Category: Rubriche

Editoriale di febbraio

Il primo colpo di pistola è diretto in cielo. Il secondo alla collina, il terzo rimane in canna ed è puntato sul gruppo di egiziani improvvisamente immobili come sfingi. Tutti gli sguardi si concentrano su Hashim. Il suo nome in arabo significa “distruttore del male”. Contro la pistola del padrone però, c’è poco da distruggere…

Walter Molino a pagina 6 parla di chi raccoglie i pomodorini pachino, della loro condizione così simile a quella dei ragazzi di Rosarno, la cui consapevolezza è pari al livore con cui – ahimé – la stampa ha generalmente plaudito all’intervento militare che ha nascosto, come la monnezza sotto il tappeto, le vite e le storie di un pugno di poveracci rimbalzati da quelle parti per un tragico scherzo della storia.

Il primo marzo un manipolo multietnico di blogger organizza in tutta Europa la “24 ore senza di noi”. Su Linus.net trovate i link ai siti che partecipano a questa moderna riedizione del gioco “se non ci fosse…”

Guardatevi il sito www.munt.nu; è in olandese, ma il video in homepage intitolato Kop of Munt ha un messaggio chiarissimo: che panorama ci riserverebbe la nostra civilissima Europa se improvvisamente non ci fossero stranieri? Quanti posti di lavoro inutili ci sarebbero? E che ne sarebbe del nostro sistema di welfare, che ormai si regge per buona parte sulla presenza di migranti? Sempre olandese è la Radiotelevisione RNW, che ha lanciato un sondaggio sul razzismo Made in Europe, ripreso da molti siti. Vi farete un’idea di quanto la xenofobia sia impudicamente diffusa non soltanto nelle nostre verdi vallate. Sia ormai un fatto “culturale”, qualsiasi cosa significhi questa parola.

Se un giorno fosse il ministro Brunetta a indire il suo personale “A day without”, non mancherebbe a molti. Con un ritratto di quell’uomo perennemente incacchiato Massimo Cirri, psicologo e autore del fortunato Caterpillar su Radiodue dà il via a una nuova rubrica: Tipi psicologici. Un graditissimo rientro il suo, visto che già era gradito ospite di queste pagine negli anni Ottanta et sequitur.

Dunque, Storia, Storie e Vite. Come quelle che risorgono prepotenti da sotto il selciato nella poesia di strada di Ivan, che inaugura nella pagina a fianco “chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo”: tenevo particolarmente a ridare uno spazio alla poesia, un tempo occupato con grazia dalla Signorina Richmond, di Nanni Balestrini.

Cosa sia la poesia di strada, Ivan lo spiega con disarmante, immaginifica semplicità: “…la poesia di strada nasce gettando parole tra le vie, pugni di semi nel vento, è sensazione precipitata in sassi d’assalto tra lo snocciolarsi scomposto di questa città. Versi come pioggia tra le genti, inzuppate fin’oltre l’orlo dell’attenzione, senza corte di dotti ne corona, perché d’ovunque e da sempre, una pagina bianca è una poesia nascosta…”

Scusate se è poco. Ivan ha portato con piglio Dada i suoi sassi d’assalto nelle strade del mondo, da Milano a l’Avana, da Roma al Chiapas, a Praga… e ora sulle nostre pagine bianche, in compagnia di un altro poeta che ci ha regalato una copertina assolutamente in linea coi tempi: Squaz.

Di lui si potrebbe dire che rinnova la tradizione dell’underground con segno superpop, ma perché incasellarlo? Le categorie gli stanno strette. Il lavoro fatto con Ivan è un ulteriore passo in avanti rispetto a quello che avevamo visto nel suo ultimo libro, Minus Habens (pubblicato da Grrzetic): lì le rime raccontavano una storia affiancando le illustrazioni, qui poesia e fumetto si compenetrano, amplificandone il contenuto sentimentale, di triste attualità. Mettetevi comodi.
S.R.

