Category: Rubriche

Teatro

Spettacoli teatrali scelti dalla compagnia di www.myword.it

di Enzo Fragassi

PRO PATRIA. SENZA PRIGIONI, SENZA PROCESSI di e con Ascanio Celestini. Presentato in anteprima lo scorso ottobre al Romaeuropa festival, il nuovo spettacolo dell’autore de La pecora nera e Scemo di guerra unisce in maniera (anche) provocatoria due temi di grande attualità come il Risorgimento e la situazione carceraria, giunta ancora una volta sull’orlo del collasso. Degno erede di Dario Fo, Celestini svolge appieno il ruolo dell’intellettuale nel segno di Pier Paolo Pasolini, isolando al termine di un lungo lavoro di studio e di scavo una vicenda umana di fantasia ma al tempo stesso emblematica di un’intera condizione, nello specifico quella di un ergastolano che, nella piccola biblioteca del carcere, avendo accesso solo alle opere dei padri risorgimentali, da Mazzini a Pisacane e Cattaneo, sviluppa con loro un dialogo al di là del tempo. Così Celestini costruisce l’impalcatura di un acre monologo dai contorni netti in cui la denuncia sociale della condizione detentiva (con il preoccupante incremento dei suicidi in cella e il moltiplicarsi di casi di violenza gratuita) si intreccia al ricordo glorioso ma effimero della Repubblica romana e alle promesse mancate delle imprese che ne seguirono. Non manca l’accenno a un ardito parallelismo fra lotta risorgimentale e lotta armata che apre volutamente uno squarcio polemico nel dibattito sui 150 anni dell’Italia unita che nei mesi scorsi raramente è riuscito a infrangere la cortina di una soporifera ufficialità. Ben vengano, dunque, anche le provocazioni che Celestini, da artista qual è, ammanta di senso e di emozioni capaci di toccare il cuore, sollecitando anche la mente. Parte a gennaio una lunga tournée dello spettacolo che toccherà varie località dell’Umbria, per giungere in febbraio al Palladium di Roma. Tutte le date e le info su www.ascaniocelestini.it

MURI. PRIMA E DOPO BASAGLIA di Renato Sarti, regia di Renato Sarti. Con Giulia Lazzarini. Spettacolo nato nel 2010, a trent’anni dalla morte dell’ispiratore della Legge 180 di riforma della pratica psichiatrica e dei luoghi di cura, nasce da un’esperienza personale del regista, che nel 1972 ebbe l’opportunità di esibirsi per un anno nel piccolo teatro dell’ospedale psichiatrico di Trieste, dove Basaglia era arrivato da poco. Dal ricordo di una giovane paziente lobotomizzata e dal tentativo di guardare a quella realtà di dolore infinito con gli occhi di chi ogni giorno vi aveva a che fare, un’infermiera, posta improvvisamente di fronte alla rivoluzione impostata dallo psichiatra veneziano, nasce questo intenso monologo, affidato a un’interprete di lungo corso che non ha bisogno di introduzioni. Le vite dei “matti” e quelle dei “sani”, poste di fronte al dolore che – diceva Umberto Saba – ha una voce sola ed è eterno, si toccano e talvolta si confondono, mettendo in luce la fragilità di un confine che ancora oggi e sempre più interroga le nostre coscienze. In scena dal 17 al 22 al Teatro India di Roma. Info su www.teatrodiroma.net

