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Le storie sono messaggere di morte,
solo le storie damore sono più grandi.
Friedrich Munro (Patrick Bauchau),
in Lo stato delle cose (1982) di Wim Wenders
E così è finita che hanno trombato American Gangster, malgrado
la buonissima volontà di far da mietitore di statuine. E che, a sorpresa,
i Coen di Non è un paese per vecchi sbertucciato e incompreso
a Cannes 60 (quando capiranno mai che i festival dovrebbero durare cinque giorni
e che dopo quella soglia anche il meno ebete inebetisce e sclera e autoremixa
momenti frankenstein di film svolti e non colti e sovrapposti sconvolti?) si
sono beccati otto nomination. Mentre scrivo, ancora non so di che trasformazioni
sono stati capaci. Voi sì. I bookmaker ondeggiano fra loro, la tautologia
pavoneggiante di There Will Be Blood Il petroliere e linsopportabile
plastificazione di una robaccia come Juno. Spero scampino a una consacrazione
industriale di cui non hanno necessità alcuna, visto che il tentativo
di rientrare nellalveo del mainstream contaminato con lirrisolto
Prima ti sposo poi ti rovino e il fallito Ladykillers ha generato
una doppietta di bufale che per un attimo li ha fatti sembrare spacciati. Ma,
appunto, se siete tra i pazzi che passano la notte in bianco in pay tv con Nicola
Savino & Co. il carneade John Stewart vi avrà già detto tutto.
E dunque.
Dieci anni fa circa, si vociferava che i Coen stessero per adattare unelegia
della fuga come To the White Sea di James Dickey, lautore di Deliverance
che fulminò il John Boorman di Un tranquillo weekend di paura.
Pericolo scampato. Non era roba per loro, come dimostra il per certi versi affine
e irritante e irrisolto Into the Wild di Sean Penn: i tempi del mito
panico della Natura rigeneratrice in cui mondarsi dal peccato dellintegrazione
nella società civile (Society, have mercy on me I hope youre
not angry if I disagree / Society, crazy and deep/I hope youre not lonely
without me canta disperato Eddie Pearl Jam Vedder in un ideale playback
mentale con lo stolto Emile Hirsch che si annulla gesuificandosi nelle terre
selvagge di Jon Krakauer), quei tempi sono finiti. LApocalisse è
a un passo. Anzi, è qui. I segnali ci sono.
[Lo sottolinea anche limmenso John Rambo (che non vi ammannisco
come film del mese solo per terrore di ritorsioni e pacchi-bomba o mail come
quella inviatami dal simpatico Matthewz che dopo il pezzo su Beowulf
mi chiede se sono sicuro di essere di sinistra. Rispondo qui: oh, sì):
un capolavoro, lultimo ? Stallone frainteso e mistificato
e strumentalizzato e sbeffeggiato da stolti che pensano di non aver più
bisogno di banchi di prova e di rimettersi in discussione. Film terminale, se
mai ce nè stato uno dallinizio di questo decennio immobilista
e strascicante].
Quindi dal Dickey accantonato (ma chissà...) si salta per forza di cose
a Cormac McCarthy: il passo è lungo, ma non più lungo delle gambe
dei Coen. Per cui a questo punto di vita e carriera lincontro con lo scrittore-fantasma,
lo Shakespeare del West che ha sedotto un loro sodale come Billy Bob
Thornton (abbandonandolo: Passione ribelle ovvero All the Pretty Horses
ovvero la traduzione in pellicola di un capolavoro come Cavalli selvaggi
fu uninfame cagata), era inevitabile. E sapete, mentre lorizzontalità
di Meridiano di sangue è lì che ancora aspetta di farsi
film, la triangolazione di Non è un paese per vecchi è
invece qui.
Texas, culo del mondo ai confini col Messico, 1980. Il cacciatore di antilopi
Llewelyn reduce dal Vietnam che ruba per caso due milioni di dollari
a potentissimi narcos; un angelo della morte con un nome demoniaco (Chigurh)
che pare uscito da un racconto di Lovecraft (concittadino di McCarthy, Providence
Rhode Island: non è una coincidenza, mi sa) che coniuga la sua indole
da serial killer sociopatico (ammazza con una sparachiodi ad aria compressa
usata per il macello dei maiali) con lincarico di terminare
a ogni costo il povero ladro malgré soi; il disilluso sceriffo-filosofo
esistenzialista Bell che assiste inerme e disincantato al soccombere di ordine
e logica in un caos che sta per farsi sistema. LAmerica, il Mondo, non
è un paese per vecchi: e i giovani crescono presto, nel Sud-Est asiatico
allora come oggi a Baghdad (o a Guantanamo) o nella valle di Elah. La
retrodatazione è importante. I Coen la mantengono con un effetto di vertigine
straniante: è il prequel della fine del mondo e di quella del
cinema, entrambe probabilmente già avvenute. Se insinuazioni e scenario
politico sono indiscutibilmente contemporanei, il discorso è senza
tempo e il Tempo è una linea sovrapposta di presente infinito. Polvere
del deserto, traiettorie che si compenetrano, sguardi che si sfiorano o sincrociano.