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Buon compleanno Mr Spade

Compie 80 anni il detective creato da Dashiell Hammett e immortalato al cinema da John Huston. A metà strada tra il reportage e il pellegrinaggio, cronaca di un viaggio per le strade della città forse più noir del mondo: San Francisco

ill_spade© Illustrazione di ALE+ALE

San Francisco è una città a colori, anche se c’è la nebbia, anche se fa freddo. Basti pensare che il suo simbolo, il Golden Gate, è arancione, international orange a essere precisi. Quante città hanno un simbolo color arancione? E per tenerlo così arancione c’è una squadra di 25 operai che ci spennella sopra 1000 galloni di vernice ogni settimana. Ma è ancora niente. Ci sono le lanterne rosse e i dragoni di Chinatown, la case vittoriane pastello di Alamo Square, il verde di Dolores Park…

La città noir che avevo nella mia testa, la città prediletta da Hitchcock per Birds e Vertigo, la città che è stata lo sfondo bianco e nero dietro al cappello di Humphrey Bogart oggi è dunque una città arcobaleno. Anche nell’epicentro del noir, anzi proprio lì, non riesco a pensare che a questo. Perché un epicentro del noir c’è ed è 111 Sutter Street, il palazzo dove tutto comincia.

“Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento a V che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra.” E’ l’inizio del Falco maltese, ed è sopra la mia testa, nell’ufficio dei detective Spade & Archer, che si apre il romanzo. Dashiell Hammett quando nel 1930 pubblica questa storia su una donna misteriosa che insegue una statuetta antica a forma di falco, assoldando Sam Spade e facendosi largo tra furti e omicidi, non può immaginare che sta consegnando all’Olimpo un detective così nuovo, così diverso dai Maigret e dagli Sherlock Holmes che lo hanno preceduto da spalancare la porta a quella che sarà la scuola dei duri. Bene, proprio lì, nel cuore nero di San Francisco, davanti all’ingresso di Sutter Street al numero 111 (identificato dagli appassionati come sede dell’ufficio di Spade) ogni giovedì mattina c’è un mercato della frutta e ci sono delle ragazze sorridenti che ti allungano delle mele rosse come quelle di Biancaneve.

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Fumetti di Michele R. Serra

un-gentiluomoGentiluomini di fortuna

La ricerca dell’Avventura, nella biografia di Hugo Pratt
scritta e disegnata da Paolo Cossi

Ma come si fa in Italia, a vivere di fumetto? Figurati. 0000000 La crisi economica. E quella dell’editoria. E la morte delle riviste (aspetta, siamo sicuri?). E il mercato asfittico, che se vendi cinquemila copie è già un successone… Insomma, le solite menate.
Invece, telefono a Paolo Cossi e lui mi fa: “No, io ho un unico lavoro, il fumetto. Vivo di fumetto.”

Ma come?
A dir la verità, bisogna contare che vivo in una realtà… diversa: è da un po’ di anni che ho deciso di abbandonare la città. Ho vissuto a Trieste, poi a Milano: lì ho capito che la città non faceva per me, e adesso sto in Val Cellina, che è famosa, purtroppo, soprattutto per il Vajont. Qui non ho televisione, cellulare, riscaldamento. Non sono un qualche tipo di strano neoluddista, ma sono convinto che il grande problema dei nostri tempi sia: consumare meno. Io sono convinto che sia possibile vivere bene anche solo limitandosi ai bisogni più… essenziali. Forse, perché sono soddisfatto di quello che altri considererebbero poco.

Discorsi del genere, fatti da uno di trent’anni, non si sentono tutti i giorni: la generazione degli anni Ottanta è cresciuta con altri valori, almeno secondo la lezione più diffusa. Be’, Cossi certamente non fa parte di quella maggioranza. Se nella vita dice di accontentarsi di poco, non è però uno che lavora il minimo indispensabile. Negli ultimi tre anni ha pubblicato tanto, racconti che spesso partivano da fatti storici per comporre fiction. Libri belli – ricordiamo Medz Yeghern, sull’Olocausto armeno – narrati con uno stile in continuo affinamento. L’ultima tappa evolutiva è un’imponente quadrilogia dedicata alla vita di Hugo Pratt: in libreria il primo volume.

