Category: Scritti

L’anno duemiladodici è arrivato di Ennio Peres

Ogni riga di questa composizione è un anagramma della frase: “L’anno duemiladodici è arrivato“.

Andato via il lercio Re Mida nudo,
entra Dio e vara il lucido domani;
indi, il lato d’avaria è meno crudo
e addolcirà venati dolori umani…

Ma un delirio d’avito calendario
vira un’idea: “Il lieto Mondo cadrà!”.
Enucleando dati, vidima l’orario
e l’ultimo, arcano addio divinerà?

L’uomo vede incarnata l’ira di Dio
e addio! Crollano divinità e mura?
Al via, tremano i creduloni! Addio?
Direi: “Ciao”; la Vita nel Mondo dura!

 

linus 2012

Ho chiesto ai nostri collaboratori di formulare una piccola interpretazione augurale di quel che ci aspetta in questo 2012. Non è Astra, ma la visione linusiana dell’adesso proiettata nel tra poco. Ennio Peres, il nostro gran muftì degli enigmi, ha fatto di più: ci ha dedicato una poesia anagrammatica da mandare a mente e recitare scaramanticamente ogni giorno dell’anno prossimo. Dopo i pasti.

Gianmarco Bachi è arrivato finalmente il 2012, l’anno capolavoro scritto dai Maya e diretto dalla BCE. Brividi, peripezie, emozioni con il ritorno della dracma, la fame in 3D e il canto del cigno dell’occidente nella magia del dolby surround. 2012: il primo kolossal con il botteghino sbancato ancora prima dell’uscita. Buona visione a tutti.

Bruno Ballardini
Auguri postdatati. Cari posteri, non potevamo farvi mancare i nostri auguri per un secolo migliore. Il nostro è già iniziato male per cui ci siamo ridotti ad augurarci di volta in volta solo buon anno, per scaramanzia. Ma se leggerete questo messaggio va tutto bene: voi avrete ancora i vostri cari antenati e noi i nostri pronipoti.

Riccardo Bertoncelli
La mia nota vena bastian contraria mi porta a essere ferocemente ottimista sul temuto inquietante spaventevole 2012. Quindi i miei auguri sono per una resistenza attiva di ognuno alla bruttezza e alla mediocrità. Si attivino potenti alambicchi per distillare il bello e il nuovo che ci sono, eccome, sempre e comunque, anche in un paesaggio sfruttato come quello della musica che tanto amiamo. Basta sfalciare le cattive erbacce, ascoltare con più attenzione, masticare meglio i chewing gum digitali o vinilici che ci vengono offerti – e mai accettare caramelle dagli sconosciuti! Lunga vita al rock. Continue reading

L’editoriale del numero di dicembre

Quanto è costato Silvio Berlusconi agli italiani? Se lo sono chiesto RadioPopolare e la rivista Valori, diretta dall’economista Andrea Di Stefano. La risposta è stata il lancio di Tutti in Class: non una vera e propria class action, ma un esposto collettivo alla Corte dei Conti contro l’ex Presidente del Consiglio per danno erariale di cui si stanno studiando in questi giorni i confini giuridici. I punti sono noti: assenza di politica economica, mancanza di credibilità internazionale di fronte all’Europa e ai mercati, interessi personali anteposti a quelli del Paese. Ma anche fatti più circostanziati come la cancellazione dell’ICI nella fase già conclamata della crisi, i costi e i risarcimenti per un progetto già archiviato come il ponte sullo stretto, l’accordo con Putin per lo smaltimento dei sommergibili russi…

Contare i gravi effetti economici che le posizioni del Cav hanno causato alla posizione italiana è un esercizio lungo e complesso quanto doveroso.Bisogna metterlo in pratica, anche solo per ragioni di autostima: quella cosa che riguarda tutti gli italiani e sulla quale il nostro ha menato mazzate di una forza impressionante. Ma siamo ancora in piedi, caro mio. Anche se dovremo fare i conti per anni con le conseguenze di una politica economica e sociale insensata, portata avanti da improvvisatori e/o impresentabili.Sostenere Tutti in Class ci pare dunque un imperativo morale, prima che economico.L’indirizzo del blog dove trovare tutte le informazioni è class.radiopopolare.it

