Feb 03
Il 2009 segna la rinascita creativa - soprattutto a Stelle e Strisce - delle etichette medio-piccole. Mentre i colossi dell’industria discografica, in affanno, zoppicano snervati. Ecco un’accurata selezione dei dischi dell’anno appena trascorso. Rigorosamente indies. O quasi
BILL CALLAHAN SOMETIMES I WISH WE WERE AN EAGLE
[Drag City]
Il disco più bello e maturo della carriera di Mr. Smog è anche una dichiarazione d’intenti che scorgiamo in Jim Cain, brano d’apertura di placida immensità. “Una volta ero cupo, dopo mi ha preso l’allegria, ma poi mi sono incupito di nuovo”. Le oscillazioni portano bene. Dal dolente pessimismo degli Smog fino all’agognato romanticismo delle ultime due pubblicazioni, Callahan raggiunge l’apice con questi nove brani dagli arrangiamenti (a tratti orchestrali) mai così solidi, sicuri e vari allo stesso tempo. E affronta nei testi il tema del dolore con l’equilibrio di chi è degno di diventare un classico. In Eid Ma Clack Shaw, sul richiamo dell’ossessiva linea di basso di Psycho Killer dei Talking Heads, vagheggia la “canzone perfetta” composta nel dormiveglia di versi sognati e nonsense, cerca di trovare un compromesso fra ragione e istinto. Perché “L’amore è il re delle bestie/quando ha fame, uccide per nutrirsi”.
GRIZZLY BEAR VECKATIMEST [Warp]
Dopo l’acclamato Yellow House del 2006, aver suonato con la Los Angeles Philharmonic Orchestra e aperto il tour nordamericano dei Radiohead, la band di Brooklyn guidata da Edward Droste pubblica il terzo fatidico disco, forse il lavoro più accessibile e riuscito. Che nel linguaggio dei Grizzly non significa certo “commerciale”. Piuttosto si tratta di un disco pop nell’accezione più nobile del termine. Veckatimest (il nome di un’isola disabitata al largo del Massachusetts) è un lavoro che assomiglia a un’onda, a un misterioso oggetto percosso che rimanda una gamma di rimandi colti fra folk, atmosfere jazzy e pop barocco. Un disco alto, “impressionista”, già considerato da alcuni del gotha come uno dei culti alternativi della decade “Noughties”.
PHOENIX WOLFGANG AMADEUS PHOENIX [XL]
La ben poco prolifica band di Versailles sforna il quarto disco dopo quasi vent’anni di carriera. Un tentativo di uscire allo scoperto verso il grande pubblico che si rivela centrato in pieno. Trampolino di lancio, singoli che piacciono alle radio come Lisztmania (titolo ispirato al musical del 1975 con Roger Daltrey) e 1901. Ma è tutto il lavoro che funziona, fra nostalgie anni 80 ed electrorock. Armati di battiti e riff, la ex garage band di Thomas Mars s’inventa il rock sintetico del momento. Dagli esordi parigini di acqua sotto i ponti ne è passata e la scena francese, dopo Air e Daft Punk, aggiunge il terzo podio delle band un po’ “fighette” che piacciono anche ai rockettari. (vd. DJ Lebowski)
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Dec 10
Il best seller che vi terrà svegli fino all’alba.
Tanto alla mattina non dovete alzarvi
per andare a lavorare.
Stai cercando un lavoro prestigioso, ma non lo trovi?
Stai cercando un lavoro ben pagato, ma non lo trovi?
Dì la verità: stai cercando un lavoro qualsiasi, ma non trovi manco quello?
Compra I sette nani lavoravano, ma Biancaneve l’ha data al Principe
e impara la tecnica, crapone.
Dec 05
Da quel che si legge parrebbero ormai due i poteri forti del nostro odierno martoriato che scivola lentamente e inesorabilmente verso i dì di festa. Mafie e Leghe dominano la scena da sud a nord in una triste tragedia che in qualche caso si muta in farsa. Andatevi a leggere a pagina 20 il pezzo di Rosaria Capacchione, giornalista del Mattino e saggista (suo L’oro della camorra, Rizzoli 2008), che vive da anni sotto scorta perché minacciata dai casalesi: parla con appassionata lucidità del racket dei presepi e delle decorazioni natalizie, dove si racconta di come le cosche si siano impadrinite del Natale e di tutte le feste comandate. Leggere per credere.
E’ anche il caso del White Christmas di Coccaglio, provincia di Brescia, operazione di marketing territoriale mai tentata prima: trasformare il grande business cattolico dell’accoglienza e del volersi bene, della carità e dell’indulgenza, nel business verde dell’odio razziale. Che pare paghi, ahimé, in termini di voti. Il povero Bing Crosby non immaginava certo un rilancio sotto simili auspici. La storia la sapete: un poco dotato assessore comunale intende mandare le forze dell’ordine locali a rastrellare casa per casa i négher senza permesso di soggiorno. C’è qualcosa di blasfemo in questa cattolicissima padania. Chissà se nel delirio da candeggina, gli amministratori poco dotati di cui sopra hanno pensato alle radici cristiane, alla Palestina Terra Natale e a quel Gesù scuretto e bassino, figlio di un paio di emigranti di ritorno e senza scudo fiscale.
