Category: Storia delle storie d’Italia

Storia delle storie d’Italia di David Bidussa

Illustrazione di Maurizio Minoggio

Il disagio della memoria

Che faremo il prossimo 27 gennaio, alla scadenza del dodicesimo “giorno della memoria”?
Reciteremo il solito ritornello del “Mai più”?

Domenica 11 dicembre a Torino una folla di persone dà fuoco a un campo rom.

Sapremo poi che tutto inizia perché una ragazzina di sedici anni ha avuto un rapporto intimo con il suo fidanzato, che la sua educazione sessuale è inesistente e che perciò, nel momento in cui vede la perdita di sangue come conseguenza di quel rapporto, si spaventa. E così, per salvarsi dall’ira della famiglia dice di essere stata violentata da due nomadi che da tempo girano minacciosi per il quartiere, ad alta densità popolare.
Dell’identità dei due è certa, dice, anche perché “puzzano”. Il resto è noto. Ma è la sintesi del racconto quella che conta: la dinamica del capro espiatorio ha funzionato alla perfezione in tutta questa drammatica vicenda.

Due giorni dopo, è il 13 dicembre, a Firenze Gianluca Casseri uccide Amb Modou, 40 anni, e Diop Mor, 54 anni, e ferisce Moustapha Dieng, 34 anni, Sougou Mor, 32 anni, e Mbenghe Cheike, 42 anni. Le due scene classiche del pogrom russo di fine Ottocento – incendio e distruzione delle dimore del nemico e uccisione di alcuni componenti del gruppo nemico – hanno attraversato la scena pubblica italiana.
Tralascio i commenti a caldo del sindaco di Firenze che afferma che non c’è pericolo e che il profilo democratico di Firenze non è in discussione anche perché Gianluca Casseri è di Pistoia (si sa, i cattivi vengono sempre da fuori). Continue reading

A.A.A. vecchio saggio cercasi di David Bidussa

Una delle caratteristiche della crisi italiana sta nella inesistenza di un nucleo di ricambio. Ma all’appello non mancano i giovani. Mancano figure di vecchi saggi che possano parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere
vignetta di Danilo Maramotti

“Ricostruire non significa dunque cambiare il primo ministro né mutare la composizione della maggioranza. Significa, a mio giudizio, intervenire sulle quattro più gravi patologie dell’Italia di oggi: rapporto tra gli elettori e la politica (legge elettorale in primo luogo), rapporto tra questa e l’informazione (televisioni in primo luogo), funzionamento della giustizia (indipendenza e tempi dei giudizi), rapporto tra Nord e Sud (federalismo). Sono patologie divenute talmente gravi da mettere a rischio la democrazia, lo Stato di diritto e la stessa unità nazionale. Ne sono largamente responsabili anche le forze che hanno governato prima di Berlusconi, il quale deve parte della sua fortuna politica proprio alla promessa (ahimè mancata) di curarne alcune. I rimedi devono perciò agire molto in profondità e non sono né di destra né di sinistra”.

Sono le parole dell’ultimo editoriale – dal titolo “La necessità di ricostruire” – che Tommaso Padoa Schioppa pubblica il 21 novembre 2010 su sul Corriere della Sera.Esattamente quattro settimane dopo – il 18 dicembre 2010 – sarebbe morto.Lette oggi quelle parole non sono impressionanti per la loro persistente attualità, ma per un doppio motivo: da una parte costituiscono un segnalibro importante; dall’altra indicano un problema strutturale che si è aperto all’indomani di quella morte.

Primo motivo. Alle volte il destino mette nella penna le parole dell’addio. Quelle parole in un qualche modo rimangono e segnano una memoria. Talora invece non la segnano. In Italia, all’indomani della morte di Tommaso Padoa Schioppa è successo questo.

