Category: Scritti

Teatro: Festival dei Due Mondi di Spoleto (24 giugno – 10 luglio):

Anche a Spoleto il clou del programma teatrale è costituito da uno spiazzante testo di Spregelburd, La modestia, terzo episodio dell’Eptalogia di Hieronymus Bosch, un ciclo di sette opere dedicato ai sette peccati capitali rivisti in chiave contemporanea. A metterne in scena le due vicende incrociate – una che si svolge in Sudamerica, l’altra in un imprecisato paese dell’Est, ma affidate alle stesse due coppie di attori – è Luca Ronconi, con Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alessi protagonisti nelle loro doppie parti (Teatro Caio Melisso, 24, 25, 26 giugno).

Tra gli altri spettacoli di un “cartellone” piuttosto eterogeneo figurano Cannibardo e la Sicilia di Andrea Camilleri, sullo sbarco dei Mille, regia di Giuseppe Dipasquale (Teatro Romano, 24 giugno), Il tredicesimo punto, di Sergio Claudio Perroni, sulla figura di Nilde Iotti, regia di Roberto Andò, con Michela Cescon (Teatro San Nicolò, 25-26 giugno), e Giuliett’e Romeo di Filippo Timi, rilettura in dialetto perugino della tragedia shakespeariana (Teatro Romano, 2 luglio).
Mi sembrano forse più attraenti certe performance “soliste”: Terra promessa! Briganti e migranti, una “narrazione” sul brigantaggio meridionale di Marco Baliani (Teatro Romano, 29 giugno), l’omaggio alla Duse di Annamaria Guarnieri, diretta da Maurizio Scaparro (Caio Melisso, 2-3 luglio), Carlo Cecchi in Prodotto, un monologo di Mark Ravenhill sullo “scontro di civiltà” dopo l’11 settembre (Caio Melisso, 5-6 luglio).

 

Scherzi da Peres: Anagrammi e serendipità di Ennio Peres

A volte, nella composizione di un anagramma, può capitare che, dopo aver isolato una determinata parola, le lettere rimanenti forniscano altri spunti di applicazione, elaborando i quali è possibile conseguire risultati notevoli ed insperati.
Questo particolare intreccio tra casualità e perspicacia, comune ad altre attività umane, viene definito col nome, poco comune, di serendipità.
Secondo il biomedico statunitense Julius H. Comroe: “La serendipità è cercare, da inesperti, un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino…”.

Il termine serendipità deriva da Serendip (o Sarandib), l’antico nome persiano dell’isola di Ceylon (attuale Sri Lanka), ed è stato coniato nel 1754, dallo scrittore inglese Horace Walpole, dopo aver letto la fiaba Tre prìncipi di Serendippo di Cristoforo Armeno, pubblicata a Venezia nel 1557.
In quell’originale racconto, i tre giovani protagonisti riescono a farsi benvolere dall’imperatore persiano Bahram, grazie alla loro spiccata capacità di riuscire a interpretare argutamente alcuni indizi apparentemente insignificanti (come resti di pane o tane di serpi), rinvenuti in maniera del tutto casuale.
Le vie del progresso scientifico sono strapiene di esempi di serendipità, più o meno rilevanti, come i seguenti:
– nel 1492, il navigatore italiano Cristoforo Colombo scoprì l’America, mentre cercava di raggiungere il Catai e il Cipango (coppia di nomi che, in alcuni testi, sta per “Indie”);
– nel 1781, l’astronomo tedesco William Herschel scoprì il pianeta Urano, mentre cercava delle nuove comete, scrutando volte celesti, piene d’astri;
– nel 1896, il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen scoprì i raggi X, mentre stava eseguendo al buio, e in disparte, degli arditi esperimenti sui tubi catodici;
– nel 1903, il fisiologo russo Ivan Pavlov scoprì i riflessi condizionati degli animali (dai serpenti alle scimmie…), mentre stava conducendo ricerche sulla salivazione dei cani;
– nel 1928, il biologo britannico Alexander Fleming, in un periodo in cui la Medicina era mossa da poche spinte aride, riuscì a scoprire la penicillina, perché aveva disinfettato male un vetrino;
– nel 1938, il chimico statunitense Roy Plunkett, sezionando una bombola di tetrafluoroetene occlusa, scoprì il Teflon (il rivestimento per padelle, che rende i pasti meno collosi);
– nel 1968, il chimico statunitense Spencer Silver inventò la colla debole dei Post-it, dopo essersi fatto stipendiare per realizzare un adesivo estremamente resistente.