KARAMAZOV di Fëdor Dostoevskij, regia di Cesar Brie. Instancabile fondatore di gruppi e fomentatore di esperienze teatrali al di là e al di qua dell’Atlantico, il regista argentino di casa a Milano – dove ha fondato la Comuna Baires – come in Bolivia – dove ha dato vita al Teatro de los Andes – si confronta, dopo Odissea, con un altro mattone fondativo della cultura occidentale, dove tutti gli aspetti dell’animo umano si riflettono nel dolore dei bambini, che diventano così pietra di paragone per una riflessione universale sull’ingiustizia degli uomini e sulla guerra. Un allestimento spoglio dal punto di vista scenografico ma ricco di quello spessore morale e politico che rappresentano la cifra più duratura e riconoscibile di Brie, qui accompagnato da un gruppo di attori italiani e dalle musiche di Paolo Brie. Presentato in anteprima al festival “Vie”, lo spettacolo è prodotto dalla fondazione Emilia Romagna Teatro, che già aveva partecipato a quella di Otra Vez Marcelo, una pièce incentrata sul dramma dei desaparecidos. Dal 21 gennaio al 12 febbraio al Teatro delle Passioni di Modena, poi in tournée (dal 10 al 22 aprile al teatro dell’Elfo Puccini di Milano). Info su www.emiliaromagnateatro.com

 

Tipi psicologici-Umberto Bossi di Massimo Cirri

Come ti sistemo il Capo

Cosa ne facciamo dell’Umberto? Come sistemiamo il Capo? è questo il problema urgente della Lega. Bisognerà anche trovare le parole per dirglielo, al Capo, che la questione è quella della sua rimozione. Non è facile, ma non si può andare avanti così. Perché lui, palesemente, già da qualche tempo perde colpi. E adesso è cotto. Il suo rapporto di fiducia con Berlusconi è come quello di una coppia sposata da trent’anni quando le cose hanno cominciato ad andar male al terzo mese: tenuta insieme dal rancore e dal terrore che qualcun altro possa fare del male al coniuge togliendoti il piacere di farglielo tu. Poi il Capo ha esortato i suoi a non andare a votare ai referendum a urne aperte – violazione della legge elettorale – e quando loro c’erano già andati in massa, violazione della logica. Da troppo tempo ha abbandonato l’uso della parola e si è ritirato nella comunicazione non-verbale. Risponde alle domande dei giornalisti con il gesto dell’ombrello, medi alzati, pollici versi, corna o accennando passi di danza maori. Prevedibili a breve drammatiche escalation: “Continuerete a sostenere Berlusconi?”, domanda l’inviata del Tg3. Bossi risponde con un rutto o calandosi le brache. Atti comunicativi in sintonia con i sentimenti popolari verso i quali la Lega è stata, da sempre, in profonda comunione, ma un po’ difficili da interpretare. “Cosa avrà voluto dire grattandosi virilmente le parti intime nella conferenza stampa sulla legge di stabilità? E perché per diciassette minuti esatti?”

Al momento ci sono due vie d’uscita. La prima è prenderlo di peso e metterlo da parte. Dirglielo carinamente in faccia, come nelle tradizioni della Lega, “Adesso basta, föra di ball”. Lo farebbe volentieri Maroni. Anche per rompere quel velo d’ipocrisia che circonda sempre le cose umane e le relazioni di potere. Lui, il Capo, lo sa benissimo che noi lo si vorrebbe liquidare anche se noi diciamo che no, figurati, la Lega è e sarà per sempre Umberto Bossi. E noi lo sappiamo benissimo che lui lo sa benissimo e tutti facciamo finta di non saperlo benissimo. Sembra un discorso complicato ma ci arriva anche Borghezio. Seconda possibilità: tenerlo nel Cerchio Magico. E’ il ristretto numero di dirigenti che sta più vicino al Capo: lo comanda Rosy Mauro, che ha preso casa a Gemonio per non mollarlo neanche durante il fine settimana, e ne fa parte anche Renzo Bossi, il figlio, il Trota, ma non sempre. Perché non sa calcolare l’area del cerchio. Il Cerchio protegge Bossi, lo tutela e se lo tiene per sé. Il Cerchio accusa Maroni di aver perso le elezioni e di andare in giro a dire che Bossi è bollito e non può più guidare il movimento.

