editoriale febbraio
Viviamo in un paradossale presente distopico dominato dalla penuria di energia e dall’imbecille incapacità di ricercare nuove fonti che consentano all’uomo di vivere secondo i canoni stabiliti da carte costituzionali che in occidente parlano di diritto alla felicità.
Paradossale è anche, in questo frangente, che questo presente sia stato ampiamente descritto nei secoli passati da media vecchi e nuovi. La letteratura, il cinema e i fumetti si permettono oggi come ieri di rappresentare, interpretare e popolarizzare il pensiero filosofico sul tema. Che ha a che fare con la nostra realtà minuta, inquinata, costretta per sopravvivere a modalità di consumo oscene che alimentano il problema invece di contribuire alla soluzione. Non c’è traccia di tensione al superamento. Le attività di ricerca rappresentano percentuali irrisorie (addirittura insultanti, nel nostro Paese) della ricchezza prodotta nel mondo; le attività distruttive rappresentano invece una percentuale sempre crescente.
Ci siamo accorti a nostre spese, scontando una certa inconsapevolezza, di quanto le ripetute dichiarazioni circa la preoccupazione per il futuro delle nuove generazioni e la necessità (ovvia) di realizzare l’agognata crescita economica e civile, non avessero altra finalità se non il famoso effetto annuncio inventato dai markettari anni Ottanta e ricicciato un po’ in tutti i campi, dalla finanza, alla giustizia, al linguaggio sindacale.
Ma ci stiamo accorgendo, ora, che le pezze che il Governo Monti sta mettendo al nostro culo rappresentano le fondamenta di un modello di sviluppo con cui avremo a che fare nei decenni a venire? Che le scelte di oggi ci obbligano a partecipare, a capire, a discutere, ad alzare una voce autorevole e non autoritaria, consapevole e non più istintuale? Che ne va del futuro non già dei nostri figli, ma dei nostri nipoti?
Il passato non solo recente insegna che quando qualcuno declama di volersi occupare del futuro dei giovani, c’è da preoccuparsi. Come dire: dal presente mi guardo io, dal futuro mi guardi iddio. Forse ci si dovrebbe rimettere a sfogliare Verne, Wells, Dick, Huxley… ma anche una rilettura laica dei libri di Gioele farebbe bene. E Rifkin, naturalmente.
Il ciclo cinematografico di Mad Max, molto più modestamente, se lo è andato a rimuginare Tuono Pettinato e ci propone il primo assaggio di una storia a fumetti di sorprendente attualità: Nitro. Una storia che parte dalle tamarrate gibsoniane (Mel, non William) e punta dritto verso gli anime post-apocalittici passando per un curioso ammiccamento alle Cronache del dopobomba di Bonvi; un fumetto popolato da rimbambiti del day after drogati di velocità e da nerboruti bambinoni che si godono la (definitiva) assenza dei genitori. Distopicamente attuale. Ci piace cominciare da qui: come sempre con uno sguardo laterale e pop, che indaga non l’ovvio, ma quel che di fianco si sviluppa.







Largo ai vecchi
Andato via il lercio Re Mida nudo,

