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Non è un paese per vecchi
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American gangster
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Questione di gusto
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Io è qualcun altro:
io non sono qui
Non è un paese per vecchi
di Filippo Mazzarella
 
Il mondo affonda nel caos, Dio non c’è (più) e noi che siamo pure ebrei ci ridiamo sopra. I Coen rimettono in moto la macchina tragicomica della violenza del caso
 

Le storie sono messaggere di morte,
solo le storie d’amore sono più grandi.

Friedrich Munro (Patrick Bauchau),
in Lo stato delle cose (1982) di Wim Wenders


E così è finita che hanno trombato American Gangster, malgrado la buonissima volontà di far da mietitore di statuine. E che, a sorpresa, i Coen di Non è un paese per vecchi sbertucciato e incompreso a Cannes 60 (quando capiranno mai che i festival dovrebbero durare cinque giorni e che dopo quella soglia anche il meno ebete inebetisce e sclera e autoremixa momenti frankenstein di film svolti e non colti e sovrapposti sconvolti?) si sono beccati otto nomination. Mentre scrivo, ancora non so di che trasformazioni sono stati capaci. Voi sì. I bookmaker ondeggiano fra loro, la tautologia pavoneggiante di There Will Be Blood – Il petroliere e l’insopportabile plastificazione di una robaccia come Juno. Spero scampino a una consacrazione industriale di cui non hanno necessità alcuna, visto che il tentativo di rientrare nell’alveo del mainstream contaminato con l’irrisolto Prima ti sposo poi ti rovino e il fallito Ladykillers ha generato una doppietta di bufale che per un attimo li ha fatti sembrare spacciati. Ma, appunto, se siete tra i pazzi che passano la notte in bianco in pay tv con Nicola Savino & Co. il carneade John Stewart vi avrà già detto tutto. E dunque.
Dieci anni fa circa, si vociferava che i Coen stessero per adattare un’elegia della fuga come To the White Sea di James Dickey, l’autore di Deliverance che fulminò il John Boorman di Un tranquillo weekend di paura. Pericolo scampato. Non era roba per loro, come dimostra il per certi versi affine e irritante e irrisolto Into the Wild di Sean Penn: i tempi del mito panico della Natura rigeneratrice in cui mondarsi dal peccato dell’integrazione nella società civile (Society, have mercy on me I hope you’re not angry if I disagree / Society, crazy and deep/I hope you’re not lonely without me canta disperato Eddie Pearl Jam Vedder in un ideale playback mentale con lo stolto Emile Hirsch che si annulla gesuificandosi nelle terre selvagge di Jon Krakauer), quei tempi sono finiti. L’Apocalisse è a un passo. Anzi, è qui. I segnali ci sono.
[Lo sottolinea anche l’immenso John Rambo (che non vi ammannisco come film del mese solo per terrore di ritorsioni e pacchi-bomba o mail come quella inviatami dal simpatico Matthewz che dopo il pezzo su Beowulf mi chiede se sono sicuro di essere di sinistra. Rispondo qui: oh, sì): un capolavoro, l’ultimo – ? – Stallone frainteso e mistificato e strumentalizzato e sbeffeggiato da stolti che pensano di non aver più bisogno di banchi di prova e di rimettersi in discussione. Film terminale, se mai ce n’è stato uno dall’inizio di questo decennio immobilista e strascicante].

