Odb, intellettuale sovversivo

Posted by redazione on Thursday Jul 29, 2010 Under Scritti

Il primo volume dell’Antimeridiano dedicato a del Buono servirà a far conoscere ai nuovi lettori la qualità, la modernità e l’anticonformismo della sua produzione letteraria. Di Piero Gelli

Oreste del Buono e in vita e in morte non ha avuto ancora i riconoscimenti che meriterebbe come narratore, nonostante gli apprezzamenti di tanti colleghi, l’ammirazione di molti critici, l’entusiasmo di scrittori più giovani che a lui si rifacevano come un capostipite di sperimentazione (uno fra tutti, Franco Cordelli). Un po’ era colpa sua, per il suo modo schivo e disordinato di proporre le sue cose agli editori, per poi masochisticamente riprendersele, per il suo atteggiamento in cui orgoglio e insicurezza facevano scattare improvvise rabbie. Certo il furore della scrittura, la capacità enorme di lavoro, le ore insonne a scrivere – su cui correvano voci e leggende che lui alimentava: si diceva che in tutta la sua vita non abbia mai dormito più di due o tre ore per notte – hanno prodotto migliaia e migliaia di pagine, tra prose di romanzo, articoli, saggi, inchieste, per non parlare delle altrettante migliaia di traduzioni, Flaubert, Proust, Gide, Butor, Sartre, Stevenson, Wilde, Tournier ecc. ecc…

Il successo però, quello del grande pubblico, il riconoscimento “popolare” che altri suoi coetanei hanno avuto e conservato (Calvino, Pasolini, Sciascia) a lui non era toccato. Mentre sapeva crearlo per gli altri, il successo, lui per se stesso non sapeva ben programmarsi, “gestirsi” come si direbbe oggi, fino al punto di ostacolare in ogni modo il suo agente letterario; che non solo gli era amico, ma era anche un grande unico agente, Eric Linder. Negli ultimi anni della sua vita, firmò un ennesimo contratto “suicida”, stavolta con l’editore Scheiwiller, forse in ricordo dell’amico Vanni morto da alcuni anni, la cui casa editrice però, mancando la sua personalità, era chiaro che non sarebbe mai decollata con i nuovi proprietari. Uscì il volume La parte difficile e altri scritti che conteneva, oltre al suo romanzo d’esordio Racconto d’inverno, una scelta di racconti da La terza persona e La vita sola, ben prefati indubbiamente, ma invisibili in libreria. Finalmente, a fine maggio, è uscito L’antimeridiano di Isbn, egregiamente curato da Silvia Sartorio e con una bella prefazione di Guido Davico Bonino. Questo primo volume raccoglie i suoi romanzi dal 1945 al 1965 e servirà a far conoscere ai nuovi lettori la qualità e la modernità della sua produzione giovanile: come fin dagli esordi, in clima di pieno neorealismo quasi obbligato, lo scrittore, restio agli obblighi di scuola quale che fosse, imboccasse una sua via personalissima, i cui riferimenti nascevano dalla letteratura francese e americana, ma soprattutto dall’esistenzialismo di Sartre e ancor più di Camus, un esistenzialismo mediato e controllato, innervato dal pessimismo e da un intellettualismo elucubrante di stampo pirandelliano: per lo meno queste erano le mie impressioni di lettore allora, quando ancora non lo conoscevo.

