Category: Scritti

editoriale febbraio

Viviamo in un paradossale presente distopico dominato dalla penuria di energia e dall’imbecille incapacità di ricercare nuove fonti che consentano all’uomo di vivere secondo i canoni stabiliti da carte costituzionali che in occidente parlano di diritto alla felicità.

Paradossale è anche, in questo frangente, che questo presente sia stato ampiamente descritto nei secoli passati da media vecchi e nuovi. La letteratura, il cinema e i fumetti si permettono oggi come ieri di rappresentare, interpretare e popolarizzare il pensiero filosofico sul tema. Che ha a che fare con la nostra realtà minuta, inquinata, costretta per sopravvivere a modalità di consumo oscene che alimentano il problema invece di contribuire alla soluzione. Non c’è traccia di tensione al superamento. Le attività di ricerca rappresentano percentuali irrisorie (addirittura insultanti, nel nostro Paese) della ricchezza prodotta nel mondo; le attività distruttive rappresentano invece una percentuale sempre crescente.

Ci siamo accorti a nostre spese, scontando una certa inconsapevolezza, di quanto le ripetute dichiarazioni circa la preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni e la necessità (ovvia) di realizzare l’agognata crescita economica e civile, non avessero altra finalità se non il famoso effetto annuncio inventato dai markettari anni Ottanta e ricicciato un po’ in tutti i campi, dalla finanza, alla giustizia, al linguaggio sindacale.

Ma ci stiamo accorgendo, ora, che le pezze che il Governo Monti sta mettendo al nostro culo rappresentano le fondamenta di un modello di sviluppo con cui avremo a che fare nei decenni a venire? Che le scelte di oggi ci obbligano a partecipare, a capire, a discutere, ad alzare una voce autorevole e non autoritaria, consapevole e non più istintuale? Che ne va del futuro non già dei nostri figli, ma dei nostri nipoti?

Il passato non solo recente insegna che quando qualcuno declama di volersi occupare del futuro dei giovani, c’è da preoccuparsi. Come dire: dal presente mi guardo io, dal futuro mi guardi iddio. Forse ci si dovrebbe rimettere a sfogliare Verne, Wells, Dick, Huxley… ma anche una rilettura laica dei libri di Gioele farebbe bene. E Rifkin, naturalmente.

Il ciclo cinematografico di Mad Max, molto più modestamente, se lo è andato a rimuginare Tuono Pettinato e ci propone il primo assaggio di una storia a fumetti di sorprendente attualità: Nitro. Una storia che parte dalle tamarrate gibsoniane (Mel, non William) e punta dritto verso gli anime post-apocalittici passando per un curioso ammiccamento alle Cronache del dopobomba di Bonvi; un fumetto popolato da rimbambiti del day after drogati di velocità e da nerboruti bambinoni che si godono la (definitiva) assenza dei genitori. Distopicamente attuale. Ci piace cominciare da qui: come sempre con uno sguardo laterale e pop, che indaga non l’ovvio, ma quel che di fianco si sviluppa.

Recupero Costa Concordia: soluzione esplosiva.

dal portale Indymedia https://piemonte.indymedia.org/article/14145

Mannaggia  a  sti scogli  non  segnalati  sulle  carte  nautiche.In una  relazione – alquanto esplosiva –  del  Rotary Club del  1974  la  soluzione (forse)  per  il  recupero della Costa  Concordia.
5 marzo 1974. Presso  l’Hotel  Bristol si  tiene una  memorabile riunione  del Rotary  Club  Genova, Distretto 183. I  rotariani  si  danno  convegno  per  parlare  di  shipping estremo. Tra  i  presenti  si registrano esperti  del settore e  nomi  di  prestigio  dei  mitici  anni ‘70: Giacomo  Costa (della famiglia fondatrice di Costa  Crociere), l’Ing.   Lorenzo Spinelli (per  anni Direttore  Generale  del Registro Italiano  Navale)  nonché  esperti  di  mare  come l’ingegnere  navale Gino Ansaldo (ex  consulente dell’Ente di Classifica ABS – American Bureau of Shipping nonché fondatore  dell’omonimo  Studio Tecnico  Navale ), L’avv. Siccardi (Studio Siccardi & Bregante), L’Avv. Mariano  Maresca, etc etc