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Pianeta blu di Erasmo D’angelis

Striscia di Mario Natangelo

“Il valore dell’acqua”, un libro fuori dagli schemi senza demagogia né slogan, racconta il complesso e affascinante mondo dell’acqua e la storia idrica del nostro Paese

Lo sapevate che sull’acqua già si litigava quattromila anni fa, al punto che nel 2113 a.C. il re dei sumeri UrNammu promulgò il primo Codice dell’umanità con regole molto severe e pene per chi non governava le acque e causava allagamenti o inaridimento di terreni altrui? Che in quel periodo furono costruite dighe e acquedotti chilometrici? Che nell’anno Mille i persiani inventarono i mulini a pale eoliche per sollevare l’acqua dai fiumi? Che i romani costruirono nella penisola 149 acquedotti con pendenze perfette su archi monumentali, e poi globalizzarono la tecnica idraulica costruendone altri 300 nel resto del mondo conquistato? Che nei secoli bui del Medioevo e fino al Settecento prescrizioni mediche consigliavano di lavarsi il meno possibile perché i pori della pelle dovevano restare ben occlusi per impedire l’ingresso di impurità trasportate dall’aria?

Fior di luminari insegnavano che i pidocchi erano un dono di dio perché succhiavano sangue infetto asportando malattie. Le città puzzavano di scarichi lanciati anche dalle finestre, si moriva come mosche per ondate epidemiche di tifo o colera per acqua inquinata da liquami, e a questo bagaglio di false certezze e paure non sfuggivano nemmeno i re. In Francia, i tre medici a disposizione di Luigi XIV, tra il 1647 e il 1711, nel Journal de la santé del sovrano annotarono in 64 anni una sola occasione di bagno completo nel 1665! E solo 150 anni fa, quando i funzionari dei Savoia fecero l’inventario di ciò che razziarono nella reggia borbonica di Caserta, non sapendo cosa fosse quell’affare rinvenuto nella toilette reale, tagliarono corto e scrissero: “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Era il bidet della regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena.

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Editoriale

Bentornata, Italia. Bentornata Milano! Trieste! Cagliari! E bentornata Napoli, se me lo concedete.

Scriviamo appena conclusi i ballottaggi elettorali. E – soprattutto, a questo punto – a una decina di giorni dalla consultazione referendaria: non consideriamo questa occasione meno importante dell’elezione appena passata, ci tocca altrettanto direttamente. Anzi, ora più che mai. Ammettendo che B resista alla scoppola, non potrebbe certo sopportare una sconfitta referendaria: sarebbe la volta buona. Significa che ora, dall’esito dei referendum, dipende un bel po’ del nostro futuro, fisico e civile. Immediato e di lungo periodo. Vediamola come una possibilità da non lasciarci sfuggire.

Fino a ieri non sarebbe stato facile condividere questa prospettiva, la politica ha costretto l’informazione e la vita stessa dei cittadini in un ambito angusto. Ha fatto strame di qualsiasi utopia che non fosse monetizzabile, risposto con il superenalotto alla politica dei bisogni, ammantato di modernità il buon vecchio precariato trasformandolo in elemento di adesione a un malinterpretato liberalismo.

E ci ha privato dell’idea di futuro. Meglio, ci ha provato, visto come oggi si è dimostrato che la Nuova Politica può essere nelle nostre mani. Certo, dipende da come questa novità verrà gestita, ma una cosa è certa: posso testimoniare che nella mia città un nuovo senso di partecipazione è nato, grazie a Giuliano Pisapia. Poco importa se sia stato o meno favorito dagli incredibili errori di Mestizia Moratti. Sarebbe successo lo stesso, perché la forza dell’utopia per troppo tempo sopita covava sotto le ceneri, e lo si percepiva in tutti i luoghi di aggregazione di questa città, soprattutto quelli giovanili.

Quindi, cari linusiani, occhio ai referendum! Non se ne parla abbastanza. Quattro referendum, tre temi: nucleare, acqua, legittimo impedimento.

Dire al primo significherebbe di fatto abrogare la via italiana all’energia nucleare – come senza bisogno di alcun referendum ha fatto la Germania – rientrata dalla finestra di palazzo Grazioli dopo essere uscita dalle nostre porte grazie alla consultazione del 1987. Non permetterci di andare a votare significa ipotecare la vita di un numero imprecisato di generazioni, dal momento che la eventuale costruzione di centrali progettate con la tecnologia attuale, in un Paese che investe somme ridicole nella ricerca e non è nemmeno capace di spazzare la monnezza, abituato a sottovalutare i rischi sismici così come quelli della finanza allegra, che non riesce a valorizzare né a sfruttare il gigantesco patrimonio d’arte e cultura su cui sta immeritatamente spaparanzato, aprirebbe scenari imprevedibili. Anzi no: prevedibilissimi.