Intanto, i cittadini di alcune class pendolano sempre dentro scompartimenti tra lo sporco e il lurido (dipende dalla class), aspettando di arrivare in ritardo al lavoro forse soppresso. Una bella avventura neorealista da vivere ogni giorno, mentre altre class rispondono alla domanda di “almeno cessi utilizzabili” con executive class, salottini e pasti firmati. Ma le cose cambieranno – oh sì! – con l’arrivo del treno supertecnologico del team Montezemolo-Della Valle, New Brand (e poco brand new) dell’Italia dei carini: l’hanno chiamato Italo, il treno, proprio come il personaggio che Altan inventò per Linus nel gennaio 1977. Lo stesso che in una vignetta affermava: “Mi sono messo la cravatta. Chissà che a qualche tedesco non gli venga voglia di comprarmi.”La battuta è sua, l’attualità nostra.

Editoriale

A.A.A. Vecchio saggio cercasi

“Non è vero che oggi mancano all’appello i giovani. E’ vero il contrario: mancano figure di vecchi saggi”. Sostiene David Bidussa nel suo pubblico appello. E scrive, tra gli altri, di Tommaso Padoa Schioppa, “che poteva parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere” e di Vittorio Foa “forse la figura pubblica che più si è spesa non per interesse personale, ma perché ci fosse il cambiamento, senza prevedere di goderne”.

Da tempo si riflette sulla mancanza di intellettuali carismatici in grado di parlare a un nuovo attore politico. Qualcuno capace di farsi avanti con passi limpidi e voce chiara nella maledetta vischiosa ragnatela della comunicazione autoreferenziale e autocitazionista che promuove – tra fibre ottiche, satelliti, onde hertziane e digitali multitasking – il grande assordante vuoto e il Piccolo pieno di sé.

Magari ciascuno di voi, lettori linusiani, ne ha uno:
segnalateci il vostro Saggio nella notte.


Diamogli voce, volto, anima, riscatto. Cerchiamo il nostro Pete Seeger, il nostro saggio menestrello; non già per farci guidare come topi da un pifferaio, ma per cantarle chiare. Magari insieme a Garry B, che ci racconta  di Occupy Wall Street, movimento senza leader fatto di ragazzi del 99 (per cento).
E bene nota Flavia Perina come in questo movimento si scopra anche la voglia di incontrare sconosciuti in grado di dare “un utile scossone all’immobilità psicologica prima che politica, della vita pubblica italiana” .Che poi a ben guardare non è solo psicologica/politica, ma soprattutto immobilità economica. E qui intervengono, illuminanti, Vladimiro Giacché e Marco Esposito: il primo sulle svariate modalità di default che si agitano sulla nostra testa e sulle (tecnicamente possibili) soluzioni al medesimo; il secondo su una curiosa quanto geniale soluzione per stimolare comportamenti virtuosi e contemporaneamente soccorrere l’euro in affanno. Marenghi, zecchini, scudi, bajocchi freschi di conio, insomma incredibili valute locali in grado di non creare debito, ma consapevolezza. Perché non è più tollerabile che a ripianare il debito sia di nuovo chi ha sempre pagato di tasca propria il prezzo delle crisi periodicamente fluttuanti tra le nostre ondivaghe vite.Insomma: se la politica si fa sempre più lontana, l’economia si fa molto, molto vicina: soprattutto a chi non se lo sarebbe mai aspettato. Un po’ come la storia della fortuna cieca e della sfiga che ci vede benissimo.

Editoriale ottobre

Leggete queste righe quando su Sergio Bonelli sono già stati versati fiumi d’inchiostro. Affettuosi, colti, addolorati, rispettosi, grati, amicali, deferenti.

In vita, forse l’avrebbe infastidito tutto questo interesse. Anche se in fondo gli faceva piacere che i giornali si accorgessero del suo lavoro, come che i lettori gli dimostrassero affetto. Ma non gli piaceva invece la ribalta, era un uomo schivo, difficile da stanare; simpatico, ma sembrava non sapere di esserlo.