Il programma  della  serata prevede una  conferenza  dell’Ing. Ansaldo  sull’affondamendo  della  Turbonave “IGARA”, Iron Ore brasiliana  di  136,400 dwt (tonnellate). L’Igara è un pelino più grande della  Costa Concordia (che  misura invece  115.000  tonnellate).

La  relazione  scritta  del  Rotary  espone:

“… prende  quindi  la  parola l’Ing. Ansaldo per  l’annunciata  relazione su: ‘T/n  IGARA 136,000 tonn. P.L. chirurgia navale  nei  mari della  Malesia’. L’oratore,  che  ha  partecipato personalmente alle  operazioni, racconta  le  modalità tecniche che  l’hanno  contraddistinta. L’Igara carica di  127.000 tonn. di  minerale distribuito in  10  stive, sei  mesi di  vita, valore 18 miliardi  di  lire, causa  uno  strisciamento sui bassifondi rocciosi non segnalati  sulle  carte nautiche, semiaffondava il  marzo 1973 a  60  miglia  da Singapore, emergendo  solo  con  la  parte  poppiera; nell’impossibilità di  ricuperarla per  la  presenza del carico  indurito e  per  altre  rilevanti  difficoltà tecnico-economiche, dopo  un  esame approfondito  di tutte le  varie soluzioni  possibili, venne  tagliata  con  speciale  esplosivo ad  azione  istantanea e  direzione controllata;  una  ditta di Salvataggi  Marittimi affiancata da specialisti U.S.A. in  esplosivi ha  provveduto con  lavoro  di  programmazione,  calcoli  ed organizzazione molto  spinti – a  sistemare  anularmente all’interno della  nave le cariche e, con  una spettacolare  operazione prima  del  genere  su  navi di grosse dimensioni – a  ricuperare  il  troncone poppiero che  è  stato  rimorchiato  a  Singapore e poi  in Giappone dove  trovasi  ora all’ancora  pronto ad  essere  congiunto,  la  prossima  estate, con  un  nuovo  troncone prodiero in  costruzione a Yokohama presso la  Mitsubishi  Heavy Industries. La  relazione è  stata corredata da  un interessante documentario  a  colori,  da  grafici,  etc  etc ..”.

Beh  non  sarebbe un’idea  per  niente malvagia. Si fa  la  Costa  Concordia  a pezzettini,  si  rimorchiano  le sezioni in cantiere e con  una bella  operazione di  chirurgia  navale  si riassembla per  benino il  tutto.

Costa vuole rottamare la  nave? Vabbè, male che vada si può sempre vendere la nave a pezzi su Ebay.

Ma siccome in Italia  le soluzioni  più  semplici  non sempre  incontrano il consenso  degli  addetti  ai lavori ci  sarebbe  una seconda   opzione.  Un  tantino  più  complessa ma  ugualmente  percorribile. Si taglia l’Isola  del Giglio in tanti  pezzetti  - scoglio maldestro  incluso –   (con  uno speciale  esplosivo ad azione istantanea e  direzione  controllata) e  si riassembla  il tutto  da  un’altra parte. Quindi si   prosciuga una fetta  di Mar Tirreno si  da  permettere  l’agevole   recupero della  Costa  Concordia. Avvertenza (in  questa seconda  evenienza). Raccomandiamo caldamente  di  segnalare poi sulle carte nautiche,  almeno stavolta, dove verrà  collocato  sto  benedetto  scoglio.

da misterbean

Generazione indignata di Stefano Feltri

Largo ai vecchi

I giovani? non ci riguarda.
Il governo Monti e l’apologia della dentiera

Il grande dibattito sulla manovra del governo di Mario Monti è stato un dibattito tra vecchi. Il professore della Bocconi era partito pieno di buone intenzioni:  “Ciò che restringe le opportunità per i giovani si traduce poi in minori opportunità di crescita e di mobilità sociale per l’intero Paese”. Queste le parole in Senato, il 17 novembre. Poi, tra le tante lobby che hanno condizionato il percorso parlamentare del decreto “salva Italia”, quella dei vecchi è stata la più efficace.

