delle posizioni di mercato. Nonostante i retorici, vitalistici e, spesso, offensivamente comici richiami all’ottimismo, nessuna di queste parole contempla il sogno, l’immaginazione, l’invenzione o la creazione del nuovo. Non contemplano cioè quella visionarietà, quella forza immaginativa propulsiva e la capacità trasformativa che sono appunto la sostanza del tanto blaterato ottimismo. Siamo arroccati dietro slogan indelebilmente appannati da un alone di resistenza, di rassegnato, coriaceo combattimento per la difesa di una situazione data, di un contesto sociale e produttivo, un interesse di parte da tutelare, di un modo di vivere e relazionarci con noi stessi e con la realtà che, in quanto sperimentato e conosciuto, non presenti sorprese. E la paura dell’incognito diventa così l’anticamera dell’immobilismo.
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I morsi della crisi di Giampaolo Spinato

Posted by redazione on Friday Apr 17, 2009 Under Opposti dogmatismi
spinato-aprilellustrazione di Danilo Maramotti

Chiediamo scusa se un bel giorno, in branco, abbiamo deciso di sbranarvi. Se, per noia, ci divertiamo a manomettere i semafori, aspettando dietro gli alberi di poter vedere un crash spettacolare. Papà ci dice sempre che i rumeni sono delle bestie, ma la geografia non è mai stata il nostro forte. Così, scusate se prima abbiamo incendiato per errore quel barbone a Rimini, credendolo di Budapest, e poi, a Nettuno, ci siamo ricascati con l’indiano. 

Di certo non bisogna mai interrompere l’erogazione di acqua e cibo a un malato, ma non ci dovete rompere i coglioni se spariamo in testa a un ladro disarmato. La proprietà è privata, è stato detto, ma per qualcuno è priva già di tutto. La casa, sì, la dolce casa. Ci piace che la legge ci consenta di aumentare del 20-30% la superficie delle nostre ville. Nostra figlia, che si lamenta ancora di essere abusata, sarà felice di poter crescere sette figli-nipotini in una tavernetta invece che in cantina.

Ah, ci dispiace che abbiate trovato poco edificante che ricattassimo la gente più o meno importante con fotografie compromettenti, ma non speravamo d’essere premiati partecipando a un reality. C’è quell’handicappato che ha protestato perché l’abbiam picchiato e non ha torto. Ma la sua carrozzella era uno sballo, col motorino e tutto, per non volerci fare un giro.
Detto questo, visto che siamo cani, addormentateci pian piano. Se proprio non vi riesce di annientarci e ucciderci, narcotizzateci con tutti i crismi.
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La bugia più plateale che i conflitti e le loro rappresentazioni nel sistema informativo assecondano è il dualismo potere-terrore. Ma fra potere e terrore non c’è differenza

vignette di Danilo Maramotti

Tutti ricordano le polemiche scatenate dai risultati della commissione d’inchiesta del Congresso americano sull’11 settembre e le critiche che hanno coinvolto Blair e i vertici dell’amministrazione Usa a proposito delle contraffazioni informative sul ritrovamento di armi di distruzione di massa su cui si fondava il principio della guerra preventiva e la campagna che ha preceduto la seconda Guerra del Golfo.

Il dopoguerra in Iraq ha dimostrato, come se ce ne fosse stato bisogno, non solo il fallimento di quella strategia ma la mistificazione che la giustificava agli occhi del mondo (1).
La guerra continua e si incancrenisce nella menzogna.

(1)
Al di là dei giudizi estetici, anche W., l’ultimo film di Oliver Stone, contribuisce a chiarire, soprattutto per chi non c’era o non è informato sull’argomento, lo scenario di bugie e interessi non dichiarati che ha spianato la strada alle operazioni militari nell’Iraq di Saddam.