Quel che don Lorenzo Milani avrebbe gridato su questo argomento, lo possiamo intuire leggendo il pezzo di David Bidussa a pag. 52, allusivo di un altro dei temi referendari, quello sulla privatizzazione dell’acqua: l’attualità del pensiero del prete di Barbiana sulla condivisione delle risorse e la sua idea dell’Etica al primo posto, è impressionante. Così come impressionanti sono i dati che snocciola Erasmo D’Angelis a pag. 54 nel pezzo in cui presenta il suo “scomodo” volume Il valore dell’acqua.

Anche in questo caso le conseguenze del voto si faranno sentire per parecchio tempo, sempre che il quorum venga raggiunto, considerate le mille manovre in direzione contraria di chi ancora ci governa. Come sapete, l’affanno rispetto alla possibilità che il 50% più uno degli aventi diritto si rechi effettivamente a votare è nato non già da una valutazione etica sul bene degli Italiani, ma dall’improvvisa intuizione che il disastro di Fukushima avrebbe potuto mandare a gambe all’aria il progetto politico dell’ineffabile nostro, che si regge sulla difesa del proprio particulare e su quell’incredibile equilibrio di conflitti di interessi che è riuscito a costruire per sé: non ultimo, l’oggetto del terzo argomento referendario, il “legittimo impedimento”.

Ci siamo indignati, bene. Ora è il tempo del pensiero, della riscoperta felice della realtà.

30 maggio
A Milano stasera si respira un’aria pulita. Sembra di vedere anche il mare.

Le morti bianche non fanno audience

La fregnaccia della “dittatura dei giudici di sinistra” rifilata dal Chiavaliere a un attonito Obama al G8 non è la più meschina fra le figure rimediate dal Nostro negli ultimi tempi…

Di Pino Nicotri

La figura meschina, da omuncolo, fatta da Berlusconi sussurrando a Obama l’incredibile fregnaccia, e calunnia, che in Italia c’è, più o meno, la “dittatura dei giudici di sinistra”, è pazzesca, ma è il logico sviluppo del modo di fare del Chiavaliere. Partiamo da una domanda. Un capo di governo che in campagna elettorale si precipita a far visita molto strombazzata a una donna che s’è fatta ricoverare in ospedale per un paio di lividi, accampando una aggressione per mano degli “avversari politici” peraltro inesistente , ma non è MAI andato a far visita ai feriti e mutilati sul lavoro, non è MAI andato a un funerale di un morto sul lavoro – cioè di una vittima delle cosiddette “morti bianche”, in realtà nere anch’esse per il lutto e il dolore – e non è MAI andato a rendere omaggio ai familiari della vittima, un tale capo di governo somiglia di più a un uomo di Stato o a un cialtrone? Deve vergognarsi o essere fiero del suo comportamento?

Per saperlo, avevo in mente di telefonare direttamente al chiavalier Silvio per porgli le domande, ma dopo la “spiata” all’orecchio di Obama, telefonargli è superfluo. Non ce n’è più bisogno, le risposte sono chiare, chiarissime, e coram populo. Ma le domande gliele avrei fatte anche in considerazione del fatto che in tema di “morti bianche” l’Italia ha il triste primato europeo, si viaggia al ritmo dalle 3 alle 4 morti al giorno. Per non parlare delle migliaia di feriti, spesso mutilati, dovuti agli oltre 700 mila infortuni l’anno, feriti e mutilati che non hanno certo solo un paio di lividini come la signora visitata a Milano con non disinteressato clamore dal cavalier Chiavaliere.

Nei primi tre mesi dell’anno le morti sul lavoro sono aumentate, registrando 114 decessi da gennaio a marzo, contro i 91 del primo trimestre 2010. Da notare che la provincia più colpita è proprio quella di Milano! Ha nulla da dire il nostro milanesone capo di governo che per la campagna elettorale del capoluogo s’è scatenato più che mai? Ha qualche visita da fare a qualche ferito, magari ferito grave, o mutilato, o ai familiari di un “morto bianco”? E perché finora NON l’ha mai fatta? Non ha neppure stigmatizzato gli applausi dei confindustriali ai dirigenti della Thyssen condannati come è noto per omicidio volontario a causa della morte di loro dipendenti dovuta al menefreghismo, pur di risparmiare soldi, per il potenziamento delle misure di sicurezza.

Semmai la domanda da fare a Berlusconi è un’altra. Qualche giorno fa ho chiesto via blog se la signora Moratti sa e capisce quel che dice. Oggi la domanda la si deve fare anche a Silvio Berlusconi. Non solo e non tanto per la cazzata sparata all’orecchio del presidente Usa, lo stesso che quando venne eletto è stato definito dal Chiavaliere come “un po’ abbronzato,” con evidente riferimento goliardico-razzista al colore della pelle, quanto invece perché ha avuto la faccia di bronzo di dichiarare che non lo vogliono lasciar parlare! Devono essere brigatisti o almeno comunisti mangiabambini non solo alla Corte costituzionale, al Quirinale e alla Procura di Milano, ma anche all’Agcom, visto che ha comminato le maxi multe alla Rai e a Mediaset per il vergognoso “scendere in campo” del capo del governo con interviste in ben cinque televisioni nello stesso giorno. Il tutto per mettere bene in mostra anche i simboli del suo partito. Più che interviste quindi s’è trattato di comizi elettorali.