Chi ha meno di 30 anni per settimane ha sfogliato i giornali senza sentire la necessità di leggere alcun articolo: la tassa sulla casa non lo riguarda di certo, se va bene sta in affitto. Non ha mica potuto investire nei Bot con rendimenti a due cifre negli anni Ottanta che sono serviti a pagare molte delle case che ora vengono tassate. Per lui, il trentenne, il debito pubblico è un muro che chiude le prospettive, non certo una ghiotta occasione di investimento.

Al trentenne non lo sfiorano di certo i prelievi sulle auto o le barche di lusso.
E niente lo annoia più dei patemi dei 58enni che già speravano di andare in pensione per mettersi in proprio, aprire l’agriturismo sognato da decenni, poter finalmente lavorare in nero. Anzi, sotto sotto il trentenne gode perché, come ha detto il ministro Elsa Fornero, per tenere al lavoro la gente fino a 67 anni bisognerà intervenire sulla “curva retributiva”. E il trentenne precario, avvezzo agli eufemismi dolorosi, sa che significa: stipendi più bassi, altro che scatti di anzianità. Continue reading

L’anno duemiladodici è arrivato di Ennio Peres

Ogni riga di questa composizione è un anagramma della frase: “L’anno duemiladodici è arrivato“.

Andato via il lercio Re Mida nudo,
entra Dio e vara il lucido domani;
indi, il lato d’avaria è meno crudo
e addolcirà venati dolori umani…

Ma un delirio d’avito calendario
vira un’idea: “Il lieto Mondo cadrà!”.
Enucleando dati, vidima l’orario
e l’ultimo, arcano addio divinerà?

L’uomo vede incarnata l’ira di Dio
e addio! Crollano divinità e mura?
Al via, tremano i creduloni! Addio?
Direi: “Ciao”; la Vita nel Mondo dura!

 

linus 2012

Ho chiesto ai nostri collaboratori di formulare una piccola interpretazione augurale di quel che ci aspetta in questo 2012. Non è Astra, ma la visione linusiana dell’adesso proiettata nel tra poco. Ennio Peres, il nostro gran muftì degli enigmi, ha fatto di più: ci ha dedicato una poesia anagrammatica da mandare a mente e recitare scaramanticamente ogni giorno dell’anno prossimo. Dopo i pasti.

Gianmarco Bachi è arrivato finalmente il 2012, l’anno capolavoro scritto dai Maya e diretto dalla BCE. Brividi, peripezie, emozioni con il ritorno della dracma, la fame in 3D e il canto del cigno dell’occidente nella magia del dolby surround. 2012: il primo kolossal con il botteghino sbancato ancora prima dell’uscita. Buona visione a tutti.

Bruno Ballardini
Auguri postdatati. Cari posteri, non potevamo farvi mancare i nostri auguri per un secolo migliore. Il nostro è già iniziato male per cui ci siamo ridotti ad augurarci di volta in volta solo buon anno, per scaramanzia. Ma se leggerete questo messaggio va tutto bene: voi avrete ancora i vostri cari antenati e noi i nostri pronipoti.