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Fumetti di Michele R. Serra

mostra-fumettiOpening giovedì 21 gennaio
Don Gallery di Milano

Hunt Emerson disegnerà (dipingerà) qualcosa lì per lì. Poi, saranno esposte le tavole originali dalla storia di The Artist (passata) e Puck! (presente), riviste di fumetto underground autoprodotte, create (dal nulla) e dirette da Ivan Manuppelli nell’ultimo decennio. E piano piano diventate una piccola oasi di delirio organizzato, un rifugio insicuro per tutti quelli che avevano voglia di fare fumetti con lo sguardo del dropout fiero. I nomi della lista sono tanti, italiani e stranieri: da Ponchione a Shelton, da Mike Diana a Squaz e Aleksandar Zograf. Tutto alla Don Gallery di Milano (via Cola Montano, 15) fino al 6 marzo, con inaugurazione e performance varie la sera del 21 gennaio.

La borsa e la vita di Marco esposito

espositoVignetta di Maurizio Minoggio

Lo scudo e l’etica

Il fisco è in grado di intercettare gli italiani con capitali all’estero ma invece di punirli si limita a chiedere il 5 per cento. E per uno strano contrappasso i proventi dei capitali illegali vengono girati proprio a chi si era opposto all’ennesima sanatoria fiscale

Non so voi ma io le tasse le pago tutte. Oddio, cerco di pagarle tutte. Per l’Irpef è facile: sono lavoratore dipendente e c’è la famosa trattenuta alla fonte in busta paga. Per l’Iva a volte salto un giro. Non mi danno lo scontrino o mi danno una ricevuta con la cifra guarda caso pari a un decimo di quella vera e non ce la faccio a protestare. Altre imposte a volte le pago e a volte no. Ma non è cattiva volontà, evado per distrazione. è il caso della tassa di proprietà sugli autoveicoli, il bollo auto. Che dovrei pagare per due automobili, uno scooter e un camper. Piccole cifre. Soprattutto il camper, che pure ha più cavalli di tutti (ma non ditelo in giro). Tuttavia le scadenze sono sempre diverse, non si può pagare in anticipo, per cui un anno dimentico, che so, lo scooter, un altro una macchina e ogni tanto mi ritrovo qualche multa con gli arretrati. Mi è capitato di dimenticare anche la tassa sui rifiuti, perché quando arriva si presenta sotto la forma di cinque bollettini postali, quattro trimestrali per chi versa a rate e uno per la soluzione una tantum. Scelgo sempre quest’ultima, per risparmiare l’andirivieni alla Posta, ma poi, visto che la scadenza è lontanissima, finisce che dimentico di pagarla, a meno che non lo faccia mia moglie che è molto più precisa di me.

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Cedo cane perché morto di Catone&Lorentz

Altro che idealizzare il passato. I precari del 2000 stramaledicono le precedenti generazioni di smidollati, che si cullavano nella bambagia lamentandosi in continuazione. Non c’è esempio storico che tenga come antidoto alle nostalgie di chi cerca disperatamente un lavoro al giorno d’oggi. Guerre mondiali? Ok, ma forse si è romanzato troppo: in fondo sono state soltanto due. Pestilenze che mietevano mazzi di civili? Bravi somari: bastava fare prevenzione con il gel lavamani antivirale e via. Il sacco dei Visigoti? See, ciao: i tedeschi in Romagna sono ancora notoriamente considerati dei cafonazzi, ma nessuno ne fa una leggenda.