L’obbrobrio e le bave morattian-berluscone sono tali che il Giornale, proprietà berluschina, ha titolato in prima pagina a lettere cubitali su cinque colonne “L’Islam marcia sul Duomo”, di Milano ovviamente. Altro che “dalli all’untore!” e “diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico”. Siamo a qualcosa che somiglia a una tracimazione cloacale. Cosa non rara nella destra nostrana, dato il suo dna e la sua storia capitanata da strani Cavalieri… La Storia a volte si ripete, la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ecco perché con il circo Barnum berluscone siamo alla farsa. Peccato che non faccia ridere.

Il blog di Pino Nicotri

Giuliano Pisapia, Cambiare Milano si può. Leggi

Blatero, dunque sono

Vabbé che siamo nella manzoniana città di Milano, ma questa gara al “dalli all’untore!” scatenata dal trio Bossi/Moratti/Berlusconi più che di Promessi sposi sa di Pagliacci. Ma andiamo per ordine.
Di Pino Nicotri

Ah, il maledetto vizio dell’ipocrisia basata sui due pesi e due misure! Un vizio che dimostra in modo lampante la disonestà di chi ne è afflitto. E infatti: il lato comico, o se si preferisce tragico, delle accuse di violenza lanciate dai vari Berlusconi, Moratti e compagnia cantante contro Pisapia per le asserite “aggressioni” a due o tre sciùre meneghine da parte dei “brigatisti pisapiani” è che a trasformare immediatamente in certezze, equivalenti a sentenze definitive, quelli che tuttalpiù sono indizi è la stessa bella gente che si copre gli occhi di fronte alle testimonianze e alle prove che inchiodano Berlusconi su una serie di reati sfociati in tre processi. In italiano questo modo di fare, il trasformare degli indizi in prove certe pur di metterla a quel posto agli avversari, si chiama anche  barare. Ma non è questo il grave. Il grave è il disonestissimo e lampante doppiopesismo: qualunque prova e accusa contro Berlusconi viene ridicolizzata, diventa occasione per sfoggiare il negazionismo, il riduzionismo e il relativismo, mentre qualunque blablablà utile alla bisogna viene spacciato ipso facto per verità assodata per poterla impugnare a mo’ di manico di coltello per colpire alle spalle gli avversari politici da parte di chi, ignorando l’italiano e non temendo il ridicolo, si dice Partito dell’Amore.

È particolarmente sgangherato l’accorrere di Berlusconi al “capezzale” (?) della signora che, come appurato non solo da una testimone, s’è inventata d’essere stata aggredita al mercato di via Osoppo da un militante pro Pisapia. Che l’aggressione la sciùra se la sia inventata lo ha testimoniato ad alta voce a Radio Popolare la signora Shirin Kieayed: “Ho sentito la voce dei sostenitori di Pisapia e di quelli della Moratti che cercavano di sovrastarli. Una signora, che poi è quella che ha denunciato l’aggressione, si è avvicinata a uno dei sostenitori di Pisapia cercando di farlo tacere, strattonandolo e tirandolo per un braccio. Lui si è girato e le ha risposto ma non l’ha spinta, né colpita. Lei si è seduta a terra di propria volontà. Una volta seduta ha cominciato gridare di essere stata aggredita”.
Poi c’è l’aggressione addebitata a Pisapia solo perché il presunto aggressore aveva al bavero la spilla “Sinistra per Pisapia”. Come dire che domani vado in piazza con una T-shirt che a lettere cubitali grida “W Berlusconi! Votate Moratti!” e mi metto a dare legnate a qualche militante della sinistra per Pisapia, così che le colpe vengano sparate alla grossa contro la Moratti e il suo padrone-padrino berluscone….

Veniamo agli “untori” e alle grida accorate “dalli all’untore!”. Il lato comico, niente affatto manzoniano, dell’accusa contro Pisapia di voler islamizzare Milano costruendo una moschea in ogni quartiere è che è stata proprio l’attuale giunta comunale ad avere approvato un piano per moschee, al plurale, e perfino di campi per gli odiati rom, odiati da chi non potendo più odiare gli ebrei perché verrebbe giustamente preso a pedate dirotta le proprie pulsioni animalesche contro i più deboli di turno. Poi c’è il lato comico che a lanciare il pericolo del dilagare della criminalità, ovviamente islamica e di sinistra, è quello stesso Berlusconi che sta facendo di tutto per affossare buona parte della legalità pur di farla franca lui con altre leggi su misura dei suoi processi, quello stesso Berlusconi che in tandem con la sciùra Santanché definisce “un cancro” e “una metastasi” in particolare buona parte della magistratura proprio di Milano. Avere la faccia come il bronzo può anche essere comprensibile, qui però la faccia non è tanto come il bronzo quanto invece come qualcos’altro…