Riccardo Bertoncelli
La mia nota vena bastian contraria mi porta a essere ferocemente ottimista sul temuto inquietante spaventevole 2012. Quindi i miei auguri sono per una resistenza attiva di ognuno alla bruttezza e alla mediocrità. Si attivino potenti alambicchi per distillare il bello e il nuovo che ci sono, eccome, sempre e comunque, anche in un paesaggio sfruttato come quello della musica che tanto amiamo. Basta sfalciare le cattive erbacce, ascoltare con più attenzione, masticare meglio i chewing gum digitali o vinilici che ci vengono offerti – e mai accettare caramelle dagli sconosciuti! Lunga vita al rock. Continue reading

L’editoriale del numero di dicembre

Quanto è costato Silvio Berlusconi agli italiani? Se lo sono chiesto RadioPopolare e la rivista Valori, diretta dall’economista Andrea Di Stefano. La risposta è stata il lancio di Tutti in Class: non una vera e propria class action, ma un esposto collettivo alla Corte dei Conti contro l’ex Presidente del Consiglio per danno erariale di cui si stanno studiando in questi giorni i confini giuridici. I punti sono noti: assenza di politica economica, mancanza di credibilità internazionale di fronte all’Europa e ai mercati, interessi personali anteposti a quelli del Paese. Ma anche fatti più circostanziati come la cancellazione dell’ICI nella fase già conclamata della crisi, i costi e i risarcimenti per un progetto già archiviato come il ponte sullo stretto, l’accordo con Putin per lo smaltimento dei sommergibili russi…

Contare i gravi effetti economici che le posizioni del Cav hanno causato alla posizione italiana è un esercizio lungo e complesso quanto doveroso.Bisogna metterlo in pratica, anche solo per ragioni di autostima: quella cosa che riguarda tutti gli italiani e sulla quale il nostro ha menato mazzate di una forza impressionante. Ma siamo ancora in piedi, caro mio. Anche se dovremo fare i conti per anni con le conseguenze di una politica economica e sociale insensata, portata avanti da improvvisatori e/o impresentabili.Sostenere Tutti in Class ci pare dunque un imperativo morale, prima che economico.L’indirizzo del blog dove trovare tutte le informazioni è class.radiopopolare.it

Intanto, i cittadini di alcune class pendolano sempre dentro scompartimenti tra lo sporco e il lurido (dipende dalla class), aspettando di arrivare in ritardo al lavoro forse soppresso. Una bella avventura neorealista da vivere ogni giorno, mentre altre class rispondono alla domanda di “almeno cessi utilizzabili” con executive class, salottini e pasti firmati. Ma le cose cambieranno – oh sì! – con l’arrivo del treno supertecnologico del team Montezemolo-Della Valle, New Brand (e poco brand new) dell’Italia dei carini: l’hanno chiamato Italo, il treno, proprio come il personaggio che Altan inventò per Linus nel gennaio 1977. Lo stesso che in una vignetta affermava: “Mi sono messo la cravatta. Chissà che a qualche tedesco non gli venga voglia di comprarmi.”La battuta è sua, l’attualità nostra.

Editoriale

A.A.A. Vecchio saggio cercasi

“Non è vero che oggi mancano all’appello i giovani. E’ vero il contrario: mancano figure di vecchi saggi”. Sostiene David Bidussa nel suo pubblico appello. E scrive, tra gli altri, di Tommaso Padoa Schioppa, “che poteva parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere” e di Vittorio Foa “forse la figura pubblica che più si è spesa non per interesse personale, ma perché ci fosse il cambiamento, senza prevedere di goderne”.

Da tempo si riflette sulla mancanza di intellettuali carismatici in grado di parlare a un nuovo attore politico. Qualcuno capace di farsi avanti con passi limpidi e voce chiara nella maledetta vischiosa ragnatela della comunicazione autoreferenziale e autocitazionista che promuove – tra fibre ottiche, satelliti, onde hertziane e digitali multitasking – il grande assordante vuoto e il Piccolo pieno di sé.

Magari ciascuno di voi, lettori linusiani, ne ha uno:
segnalateci il vostro Saggio nella notte.