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Opposti dogmatismi: La cura di Giampaolo Spinato

Posted by redazione on Thursday Jan 22, 2009 Under Opposti dogmatismi

Più che “la” morale è “il” morale di chi vorrebbe un’Italia diversa a essere a terra
e il solo modo per restituire morale  a chi è sul baratro della depressione è aiutarlo
a ricostruire, ritrovare la propria identità

Qualcuno ci spiegherà prima o poi in che cosa consiste una “questione morale”. Non è certo riferita all’etica della politica quella che periodicamente, all’invio di avvisi di garanzia o allo scattare di un arresto, uno schieramento rinfaccia all’altro. Quelle che una volta si chiamavano mele marce e che un obsoleto senso del pudore lasciava gravitare solo alla periferia delle strutture partitiche o di potere ormai siedono su scranni parlamentari. Il numero degli eletti che hanno contratto debiti con la giustizia – fra condannati, prescritti, indagati, rinviati a giudizio – è tale che scandalizzarsi, senza compiere gesti e produrre proposte concrete, ormai è come esserne complici e colludere.

vignette di Danilo Maramotti

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Vignette di Danilo Maramotti

L’Italia è un Paese per vecchi, dove i Padri, siano essi naturali o metaforici, hanno messo a punto una raffinata gamma di stategie per “fare fuori” i propri eredi

Ci ha messo  una manciata di millenni, anno più anno meno, ma alla fine, con un po’ di applicazione, il padre di Edipo pare aver trovato il bandolo della matassa. Tutto comincia col famoso oracolo di Delfi che non gli lascia scampo. Laio, re di Tebe, figlio di Labdaco e sposo di Giocasta, vuole diventare padre. Ma il giorno in cui interroga l’oracolo, lamentandosi per la sterilità del proprio matrimonio, lo sventurato viene a sapere che la presunta sua disgrazia è, viceversa, un previdente dono degli dei. Nella loro infinita magnanimità e lungimiranza, negandogli fino a quel momento la gioia di una prole, gli hanno risparmiato un destino cinico e baro.

Qualora avesse avuto un figlio, infatti, questi lo avrebbe ucciso. E, per non fargli mancar niente, o forse perché senza infrangere un tabù come l’incesto non sussisterebbe il mito, la profezia aggiungeva che l’agognato giovane virgulto avrebbe copulato con la madre Giocasta, cioè la moglie di Laio. Messo sull’avviso, come biasimarlo, Laio ripudia la consorte. Non ci sarà nessuna gravidanza, neanche isterica, pensa. Ma la donna non ci sta e, dopo averlo ubriacato, si giace col legittimo marito in un amplesso durante il quale, manco a dirlo, concepisce Edipo, cioè quel figlio che realizzerà fino all’autoaccecamento tutti gli orrori della profezia.
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Illustrazione di Danilo Maramotti


Non si può barare con le storie, perché poi i conti non tornano

Ma la nostra banca non doveva essere “differente”? Non “girava intorno a noi” o almeno intorno a chi aveva un po’ di “zucca”? A quali storie abbiamo creduto? Che storie siamo disposti a leggere e scrivere? A chi abbiamo delegato la scelta delle storie a cui credere? Anche l’economia è un racconto. I racconti, le storie, non sono, come forse ci hanno voluto far credere, il passatempo per un’élite di buontemponi o di scansafatiche iniziati. Sono il luogo in cui permanentemente viviamo. Ognuno di noi non sarebbe in grado nemmeno di concepirsi fuori dalla storia, dal racconto. Per il solo fatto di esistere, ciascuno è, nel contempo, protagonista e fruitore della propria storia.

Ed è proprio questa caratteristica ontologica, studiata e compresa fino in fondo dalla logica del capitale, ad avere suggerito da vent’anni a questa parte le più audaci e vincenti fra le strategie di vendita e di marketing che hanno trasformato definitivamente l’economia in un racconto. La “globalizzazione” e lo scontro frontale che, dalla nascita di istituzioni come il Wto (World Trade Organisation, Organizzazione mondiale del commercio), hanno animato a ogni G8 la scena occidentale, sono lo sfondo di un racconto in cui la favola bella e progressiva del modello legato a principi di “benessere” e “crescita” ha spasmodicamente cercato di uscire dall’asfissia di una imminente saturazione.
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