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A Milano vince a sorpresa Pisapia

Il responso delle urne cambia il panorama politico. Lega e Pdl ai ferri corti, ma ora si guarda al ballottaggio

Il primo turno delle elezioni amministrative nei principali capoluoghi di provincia ha emesso un verdetto inequivocabile: il centrosinistra ha confermato Torino e Bologna, andando al ballottaggio a Napoli. Ma era Milano il test più importante e qui si è verificato il risultato più sorprendente, con il candidato delle opposizioni Giuliano Pisapia che non solo prevale sul sindaco uscente Letizia Moratti (sostenuta da Pdl e Lega) ma la stacca di sei punti percentuali e mezzo in quella che è considerata da sempre la roccaforte della politica di centrodestra.

Finisce infatti 48 a 41,5 la sfida più carica di implicazioni di questa prima tornata elettorale, che apre inevitabilmente una crisi all’interno dell’alleanza Pdl-Lega. Crisi che i rispettivi quartier generali tendono a non ingigantire per limitare i danni in vista del ballottaggio in programma il 29 e 30 maggio. Ma è ormai a tutti evidente che assieme al sindaco Moratti, il principale perdente delle elezioni di Milano è il premier, Silvio Berlusconi, la cui strategia – in passato rivelatasi tante volte vincente – di caricare di pesanti umori politici il voto amministrativo fino a farne un vero e proprio referendum sulla sua persona, è rumorosamente collassata.

Non solo ha pesato – in particolare su quella parte dell’elettorato leghista che ha praticato il voto disgiunto – l’incredibile sequenza di vicende a sfondo sessuale che hanno come minimo distratto il presidente del Consiglio dai problemi concreti del territorio fino a sfociare nel processo per il Rubygate, ma anche le più recenti esternazioni del premier sulla giustizia e sui giudici di Milano, additati come un “cancro” della democrazia, hanno spinto molti elettori di centrodestra a rimanere a casa o a votare per altri candidati. L’affaire Lassini, con i manifesti “Via le Br dalle procure” era stato cavalcato da personalità di spicco del Pdl come il sottosegretario Daniela Santanchè, distintasi anche per attacchi personali a Pisapia, facendo intendere che Berlusconi stesso avesse deciso di adottare la linea dura a Milano. Autorevoli commentatori hanno poi interpretato il poco elegante attacco sul piano pesonale portato a Pisapia da Letizia Moratti in chiusura di campagna elettorale – rivelatosi un doloroso boomerang per il sindaco – come il tentativo disperato di azzoppare un candidato che già si vedeva dotato di più gambe e più fiato, come il risultato delle urne ha confermato.

L’inatteso e per molti versi straordinario successo conseguito da Pisapia e dalla coalizione che lo sostiene segnano dunque la prima grave sconfitta di Berlusconi nella sua roccaforte, autorizza a interpretare il voto di Milano come il segnale che qualcosa si sarebbe irrimediabilmente rotto nella leggendaria sintonia che da sempre caratterizza i rapporti fra il leader e i suo elettorato. Resta da valutare la portata di tale crisi, e se Bossi e la Lega decideranno di elevarla al massimo grado politico, trasferendola nelle aule parlamentari.

Negli altri grandi capoluoghi in cui si è votato si è assistito alla vittoria al primo turno di Piero Fassino a Torino con oltre il 56% dei consensi, confermando il gradimento ottenuto prima di lui da Chiamparino. Anche a Bologna è prevalso di misura ma al primo turno Vittorio Merola, candidato del Pd che ha battuto lo sfidante della Lega Manes Bernardini, mentre ha sorpreso tutti l’exploit del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo, il cui candidato, Massimo Bugani, ha ottenuto quasi il 9,40% dei consensi. A Napoli, infine, il candidato del centrodestra Gianni Lettieri accede agevolmente al ballottaggio con oltre il 38% dei voti. Oltre al drammatico calo dei votanti, il capoluogo campano segna però l’affermazione personale di Luigi De Magistris, che accede allo scontro diretto con Lettieri, battendo nettamente il candidato del Pd, Mario Morcone. De Magistris, sostenuto dall’Idv di Di Pietro con due liste civiche e Rifondazione comunista, ha superato il 27% dei consensi, mentre Morcone si è fermato al 19,15%. Anche a Napoli, dunque, la partita in vista del ballottaggio risulta aperta. Proprio sotto il Vesuvio come a Milano, risulterà determinante l’atteggiamento del terzo polo formato da Udc-Fli-Api, che pur non riportando risultati esaltanti in termini percentuali – a parte Napoli, dove Raimondo Pasquino ha ottenuto il 9,74% dei voti – sarà l’inevitabile ago della bilancia nei ballottaggi.