Diamogli voce, volto, anima, riscatto. Cerchiamo il nostro Pete Seeger, il nostro saggio menestrello; non già per farci guidare come topi da un pifferaio, ma per cantarle chiare. Magari insieme a Garry B, che ci racconta  di Occupy Wall Street, movimento senza leader fatto di ragazzi del 99 (per cento).
E bene nota Flavia Perina come in questo movimento si scopra anche la voglia di incontrare sconosciuti in grado di dare “un utile scossone all’immobilità psicologica prima che politica, della vita pubblica italiana” .Che poi a ben guardare non è solo psicologica/politica, ma soprattutto immobilità economica. E qui intervengono, illuminanti, Vladimiro Giacché e Marco Esposito: il primo sulle svariate modalità di default che si agitano sulla nostra testa e sulle (tecnicamente possibili) soluzioni al medesimo; il secondo su una curiosa quanto geniale soluzione per stimolare comportamenti virtuosi e contemporaneamente soccorrere l’euro in affanno. Marenghi, zecchini, scudi, bajocchi freschi di conio, insomma incredibili valute locali in grado di non creare debito, ma consapevolezza. Perché non è più tollerabile che a ripianare il debito sia di nuovo chi ha sempre pagato di tasca propria il prezzo delle crisi periodicamente fluttuanti tra le nostre ondivaghe vite.Insomma: se la politica si fa sempre più lontana, l’economia si fa molto, molto vicina: soprattutto a chi non se lo sarebbe mai aspettato. Un po’ come la storia della fortuna cieca e della sfiga che ci vede benissimo.

Editoriale ottobre

Leggete queste righe quando su Sergio Bonelli sono già stati versati fiumi d’inchiostro. Affettuosi, colti, addolorati, rispettosi, grati, amicali, deferenti.

In vita, forse l’avrebbe infastidito tutto questo interesse. Anche se in fondo gli faceva piacere che i giornali si accorgessero del suo lavoro, come che i lettori gli dimostrassero affetto. Ma non gli piaceva invece la ribalta, era un uomo schivo, difficile da stanare; simpatico, ma sembrava non sapere di esserlo.

Non sopportava l’ovvio, il mainstream, la banalità e al tempo stesso detestava sentirsi fuori posto. Era preciso, perfezionista, pignolo sul lavoro. E generoso, non solo con chi gli dava una mano. Lui amava i fumetti, sapeva fare quello: sapeva fare l’autore e l’editore di fumetti, non era interessato ad altro.

L’esperienza editoriale di Sergio Bonelli non ha eguali nel mondo, ma anche di questo è stato scritto e detto. Bonelli amava la sua città, Milano, e quelli che da un altrodove e un altroquando bussavano per le più svariate ragioni alla porta della casa editrice.

Bonelli lo frequentavamo per passione intellettuale e grazie ad alcuni autori amici che entrambi amavamo e pubblicavamo: Hugo Pratt, Guido Crepax, Guido Buzzelli, Milo Manara. Abbiamo sempre precorso strade diverse, ma eravamo su una lunghezza d’onda affine. Di fumetto si chiacchierava a tavola, all’osteria del Binari o alla Scaletta, uniti dall’amore per la cultura popolare e dalla naturale diffidenza nei confronti del popolaresco.

Ho riguardato la vecchia copertina di Linus dedicata a Sergio e alla celebrazione dei primi dieci anni di Dylan Dog (otto-bre 1996). Mi piace il Dylan Dog disegnato da Angelo Stano, che fa l’occhiolino ai lettori e crea un rapporto inquieto con Sergio ritratto su un’improbabile piroga sul fiume Madre de Dios, tra la Bolivia e il Perù. Che ci facevi laggiù, Sergio? Laggiù è nato Mister No, questo lo so, ma mi ricordo anche – eravamo nella tua casa al mare – di quando qualcuno ti ha chiesto, notando la tua pelle color peperone rosso: “Sei stato in barca?” e tu hai risposto, “Mi ci portano, vanno sempre dove vogliono loro…” e all’obiezione: “Prenditi una barca tua, così vai dove ti pare e torni quando ti pare” hai ribattuto con ironia: “Già. E poi che gli racconto al marinaio tutto quel tempo lui io e il mare?” Come se non avessi mai avuto una storia da raccontare.
Amavi la terra ferma di Tex, Zagor, Mister No. Nemmeno un marinaio. Forse per questo andavi d’accordo con Pratt piede marino, due facce della stessa medaglia.