Maroni accusa il Cerchio di aver sequestrato Bossi e di tenerlo lontano dalla sua gente – senza il contatto con il popolo  Bossi è come Berlusconi senza televisioni – di raccontargli un sacco di balle su quello che succede fuori casa, di non avergli detto che a Milano ha vinto Pisapia  e di passargli al telefono Berlusconi dicendogli che lo cerca una bella manza di Tradate. Così lui è più bendisposto. Basta cerchi magici Umberto sveglia diceva un cartello sul sacro Pratone di Pontida. Mai nel rito celtico si era osato dare dell’addormentato al Capo. E accanto c’erano quegli altri striscioni con Maroni presidente del Consiglio. Sarà un caso? La perizia calligrafica subito disposta da Rosy Mauro dice che li ha vergati la stessa mano. E che nella giacca di Maroni è stato rinvenuto lo scontrino di un colorificio. Neanche padano, di Pescara. Maroni dice che allora è inutile scandalizzarsi quando certe giovani badanti ucraine si intortano l’anziano badato lombardo, lo blindano per impedirgli ogni contatto con i parenti che ci terrebbero tanto a litigare davanti a lui per l’eredità, lo irretiscono, gli cambiano il pannolone e il cervello. Poi si fanno sposare e si ciucciano l’appartamento. Non so se mi spiego.Rosy Mauro ribatte che se fosse per lui, Maroni, manderebbe Bossi in giro tutta l’estate in canottiera. Che poi si scotta. Maroni replica che lei lo carica a molla contro di lui. Una tensione che rischia di distruggere il partito. Se ne potrebbe uscire con un congresso, l’ultimo è del 2002. Ma lì tocca votare e allora sono dolori. O con un ricovero. Non bisognerebbe mai ricoverare l’anziano, perché perde capacità. Ma qui non c’è altra scelta. Allora si ristruttura un’ala della Villa Reale di Monza e vi si attacca fuori la targa dorata: Ministero del Federalismo oppure Ministero del Decentramento – Sede Centrale o anche, se suona meglio, Presidenza della Repubblica del Nord, Regno di Padania, Vigne Celtiche Docg. Ci si mette dentro il Capo e si va a trovarlo una volta alla settimana. Per Natale e agosto ci pensiamo poi. Padania libera.

Da Yellow Kid a OdB di Michele R. Serra

Esce l’antologia che raccoglie gli “ Scritti sul fumetto” di del Buono.
Ogni articolo è un racconto vivo, di arte, persone, epoche.

Devono essere la delusione per il presente e l’apprensione per il futuro a renderci tanto devoti al passato. Non c’è ricorrenza gradevole o sgradita che non venga puntualmente ricordata, commentata, discussa, celebrata come se si trattasse, sempre, di qualcosa di eccezionale veramente. Siamo ammalati di un’influenza di nostalgia perpetua.
A dir la verità, odio quelli che citano (maggior rispetto, piuttosto, per quelli che copiano, riuscendo a non farsi scoprire: nell’epoca della banda larga, non è più facile come un tempo). Nonostante questa idiosincrasia, finisco per citare più spesso di quanto vorrei. Stavolta però ho la giustificazione pronta: qui si cita il direttore, si cita Oreste del Buono (lui che, del resto, col tivava una piccola mania citazionista). Poche righe con cui si apre la raccolta Scritti sul fumetto curata da Daniele Brolli, in arrivo nelle librerie per l’editore bolognese Comma 22, di cui Brolli è anima. Cosa contiene, si capisce. Ma, per la precisione: la maggior parte di questi articoli sono apparsi su La Stampa, un numero minore su Linus, altri sui molti libri di fumetto curati da OdB. L’antologia tenta di offrire a chi legge l’ultima versione, quella definitiva, del suo pensiero. Si dice che lui scrivesse, ma soprattutto riscrivesse. Correggeva, aggiornava, ripensava. Mica casuale, se il protagonista di uno dei suoi racconti più belli, Né vivere né morire, è uno scrittore impegnato nella radicale revisione di un suo vecchio romanzo. Sarà pure banale dirlo, ma: l’insoddisfazione perenne nei confronti della propria opera è tratto tipico dei grandi; del Buono era perennemente insoddisfatto. Facile completare il sillogismo. Continue reading

Linus Teatro di Renato Palazzi

Vedi Napoli e poi… Torino, Ravenna, Spoleto

Le luci di scena tra poco si accenderanno in una serie di innumerevoli piazze, strade e stradette di borghi e villaggi, cortili di palazzi, ex ospizi, vecchie centrali elettriche. Ecco le occasioni più importanti.