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Teatro di Renato Palazzi

Ascolta si fa serio

Dopo il modello di teatro civile “alla Paolini”, oggi il concetto comprende esperienze e modalità espressive diverse. Roberto Saviano, Giulio Cavalli, Belarus Free Theatre, tre esperienze accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare all’evidenza dei contenuti

teatro-novembreDella definizione di “teatro civile” si è a tal punto abusato da farla diventare vagamente stucchevole: ed è un vero peccato, perché questa categoria espressiva, che ha di per sé delle risonanze intellettualmente nobili – un’idea antica di polis, di collettività che si raccoglie attorno ai propri riti comunicativi – contiene al suo interno una varietà di forme e di stili diversi, una vasta gamma di possibili e spesso affascinanti declinazioni. C’è un teatro civile praticato da un solo attore monologante e c’è un teatro civile proposto da interi gruppi, c’è un teatro civile incentrato sul puro racconto e c’è un teatro civile che rappresenta delle vicende di senso compiuto costruite su dialoghi, azioni, personaggi.

Anni fa, dopo il successo del Vajont, si era imposta diffusamente – grazie anche alla bravura e al carisma del suo principale interprete – la tipologia preponderante della narrazione “alla Paolini”, che in qualche modo aveva finito per imporre uno schema, un modello costante che aveva dei ritmi, delle intonazioni, degli argomenti quasi fissi a cui ispirarsi: ed è stato quel modello che a un certo punto, applicato da troppi volonterosi epigoni, ha finito col diventare fatalmente ripetitivo, saturando il mercato. Oggi il concetto, per fortuna, si è esteso, comprende esperienze e modalità espressive diverse, unicamente accomunate dal fatto di rinunciare in vario modo alla raffinatezza dello stile per puntare soprattutto all’immediatezza, all’evidenza dei contenuti.

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Nel numero di Novembre

Un brivido d’inquietudine mi coglie leggendo la teoria delle raccomandazioni elaborata dai coniugi Mastella (segnalata soltanto povera gente) soprattutto perché ho pensato (come molti, credo) che non c’è da stupirsi: basta guardarsi intorno per rendersi conto di quanto i criteri del pensiero clemente siano gli stessi che dominano l’inclemenza del nostro pulcioso mercato del lavoro.

Mi pare che troppo spesso anche chi per mestiere comincia a ragionare su queste cose, a metà del guado del suo pensiero, sia costretto ad ammettere che il mercato del lavoro e dell’espulsione dal medesimo così come l’etica del padronato e dei suoi rapporti con la politica si evolvano in modo talmente rapido e imprevedibile da costringerlo a riclassificarlo, quel suo pensiero.

Noi sul lavoro ragioniamo attraverso Dilbert, dove né le buone idee né il merito vengono presi in considerazione (si parla della vostra azienda?) e con la rubrica Cedo Cane Perché Morto, dove si misurano gli incomparabili effetti che l’inserzione induce nell’inserzionato. Che si tratti del famoso “effetto annuncio”?
Consigli per gli acquisti: godetevi a pagina 7 il trailer della Nuova Bibbia dell’Inoccupato, il Vangelo del Cercalavoro, il Corano del Precario Organizzato, della rubrica che si fa libro. I sette nani lavoravano, ma Biancaneve l’ha data al Principe (83,5 consigli per trovare lavoro) è il titolo della fatica editoriale di Catone & Lorentz, che assurge di questi tempi a paradigma del pensiero della nostra classe politica. E non solo.

Pensierino della sera:
“Se siamo riusciti a convincere Tremonti e Berlusconi a farsi paladini del posto fisso vuol dire che magari tra un po’ riusciamo a metterli in mobilità.”

marassi1nov

In un altrodove, Sergio Ponchione inaugura questo mese un ciclo di short stories, dopo aver attirato l’attenzione di molti con i volumi ambientati nel suo mondo Grotesque, pubblicati dalla benemerita Coconino Press. Sergio non è solo un talento grafico raro. Ci piace davvero molto la sua visione artistica: il vero senso delle cose sta nel grottesco, nel bizzarro; così, bisogna guardare al mondo attraverso una lente deformante, se si vuole capirlo. Niente di più attuale. Che il primo dei suoi racconti linusiani arrivi nelle edicole a pochi giorni dal premio assegnatogli per il Miglior fumetto seriale al festival di Lucca, ci pare una gran bella coincidenza. Ammesso che le coincidenze esistano, nel mondo obliquo.