Bin Laden come Geronimo? Ma mi faccia il piacere!

Nell’euforia generale e spesso incontrollata che ha accompagnato la notizia dell’uccisione del capo di Al Qaeda è sfuggito a molti un dettaglio rivelatore di come gli americani – anche il presidente Obama – non abbiano del tutto fatto i conti con un certo razzismo di fondo. Che ha le sue radici nel mito del selvaggio West. Di Pino Nicotri

Il Pentagono dice una cosa, ma Obama ne dice un’altra e lo sbugiarda, forse senza rendersene conto. Intervistato da Steve Kroft per la rete televisiva CBS su come è stata preparata la caccia a Bin Laden e su come ne ha vissuto in diretta la conclusione, il presidente Obama a un certo punto fa una affermazione esplicita: “C’è stato un momento in cui [gli uomini del commando] hanno detto che Geronimo era stato ucciso. E Geronimo era il nome in codice per Bin Laden”. L’intervista è stata pubblicata per intero su Repubblica di martedì 10 maggio, il testo occupa due pagine, la 12 e la 13, e la frase di Obama sul nome in codice Geronimo per Osama la si legge nelle ultime righe della prima colonna di pagina 13. Il presidente Usa, che è anche il comandante in capo delle forze armate, ha così affondato il comunicato con il quale il Pentagono, alle prime proteste dei “pellerossa”, ha tentato di mettere una pezza alla brutta gaffe del nome di un famoso capo apache affibbiato al Terrorista Mondiale Numero Uno: “Geronimo non era il nome in codice di Bin Laden, ma dell’atto della sua cattura o eventuale uccisione”, giuravano al Pentagono. Spiegazione già poco convincente di suo, che Obama ha liquidato. Non si sa se per leggerezza, distrazione o supponenza.

C’è un precedente, decisamente imbarazzante. George Bush junior fece la gaffe di chiamare “Crociata infinita” la campagna di bombardamenti dell’Afganistan e annessa invasione a seguito dell’attentato alle Twin Tower. Le proteste dei Paesi islamici furono tali e tante da indurre lo stordito Bush a cambiare velocemente il nome in “Operazione libertà infinita”, anche se non si è mai capito di chi fosse tale libertà illimitata. Ora a fare un’altra gaffe è Obama, e sempre sullo stesso tema, ma questa volta non ha protestato nessuno, né nel mondo islamico né in Occidente. Dell’infelice scelta del nome in codice per il capo di Al Qaeda si occupa da qualche giorno la commissione del Congresso degli Stati Uniti dedicata a combattere gli stereotipi razzisti contro i nativi americani, che vivono in prevalenza nelle “riserve indiane”. Finora però nessun giornalista è andato nelle riserve a chiedere agli abitanti cosa pensassero di questo nome in codice. Geronimo diede filo da torcere ai soldati Usa all’epoca dello sterminio degli “indiani d’America”, delle cui mattanze per mano delle Giacche Blu, dei pionieri, cioè dei coloni, e dei vari cow boy armati di revolver e Winchester, tutti noi quando eravamo ragazzini ci siamo razzisticamente entusiasmati. Il clou che ci riempiva di gioia era il momento dello squillo di tromba dell’”Arrivano i nostri!”: cioè quando, immancabilmente, la cavalleria delle Giacche Blu piombava al galoppo a far piazza pulita dei selvaggi cattivi, i “pellerossa”, per salvare i “buoni”, vale a dire i convogli degli invasori piovuti dall’Europa.

Per la Casa Bianca, che rappresenta il popolo americano, per il Pentagono e la Cia, vale a dire per le forze armate Usa e annessi servizi segreti, Bin Laden era il Geronimo dei nostri tempi? Accostamento pessimo, e non solo perché “Geronimo era un guerriero coraggioso e non un vile terrorista”, come ha scritto qualche giornale cambiando le carte in tavola molto in ritardo. Sì, molto in ritardo: a New York infatti si vendono T-shirt con la scritta “Terrorist” sul disegno di un gruppetto di “pellerossa” a cavallo per ricordare che il termine è nato negli Usa durante le guerre contro i nativi. Colpevoli di non sottomettersi e di combattere, sono stati prudentemente demonizzati bollandoli come terroristi… L’accostamento è pessimo anche perché legittima il sospetto che ancora oggi nel dna degli americani Usa ci sia del razzismo contro gli “indigeni”, piccoli rimasugli di molti popoli ridotti nei grandi ghetti delle famose “riserve indiane”. L’accostamento è inoltre imprudente perché potrebbe suggerire brutte idee: non vorremmo che Bin Laden venisse imitato anche da quanti se ne stanno nelle riserve a rimurginare sulle glorie degli antenati finite nella polvere.