È giugno, e torna – puntuale come certi passaggi climatici – la stagione dei festival estivi. Dagli inizi del mese, e grosso modo fino alle prime avvisaglie dell’autunno, la vita di chi segue il teatro, a livelli più o meno professionali, sarà comunque dettata da questo inesorabile calendario di appuntamenti che, piaccia o non piaccia, non si possono eludere. Non è un problema di articoli da scrivere, perché i giornali, in linea di massima, a queste manifestazioni danno ormai poco rilievo. È che, per lo spettatore assiduo, i festival fanno parte del ciclo esistenziale: lui misura il calendario da una Spoleto all’altra. Lui, di questi tempi, è abituato a ragionare solo in termini di treni, di alberghi, di spostamenti.
Quest’anno, forse a causa delle poche risorse economiche, i programmi sono arrivati con un certo ritardo, e in molti casi sono ancora provvisori. C’è una realtà gloriosa come Inequilibrio, il festival di Castiglioncello, laboratorio del nuovo, cantiere di gruppi al lavoro tutto l’anno in residenza, che a causa di questi problemi slitta addirittura al periodo tra fine agosto e l’inizio di settembre. Però, come sempre, le luci di scena tra poco si accenderanno
in una serie di innumerevoli piazze, strade e stradette di borghi e villaggi, cortili di palazzi, ex ospizi, vecchie centrali elettriche. Cerchiamo, qui di seguito, di dare delle indicazioni molto sommarie su quelle che si presentano, al momento, come alcune delle occasioni più importanti.

Napoli Teatro Festival ItaliaNapoli Teatro Festival Italia (4-27 giugno). Molto ricco e articolato, secondo consuetudine, l’arco di proposte di questa rassegna internazionale che per il terzo anno, sotto la direzione artistica di Renato Quaglia, si presenta come una grande vetrina istituzionale, protraendosi praticamente per un mese intero: da segnalare, fra tanti titoli, il Romeo and Juliet multietnico del regista inglese Alexander Zeldin (dal 4 all’8 al Teatro Mercadante), Football Football, uno spettacolo sul mito del pallone – in concomitanza coi mondiali di calcio – del regista bosniaco Haris Pasovic, con attori-danzatori di varia provenienza (dal 4 al 10 giugno al Real Albergo dei Poveri), El avaro, una rilettura in tempo di crisi economica della commedia di Molière, con la regia di Jorge Lavelli (12, 13 al Teatro Mercadante). Spiccano poi Immanuel Kant, un testo di Thomas Bernhard mai rappresentato in Italia, allestito da Alessandro Gassman (17, 18, 19 al Teatro Mercadante), I Demoni di Dostoevskij nel monumentale allestimento di Peter Stein (19, 20 all’ex birreria di Miano), Cabaret Hamlet, una rivisitazione tra farsa e  avanspettacolo del capolavoro scespiriano firmata da Matthias Langhoff (26, 27 all’ex birreria di Miano). Dal 5 al 27, Manuela Cherubini mette inoltre in scena al Teatro Sannazaro Bizarra, la “teatronovela” in venti puntate del visionario autore-regista argentino Rafael Spregelburd. Accanto alle proposte del calendario “ufficiale”, nelle stesse sere si svolge il Fringe Festival, con la partecipazione di una quarantina di giovani gruppi.