Comunque, Oreste era un cane sciolto, come si dice, sia rispetto alle sue origini toscane, sia rispetto alle frequentazioni politico-culturali dell’epoca. Io l’ho conosciuto nel 1970, in via della Spiga, un giorno che passeggiavo con Livio Garzanti appena fuori della casa editrice. Fu un incontro folgorante e buffo, perché l’editore cominciò subito ad accusarlo di tante piccole insolvenze, assenze e impegni non conclusi. L’altro non rispondeva, annuiva ma mi guardava con i suoi occhi piccoli e astuti, complici, quasi a dirmi: “Questo è matto”. In realtà, il loro rapporto conflittuale – come tutti i rapporti che Oreste aveva con il potere – non riusciva a celare un profondo e lungo legame di stima reciproca. Lo rincontrai spes so i giorni che seguirono (se ben ricordo Linus allora aveva la sua sede in via della Spiga) ed era come ci conoscessimo da anni. Nel libro curioso e divertente in cui Paolo Di Stefano ha raccolto e montato le voci dei protagonisti dell’attività editoriale, di cui ho parlato nel numero scorso, io racconto un episodio dei miei rapporti con Oreste, in casa Garzanti, rapporti che poi sono proseguiti alla Rizzoli, poi all’Einaudi, e infine, nella stessa stanza, nella casa editrice di suo nipote, oggi B.C. Dalai. Un giorno ebbi l’idea di raccogliere nella mia collana “I saggi blu” gli articoli cinematografici che del Buono per anni aveva scritto su L’Europeo. Garzanti, per dispetto e perché considerava il cinema un genere di subcultura, fece uscire la raccolta con la copertina bianca invece che blu. Lui se ne ebbe a male, s’irritò anche con me, che cercavo una diplomatica giustificazione: “Tu vedi sempre il lato positivo delle cose, io invece quello negativo”. Forse era così, come è vero che Oreste rivestiva compiacendosene di cinica sfiducia un fondo di aperta disponibilità verso gli altri. Siamo invecchiati insieme lungo i trent’anni di frequentazione, anni indimenticabili, pieni di episodi esilaranti, a Francoforte per la Fiera del libro, all’Elba per il premio letterario, in treno in trasferta settimanale da Milano e Torino. Tre o quattro anni prima di morire, si è ritirato in casa dell’amatissima Lietta Tornabuoni, a Roma. L’intelligenza era come sempre vigile, acuta; perdeva però spesso e faticava a ritrovare le parole anche più banali: ogni conversazione, ogni discussione diventava faticosa, e questo era per lui intollerabile. A Roma, gli ho telefonato una volta, gli ho detto che sarei andato a trovarlo. Mi ha risposto che non gli avrebbe fatto piacere. Ho finto di credergli. Non l’ho più cercato. Ma non lo dimenticherò mai.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Mafia Holding. Grano pulito

Posted by redazione on Saturday Jul 24, 2010 Under Scritti

Testo di Walter Molino. Vignetta di Bertolotti & De Pirro

In provincia di Crotone nessuno voleva trebbiare il terreno confiscato ai boss Arena. Fino a quando lo Stato non ha fatto il suo dovere

Quel terreno non s’ha da trebbiare. Così ha deciso qualcuno senza nome e senza volto. E pure senza parole, ma in certi posti non sono necessarie perché tutti capiscano. Siamo uomini di mondo, siamo a Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone. C’è un terreno seminato a grano confiscato alla potente ’ndrina degli Arena e una cooperativa che sta per nascere, nell’orbita di Libera, pronta a raccoglierlo e a farlo fruttare. Lavoro pulito in terra di ’ndrangheta, nuova occupazione giovanile dove prima dominavano i boss. Scene già viste, storie già sentite. Le mafie capaci di colpi di coda pure quando paiono messe all’angolo, quando si vedono scippare la roba. In Calabria i beni confiscati alla criminalità organizzata sono più di 1.100 su 9.000 totali (dietro solo a Sicilia e Campania), minima è la percentuale di quelli assegnati e riutilizzati. Burocrazia, impedimenti, leggi inadeguate, carenza di fondi. Le abbiamo sentite tutte, compresa la proposta di venderli che (per il momento) sembra essersi arenata nelle secche del Parlamento. Spesso si tratta di beni che il Demanio destina ai Comuni senza averli effettivamente liberati da vincoli e persone, scaricando sugli amministratori problemi di gestione e rischi connessi.

E così quel terreno non s’ha da trebbiare, una specie di congiura del silenzio avvolge l’iniziativa dei giovani calabresi dal volto pulito, sostenuti dal Comune e circondati dall’indifferenza civile. Chi sono questi, cosa vogliono? A Isola di Capo Rizzuto le mietitrebbie sono tutte impegnate. In un territorio ricco di aziende agricole non ce n’è una libera, nel senso più profondo della parola. È vero, è periodo di mietitura, ma non si trova una macchina disponibile addirittura in tutta la provincia. Curioso, a pensarci. Perché fino all’anno scorso, anche se il terreno era già confiscato, il clan ha continuato tranquillamente a mietere il grano, e le trebbiatrici facevano la fila. Adesso che lo Stato su quel terreno, oltre alle carte bollate, ci ha messo pure le mani e i piedi di un pugno di giovani che provano a costruirsi un futuro, intorno si è fatto il deserto.