Non sopportava l’ovvio, il mainstream, la banalità e al tempo stesso detestava sentirsi fuori posto. Era preciso, perfezionista, pignolo sul lavoro. E generoso, non solo con chi gli dava una mano. Lui amava i fumetti, sapeva fare quello: sapeva fare l’autore e l’editore di fumetti, non era interessato ad altro.

L’esperienza editoriale di Sergio Bonelli non ha eguali nel mondo, ma anche di questo è stato scritto e detto. Bonelli amava la sua città, Milano, e quelli che da un altrodove e un altroquando bussavano per le più svariate ragioni alla porta della casa editrice.

Bonelli lo frequentavamo per passione intellettuale e grazie ad alcuni autori amici che entrambi amavamo e pubblicavamo: Hugo Pratt, Guido Crepax, Guido Buzzelli, Milo Manara. Abbiamo sempre precorso strade diverse, ma eravamo su una lunghezza d’onda affine. Di fumetto si chiacchierava a tavola, all’osteria del Binari o alla Scaletta, uniti dall’amore per la cultura popolare e dalla naturale diffidenza nei confronti del popolaresco.

Ho riguardato la vecchia copertina di Linus dedicata a Sergio e alla celebrazione dei primi dieci anni di Dylan Dog (otto-bre 1996). Mi piace il Dylan Dog disegnato da Angelo Stano, che fa l’occhiolino ai lettori e crea un rapporto inquieto con Sergio ritratto su un’improbabile piroga sul fiume Madre de Dios, tra la Bolivia e il Perù. Che ci facevi laggiù, Sergio? Laggiù è nato Mister No, questo lo so, ma mi ricordo anche – eravamo nella tua casa al mare – di quando qualcuno ti ha chiesto, notando la tua pelle color peperone rosso: “Sei stato in barca?” e tu hai risposto, “Mi ci portano, vanno sempre dove vogliono loro…” e all’obiezione: “Prenditi una barca tua, così vai dove ti pare e torni quando ti pare” hai ribattuto con ironia: “Già. E poi che gli racconto al marinaio tutto quel tempo lui io e il mare?” Come se non avessi mai avuto una storia da raccontare.
Amavi la terra ferma di Tex, Zagor, Mister No. Nemmeno un marinaio. Forse per questo andavi d’accordo con Pratt piede marino, due facce della stessa medaglia.

Bonelli era un uomo curioso. Un autore e un editore fuori dalle piste. Meglio che sia lui stesso a parlare del suo lavoro, intervistato da del Buono in quel numero dell’ottobre 1996.

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Editoriale

Il recente refolo di vento nuovo sembra indicare approdi possibili alla nostra personale isola di utopia, ma dobbiamo starcene quanto mai vigili e pronti all’azione: innanzitutto elaborare insieme un pensiero che superi il “tutto e subito” e indirizzi lo sguardo verso un orizzonte più lontano.

Forse anche a questo ha pensato la nuova giunta napoletana piazzando sulle spalle del nostro Marco Esposito, neo assessore allo Sviluppo Economico, una vagonata di deleghe.
Faccio auguri di cuore e di testa a un collaboratore e a un amico: e che trovi un po’ di tempo anche per il nostro giornalino.

Intanto, linus di questo mese propone una buona dose di meditazioni sull’oggi con l’ambizione di durare oltre l’éspace di un quotidiano. E dunque, andiamo con ordine. Sparso.

Pietro Greco, giornalista specializzato in comunicazione scientifica (tra le altre cose www.scienzainrete.it), lancia la nuova rubrica dedicata ai “Nipoti di Galileo”, una serie di ritratti di scienziati italiani di alto livello: iniziamo da Alessio Figalli, matematico ventisettenne già all’apice della sua carriera. Naturalmente – ehm – presso la University of Texas, USA. Proprio mentre le personalità più in vista della politica di casa nostra si sforzano di elaborare un pensiero critico capace di sostenere i temi che più li appassionano, come il “trasferimento dei Ministeri” o le varie riforme che prendono il nome delle menti più raffinate dell’eccellenza politica, Gelmini, Brunetta, Alfano. Questi signori sì, che sono apprezzati anche all’estero: almeno da chi ha capito che, finché resistono al loro posto, potrà continuare a far pesca sportiva nel vivaio dei nostri ricercatori senza ricerche.