Secondo motivo. Con quella morte scompare l’ultimo vecchio saggio (espressione di una borghesia che pensa lo sviluppo e il benessere e non si fa abbagliare dall’agiatezza, direbbe Giuseppe De Rita) che poteva parlare al Paese in base alla propria esperienza senza esigere potere. Una figura che, in nome di una propria storia passata, invita a farsi avanti. Sa che il suo tempo è finito, ma sa che un tempo nuovo sorge solo se si è disposti ad accompagnare per un tratto di strada un nuovo attore politico, non lasciandolo solo e non mortificandolo, ma facendolo crescere e maturare. Richiamandolo costantemente al rigore e al superamento del proprio corporativismo. Immediatamente prima di lui si era spenta la voce critica che per venti anni ha provato a parlare a una sinistra smarrita in nome dell’interesse generale. Era Vittorio Foa, forse la figura pubblica che più si è spesa non per il suo interesse personale, ma perché ci fosse il cambiamento, senza prevedere di goderne. Continue reading

L’acqua è di tutti di David Bidussa

La politica come istanza della coerenza. La potenza della parola e l’attualità di don Lorenzo Milani

vignette di DANILO MARAMOTTI

La questione dell’acqua, del suo utilizzo, della sua gestione pubblica o del suo uso privato ha segnato un tempo lungo della storia dell’Italia unita, praticamente attraversandola tutta. Ciò che ci troveremo davanti il prossimo 12 giugno è per certi aspetti una vecchia questione mai risolta nella storia italiana.

Si comincia nel 1882 con una legge per le bonifiche e i terreni paludosi. Nel 1929 il fascismo fa della bonifica una parola d’ordine per il controllo corporativo e gerarchico del Paese. Il fine, al di là delle parole altisonanti, è non mescolare gli italiani e dunque: donne con donne, bambini con bambini, contadini con contadini. Al centro di questa preoccupazione la famiglia nucleare (padre, madre e, in conformità con l’etica sessuale del regime, molti figli) costituisce il perno della continuità e soprattutto della comunità nazionale. La famiglia contadina, per molti aspetti, è l’idealtipo a cui ispirarsi. Garantire l’acqua significa garantire a quella famiglia di non dissolversi. Disciplinarla serve a regolare il Paese. Infine nel 1950 l’acqua è ancora il simbolo di quella riforma agraria che tenta, inutilmente, di frenare l’esodo verso la città.

L’acqua è al centro dunque della questione dello sviluppo italiano. Ma lo è senza un vero regime di controllo e con grossi vizi di forma che una legge del gennaio 1994 tenta di sanare. L’acqua è una “risorsa” che va salvaguardata e con essa la montagna, un ambiente umano che rischia di sparire se l’acqua non è garantita. L’idea è che forse la montagna si possa ancora salvare, non solo non distruggendola, ma soprattutto non spopolandola.

 

Non nasce allora questa sensibilità. Quella per la salvaguardia della montagna è una vecchia battaglia che ha i suoi paladini. Don Lorenzo Milani (1923-1967) è tra questi. è una storia che vale la pena di descrivere.

E’  il 1955 lassù in montagna, a Vicchio nel Mugello, dove è stato spedito in una sorta di esilio, Milani deve combattere la prima battaglia per non farsi sconfiggere dalla sfiducia e dallo scoramento. Scrive perciò una lettera aperta al direttore del Giornale del Mattino (il testo integrale della lettera è compreso ora in una raccolta dei suoi scritti più significativi dal titolo efficace A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca, Chiarelettere, con una prefazione illuminante e appassionata di Roberta De Monticelli) in cui rivendica la necessità della proprietà pubblica dell’acqua.

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Storia delle storie d’Italia di David Bidussa

Nazione sì Nazione no

Della morte della patria si è parlato a lungo per anni, e oggi che ce l’abbiamo in diretta tutti tacciono. Perché improvvisamente quel lungo parlare si è azzerato? Dove sta l’imbarazzo?

Chissà cosa ci ricorderemo tra qualche anno della discussione su festeggiare o meno la nascita dell’Italia unita, il prossimo 17 marzo. Comunque vada, al di là dei mal di pancia della Lega, dell’orgoglio degli ex missini, forse dovremmo dire che così come nel luglio 1948, nei giorni della mobilitazione in risposta all’attentato al segretario del Partito comunista italiano (se scrivessi solo Pci sospetto che lo capiremmo in pochi) Palmiro Togliatti, l’Italia fu salvata da Bartali e da una pompa di bicicletta, noi oggi siamo stati tenuti uniti da un comico. Se forse abbiamo un futuro, e se abbiamo ritrovato un mito è indubbio che il creatore di questa condizione sia Roberto Benigni con la performance straordinaria che lo scorso 17 febbraio ha tenuto a Sanremo. Venti milioni di ascoltatori tenuti per 40 minuti senza flessioni sono un dato che non lascia spazio alle interpretazioni.