Storie già sentite, appunto. Per fortuna, c’è da aggiungere. Perché l’esperienza a qualcosa serve. Anni fa era successa la stessa cosa a Corleone, nessuno voleva trebbiare i terreni della “Placido Rizzotto”, la cooperativa nata sulle proprietà confiscate ai corleonesi. Libera, don Luigi Ciotti e i suoi ragazzi non si persero d’animo e chiamarono lo Stato a farsi sentire. Il prefetto, con un’ordinanza, sequestrò una trebbiatrice e alla guida ci mise un carabiniere. Nell’agro aversano, invece, qualche volta il grano si deve mietere di notte e con la scorta dei carabinieri, ché qualcuno non si è rassegnato ancora alla vittoria dello Stato. Forti delle battaglie già vinte, anche questa volta i protagonisti positivi della storia non hanno ceduto di un passo. Don Ciotti ha denunciato pubblicamente la situazione con l’intento di provocare una reazione d’orgoglio della società civile. Che però arranca. Ne sa qualcosa anche il sindaco di Isola di Capo Rizzuto, che ha visto andare deserta una gara pubblica per l’abbattimento di una serie di case abusive lungo la costa. Difficile il percorso verso la legalità in quelle aree del Paese in cui lo Stato per decenni ha abdicato al suo ruolo, assistendo impassibile – con poche eccezioni – all’occupazione delle mafie. Modelli di relazioni politico-economiche profondamente radicati nel territorio contro i quali, oltre alla repressione contro i capi militari, è necessario proporre un’alternativa credibile. È soprattutto grazie a esperienze come quella di Libera che rappresentanti importanti delle istituzioni, oggi, non possono più voltarsi dall’altra parte. Anche nelle terre dimenticate del Sud è possibile esercitare una pressione politica e mediatica che lo Stato non può ignorare.

È successo così che il 17 giugno scorso, un giorno dopo l’appello di don Ciotti, il prefetto di Crotone Vincenzo Panico ha convocato i rappresentanti della Camera di Commercio e i presidenti provinciali di Coldiretti, Cia e Confagricoltura. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: se non fosse saltata fuori una mietitrebbia era già pronta un’ordinanza per la mietitura coatta, ovvero sequestro urgente e temporaneo del macchinario per fini di utilità sociale. A riprova che quando lo Stato fa il suo dovere qualcosa succede (dappertutto), ecco che dal mazzo esce una ditta della provincia e un imprenditore disposto ad accettare l’incarico. Crotone compie così il primo passo per la creazione di una cooperativa sociale che confezionerà prodotti Libera Terra, la seconda in Calabria dopo quella della valle del Marro, dove i terreni sono stati confiscati alla potentissima famiglia dei Piromalli. Carolina Girasole, il sindaco, è stata molto contenta: il lieto fine ha dimostrato che “qui non sono tutti mafiosi, anzi c’è un sacco di gente che lavora e vuole spendersi per la legalità. Grazie al polverone che si è sollevato dopo le parole di don Ciotti” ha dichiarato a Liberainformazione “almeno abbiamo saputo che c’è chi è disposto a mettersi in gioco. Ci serve solo mettere insieme queste energie coinvolgendole in maniera più concreta. Sono ottimista: qui non è mai accaduto nulla del genere, non si era mai parlato prima di una restituzione delle ricchezze dei clan alla collettività, questo è rivoluzionario. Sì, non è facile, ma sento che ci siamo”. La traversata nel deserto, per il sindaco dal cognome che guarda al sole, è appena cominciata. Oggi è stata la trebbiatura, domani arriveranno consigli e minacce, poi in genere rubano gli attrezzi di lavoro e bruciano le coltivazioni. Il copione, a certe latitudini, si ripete identico. Ci vuole pazienza, tigna e sangue freddo. E magari qualche risorsa. La vecchia giunta regionale aveva stanziato 20 milioni di euro, nell’ambito del POR Calabria FESR 2007/2013, per sostenere i progetti di recupero e riutilizzo dei beni confiscati, ma la nuova amministrazione tace. Il futuro è tutto da scriversi e, come amava ripetere Saramago, al momento le parole sono l’unica cosa che abbiamo. Non è poco, dopotutto.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Tipi psicologici: Maurizio Gasparri