Quindi dal Dickey accantonato (ma chissà...) si salta per forza di cose a Cormac McCarthy: il passo è lungo, ma non più lungo delle gambe dei Coen. Per cui a questo punto di vita e carriera l’incontro con lo scrittore-fantasma, lo Shakespeare del West che ha sedotto un loro sodale come Billy Bob Thornton (abbandonandolo: Passione ribelle ovvero All the Pretty Horses ovvero la traduzione in pellicola di un capolavoro come Cavalli selvaggi fu un’infame cagata), era inevitabile. E sapete, mentre l’orizzontalità di Meridiano di sangue è lì che ancora aspetta di farsi film, la triangolazione di Non è un paese per vecchi è invece qui.
Texas, culo del mondo ai confini col Messico, 1980. Il cacciatore di antilopi Llewelyn reduce dal Vietnam che “ruba” per caso due milioni di dollari a potentissimi narcos; un angelo della morte con un nome demoniaco (Chigurh) che pare uscito da un racconto di Lovecraft (concittadino di McCarthy, Providence Rhode Island: non è una coincidenza, mi sa) che coniuga la sua indole da serial killer sociopatico (ammazza con una sparachiodi ad aria compressa usata per il macello dei maiali) con l’incarico di “terminare” a ogni costo il povero ladro malgré soi; il disilluso sceriffo-filosofo esistenzialista Bell che assiste inerme e disincantato al soccombere di ordine e logica in un caos che sta per farsi sistema. L’America, il Mondo, non è un paese per vecchi: e i giovani crescono presto, nel Sud-Est asiatico allora come oggi a Baghdad (o a Guantanamo) o nella valle di Elah. La retrodatazione è importante. I Coen la mantengono con un effetto di vertigine straniante: è il prequel della fine del mondo e di quella del cinema, entrambe probabilmente già avvenute. Se insinuazioni e scenario politico sono indiscutibilmente contemporanei, il discorso è senza tempo e il Tempo è una linea sovrapposta di presente infinito. Polvere del deserto, traiettorie che si compenetrano, sguardi che si sfiorano o s’incrociano. Come e più che in Fargo o Il grande Lebowski, con radici fino al loro esordio Blood Simple, i Coen rimettono in moto la macchina tragicomica della violenza del caso, della relatività del reale, dell’indefinibilità motivazionale del comportamento dei singoli. A prima vista, il carico di retorica è netto. Bla bla bla. Il mondo affonda nel caos, Dio non c’è (più) e noi che siamo pure ebrei ci ridiamo sopra. Bla. La rappresentazione di avidità ed efferatezza cieca è una chiave di lettura facile con cui metaforizzare il declino della civiltà occidentale e il tramonto delle certezze libertarie di un Paese sotto scacco, sotto assedio, sotto tortura, sotto shock. Ma anche no. La lettura, certo lecita, non è unica. Perché né McCarthy è mai stato interessato al rimpianto della mutazione o alla stigmatizzazione ambigua della gratuità dell’abiezione, né i Coen. E quindi quella che si presenta come una smagliante estremizzazione metafisica e senza speranze di un universo senza controllo si trasforma e si sfrangia in una ricerca struggente di residui d’umanità da cui iniziare a ricostruire. In fondo, la poliziotta incinta di Fargo, con in grembo la sua promessa al mondo, vale lo sceriffo inerme di No Country for Old Men. E le iperboli, le ellissi e tutta l’altra (alta) geometria deformata dell’impianto fanno correre a ritroso verso luoghi coeniani solo in apparenza omologhi. Vi sembrerà un ritorno: e invece è una ripartenza. Tutto sembra tornato al suo posto, e invece tutto è cambiato. Come deve essere sempre. Dopo aver passato anni a comunicare al pubblico la morte del cinema, dopo la presa di coscienza ironizzata in Lebowski di un nichilismo poi reso tangibile e serissimo nella dolente fissazione di L’uomo che non c’era, dopo aver verificato con (in)successo la loro impossibilità di confrontarsi con le forme del comico e del grottesco comunemente (?) intese (lo screwball di Prima ti sposo poi ti rovino e la traslazione di contesto dello humour british di La signora omicidi in Ladykillers), ecco una forma Coen definitiva e nuova. Perché Non è un paese per vecchi è prima di tutto un film comico. Regolato da un meccanicismo che ha fatto storcere il naso a molti e che invece ne è l’unico possibile motore. Sussunto in un casting dove la figura mastodontica ma leggera dell’inarrestabile e steinbeckiano Chigurh (Javier Bardem – oggi il più grande attore del mondo – con un’acconciatura da paggetto e uno sguardo annullato consapevole dell’innocenza di Lucifero) è bilanciata dall’ossequio delle stereotipie/isotopie che informa la fisicità dei suoi complementi umani: l’ordinarietà proletaria di Llewelyn (un magnifico, compreso, Josh Brolin) e la sentenziosa disillusione western dello sceriffo Bell (che è l’inarrivabile Tommy Lee Jones, giurerei posseduto dall’introiettamento del sentire iconico di un Johnny Cash). E che esplode nella sequenza-capolavoro e chiave di tutto il film per poi bruciare nel secco finale raccontato: ovvero, prima un incidente d’auto (non vi diciamo di più) che è un calcio in culo beffardo alle aspettative delle anime belle (l’avete capito o no che non esiste un ordine superiore?) e poi il racconto di un sogno dove il testuale presunto canto del cigno di un’epoca, di un’etica e di un mondo diventa pragmatica speranza (l’avete capito o no che esiste un ordine superiore?), esibizione di ordine (e di cinema) morale, dove anche il silenzio cerca una sua dimensione di senso. Non c’è musica in No Country for Old Men, neanche una nota. Ma ci sarà, se vorrete sentirla. Immaginate. Potrebbe essere indifferentemente Sympathy for the Devil degli Stones o Angel of Death degli Slayer; Boweavil Blues di Charley Patton o gli Einsturzende Neubauten di Kollaps. O, in funzione dissecante e accentuatrice e beffarda, anche una lagna tipo Amy Winehouse o tutta la merda che ci sta in mezzo e che può venir sputata da una qualunque KMFM texana di una scassa autoradio. Sorda colonna sonora del mondo. O il rumore di fondo che assediava la Terra quando ancora l’Uomo non era neanche un’ipotesi nella mente di un dio. n

E così ti hanno fregato, amico mio. A Hollywood.
Friedrich Munro (Patrick Bauchau),
in Lo stato delle cose (1982) di Wim Wenders.

 


 

 

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