Festival delle Colline Torinesi (3-23 giugno): molte, come sempre, le “prime” di rilievo a questa quindicesima edizione del festival che coinvolge varie sale cittadine e alcuni luoghi del circondario. Fra i debutti di maggiore interesse, West, una nuova tappa del ciclo di ricerca che il gruppo Fanny & Alexander va conducendo attorno al mondo del Mago di Oz (dal 7 al 9 alla Cavallerizza Reale), Photo-Romance, un nuovo lavoro creato dall’ingegnosa
coppia libanese formata dall’attrice e artista visiva Lina Saneh e dall’autore-regista-attore Rabih Mroué, già ospiti d’eccellenza in precedenti edizioni del festival (dall’11 al 13 alla Cavallerizza Reale), Iovadovia, terzo episodio del percorso dei Motus nel mito di Antigone (dal 21 al 23 alla Cavallerizza Reale).

Ravenna Festival (9 giugno – 13 luglio): il programma, ispirato al rapporto fra luce e tenebre, è composto in prevalenza di eventi musicali. Nel settore teatrale c’è Schwab, un progetto di Maurizio Lupinelli con attori e disabili, che intreccia la vita e le opere di Werner Schwab, l’autore austriaco morto nel ’94 di overdose alcolica (21, al Teatro Rasi), ci sono gli onnipresenti Demoni di Stein (26, al Palazzetto dello Sport), e Cardo rosso di Maddalena Mazzocut-Mis, sull’assalto terroristico al Teatro Dubrovka di Mosca, diretto e interpretato da Chiara Muti con due violoncellisti (il 28 e 29 al vecchio Tiro a segno), e Ravenna-Mazara del Vallo 2010, un “trittico” di Marco Martinelli, Ermanna Montanari e Alessandro Renda sull’immigrazione africana in Sicilia e le tragedie in mare (8 luglio, alla Rocca Brancaleone).

Voci di Fonte (15-23 giugno): è un piccolo festival, ma in evidente crescita quello promosso dal gruppo laLut e dal Comune di Siena in alcuni ambienti suggestivi della città. Fra gli spettacoli in programma,  L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett interpretato dall’attore ottantenne Giancarlo Ilari con la regia di Massimo Farau (15 e 16 a Santa Maria della Scala), Il giocatore di Dostoevskij nella messinscena di Egumteatro, regia di Annalisa Bianco e Virginio Liberti (15 e 16 a Santa Maria della Scala), B.I.C.U.S. del gruppo laLut, da Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace (dal 16 al 22 alle Fonti delle Monache), Senza Lear, una rilettura del dramma scespiriano da parte della giovane compagnia Isola Teatro, in cui la vicenda viene vista solo dalla parte delle figlie, in attesa di incontrare un padre assente ma sempre incombente (20 e 21, a Santa Maria della Scala).

Festival dei Due Mondi di Spoleto (18 giugno-4 luglio): è ampio, ma di qualità alterna il programma della cinquantatreesima edizione della gloriosa rassegna umbra. L’appuntamento centrale – dal 25 al 27 al Teatro Nuovo – come da due estati a questa parte è firmato da Bob Wilson, che in Shakes peares Sonette allestisce col Berliner Ensemble venticinque composizioni poetiche di Shakespeare, mescolando i generi e gli stili, svariando dalla  recitazione al canto, in un percorso tra i versi e i personaggi del Bardo scandito dalle musiche originali del songwriter canadese Rufus Wainwright. Ma potrebbe essere interessante anche Descendents of the Eunuch Admiral dell’autore di Singapore Kuo Pao Kun, rappresentato con le marionette giapponesi del Teatro Youkiza e la regia del francese Frédéric Fisbach (19 e 20 al Caio Melisso). Da segnalare anche un Troilo e Cressida di Shakespeare nell’adattamento degli autori di performance supertrasgressive Ricci/Forte, con giovani attori e la partecipazione di Michele Placido, diretti da Piero Maccarinelli (dal 25 al 27 a San Nicolò), Eleven and twelve / 11 and 12 di Peter Brook, in cui il regista inglese torna all’opera dello scrittore africano Amadou Hampatè Bâ Vie et enseignement de Tierno BokarLe Sage de Bandiagara (dal 2 al 4 luglio a San Simone), e la ripresa del Barbablù di Georg Trakl realizzato da Cesare Lievi dentro una scatola ottica di due metri per due, che scompone le immagini e altera le proporzioni dei corpi degli attori. La riproposta, a ventisei anni dalla “prima”, avviene nel ventennale della scomparsa dello scenografo Daniele Lievi, fratello del regista e inventore di questa raffinata macchina visiva (3 luglio, Palazzetto dello Sport). (1. continua)
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Tipi psicologici – Gianfranco Fini di Massimo Cirri

Fare futuro insieme?