Posted by redazione on Friday Jul 16, 2010 Under Scritti

Di Massimo Cirri. Vignetta di Danilo Maramotti

Il senatore Gasparri ha l’aria di uno costantemente in stand-by. Non dorme, non sembra proprio spento perché la luce della coscienza non abbandona mai del tutto il suo sguardo. Ma neanche completamente acceso. È in modalità salvaschermo: inserito, ma funzionante al minimo e disconnesso. Nei circuiti c’è energia, ma poca. Chi ha avuto la possibilità di guardarne la retina in questi momenti dice che vi compaiono in fluida successione immagini di paperelle che nuotano nell’Aniene, radiobalilla torreggianti, profili di Alessandra Mussolini, busti di Augusto imperatore, e/o di Augusto Minzolini. È accertato che Maurizio Gasparri può permanere per settimane in modalità stand-by e poi funzionare per circa un’ora e mezza in modalità invettiva, quella dove dà il meglio di sé. Un tempo più che sufficiente per strangolare dialetticamente qualsiasi avversario in dibattito televisivo. Insulti compresi. Quella di Gasparri è da intendersi come una raffinata forma di risparmio energetico. Gasparri conserva. Tiene da parte forza, potenza e prestanza. Accumula. E appena il processore riceve un’adeguata stimolazione tutto il sistema si riattiva di colpo con la prontezza dei suoi 400 megahertz. E si rimette a funzionare al 100%. Con vigore e maschia gagliardia. La stimolazione può essere di differente origine: una titubanza del capo dello Stato, un’opinione di Platinette, l’elezione di un presidente degli Stati Uniti. In ogni caso Gasparri si scaglia con l’energia che gli percorre furiosa i circuiti fino a un attimo prima inattivi: “Con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è molto più contenta”. Una sparata forte, una delle tante, che poi tocca aggiustare – una volta ristabilito un più adeguato livello di eccitazione dei neuroni – con una correzione di rotta. O con una lavata di testa di Fini. Quando inizia la diffusione della Ru 486, la pillola abortiva, Maurizio Gasparri non è d’accordo e chiede che dell’uso della pillola si occupi il Parlamento. Mica l’Agenzia del Farmaco: “Non si può delegare a tecnici privi di legittimazione democratica una decisione che attiene al diritto alla vita”. Fini dice solo: “Trovo originale pretendere che il Parlamento si debba pronunciare sull’efficacia di un farmaco”. E lo gela. Succedeva spesso, quando ancora Fini aveva titolo per fare lo shampoo ai suoi.

Anche il provvedimento più importante che porta il suo nome, la Legge Gasparri, diventa spiegabile in questa dinamica acceso/- spento. Si ricorderà che la riforma del sistema radiotelevisivo ha avuto un percorso piuttosto tormentato. Approvata dal Parlamento nel dicembre 2003, viene sottoposta alla firma del presidente Ciampi. Che ha qualche dubbio di legittimità, mette giù il telecomando e la rinvia alle Camere. Il Governo Berlusconi deve adottare di corsa un decreto legge per evitare che Rete 4 ed Emilio Fede finiscano lassù sul satellite. Il nuovo testo della legge affronta 130 sedute tra Camera e Senato e si destreggia tra 14000 emendamenti. In tutto questo tempo lui, Maurizio Gasparri, la legge non l’avrebbe mai scritta né letta. Parole di Francesco Storace, allora compagno di partito e adesso meno. Perché, è la maligna ipotesi, dettata da qualcun altro che ha forti interessi nell’industria televisiva. Indovinate chi. Perché Gasparri era in stand-by, ipotizziamo noi. La stessa confusiva assenza di segnale che hanno sperimentato molti cittadini in quel momento magico dello switch-off, il passaggio al digitale terrestre, altro punto cardine della legge, che a volte accende il televisore e a volte lo lascia spento.