Resta il problema di che cosa accadrà in quel giorno di festa il prossimo 17 marzo, un giorno che fino a poche settimane fa sembrava un fantasma. In realtà ha un cerimoniale, almeno sulla carta. Ecco ciò che dovrebbe accadere il 17 marzo 2011: 1) Saluto al Paese (ore 7.00: alzabandiera in tutto il Paese, per onorare l’Alba dell’Italia); 2) Parlamento in seduta straordinaria (Saluto del Parlamento a Camere riunite a tutto il Paese nel giorno del suo anniversario); 3) Roma, evento in Piazza (ore 19.00: in Piazza del Popolo avverrà un lancio di colombe seguito da un concerto di musica leggera); 4) Concerto celebrativo (ore 21.00 – Teatro dell’Opera di Roma: il Maestro Riccardo Muti dirigerà il Nabucco, la più risorgimentale delle opere di Verdi); 5) Evento finale (Festa finale con l’esplosione di fuochi d’artificio in tutte le piazze italiane).

PALLONE E MOSCHETTO di David Didussa

berdotti_depirro1berdotti_depirro2Il campionato del mondo di calcio  propone ogni quattro anni la questione di sempre: il gioco del calcio è una metafora della vita? La storia del tifo non è solo una storia di amore, talvolta è anche una storia di astio e di odio.

Renzo Bossi, inebriato dal successo elettorale, ha detto alla vigilia del campionato che non avrebbe tifato per la nazionale in nome della propria convinzione politica. È dovuto intervenire papà e rimediare come sempre capita quando i figli fanno il passo più lungo della gamba o pensano di essere i “primi della classe”. L’anima popolana deve aver suonato un campanello d’allarme e deve aver mandato a dire di smettere di fare gli snob, che comunque non era il caso. Di fronte all’eventuale plebiscito di emozioni, d’identificazione nazionale, di mobilitazioni e di cori, per quanto si abbia il gusto del paradosso, è poco credibile sostenere di rappresentare l’innovazione del Paese e poi trovarsi in tre amici al bar ad avere i musi lunghi mentre tutti gli altri festeggiano. Meglio soprassedere.
Altre volte il mondo della politica quando si è misurato con il calcio ha dovuto prendere atto della propria solitudine per comprendere che il calcio con la sua capacità di “trascinamento di massa” non è un luogo della ragione, ma dell’emozione e con quella occorre misurarsi senza l’ausilio della coerenza. Altrimenti, appunto, il risultato è aumentare il fossato del proprio isolamento.

È il 1938, la fase in cui il consenso di massa al regime fascista è più alto e niente sembra intaccare la stella di Benito Mussolini. È l’anno del Patto di Monaco che fa del Duce l’uomo della “quadratura del cerchio” tra le richieste espansionistiche di Hitler sulla Cecoslovacchia e l’inconsistenza delle diplomazie francesi e inglesi che cedono alle richieste del Führer. Ma il 1938 è anche l’anno dei grandi trionfi sportivi italiani in terra di Francia, in altre parole della forza del fascismo nel territorio tradizionalmente ospitante l’”altra Italia”, quella che il movimento fascista ha prima decimato, poi sconfitto e dunque esiliato. È l’anno della prima vittoria al Tour di Gino Bartali, ma soprattutto è l’anno della “vittoria fascistissima” della nazionale di calcio al campionato del mondo di Parigi. Quando nel 1938 la nazionale italiana a Parigi vince il suo secondo campionato del mondo guidata dall’ex alpino e convinto fascista Vittorio Pozzo e si fa paladina della rappresentazione del carattere dell’Italia fascista, il problema della partecipazione e del sostegno alla nazionale italiana non aveva risparmiato quel pezzo di mondo politico italiano che si trovava rifugiato in Francia e a quell’antico territorio di libertà doveva la possibilità di esprimere la sua opinione. Lo scontro del resto si era consumato nei quarti di finale con la Francia il 12 giugno 1938. La squadra scende in campo, all’ascolto dell’inno nazionale (all’epoca la Marcia di Casa Savoia) fa il saluto fascista; è in svantaggio al decimo minuto del primo tempo e poi travolge la Francia per 3 a 1 con una doppietta di Silvio Piola (1913 – 1996) – l’attaccante più prolifico con 364 reti, e il miglior marcatore della Serie A con 274 gol. Un confronto che assume i toni del faccia a faccia dittatura/democrazia. Vince la dittatura.