E la Chiesa che fa? Sta a guardare, ahinoi, a parte qualche cenno del buon parroco di Coccaglio, Pax Crhisti e i Valdesi. Se la camorra ha infangato il Santo Natale da par suo, dunque la Lega non sta a guardare: Natale camorrista o Natale razzista?
Noi siamo con Sandro Portelli, che con ironica lucidità sul Manifesto scrive, riferendosi alla trovata del White Christmas: “…la trovo un’idea entusiasmante. In primo luogo, perché spazza via tutte le menzogne mielate di quando ci raccontavano che a Natale siamo tutti più buoni: prendere spunto dal Natale per diventare più cattivi, e farlo in nome delle nostre radici cristiane, mi pare un’operazione liberatoria di verità assolutamente ammirevole.”
E con Ascanio Celestini: “Ma ve l’immaginate il ku klux klan se non ci fossero stati i negri in America?”
S.R.
Oct 16
Se amate disegnare e siete appassionati dei gialli di Loriano Macchiavelli e del suo sergente Antonio Sarti, allora questo bando è per voi. Ma è per voi anche se sapete disegnare ma non conoscete i romanzi di Macchiavelli. Invece, se conoscete le opere di Macchiavelli ma non sapete disegnare, oppure non conoscete i libri di Macchiavelli e non sapete disegnare, allora non leggete che tanto fa lo stesso…
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Oct 07
ANNO XlV NUMERO 10 (535) ottobre 2009
SCRITTI
Un dopo berlusconi? di Giorgio Galli
Nomen Omen di Giampaolo Spinato
Lo stato barocco di David Bidussa
Un brindisi contro la mafia
di Walter Molino
Che la mente sia open di Marco Esposito
Lezioni di mondo di Fabio Geda
Las vegas non abita più qui
di Giorgio Scianna
Mondo burlesque di Monica Maggi
FUMETTI
Hélène Bruller è una vera stronza di Hélène Bruller
Papi e papa di Stefano Disegni
Prototyp di Ralp König
Dilbert di Scott Adams
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Cul de Sac di Richard Thompson
Perle ai porci di Stephan Pastis
Peanuts di Charles M. Schulz
Monty di Jim Meddick
Get Fuzzy di Darby Conley
Cowboy di Alberto Rebori
RUBRICHE
Oppio dei popoli di Bruno Ballardini
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato Palazzi
Arte di Francesca Pasini
Fotografia di Angela Madesani
Scherzi da Peres di Ennio Peres
Ovalia di Marco Pastonesi
Sep 08

Cominciamo a presentarvi da questo mese l’irresistibile opera di Hélène Bruller, autrice francese che dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, la vitalità del fumetto d’oltralpe.
“Mi chiamo Hélène Bruller, sono nata nel 1968 a Parigi. Ho saputo molto in fretta che ero una ragazza e che quelli erano ragazzi. Ho saputo molto in fretta che la vita non era facile per una ragazza. Ho saputo molto in fretta che non renderò la vita facile ai ragazzi. E molto in fretta ho saputo che ne farò un libro per le ragazze e anche per i ragazzi”.
Hélène pare una “predestinata”: nasce nel ’68, ha un nonno illustratore umoristico e scrittore, operatore culturale, Jean Bruller (meglio conosciuto con il nom de plume di Vercors), autore delle “21 ricette pratiche di morte violenta”, che diede vita nel 1941 alla casa editrice clandestina Éditions de Minuit, prima di darsi alla macchia entrando nella Resistenza. Hélène si diploma nel 1994 all’École des Arts Décoratifs di Parigi e intraprende con decisione la carriera di illustratrice e autrice di fumetti. Insomma: ce l’ha nel sangue, nei geni, nella pelle. Sposa anche Zep, arcinoto (in Francia) autore del popolare Titeuf.
Come il nonno si divide tra scrittura e disegno: dopo aver firmato Titeuf come adattatrice sotto pseudonimo (Shirley Anguerrand), nel 2003 scrive Les Minijusticiers con i disegni di Zep. Nel 2004 presenta all’editore Albin Michel alcune tavole già pubblicate sulla rivista Edelweiss, che aveva intitolato qualcosa di simile a “Chi se ne frega”, ma l’accorto consiglio del suo editor la convince a cambiare il titolo in “Je veux le prince charmant” (Voglio il principe azzurro). è un successo e l’anno seguente fa uscire “Je veux toujours le prince charmant” (Voglio sempre il principe azzurro).
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