A Massimo Cirri il compito di esplorare la psiche di un altro “point of interest” tra i più osservati dai mezzi d’informazione di mezzo mondo: Umberto Bossi, qui colto nell’attimo in cui i minimi esponenti della Lega stanno quasi per intuire la soluzione dell’annoso problema “Come ti sistemo il capo?”

E se volete coltivare il vostro pensiero politicamente scorretto sulla Politica, leggete la quarta ragione per cui vale la pena vivere di Flavia Perina: “Andare in moto senza casco”.

Parliamo infine del mica-sempre-meraviglioso mondo audiovisivo. Con Gianmarco Bachi, che porta a termine un’operazione mai tentata prima: dipanare senza tutela legale il groviglio dei nuovi palinsensti Rai. E con l’incursione crossmediale di Giorgio Scianna sull’atterraggio di L.A Noire al Tribeca Film Festival: che ci fa un videogioco in un festival di cinema? È tutto hard boiled, bellezza. Roba da James Ellroy, che siamo certi potrebbe trovare molto materiale anche fra le pieghe della vicenda P2 P3 P4, sulla quale qui sotto trovate una riflessione bogartiana nientemeno che dell’Editore: tra hard e bolliti, la stampa che fa?

 

È la stampa, bellezza

Ma davvero pensate che tutto quello che stiamo leggendo in questi giorni sulla P4, parente stretta della P3, erede della P2, cioè sulla P2, sarebbe possibile in un Paese realmente libero e democratico dove il Quarto potere, cioè l’informazione, facesse o fosse messo in condizione di fare il proprio mestiere cioè di controllare il potere? Quello a cui assistiamo è il solito rituale di intercettazioni puntuali di personaggi di governo ma anche di opposizione, comunque potenti, vedi Angelo Rovati, che si scambiano pareri, informazioni, notizie altamente sensibili da un punto di vista politico ed economico passando attraverso il finto mediatore di tutta questa trama che in realtà è riconducibile direttamente all’onorevole Gianni Letta e cioè al presidente del Consiglio. Com’è possibile che un personaggio come Luigi Bisignani, già inquisito per la P2 e totalmente screditato agli occhi dell’opinione pubblica rappresentata dai nostri giornali, possa essere in grado di manovrare la Rai, le più importanti aziende di interesse nazionale, le banche e di conseguenza l’informazione? Tutto ciò è possibile solo perché chi doveva scrivere e rappresentare questa situazione a tutti conosciuta non l’ha fatto. Ci spieghino ad esempio i giornalisti dei grandi organi di informazione, in particolare gli addetti ai “servizi”, come facessero a non sapere di questi personaggi da burletta, da Pio Pompa a Pollari, a Bisignani, Guarguaglini, ecc. ecc. …

In un Paese normale, ad esempio di cultura anglosassone, da tempo i grandi giornali avrebbero preso di mira quello che tutti mormoravano, che tutti sapevano e che, sino a che le evidenze della magistratura, cioè le intercettazioni, non lo hanno reso inequivocabile, si sono ben guardati dal raccontare. E allora perché in Italia succede sempre così? Perché il Watergate in Italia sarebbe stato impossibile? Perché la stampa non riferisce e non controlla il potere soprattutto quando questo è deviato, ma vede sempre e solo a seconda delle angolature una parte del problema. E quindi, bene con Ruby rubacuori che tanto non porta da nessuna parte, ma guai a toccare gli affari che da Palazzo Chigi in giù, dall’energia alle armi, all’informazione stessa, sono sotto gli occhi di tutti ma curiosamente non hanno dignità di notizia. Questa, se permettete, si chiama complicità, cogestione del potere, assunzione di poteri che non sono congrui con il ruolo della stampa e dell’informazione in generale. Perché dietro ognuno di questi personaggi che adesso stanno sulle prime pagine dei giornali ci sono frequentazioni con giornalisti, direttori di giornale, direttori di testate televisive, opinionisti ben lieti di contare anche loro nel mondo degli affari.   Alessandro Dalai

 

Teatro: Napoli Teatro festival Italia (26 giugno – 16 luglio, 27 settembre – 8 ottobre):

Nella sua nuova veste, la rassegna si articola in due periodi diversi. La fase estiva è caratterizzata soprattutto dal grande evento d’apertura, Le dragon bleu di Robert Lepage, un ideale seguito della mitica Trilogia del dragone del regista canadese, sui rapporti tra Cina e Occidente (Teatro San Carlo, 26-27 giugno).

