
Il campionato del mondo di calcio propone ogni quattro anni la questione di sempre: il gioco del calcio è una metafora della vita? La storia del tifo non è solo una storia di amore, talvolta è anche una storia di astio e di odio.
Renzo Bossi, inebriato dal successo elettorale, ha detto alla vigilia del campionato che non avrebbe tifato per la nazionale in nome della propria convinzione politica. È dovuto intervenire papà e rimediare come sempre capita quando i figli fanno il passo più lungo della gamba o pensano di essere i “primi della classe”. L’anima popolana deve aver suonato un campanello d’allarme e deve aver mandato a dire di smettere di fare gli snob, che comunque non era il caso. Di fronte all’eventuale plebiscito di emozioni, d’identificazione nazionale, di mobilitazioni e di cori, per quanto si abbia il gusto del paradosso, è poco credibile sostenere di rappresentare l’innovazione del Paese e poi trovarsi in tre amici al bar ad avere i musi lunghi mentre tutti gli altri festeggiano. Meglio soprassedere.
Altre volte il mondo della politica quando si è misurato con il calcio ha dovuto prendere atto della propria solitudine per comprendere che il calcio con la sua capacità di “trascinamento di massa” non è un luogo della ragione, ma dell’emozione e con quella occorre misurarsi senza l’ausilio della coerenza. Altrimenti, appunto, il risultato è aumentare il fossato del proprio isolamento.
È il 1938, la fase in cui il consenso di massa al regime fascista è più alto e niente sembra intaccare la stella di Benito Mussolini. È l’anno del Patto di Monaco che fa del Duce l’uomo della “quadratura del cerchio” tra le richieste espansionistiche di Hitler sulla Cecoslovacchia e l’inconsistenza delle diplomazie francesi e inglesi che cedono alle richieste del Führer. Ma il 1938 è anche l’anno dei grandi trionfi sportivi italiani in terra di Francia, in altre parole della forza del fascismo nel territorio tradizionalmente ospitante l’”altra Italia”, quella che il movimento fascista ha prima decimato, poi sconfitto e dunque esiliato. È l’anno della prima vittoria al Tour di Gino Bartali, ma soprattutto è l’anno della “vittoria fascistissima” della nazionale di calcio al campionato del mondo di Parigi. Quando nel 1938 la nazionale italiana a Parigi vince il suo secondo campionato del mondo guidata dall’ex alpino e convinto fascista Vittorio Pozzo e si fa paladina della rappresentazione del carattere dell’Italia fascista, il problema della partecipazione e del sostegno alla nazionale italiana non aveva risparmiato quel pezzo di mondo politico italiano che si trovava rifugiato in Francia e a quell’antico territorio di libertà doveva la possibilità di esprimere la sua opinione. Lo scontro del resto si era consumato nei quarti di finale con la Francia il 12 giugno 1938. La squadra scende in campo, all’ascolto dell’inno nazionale (all’epoca la Marcia di Casa Savoia) fa il saluto fascista; è in svantaggio al decimo minuto del primo tempo e poi travolge la Francia per 3 a 1 con una doppietta di Silvio Piola (1913 – 1996) – l’attaccante più prolifico con 364 reti, e il miglior marcatore della Serie A con 274 gol. Un confronto che assume i toni del faccia a faccia dittatura/democrazia. Vince la dittatura.
In quella partita il mondo del fuoriuscitismo antifascista misura la propria lacerazione e per certi aspetti anche la propria solitudine di fronte alla realtà non solo di un regime all’apice del consenso, ma che riesce a comunicare la propria forza. Improvvisamente il mondo del calcio diventa un rito, una delle tante forme in cui prende corpo e si manifesta la religione politica dell’identificazione con la nazione. È la prima volta che questo accade.
Ci sono altri momenti nella storia della nazionale di calcio e dei campionati del mondo dove questo verrà fuori. È, per esempio, l’Italia della sconfitta con la Corea del Nord di Pak Doo Ik ai campionati del 1966 in Inghilterra e in cui vedranno la loro fine l’allenatore Edmondo Fabbri (1921 – 1995) e soprattutto Giacomo Bulgarelli (1940 – 2009), forse il giocatore che dà più se stesso in quella partita – con una gamba che non funziona per sessanta minuti – e allo stesso tempo il capro espiatorio – come capita in tutti i riti religiosi dove qualcuno è ucciso perché si compia il riconoscimento collettivo – di una nazionale che non riesce a superare le qualificazioni.
È ancora un mondo per certi aspetti sospeso tra il riconoscimento delle qualità individuali e la contestazione o il mugugno dei tifosi. L’appartenenza o il senso di identità col collettivo della squadra ha ancora i tratti arcaici dell’adesione al clan. Un mondo, come intuisce Giovani Arpino alcuni anni dopo in Azzurro tenebra, il romanzo incentrato sul naufragio della nazionale ai mondiali di calcio in Germania nel 1974 – dopo l’ubriacatura di Messico ’70 – che registra il passaggio da un calcio in cui ancora conta la dimensione del ludus, del gesto spettacolare individuale, al neocalcio, come lo chiamano i sociologi dello sport, una dimensione in cui ciò che accade in campo è solo un segmento di una battaglia e di un confronto che tende a fare del calcio una variante del wrestling
Un passaggio che non è solo nella fisicità dei giocatori – ormai una pratica di scontro e di combattimento non più adatta per gli “abatini” come Gianni Brera chiamava le tre figure centrali del calcio italiano degli anni 60 – oltre a Gianni Rivera, Giacomo Bulgarelli e Sandro Mazzola – ma è soprattutto costruzione del team. Il mondo del calcio diviene non più il luogo del gioco ma quello della costruzione del consenso. Ne darà una prima immagine il volto di Alberto Sordi (ancora una volta icona del carattere nazionale, come ha ricordato la studiosa Silvana Patriarca nel suo Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Laterza) in un film che molti hanno letto come un prodotto minore (Il Presidente del Borgorosso football club, di Luigi Filippo d’Amico), ma che per molti tratti anticipa la macchina del primo Milan di Silvio Berlusconi, radiografata da Massimo Gramellini in uno studio tanto perspicuo quanto graffiante che meriterebbe di essere ristampato sotto forma di libretto (Berlusconi, ovvero la repubblica del pallone, in MicroMega, 1994, n. 1, pp. 125-133).
Al centro non sta più la costruzione del gioco, ma la definizione del sacerdote e del suo rito. Conta non già ciò che si fa, ma ciò che si dice fuori per governare dentro. Fondamentali divengono il governo dello spogliatoio e la comunicazione verso l’esterno. L’aveva capito nel 1973 Tommaso Maestrelli, il trainer che aveva governato la Lazio di Chinaglia e di Wilson. È ciò che non è riuscito finora al secondo governo Marcello Lippi. E non si fa grande fatica a vaticinare che questo sarà il tormentone dell’estate italiana alle prese con il campionato del mondo in Sudafrica.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)