A dire il vero di precedente brutto, e peggio, ce n’è anche un’altro. Un certo Adolfo Hitler a inizio carriera si entusiamò talmente per la “soluzione finale” adottata negli Usa verso gli indigeni, e per l’eugenetica Usa tesa a salvaguardare la “pura razza WASP” (acronimo di White, Anglo Saxon, Protestant) dagli immigrati dei popoli “inferiori”, da inviare una lettera di lode e ringraziamento a un noto esponente eugenetico statunitense. E poi da prendere la “soluzione indiana” a modello della “soluzione finale” nazista tesa a salvaguardare la “pura razza ariana”.

Come si vede, i motivi che avrebbero dovuto consigliare maggiore prudenza nella scelta dei nomi in codice sono vari. La gaffe di Bush tradiva, e fotografava, la visione imperiale della sua politica. Questo errore di Obama cosa fotografa? Nulla di bello, in ogni caso. Nulla di rassicurante per le minoranze sconfitte. Nulla di lodevole per una democrazia, quindi. Nulla di adatto per un Premio Nobel per la pace, qual è Obama. In ogni caso, che un tale errore sia stato compiuto o permesso da un nero è ancor più imbarazzante. Cosa avrebbe detto Obama se per nome in codice fosse stato scelto “Zio Tom”, “Kunta Kinte” o “Mandingo”?

“Indiani” a parte, saremmo curiosi di sapere che effetto ha fatto su Geronimo La Russa e suo padre, il nostro ministro della Difesa Ignazio La Russa, venire a sapere che Geronimo era il nome in codice del Terrorista Mondiale Numero Uno.

Il blog di Pino Nicotri

Signora Sindaco, che figura di m…!

Quanto accaduto mercoledì alla fine del dibattito su Sky è il colmo della miseria umana. La “furbata” di Letizia Moratti si commenta da sé, smontando l’immagine di signora per bene del primo cittadino di Milano

Che a rinfacciare a Giuliano Pisapia una amnistia per un furto d’auto di 30 anni fa sia una persona che, come Letizia Moratti, è entrata in politica, ha fatto il ministro ed è diventata sindaco di Milano solo ed esclusivamente grazie a un pluri indagato, pluri rinviato a giudizio e pluri miracolato da leggi fatte fare su misura come Silvio Berlusconi, è il colmo. Il colmo della miseria. Politica, morale e umana. È raggelante che il sindaco di Milano abbia tirato fuori questa storia solo alla fine del dibattito su SkyTv, sapendo bene che le regole dello stesso dibattito avrebbero impedito a Pisapia di replicare per dimostrare che si tratta di un falso. Non solo è raggelante, ma si tratta di una furbata che una persona per bene, e in particolare una signora, dovrebbe guardarsi bene dal compiere. Bene ha fatto perciò Pisapia a non accettare la stretta di mano della Moratti a fine dibattito. Vogliamo credere che la sua antagonista sia stata male informata. Ma se questo la scusa come persona privata, come sindaco di Milano aumenta la sua responsabilità del passo falso: un sindaco ha infatti il dovere di essere e apparire informato in modo pieno ed esatto, anziché sballato o approssimativo.

Non c’è neppure bisogno di sapere che Pisapia non è stato amnistiato, ma pienamente assolto, per dire che quella della Moratti è stata una terribile caduta di stile, un atto di pessimo gusto che anche se le dovesse far guadagnare qualche voto le porterebbe solo quello dei peggiori. L’unica nota positiva di questo atto pessimo è che dimostra come il sorriso educato eternamente stampato sulla faccia della Moratti è solo una maschera, che si è rivelata ipocrita. Da oggi è legittimo sospettare che benché si atteggi a gran donna di ottimo lignaggio familiare la signora Moratti non è affatto una Signora. Anche se in buona fede nel caso fosse stata male informata, il particolare della stilettata sferrata quando non era possibile replicare denota mancanza di buona fede e non denota la migliore delle educazioni.