Oltre alle coreografie di Ismael Ivo e della franco-vietnamita Ea Sola, da segnalare La tempesta di Shakespeare allestita dal regista inglese Declan Donnellan con attori russi (Teatro Mercadante, 30 giugno – 1 luglio), due spettacoli del giapponese Oriza Hirata, Tokyo notes e Yalta conference (Museo di Capodimonte, 1, 2, 3 luglio), L’opera da tre soldi di Brecht realizzata dallo stesso De Fusco con Massimo Ranieri e Gaia Aprea (Real Albergo dei Poveri, 13 – 16 luglio).

La fase autunnale prevede invece La trilogia del male di Laura Angiulli (Teatro San Ferdinando, 27, 28, 29 settembre), un rifacimento con attrici italiane della bellissima messinscena de La casa di Bernarda Alba di García Lorca, firmata dal regista catalano Lluis Pasqual (Teatro Mercadante, 30 settembre, 1 ottobre), e Il sogno dei mille, uno spettacolo risorgimentale di Maurizio Scaparro tratto da Les Garibaldiens di Alexandre Dumas – il diario di viaggio dello scrittore francese, in Sicilia al seguito di Garibaldi – con Giuseppe Pambieri protagonista (Teatro San Ferdinando, 5, 6, 7 ottobre).

Teatro: Festival dei Due Mondi di Spoleto (24 giugno – 10 luglio):

Anche a Spoleto il clou del programma teatrale è costituito da uno spiazzante testo di Spregelburd, La modestia, terzo episodio dell’Eptalogia di Hieronymus Bosch, un ciclo di sette opere dedicato ai sette peccati capitali rivisti in chiave contemporanea. A metterne in scena le due vicende incrociate – una che si svolge in Sudamerica, l’altra in un imprecisato paese dell’Est, ma affidate alle stesse due coppie di attori – è Luca Ronconi, con Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alessi protagonisti nelle loro doppie parti (Teatro Caio Melisso, 24, 25, 26 giugno).

Tra gli altri spettacoli di un “cartellone” piuttosto eterogeneo figurano Cannibardo e la Sicilia di Andrea Camilleri, sullo sbarco dei Mille, regia di Giuseppe Dipasquale (Teatro Romano, 24 giugno), Il tredicesimo punto, di Sergio Claudio Perroni, sulla figura di Nilde Iotti, regia di Roberto Andò, con Michela Cescon (Teatro San Nicolò, 25-26 giugno), e Giuliett’e Romeo di Filippo Timi, rilettura in dialetto perugino della tragedia shakespeariana (Teatro Romano, 2 luglio).
Mi sembrano forse più attraenti certe performance “soliste”: Terra promessa! Briganti e migranti, una “narrazione” sul brigantaggio meridionale di Marco Baliani (Teatro Romano, 29 giugno), l’omaggio alla Duse di Annamaria Guarnieri, diretta da Maurizio Scaparro (Caio Melisso, 2-3 luglio), Carlo Cecchi in Prodotto, un monologo di Mark Ravenhill sullo “scontro di civiltà” dopo l’11 settembre (Caio Melisso, 5-6 luglio).

 

Scherzi da Peres: Anagrammi e serendipità di Ennio Peres

A volte, nella composizione di un anagramma, può capitare che, dopo aver isolato una determinata parola, le lettere rimanenti forniscano altri spunti di applicazione, elaborando i quali è possibile conseguire risultati notevoli ed insperati.
Questo particolare intreccio tra casualità e perspicacia, comune ad altre attività umane, viene definito col nome, poco comune, di serendipità.
Secondo il biomedico statunitense Julius H. Comroe: “La serendipità è cercare, da inesperti, un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino…”.