Come e più che in Fargo o Il grande Lebowski, con radici
fino al loro esordio Blood Simple, i Coen rimettono in moto la macchina
tragicomica della violenza del caso, della relatività del reale, dellindefinibilità
motivazionale del comportamento dei singoli. A prima vista, il carico di retorica
è netto. Bla bla bla. Il mondo affonda nel caos, Dio non cè
(più) e noi che siamo pure ebrei ci ridiamo sopra. Bla. La rappresentazione
di avidità ed efferatezza cieca è una chiave di lettura facile
con cui metaforizzare il declino della civiltà occidentale e il tramonto
delle certezze libertarie di un Paese sotto scacco, sotto assedio, sotto tortura,
sotto shock. Ma anche no. La lettura, certo lecita, non è unica. Perché
né McCarthy è mai stato interessato al rimpianto della mutazione
o alla stigmatizzazione ambigua della gratuità dellabiezione, né
i Coen. E quindi quella che si presenta come una smagliante estremizzazione
metafisica e senza speranze di un universo senza controllo si trasforma e si
sfrangia in una ricerca struggente di residui dumanità da cui iniziare
a ricostruire. In fondo, la poliziotta incinta di Fargo, con in grembo
la sua promessa al mondo, vale lo sceriffo inerme di No Country for Old Men.
E le iperboli, le ellissi e tutta laltra (alta) geometria deformata dellimpianto
fanno correre a ritroso verso luoghi coeniani solo in apparenza omologhi.
Vi sembrerà un ritorno: e invece è una ripartenza. Tutto
sembra tornato al suo posto, e invece tutto è cambiato. Come deve essere
sempre. Dopo aver passato anni a comunicare al pubblico la morte del cinema,
dopo la presa di coscienza ironizzata in Lebowski di un nichilismo poi
reso tangibile e serissimo nella dolente fissazione di Luomo che non
cera, dopo aver verificato con (in)successo la loro impossibilità
di confrontarsi con le forme del comico e del grottesco comunemente (?) intese
(lo screwball di Prima ti sposo poi ti rovino e la traslazione
di contesto dello humour british di La signora omicidi in Ladykillers),
ecco una forma Coen definitiva e nuova. Perché Non è un paese
per vecchi è prima di tutto un film comico. Regolato da un
meccanicismo che ha fatto storcere il naso a molti e che invece ne è
lunico possibile motore. Sussunto in un casting dove la figura
mastodontica ma leggera dellinarrestabile e steinbeckiano Chigurh
(Javier Bardem oggi il più grande attore del mondo con
unacconciatura da paggetto e uno sguardo annullato consapevole dellinnocenza
di Lucifero) è bilanciata dallossequio delle stereotipie/isotopie
che informa la fisicità dei suoi complementi umani: lordinarietà
proletaria di Llewelyn (un magnifico, compreso, Josh Brolin) e la sentenziosa
disillusione western dello sceriffo Bell (che è linarrivabile
Tommy Lee Jones, giurerei posseduto dallintroiettamento del sentire
iconico di un Johnny Cash). E che esplode nella sequenza-capolavoro e chiave
di tutto il film per poi bruciare nel secco finale raccontato: ovvero,
prima un incidente dauto (non vi diciamo di più) che è un
calcio in culo beffardo alle aspettative delle anime belle (lavete capito
o no che non esiste un ordine superiore?) e poi il racconto di un sogno dove
il testuale presunto canto del cigno di unepoca, di unetica e di
un mondo diventa pragmatica speranza (lavete capito o no che esiste un
ordine superiore?), esibizione di ordine (e di cinema) morale, dove anche il
silenzio cerca una sua dimensione di senso. Non cè musica in No
Country for Old Men, neanche una nota. Ma ci sarà, se vorrete sentirla.
Immaginate. Potrebbe essere indifferentemente Sympathy for the Devil degli
Stones o Angel of Death degli Slayer; Boweavil Blues
di Charley Patton o gli Einsturzende Neubauten di Kollaps. O, in funzione
dissecante e accentuatrice e beffarda, anche una lagna tipo Amy Winehouse o
tutta la merda che ci sta in mezzo e che può venir sputata da una qualunque
KMFM texana di una scassa autoradio. Sorda colonna sonora del mondo. O il rumore
di fondo che assediava la Terra quando ancora lUomo non era neanche unipotesi
nella mente di un dio. n
E così ti hanno fregato, amico mio. A Hollywood.
Friedrich Munro (Patrick Bauchau),
in Lo stato delle cose (1982) di Wim Wenders.
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