Il lato comico di questa brutta storia è che a rendere nota la faccenda di 30 anni fa è stato lo stesso Pisapia, lo scorso 15 marzo. Andato a visitare i detenuti milanesi di S. Vittore, gesto non elettorale dato che si tratta del parlamentare con il record di visite alle carceri per denunciarne il degrado, Pisapia ha raccontato agli ospiti forzati di S. Vittore che lui quel carcere lo conosce bene: “Ho pagato con quattro mesi e mezzo di cella un errore giudiziario, riconosciuto come tale da una sentenza passata in giudicato”. Il candidato sindaco di Milano ha raccontato che nel 1980 venne arrestato con la pesante accusa di “banda armata e concorso morale nel furto di un’autovettura”. Un pentito del gruppo terrorista Prima Linea aveva parlato del “figlio di un noto avvocato”, e tanto bastò, dati i tempi di allora ben diversi da quelli attuali, per far scattare le manette al giovane Giuliano: suo padre era il famosissimo e autorevole avvocato Gian Domenico Pisapia. Dall’accusa di banda armata Giuliano Pisapia fu “prosciolto con formula piena nella fase istruttoria”. Giudicato e assolto anche per il furto, il reato di concorso morale è stato sì coperto da amnistia, come dice la Moratti, ma l’attuale suo avversario aspirante sindaco il 15 marzo ai suoi ascoltatori aveva spiegato ciò che la Moratti ha invece taciuto: “I giudici mi hanno assolto nel merito, cosa possibile solo in quanto risultava evidente la mia innocenza”. Infatti è vero che l’amnistia coprì il reato di concorso morale nel furto d’auto, ma è anche vero che Pisapia l’amnistia la rifiutò, preferì ricorrere in appello: dove vinse perché venne assolto pienamente dall’accusa. Questo “piccolo” particolare la mesta stilettatrice Moratti se l’è stranamente dimenticato. Ha ragione il proverbio: il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E nella pentola questa volta c’è cascata l’algida e poco lieta Letizia Moratti.

Ma la sciùra Moratti sa e capisce quello che dice?

Leggo che la non lieta Letizia Moratti ha rincarato la dose dichiarando: “La storia politica di Pisapia è una storia di frequentazioni di terroristi, che si riflettono anche nelle sue posizioni di oggi: non a caso è sostenuto da Rifondazione comunista ed è il candidato di Rifondazione”.

La domanda sorge spontanea: si rende conto la sciùra che così dipinge Rifondazione come un partito di terroristi? Spero si becchi un’altra querela. Meritatissima.

Errare è umano, ma perseverare è diabolico. Lo dice il proverbio. E la Moratti persevera… Con una toppa che è peggio del buco. Strano che lei, così prona verso il Vaticano da avergli regalato il potere di nomina degli insegnanti di religione delle scuole italiane quando era ministro della Pubblica Istruzione, non sappia neppure che il diavolo fa le pensole, ma non i coperchi. Ecco perché nella pentola piena di guano preparata per Giuliano Pisapia c’è cascata lei.

Occuparmi della Moratti mi rattrista, è deprimente. Se riesco a superare la repulsione  che mi suscita cercherò di ricordare le sue frequentazioni. Anni ’80, “Milano da bere”. Basta vedere come è ridotta la città. Prima “da bere”, poi da spolpare.

Post Scriptum – Milano è tappezzata di manifesti elettorali morattiani dove la sciùra dal sorriso tristo assicura: “Raddoppieremo gli anziani assistiti a domicilio”. Ma come si fa a “raddoppiare gli anziani”? La sciùra voleva evidentemente dire che raddoppierà “il numero” degli anziani assistiti a domicilio. Sapersi esprimere in italiano anziché a vanvera non guasterebbe. Anche per un sindaco di Milano.  (pino nicotri)

Il blog di Pino Nicotri

Giuliano Pisapia, Cambiare Milano si può. Leggi

Editoriale aprile

“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. No, la situazione attuale non appare affatto eccellente. E la confusione è ora smarrimento, perdita di riferimenti culturali ed etici di una politica priva di strumenti d’analisi, che boccheggia senza esprimere valori alternativi.

Uno smarrimento che dalle stanze dei palazzi ricade come un macigno sulla popolazione sballottata, tirata a prendere posizione su temi di cui sa poco o nulla.

Una popolazione, oltretutto, ormai pericolosamente sfornita dei più elementari strumenti di analisi o, peggio, della capacità stessa di capire: impressionanti sono da questo punto di vista i dati che David Bidussa snocciola, a pagina 40, sul neoanalfabetismo degli italiani.

Fortuna che le radici culturali del nostro giornalino sono solide e offrono un potenziale inedito collante a questa società fatta di opposti che non si parlano. Ce ne dà testimonianza Flavia Perina, “eretico” ex direttore del Secolo d’Italia che ci propone il primo di una serie di articoli sulle dieci ragioni per cui vale la pena vivere, secondo la sua personale, vivace valutazione. Una lista di questo tipo non è un’idea nuova, lo so bene, ma non mi rammarico certo di essere in compagnia di Roberto Saviano, e di Cuore ben prima di lui. E poi, è un buon momento per una valutazione fuori dalle piste, anche dalle nostre. Almeno, credevo: ora che leggo la prima ragione per cui vale la pena vivere secondo Flavia, in un certo senso rimango sorpresa: “Scrivere su Linus”.

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