S.R.

Fumetti di Michele R. Serra

topo3È stato come spalancare un baule pieno di polverose meraviglie. Dunque, spero sarete comprensivi e mi perdonerete se sbrodolo qua e là un po’ di entusiasmo. Riassumo dall’inizio: è arrivato sugli scaffali un libro intitolato Storie di fumetti, pubblicato da Skira. Sulla copertina reca una dicitura importante: con un inedito di Giovanni Gandini. Non è proprio la classica edizione d’arte che ti aspetti dalla casa svizzero-milanese, piuttosto un libriccino, proprio come quelli che piacevano al primo direttore del nostro giornale (che lui aveva battezzato “rivista dei fumetti e dell’illustrazione”, nel lontano 1965). Dentro, fra le pagine, ci sono piccoli saggi – interventi scritti in occasione di una giornata dedicata al fumetto dall’Università Statale di Milano, poco più di un anno fa – di grande interesse: Goffredo Fofi sul boom del romanzo grafico, sguardo personale e trasversale com’è lecito aspettarsi; il professor Vittorio Spinazzola sui Peanuts, uomo e argomento immancabili in un’antologia del genere. Soprattutto, Bruno Cavallone sulla traduzione dei fumetti: lui una vera autorità, visto il lavoro svolto insieme al fratello notaio Franco sui primi adattamenti di cosette come i Peanuts di Schulz e il Pogo di Kelly. Già: tradurre Pogo, vi sembra niente? Lì i fratelli, altro che coraggio, hanno dimostrato totale sprezzo del pericolo. E il fatto più incredibile è che probabilmente si sono pure divertiti.

Ma il Punto dentro Storie di fumetti, non è rappresentato (solo) dai saggi critici, non (solo) dal documentario Nuvole parlanti, realizzato circa tre anni fa per la Rai da Giancarlo Soldi e allegato al libro in dvd.

Il Punto è quello che troneggia sul muso appuntito di alcuni topi. Protagonisti di venti pagine, scritte, disegnate con tratto sottile, vivacemente colorate da Giovanni Gandini. Il racconto si intitola Zanzaroni a Zonzo, con la maiuscola perché trattasi del nome di un paese fantastico: dove gli esseri più inutili del creato – zanzare, e topi – diventano eroi; dove gli edifici della città sono storti come nei film d’animazione di Burton/Selick, ma assai più colorati. Pubblicato oggi a trent’anni e rotti dalla realizzazione, rappresenta un tassello del progetto I libri di Rivoltino. Come recita l’introduzione di Marta Sironi, pare che quei libri Gandini li volesse inserire in una collana della casa fondata da Diki Garzanti, figlio di Livio. La stessa che aveva ospitato titoli come La battaglia di Ciapelsàc. Proprio quel nome, quando l’ho letto, mi deve aver provocato la rottura di qualche partizione giù nel profondo del disco rigido cerebrale. Ne sono fuoriusciti ricordi d’infanzia: duecento topini cartacei che avevo meticolosamente ritagliato e colorato secondo istruzioni, finiti poi a inscenare epiche battaglie fra “gialli” e “rossi”. Mai mi ero reso conto di dover ringraziare Giovanni Gandini per quei momenti di gioco, fra i pochi nella mia vita svolti con carta e forbici, non già davanti allo schermo. Continue reading

Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Ottobre, andiamo, è tempo di sudare

ballardini

Illustrazione di Maurizio Minoggio

Lo sport, come la religione, promette un premio in cambio di un sacrificio. E se fosse inutile? Che lo sforzo sia con voi “Dopo la Chiesa, il Football è quanto abbiamo di meglio”, diceva Knute Rockne, il più famoso allenatore di football americano. Lo sport è un culto stagionale ma conta sempre tantissimi adepti che si ritrovano ogni autunno nelle palestre, nei circoli e all’aria aperta. Parliamo dello sport nelle sue infinite varianti dilettantistiche, quelle che offrono la possibilità di arrivare, se non ai vertici di una classifica, almeno a illudersi di diventare migliori.