Bonelli era un uomo curioso. Un autore e un editore fuori dalle piste. Meglio che sia lui stesso a parlare del suo lavoro, intervistato da del Buono in quel numero dell’ottobre 1996.

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Editoriale

Il recente refolo di vento nuovo sembra indicare approdi possibili alla nostra personale isola di utopia, ma dobbiamo starcene quanto mai vigili e pronti all’azione: innanzitutto elaborare insieme un pensiero che superi il “tutto e subito” e indirizzi lo sguardo verso un orizzonte più lontano.

Forse anche a questo ha pensato la nuova giunta napoletana piazzando sulle spalle del nostro Marco Esposito, neo assessore allo Sviluppo Economico, una vagonata di deleghe.
Faccio auguri di cuore e di testa a un collaboratore e a un amico: e che trovi un po’ di tempo anche per il nostro giornalino.

Intanto, linus di questo mese propone una buona dose di meditazioni sull’oggi con l’ambizione di durare oltre l’éspace di un quotidiano. E dunque, andiamo con ordine. Sparso.

Pietro Greco, giornalista specializzato in comunicazione scientifica (tra le altre cose www.scienzainrete.it), lancia la nuova rubrica dedicata ai “Nipoti di Galileo”, una serie di ritratti di scienziati italiani di alto livello: iniziamo da Alessio Figalli, matematico ventisettenne già all’apice della sua carriera. Naturalmente – ehm – presso la University of Texas, USA. Proprio mentre le personalità più in vista della politica di casa nostra si sforzano di elaborare un pensiero critico capace di sostenere i temi che più li appassionano, come il “trasferimento dei Ministeri” o le varie riforme che prendono il nome delle menti più raffinate dell’eccellenza politica, Gelmini, Brunetta, Alfano. Questi signori sì, che sono apprezzati anche all’estero: almeno da chi ha capito che, finché resistono al loro posto, potrà continuare a far pesca sportiva nel vivaio dei nostri ricercatori senza ricerche.

A Massimo Cirri il compito di esplorare la psiche di un altro “point of interest” tra i più osservati dai mezzi d’informazione di mezzo mondo: Umberto Bossi, qui colto nell’attimo in cui i minimi esponenti della Lega stanno quasi per intuire la soluzione dell’annoso problema “Come ti sistemo il capo?”

E se volete coltivare il vostro pensiero politicamente scorretto sulla Politica, leggete la quarta ragione per cui vale la pena vivere di Flavia Perina: “Andare in moto senza casco”.

Parliamo infine del mica-sempre-meraviglioso mondo audiovisivo. Con Gianmarco Bachi, che porta a termine un’operazione mai tentata prima: dipanare senza tutela legale il groviglio dei nuovi palinsensti Rai. E con l’incursione crossmediale di Giorgio Scianna sull’atterraggio di L.A Noire al Tribeca Film Festival: che ci fa un videogioco in un festival di cinema? È tutto hard boiled, bellezza. Roba da James Ellroy, che siamo certi potrebbe trovare molto materiale anche fra le pieghe della vicenda P2 P3 P4, sulla quale qui sotto trovate una riflessione bogartiana nientemeno che dell’Editore: tra hard e bolliti, la stampa che fa?