Il termine serendipità deriva da Serendip (o Sarandib), l’antico nome persiano dell’isola di Ceylon (attuale Sri Lanka), ed è stato coniato nel 1754, dallo scrittore inglese Horace Walpole, dopo aver letto la fiaba Tre prìncipi di Serendippo di Cristoforo Armeno, pubblicata a Venezia nel 1557.
In quell’originale racconto, i tre giovani protagonisti riescono a farsi benvolere dall’imperatore persiano Bahram, grazie alla loro spiccata capacità di riuscire a interpretare argutamente alcuni indizi apparentemente insignificanti (come resti di pane o tane di serpi), rinvenuti in maniera del tutto casuale.
Le vie del progresso scientifico sono strapiene di esempi di serendipità, più o meno rilevanti, come i seguenti:
– nel 1492, il navigatore italiano Cristoforo Colombo scoprì l’America, mentre cercava di raggiungere il Catai e il Cipango (coppia di nomi che, in alcuni testi, sta per “Indie”);
– nel 1781, l’astronomo tedesco William Herschel scoprì il pianeta Urano, mentre cercava delle nuove comete, scrutando volte celesti, piene d’astri;
– nel 1896, il fisico tedesco Wilhelm Conrad Röntgen scoprì i raggi X, mentre stava eseguendo al buio, e in disparte, degli arditi esperimenti sui tubi catodici;
– nel 1903, il fisiologo russo Ivan Pavlov scoprì i riflessi condizionati degli animali (dai serpenti alle scimmie…), mentre stava conducendo ricerche sulla salivazione dei cani;
– nel 1928, il biologo britannico Alexander Fleming, in un periodo in cui la Medicina era mossa da poche spinte aride, riuscì a scoprire la penicillina, perché aveva disinfettato male un vetrino;
– nel 1938, il chimico statunitense Roy Plunkett, sezionando una bombola di tetrafluoroetene occlusa, scoprì il Teflon (il rivestimento per padelle, che rende i pasti meno collosi);
– nel 1968, il chimico statunitense Spencer Silver inventò la colla debole dei Post-it, dopo essersi fatto stipendiare per realizzare un adesivo estremamente resistente.

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Pianeta blu di Erasmo D’angelis

Striscia di Mario Natangelo

“Il valore dell’acqua”, un libro fuori dagli schemi senza demagogia né slogan, racconta il complesso e affascinante mondo dell’acqua e la storia idrica del nostro Paese

Lo sapevate che sull’acqua già si litigava quattromila anni fa, al punto che nel 2113 a.C. il re dei sumeri UrNammu promulgò il primo Codice dell’umanità con regole molto severe e pene per chi non governava le acque e causava allagamenti o inaridimento di terreni altrui? Che in quel periodo furono costruite dighe e acquedotti chilometrici? Che nell’anno Mille i persiani inventarono i mulini a pale eoliche per sollevare l’acqua dai fiumi? Che i romani costruirono nella penisola 149 acquedotti con pendenze perfette su archi monumentali, e poi globalizzarono la tecnica idraulica costruendone altri 300 nel resto del mondo conquistato? Che nei secoli bui del Medioevo e fino al Settecento prescrizioni mediche consigliavano di lavarsi il meno possibile perché i pori della pelle dovevano restare ben occlusi per impedire l’ingresso di impurità trasportate dall’aria?

Fior di luminari insegnavano che i pidocchi erano un dono di dio perché succhiavano sangue infetto asportando malattie. Le città puzzavano di scarichi lanciati anche dalle finestre, si moriva come mosche per ondate epidemiche di tifo o colera per acqua inquinata da liquami, e a questo bagaglio di false certezze e paure non sfuggivano nemmeno i re. In Francia, i tre medici a disposizione di Luigi XIV, tra il 1647 e il 1711, nel Journal de la santé del sovrano annotarono in 64 anni una sola occasione di bagno completo nel 1665! E solo 150 anni fa, quando i funzionari dei Savoia fecero l’inventario di ciò che razziarono nella reggia borbonica di Caserta, non sapendo cosa fosse quell’affare rinvenuto nella toilette reale, tagliarono corto e scrissero: “Oggetto sconosciuto a forma di chitarra”. Era il bidet della regina Maria Carolina d’Asburgo-Lorena.

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