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Vignetta di Danilo Maramotti

“Se stiamo insieme ci sarà un perché…” si interrogava Riccardo Cocciante. Con un dolore sordo dentro, almeno a giudicare dalla smorfia delle labbra, mentre cantava teso tra pianoforte e microfono. Cosa rimanesse di quel controverso rapporto lui voleva scoprirlo alla svelta, possibilmente “stasera”. Per non tirarla troppo in lungo e non star lì a logorarsi, ancora, in un tormento che va avanti da molto tempo: stare ancora insieme o lasciarsi? O forse non siamo già, di fatto, ormai irrimediabilmente lontani? E anche volendo – e io non sono sicuro di volere e non so se tu vuoi che io lo voglia – potremmo mai riuscire a ritrovarci? E cosa significa “ritrovarci” adesso che mi sto smarrendo anche lessicalmente? Proviamo ancora a provare o invece lasciamoci così, prima che tutto degeneri in un orizzonte di rancore? Ma potremo mai odiarci, noi due, con tutto quello che abbiamo condiviso? Sì, a pensarci bene potremmo, brutta carogna schifosa. Perché tu già mi odi. Mentre io potrei crocifiggerti con una fredda indifferenza. Ci incontreremo tra un po’ di tempo, forse a una festa, forse per qualcosa di lavoro. Io ti saluterò appena, palesemente felice. Una nuova vita, la mia, leggera e piena. Tu invece torvo, ingrassato, calvo, rancoroso e in compagnia di Bondi. Così impari.

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Cinema: And the Nominees are (were…) di Filippo Mazzarella

x-cinemaLegenda:
* blah
** boh
*** beh
**** eh
***** oh

An Education *
di Lone Scherfig. Con Peter Sarsgaard, Carey Mulligan.
Non ha la nomination per la regia, e ci mancherebbe. Bello, cominciare con il film che più di tutti gli altri nove ha meno ragioni di esistere nella nuova configurazione delle candidature. Cosa ha fatto il miracolo? Nick Hornby che ha sceneggiato l’autobiografia della giornalista britannica Lynn Barber? La rievocazione leccatina del momento immediatamente precedente alla swingin’ London? Il sempiterno fascino esercitato da Parigi sur les américains?
Probabilità di vittoria: 0,0001%

Avatar **
di James Cameron. Con Sam Worthington, Zoe Saldana.
Questo la nomination per la regia ce l’ha, più una pletora di candidature tecniche, e ci mancherebbe. Ciò malgrado, come già dicevo il mese scorso in sede di recensione lunga a cui vi rimando, a dispetto della sua tonitruanza e della sua ipertroficità, è un film microscopico di cui sono pronto a scommettere si serberà un ricordo proporzionale alla sua (falsa) ampiezza di visione. Ma siccome è pieno di boccaloni convinti oggi che il futuro si giochi da queste parti e che domani si giocherà sul ritorno in grande stile del cinema in Odorama digitale (speriamo che il primo esempio sia un porno anal), il pronostico è fin troppo facile.
Probabilità di vittoria: 99,2153%

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Tipi psicologici di Massimo Cirri

Il ministro Brunetta, o dell’incacchiarsi

brunetta-cirri1Il ministro Brunetta è incacchiato. Sempre. E per incacchiato intendiamo irato, incollerito, iroso, inviperito, stizzito, fremente, adirato e idrofobo. Almeno così lo raccontano le cronache. Non sappiamo se poi nella vita vera, fuori dai giornali e dalle tivù, sia anche una persona paciosa, dolce e serafica. Io credo di sì. Ma così, come augurio.