Così come nella religione a ognuno è data l’opportunità di varcare le porte del Paradiso. Anche senza aspirare ai record, questa religione promette a tutti, come minimo garantito, una mens sana in corpore sano. Ed è facile crederci. L’esaltazione del corpo caratteristica della retorica sportiva però è direttamente proporzionale alla repressione che proprio attraverso lo sport si esercita sul corpo stesso, disciplinandolo, forzandolo, educandolo per educare, con esso, anche lo spirito.

Fino a poco tempo fa, infatti, la medicina sportiva sposava la causa della morale sessuale più retriva presentando lo sport come il migliore strumento per controllare e regolare i “pericolosi” fenomeni che avvengono nel corpo degli adolescenti durante il periodo della pubertà: “Deve fare sport e movimento per stancarsi e limitare le sue fantasie…”, consigliava il medico.
Lo sport diventava in casi come questo il farmaco ideale contro la polluzione notturna, la masturbazione, e troppi sogni a occhi aperti. L’attività sportiva viene ancora spacciata da educatori, igienisti e puericultori come l’unico mezzo a nostra disposizione per far crescere sani e belli i figli. Che cosa accadrebbe se non praticassimo lo sport? Avremmo senz’altro un’umanità deforme e malata.

Forse perfino viziosa. E allora un po’ di sacrificio diviene necessario. Lo sport affonda le sue radici nella dinamica del debito e del credito tipica dello scambio sacrificale. Il sacrificio dello sportivo, proprio perché esprime (o pretende di esprimere) valori etici, non ha nulla a che fare con lo scambio mercantile perché, come osservano gli storici delle religioni, ogni sacrificio è prima di tutto sacrificio di sé.*

Questo concetto è espresso con efficacia dall’esercizio della croce che gli atleti della ginnastica artistica eseguono agli anelli mimando inconsapevolmente il sacrificio di Cristo. Ma è sacrificio anche l’attività dell’arbitro che rinuncia a prender parte al gioco di gruppo pur di contribuire al suo corretto svolgimento. Ed è certamente sacrificio quello dell’atleta che muore di doping, vittima suo malgrado dell’industria dello sport-spettacolo. Nessuno in realtà avrebbe voglia di sacrificarsi più di tanto e bisognerebbe tirar fuori una motivazione valida per tutto questo.

Così, dalla funzione educativa e “moralmente formativa”, si è passati a quella estetica: con il fitness, l’attività fisica è diventata quasi un’alternativa alla chirurgia plastica. La concezione del corpo inteso come “macchina” trova qui la sua massima esaltazione. Nessuno meglio di una macchina può fornire il riferimento degli standard di efficienza da raggiungere.

E, quanto più il corpo si adegua alle macchine, tanto più diviene “bello”. Gli istruttori stessi vengono sostituiti dai macchinari. Ma attenzione, nuovi culti alternativi come il wellness e le “ginnastiche dolci” conquistano sempre più fedeli: promettono gli stessi risultati del fitness senza faticare. Il risultato senza il sacrificio. Il primo segnale dell’eresia.

Per ultime sono arrivate le macchine per fare ginnastica senza fare assolutamente nulla: gli elettrostimolatori. Un po’ di elettrodi attaccati alla pelle e “l’onda rettangolare bifasica simmetrica” fa lavorare tutti i muscoli stando perfettamente fermi. Di questo passo, qualcuno scoprirà finalmente che l’ozio è l’attività più salutare.

* Cfr. Gerardus Van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri, Torino