Di questo esserci e non esserci, presenza-assenza, ha bassamente approfittato un comico di parte, Neri Marcorè. La sua messa in scena di Maurizio Gasparri confonde noi spettatori che non distinguiamo più imitato da imitatore, vero da falso e vero da più vero del vero. E quando c’è una diretta tivù dal Senato ci chiediamo cosa diavolo ci faccia Neri Marcorè sui banchi della maggioranza. Chissà se riesce a capirlo Maurizio Gasparri.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Tipi psicologici – Gianfranco Fini di Massimo Cirri

Posted by redazione on Sunday May 16, 2010 Under Rubriche, Scritti

Fare futuro insieme?

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Vignetta di Danilo Maramotti

“Se stiamo insieme ci sarà un perché…” si interrogava Riccardo Cocciante. Con un dolore sordo dentro, almeno a giudicare dalla smorfia delle labbra, mentre cantava teso tra pianoforte e microfono. Cosa rimanesse di quel controverso rapporto lui voleva scoprirlo alla svelta, possibilmente “stasera”. Per non tirarla troppo in lungo e non star lì a logorarsi, ancora, in un tormento che va avanti da molto tempo: stare ancora insieme o lasciarsi? O forse non siamo già, di fatto, ormai irrimediabilmente lontani? E anche volendo – e io non sono sicuro di volere e non so se tu vuoi che io lo voglia – potremmo mai riuscire a ritrovarci? E cosa significa “ritrovarci” adesso che mi sto smarrendo anche lessicalmente? Proviamo ancora a provare o invece lasciamoci così, prima che tutto degeneri in un orizzonte di rancore? Ma potremo mai odiarci, noi due, con tutto quello che abbiamo condiviso? Sì, a pensarci bene potremmo, brutta carogna schifosa. Perché tu già mi odi. Mentre io potrei crocifiggerti con una fredda indifferenza. Ci incontreremo tra un po’ di tempo, forse a una festa, forse per qualcosa di lavoro. Io ti saluterò appena, palesemente felice. Una nuova vita, la mia, leggera e piena. Tu invece torvo, ingrassato, calvo, rancoroso e in compagnia di Bondi. Così impari.

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Dopo 60 anni i Peanuts passano di mano

Posted by redazione on Wednesday Apr 28, 2010 Under Scritti

La società americana Iconix Group ha acquisito in blocco i personaggi creati da Schulz per 175 milioni di dollari. Anche i familiari del celebre cartoonist partecipano all’operazione

peanutsChissà come avrebbe tradotto nel linguaggio immortale delle sue creature a fumetti questa piccola rivoluzione che le riguarda da vicino Charles M. Schulz, ideatore e disegnatore dei Peanuts. Purtroppo il mistero è destinato a restare tale, perché il geniale cartoonist di Santa Rosa se n’è andato già da una decina d’anni. Rimane però la seconda moglie, Jean, e i cinque figli avuti dal primo matrimonio. A loro è spettato il compito di dare l’ok all’acquisizione del brand (e del ricco merchandising che vi è collegato) da parte di Iconix Brand Group, una corazzata statunitense del settore retail, che ha acquisito per 175 milioni di dollari l’intera divisione licensing di United Media Syndicate Inc., la società che per 60 anni aveva curato – assieme alla E.W. Scripps Company – la pubblicazione dei Peanuts in più di 40 Paesi.

Neil Cole, Ceo di Iconix, ha detto di essere molto contento di “imbarcarsi” in questo nuovo business, e a parlare non è solo il navigato uomo d’affari che fino ad oggi ha concentrato i propri interessi soprattutto nel campo della moda e del lusso, concludendo qualcosa come 1.200 accordi di licenza in tutto il mondo, l’ultimo dei quali – tanto per dire – con la popstar Madonna per la creazione di una nuova linea di abbigliamento a sua immagine e somiglianza. Cole è infatti uno dei milioni di fan dei Peanuts sparsi ai quattro angoli del globo, parte di quella generazione di 40-50enni (lui di anni ne ha 51) cresciuta con i saggi consigli di vita dispensati da Charlie Brown, Linus, Lucy e – ma sì, come dimenticarlo – il mitico bracchetto Snoopy.