Fatto sta che almeno nella sfera pubblica, quanto a emotività espressa, il ministro Brunetta appare piuttosto diverso dal Dalai Lama, che pure i suoi motivi di arrabbiatura li ha, stante che i cinesi gli hanno invaso casa con i carri armati. Ma il ministro Brunetta è diverso anche da Gianni Letta. è più espansivo, irruente, sanguigno e, appunto, perennemente incacchiato. Che per un ministro è quantomeno inusitato, dissonante con il ruolo.

Sei ministro, hai raggiunto il potere, rilassati. Sii regale, perché anche se siamo in una repubblica il maestoso funziona sempre, guarda Berlusconi; oppure munifico, energico, distaccato come un maragià. O esercita il dominio freddo e spietato come un cardinale. Scegli te, ma lascia l’arrabbiatura all’opposizione. è lei che per tradizione alza la voce, sbraita, vibra d’indignazione e ogni tanto s’incacchia di brutto e fa venir giù i vetri alla Camera.

Per il centrosinistra di oggi questo sembra troppo, è vero. Non ce la fa. Colpa sua, direbbe Brunetta, si è ridotto così a forza di primarie e ben gli sta. Perché le primarie sono un bel gioco, ma passarci sopra troppo tempo prosciuga le energie fisiche e mentali. Come i miei figli adolescenti che tirano metà pomeriggio a sparare come forsennati nel videogame e dopo, quando si tratta di fare i compiti, crollano semiaddormentati. E Ignazio Marino, lombrosianamente, ha la faccia del bravo ragazzo che spappola i nemici con il fucile a pompa in un videogame: Mozioni, ne resterà solo una. Solo che è un videogioco dove la Binetti indossa un cilicio antiproiettile. E non muore mai.

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Linus Teatro di Renato Palazzi

beckett_o2Che cosa è totalmente e inesorabilmente calato nel Novecento, e che cosa invece potrebbe spingerci o accompagnarci nel domani? Un piccolo gioco-esercizio intellettuale dal quale non è escluso che si riesca a ricavare qualche interessante indicazione.

Forse molti non se ne sono accorti, ma sono già passati dieci anni da quando abbiamo varcato le frontiere del Duemila. Dieci anni, nella nostra vita, possono essere pochi o tantissimi, ma in questo caso hanno un significato preciso, ovvero che chiunque abbia superato le soglie della pubertà appartiene al secolo scorso. Appartenere al secolo scorso non è in sé una colpa: ma nel campo delle idee e delle abitudini culturali tante cose che ci appaiono attuali si stanno impercettibilmente allontanando. Il Novecento, poi, è stato un secolo particolare, fatto di vertiginose spinte in avanti e di improvvise inversioni di marcia, di sussulti e di cadute.

Ora, a mio avviso, esso sta diventando, più che un arco di tempo, una categoria del pensiero che ci si impone di cominciare a decifrare. Quanti concetti, quanti schemi intellettuali su cui quasi inconsapevolmente continuiamo a fare conto restano in fondo direttamente legati alle sue radici? E spesso si tratta proprio di quelle esperienze che allora risultavano più avanzate e innovative. Non è detto che oggi debbano essere considerate superate: ma dobbiamo prepararci a sottoporle a qualche attenta verifica.

Io, personalmente, mi sento troppo affezionato ai miei antichi pregiudizi per procedere a una selezione troppo approfondita: ma essendo la questione affascinante, trovo utile provare ad affrontarla con un piccolo gioco dal quale si potrebbe ricavare qualche interessante indicazione. Vi invito dunque a dedicare una minima parte del vostro tempo a stilare – arbitrariamente, soggettivamente – dei personali elenchi di ciò che a vostro parere rimane del tutto calato nel Novecento, e di ciò che invece potrebbe accompagnarci nel domani. Lo propongo come gioco perché il gioco è, appunto, innocuo, senza conseguenze: non comporta sentenze definitive, non implica di buttare via nulla, ma nella sua libertà può suggerirci dei criteri, può persino aiutarci a riconsiderare con occhio diverso qualche mito consolidato.

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