 

È la stampa, bellezza

Ma davvero pensate che tutto quello che stiamo leggendo in questi giorni sulla P4, parente stretta della P3, erede della P2, cioè sulla P2, sarebbe possibile in un Paese realmente libero e democratico dove il Quarto potere, cioè l’informazione, facesse o fosse messo in condizione di fare il proprio mestiere cioè di controllare il potere? Quello a cui assistiamo è il solito rituale di intercettazioni puntuali di personaggi di governo ma anche di opposizione, comunque potenti, vedi Angelo Rovati, che si scambiano pareri, informazioni, notizie altamente sensibili da un punto di vista politico ed economico passando attraverso il finto mediatore di tutta questa trama che in realtà è riconducibile direttamente all’onorevole Gianni Letta e cioè al presidente del Consiglio. Com’è possibile che un personaggio come Luigi Bisignani, già inquisito per la P2 e totalmente screditato agli occhi dell’opinione pubblica rappresentata dai nostri giornali, possa essere in grado di manovrare la Rai, le più importanti aziende di interesse nazionale, le banche e di conseguenza l’informazione? Tutto ciò è possibile solo perché chi doveva scrivere e rappresentare questa situazione a tutti conosciuta non l’ha fatto. Ci spieghino ad esempio i giornalisti dei grandi organi di informazione, in particolare gli addetti ai “servizi”, come facessero a non sapere di questi personaggi da burletta, da Pio Pompa a Pollari, a Bisignani, Guarguaglini, ecc. ecc. …

In un Paese normale, ad esempio di cultura anglosassone, da tempo i grandi giornali avrebbero preso di mira quello che tutti mormoravano, che tutti sapevano e che, sino a che le evidenze della magistratura, cioè le intercettazioni, non lo hanno reso inequivocabile, si sono ben guardati dal raccontare. E allora perché in Italia succede sempre così? Perché il Watergate in Italia sarebbe stato impossibile? Perché la stampa non riferisce e non controlla il potere soprattutto quando questo è deviato, ma vede sempre e solo a seconda delle angolature una parte del problema. E quindi, bene con Ruby rubacuori che tanto non porta da nessuna parte, ma guai a toccare gli affari che da Palazzo Chigi in giù, dall’energia alle armi, all’informazione stessa, sono sotto gli occhi di tutti ma curiosamente non hanno dignità di notizia. Questa, se permettete, si chiama complicità, cogestione del potere, assunzione di poteri che non sono congrui con il ruolo della stampa e dell’informazione in generale. Perché dietro ognuno di questi personaggi che adesso stanno sulle prime pagine dei giornali ci sono frequentazioni con giornalisti, direttori di giornale, direttori di testate televisive, opinionisti ben lieti di contare anche loro nel mondo degli affari.   Alessandro Dalai

 

Teatro: Napoli Teatro festival Italia (26 giugno – 16 luglio, 27 settembre – 8 ottobre):

Nella sua nuova veste, la rassegna si articola in due periodi diversi. La fase estiva è caratterizzata soprattutto dal grande evento d’apertura, Le dragon bleu di Robert Lepage, un ideale seguito della mitica Trilogia del dragone del regista canadese, sui rapporti tra Cina e Occidente (Teatro San Carlo, 26-27 giugno).

Oltre alle coreografie di Ismael Ivo e della franco-vietnamita Ea Sola, da segnalare La tempesta di Shakespeare allestita dal regista inglese Declan Donnellan con attori russi (Teatro Mercadante, 30 giugno – 1 luglio), due spettacoli del giapponese Oriza Hirata, Tokyo notes e Yalta conference (Museo di Capodimonte, 1, 2, 3 luglio), L’opera da tre soldi di Brecht realizzata dallo stesso De Fusco con Massimo Ranieri e Gaia Aprea (Real Albergo dei Poveri, 13 – 16 luglio).

La fase autunnale prevede invece La trilogia del male di Laura Angiulli (Teatro San Ferdinando, 27, 28, 29 settembre), un rifacimento con attrici italiane della bellissima messinscena de La casa di Bernarda Alba di García Lorca, firmata dal regista catalano Lluis Pasqual (Teatro Mercadante, 30 settembre, 1 ottobre), e Il sogno dei mille, uno spettacolo risorgimentale di Maurizio Scaparro tratto da Les Garibaldiens di Alexandre Dumas – il diario di viaggio dello scrittore francese, in Sicilia al seguito di Garibaldi – con Giuseppe Pambieri protagonista (Teatro San Ferdinando, 5, 6, 7 ottobre).