Il passaggio di mano dei Peanuts e di altri celebri fumetti contenuti nello scrigno dell’UFS (fra i quali Dilbert, per esempio) assume in questo 2010 un valore epocale, perché proprio in ottobre le celebri “noccioline” compiranno 60 anni. Una prima celebrazione si è avuta pochi giorni fa a Bologna, presente anche la signora Jean Schulz e Umberto Eco,  che contribuì a far conoscere i Peanuts in Italia grazie a Linus. Che proprio con il numero in edicola ricorda di aver tagliato un altro traguardo non da poco: quello dei 45 anni di attività (come spiega l’editoriale qui sotto).

Scorrendo i dettagli dell’operazione di acquisizione, si apprende che anche gli eredi Schulz vi avranno una parte. Il 20%, per l’esattezza: a tanto ammonta infatti la quota di loro competenza nell’affare. Sul piano del ritorno economico, Iconix – che con i Peanuts e gli altri fumetti intende ampliare e diversificare il ventaglio di settori in cui opera – punta a generare circa 75 milioni di dollari l’anno in royalties, comprendenti anche quelle di competenza della famiglia Schulz.

Nei loro 60 anni di vita, i Peanuts hanno dimostrato di essere un vero e proprio long-seller, una passione che non si spegne e che continua ad acquisire nuovi fan grazie alle numerose versioni delle strip di Schulz edite in più di 40 Paesi. E ciò malgrado da almeno un decennio non appaia una sola nuova vignetta, perché, giustamente, il loro “papà” chiese espressamente che nessuno, dopo la sua dipartita, ne continuasse l’opera. Troppo privato e intenso e assoluto era il filo che legava Charlie Brown e soci al loro ideatore.

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editoriale aprile

Posted by redazione on Thursday Apr 22, 2010 Under Scritti

editorialeCara lettrice, caro lettore, quello che hai in mano è un numero un po’ speciale del nostro giornalino: Linus compie 45 anni di ininterrotta pubblicazione. Vorrei condividere con te, con tutti, il mio orgoglio di testimone e artefice: sono orgogliosa che questo compleanno cada proprio nel sessantesimo della prima striscia dei Peanuts. Sono orgogliosa di ospitare ancora questa strip, perché nonostante l’età regge alla grande il confronto con i nipotini: ci sono opere letterarie che invecchiano, i Peanuts no (e non solo perché Charlie Brown e gli altri rimarranno sempre bambini, sulla pagina). Sono orgogliosa di averli come sempre accanto al meglio delle strisce americane di oggi: Perle ai porci con il suo minimalismo demenziale, Cul de Sac con la sua poesia grafica e narrativa, Dilbert con la sua feroce ironia postindustriale.

Nel suo percorso, Linus ha vissuto stagioni diverse. Quella degli esordi rifletteva sulla natura di queste strane strisce provenienti dagli Stati Uniti: alludeva, in realtà, alla natura della cultura giovanile che si stava sviluppando in quegli anni nel nostro Paese, ai nuovi linguaggi che si portava dietro. C’è stata poi la stagione della politica, gli anni Settanta del giornalino che esplodeva dalle tasche dei giacconi eskimo nelle okkupazioni operaie e studentesche (ma anche, che si trovava arrotolato sotto le eleganti giacche di tweed degli intellettuali non allineati). Linus è stato allora, così come ritengo sia oggi, testimone del suo tempo.
In questo senso la lettura dei fumetti, all’interno di Linus, ha sempre assunto un significato particolare: vuol dire esercitare uno sguardo laterale, più libero e creativo, su quelli che erano e sono i semi di fenomeni sociali, culturali e politici in via di sviluppo. Cerchiamo di essere, ancora oggi, talent scout. Ogni volta chiedendoci cosa ne penserebbe OdB, il direttore che mi ha accolto in redazione nel 1976.
Sono orgogliosa dei nostri collaboratori, di quelli con i quali nel passato si è sedimentato un forte rapporto di complicità, che quando ci si rincontra è una festa; di quelli che ancora oggi sostengono il nostro giornalino; dei nuovi-nuovi, poetici, rigorosi, ottimisti malgrado tutto, dei quali stiamo apprezzando i primi vagiti.