In quella partita il mondo del fuoriuscitismo antifascista misura la propria lacerazione e per certi aspetti anche la propria solitudine di fronte alla realtà non solo di un regime all’apice del consenso, ma che riesce a comunicare la propria forza. Improvvisamente il mondo del calcio diventa un rito, una delle tante forme in cui prende corpo e si manifesta la religione politica dell’identificazione con la nazione. È la prima volta che questo accade.

Ci sono altri momenti nella storia della nazionale di calcio e dei campionati del mondo dove questo verrà fuori. È, per esempio, l’Italia della sconfitta con la Corea del Nord di Pak Doo Ik ai campionati del 1966 in Inghilterra e in cui vedranno la loro fine l’allenatore Edmondo Fabbri (1921 – 1995) e soprattutto Giacomo Bulgarelli (1940 – 2009), forse il giocatore che dà più se stesso in quella partita – con una gamba che non funziona per sessanta minuti – e allo stesso tempo il capro espiatorio – come capita in tutti i riti religiosi dove qualcuno è ucciso perché si compia il riconoscimento collettivo – di una nazionale che non riesce a superare le qualificazioni.

È ancora un mondo per certi aspetti sospeso tra il riconoscimento delle qualità individuali e la contestazione o il mugugno dei tifosi. L’appartenenza o il senso di identità col collettivo della squadra ha ancora i tratti arcaici dell’adesione al clan. Un mondo, come intuisce Giovani Arpino alcuni anni dopo in Azzurro tenebra, il romanzo incentrato sul naufragio della nazionale ai mondiali di calcio in Germania nel 1974 – dopo l’ubriacatura di Messico ’70 – che registra il passaggio da un calcio in cui ancora conta la dimensione del ludus, del gesto spettacolare individuale, al neocalcio, come lo chiamano i sociologi dello sport, una dimensione in cui ciò che accade in campo è solo un segmento di una battaglia e di un confronto che tende a fare del calcio una variante del wrestling

Un passaggio che non è solo nella fisicità dei giocatori – ormai una pratica di scontro e di combattimento non più adatta per gli “abatini” come Gianni Brera chiamava le tre figure centrali del calcio italiano degli anni 60 – oltre a Gianni Rivera, Giacomo Bulgarelli e Sandro Mazzola – ma è soprattutto costruzione del team. Il mondo del calcio diviene non più il luogo del gioco ma quello della costruzione del consenso. Ne darà una prima immagine il volto di Alberto Sordi (ancora una volta icona del carattere nazionale, come ha ricordato la studiosa Silvana Patriarca nel suo Italianità. La costruzione del carattere nazionale, Laterza) in un film che molti hanno letto come un prodotto minore (Il Presidente del Borgorosso football club, di Luigi Filippo d’Amico), ma che per molti tratti anticipa la macchina del primo Milan di Silvio Berlusconi, radiografata da Massimo Gramellini in uno studio tanto perspicuo quanto graffiante che meriterebbe di essere ristampato sotto forma di libretto (Berlusconi, ovvero la repubblica del pallone, in MicroMega, 1994, n. 1, pp. 125-133).

Al centro non sta più la costruzione del gioco, ma la definizione del sacerdote e del suo rito. Conta non già ciò che si fa, ma ciò che si dice fuori per governare dentro. Fondamentali divengono il governo dello spogliatoio e la comunicazione verso l’esterno. L’aveva capito nel 1973 Tommaso Maestrelli, il trainer che aveva governato la Lazio di Chinaglia e di Wilson. È ciò che non è riuscito finora al secondo governo Marcello Lippi. E non si fa grande fatica a vaticinare che questo sarà il tormentone dell’estate italiana alle prese con il campionato del mondo in Sudafrica.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)