Sono orgogliosa di aver avuto la possibilità di conoscere Emanuele Pirella, e oggi lo saluto con affetto.

Viviamo un momento economicamente e politicamente assai complicato (scrivo queste righe nel giorno delle elezioni, Linus uscirà quando i giochi saranno fatti). Viviamo anche, però, un momento culturalmente interessante: Linus vigila, cercando nel suo piccolo di proporvi non solo nuovi autori, ma nuovi sguardi limpidi su un mondo che, per ora, più torbido di così non potrebbe essere.

Sembra cercare una via d’uscita anche il genio di Ralf König: cominciamo la pubblicazione del secondo tomo della trilogia biblica, dopo Prototipo (vincitore del premio Sondermann alla fiera del Libro di Francoforte nel 2009), ecco Archetipo: e se Noè non fosse come la Bibbia lo dipinge, ma un baldo (e bastardo!) cinquantenne? Un altro capolavoro. Sorprendente e per nulla blasfemo. Anche in considerazione del fatto che la realtà – oltre a superare di gran lunga la satira – è assai più blasfema della fantasia, ultimamente.

Buon compleanno, ragazze e ragazzi.

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Brad Holland a Milano

Posted by redazione on Thursday Apr 22, 2010 Under Scritti

nose-patrolBrad Holland,  il più rappresentativo e blasonato illustratore al mondo, sarà in Italia per un workshop al MI-Master Illustrazione dal 10 al 14 maggio. Il seminiario si intitola “Beyond Illustration” e durerà 30 ore, suddivise in sei ore al giorno fra mattina e pomeriggio. Prevista la traduzione dall’inglese all’italiano.

Questo è il programma:
Beyond Illustration fonda la sua premessa su due idee. La prima, è che gli illustratori, il loro lavoro, il loro pubblico e la cultura in genere, tutti traggono beneficio quando gli illustratori mettono lo stesso impegno a fornire una personale visione, come i pittori, gli scrittori e i musicisti.
La seconda idea è che i tempi cambiano e gli illustratori devono cambiare con essi. Il lavoro del workshop e le discussioni rifletteranno questi temi.

Agli illustratori sarà richiesto di elaborare uno stile personale per lavorare su libri e magazines. Nessuno stile, tecnica o punto di vista sarà imposto. Il processo inizierà con i disegni preparatori e finirà con l’esecutivo. Due settimane prima che il workshop cominci, agli illustratori saranno inviati per e-mail 3 piccoli testi semplici e durante il primo giorno di corso sarà richiesto loro di elaborare rapidi schizzi per ciascuno di questi. Gli schizzi saranno rivisti e, se necessario, rifatti. Uno schizzo per ciascun artista sarà scelto per essere elaborato e realizzato come esecutivo nel corso della settimana. Verrà dato spazio ai punti di vista di ciascun illustratore, su come lui o lei intenderanno realizzare il lavoro – o come potrebbe essere meglio realizzarlo. Specifiche scelte verranno prese in considerazione sempre per agevolare le modalità di lavoro di ciascun illustratore. In breve, ciascun illustratore sarà avviato a creare un esecutivo per il proprio portfolio professionale.

Le lezioni del workshop saranno sia pratiche che teoriche. Argomenti di discussione potranno essere previsti per mettere ordine sulla professione: dal metodo di lavoro ai materiali d’uso a come “vendere” a un cliente un’idea a come un illustratore può tutelare i propri diritti. Gli illustratori potranno rivolgere domande o aprire discussioni.
Il workshop sarà gestito in modo informale.

Il workshiop si svolgerà presso MI-Master di Illustrazione Editoriale, via Savona 10 – Milano
Costi: 550 euro

Info e iscrizioni: www.mimasterillustrazione.com

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Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Posted by redazione on Thursday Mar 18, 2010 Under Scritti

Se il carcere scompare

ill_carcereIllustrazione di Ale+Ale

Esce il 19 marzo nelle sale il film di Jacques Audiard “Un prophète”, che ha affascinato e turbato Cannes sbattendo sotto gli occhi di tutti la drammatica situazione delle carceri francesi. Di quelle italiane invece ultimamente si conosce solo una cosa: come evitarle

I luoghi vanno di moda. E come le mode passano. Non è un grosso problema. Anche i luoghi chiusi (manicomi, carceri, campi di concentramento) seguono le mode e qui le cose si complicano perché da soli in posti così non possiamo entrarci se non c’è qualcuno (regista, scrittore) che ci apre le porte. Diventano invisibili fino a scomparire. Trent’anni fa i manicomi tiravano. Potevano uscire tre film l’anno, insieme a biografie e a trattati scientifici sui disturbi mentali che venivano smerciati (e letti) come se fossero romanzi avvincenti. C’era Basaglia, c’erano i “matti da slegare”, c’era Bellocchio, c’era il ghigno di Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, e non è certo finita lì. I campi di concentramento di tutti i tipi sono una specie di long seller, il carcere invece scompare e riappare come un fiume carsico.

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Oppio dei Popoli di Bruno Ballardini

Posted by redazione on Sunday Mar 7, 2010 Under Scritti

Promesse, promesse

Torna il grande festival delle elezioni: la nostra politica rischia la bancarotta per il suo indebitamento di promesse da mantenere

ballardini-marzoVignetta di Maurizio Minoggio

Inutile minimizzare, il mondo è in crisi. Questa volta si tratta forse della più grande crisi mai occorsa da secoli perché è globale e perché è basata sul debito. Un indebitamento globale di tutti con tutti. Stavo per scrivere “il capitalismo è in crisi”, ma mi sono fermato in tempo: il debito coinvolge non solo i Paesi del capitalismo, ma anche quelli dell’ex area comunista e il terzo mondo che viene trascinato a sua volta nel baratro da entrambi. Dunque, il mondo.

E da cosa viene originato tutto questo debito?
Da un eccesso di promesse, è ovvio. Perché ogni promessa è debito. Tutto inizia quando qualcuno ha un bisogno e lo comunica. Il fatto che lo comunichi significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente e si rivolge agli altri per chiedere aiuto. Quindi, direttamente o indirettamente, esprime un desiderio. Ma sta tutto qui l’inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto mentre il desiderio è solo la sua espressione psicologica. Le due cose non coincidono affatto e spesso non sono nemmeno collegate. Lo dimostra il sistema della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare il più delle volte cose di cui non abbiamo affatto bisogno.

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daw_aung_san_suu_kyiLa leader dei diritti civili in Birmania, Aung San Suu Kyi, dovrà scontare altri 18 mesi di arresti domiciliari. La Corte Suprema del suo Paese, sottoposto da tempo alla dittatura dei generali, ha infatti rigettato il ricorso presentato dai suoi legali, i quali si erano appellati a eccezioni di carattere costituzionale.

Aung San Suu Kyi, 65 anni il prossimo 19 giugno, avrebbe dovuto riacquistare la libertà già nel maggio del 2009. La residenza in cui scontava gli ultimi giorni di arresto era però stata raggiunta a nuoto da un cittadino americano, tale John William Yethaw, che aveva eluso la vigilanza delle guardie. Trattenutosi per diverse ore all’interno della villa dove è costretto il premio Nobel per la pace 1991, Yethaw (che nel successivo processo non ha fornito chiare ragioni del suo gesto, alimentando così il sospetto di una macchinazione ai danni di Aung), fu arrestato e San Suu Kyi accusata di aver violato la prigionia a pochi giorni dal fine pena.

Di qui la nuova condanna a tre anni di lavori forzati, poi commutata dalla Giunta militare al potere in 18 mesi di arresti domiciliari; sentenza che ora la Corte Suprema ha confermato, assecondando il vero progetto del regime birmano, che in questo modo punta a tenere sotto il proprio tallone l’opposizione democratica del Paese asiatico, che ha in Aung San Suu Kyi la sua leader riconosciuta a livello internazionale.

L’intera vicenda umana e politica di Aung San Suu Kyi e del movimento che sostiene i diritti civili in Birmania è stato raccontato nel libro di Cecilia Brighi Il pavone e i generali, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai editore. Brighi, sindacalista, da anni attiva a favore della causa birmana, contribuisce anche al sito www.birmaniademocratica.org, dove si possono trovare notizie e aggiornamenti sulla situazione del Paese asiatico.

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