Scribi, profeti e selvaggi digitali

Posted by redazione on Thursday Jul 22, 2010 Under Oppio dei popoli
Di Bruno Ballardini. Vignetta di Maurizio Minoggio.

È la seconda volta dall’epoca di Mosè che delle tavolette provano a dettare legge. Sarà questa la volta buona?

I computer sono morti, evviva i computer. L’ha dichiarato Steve Jobs, e se lo dice lui non occorre fare un atto di fede per credergli. Le sue profezie si sono sempre avverate (facile: era sempre lui a decidere). La prima volta, quando ha detto che erano morti i floppy disk c’era perfino qualcuno che si era messo a ridere. Ma quello a cui stiamo per assistere è un altro passaggio epocale nella storia della comunicazione: il primo era stato il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta, e adesso sarà da quella scritta a quella digitale (nel senso che si digita a colpi di vere e proprie ditate su touch screen). Finita la lunga e oscura epoca di mezzo in cui a dettare legge era quello strano connubio fra una macchina da scrivere e un televisore che era il computer, si apre l’era della tavoletta. Niente tastiera, solo un trionfo di trompe-l’oeil per simulare pulsanti virtuali, periferiche virtuali, profondità di campo e forse anche di pensiero rigorosamente virtuali. Ma è qui il problema. Con la scrittura abbiamo realizzato capolavori eterni, di una profondità reale, tangibile. Con l’iPad non si scrive quasi più, ma si lavora direttamente col pensiero. E quanto sarà profondo questo pensiero? E, soprattutto, sarà profondo realmente o virtualmente? Perché non dipende soltanto dal mezzo, dipende da quanto vogliamo lasciarci abbindolare dalle estensioni della nostra intelligenza che noi stessi creiamo. Ed eventualmente da quanto siamo rimasti stupidi.

Nell’antichità, i messaggi che si materializzavano dai segni scolpiti sulla pietra nella mente di chi li leggeva riempivano di stupore gli animi delle persone semplici, e gli scribi che operavano questo prodigio erano visti come depositari di straordinari poteri magici poiché erano in grado di “far parlare le pietre”. Le tavole che Jahvè consegnò a Mosè resero ancora più autorevole la parola scritta, perché non solo era scolpita nella pietra ma addirittura era la parola di Dio. La tavoletta che Steve Jobs sta consegnando ai primitivi di oggi è ancora più pericolosa: che effetto farà ai selvaggi moderni vedere materializzarsi il loro stesso pensiero da una tavoletta? Rimarranno allocchiti per la seconda volta oppure si accorgeranno che non è la parola di Dio? Come ricorda Walter Ong, la scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione: “Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (274-7) e nella Settima lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. La scrittura è una cosa, un prodotto manufatto. Lo stesso, naturalmente, viene detto dei computer. In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare, e dovrà contare su risorse esterne quando mancheranno quelle interiori”.* Dunque, se per Platone la scrittura indebolisce la mente, e così i computer, ci aspettiamo da un momento all’altro un filosofo moderno che si scagli contro l’iPad. Perché sta accadendo tutto molto rapidamente. Però a questa velocità non ci siamo accorti che mentre la tecnologia andava avanti noi siamo rimasti indietro, quasi fermi a uno stadio infantile. Sarà questo il senso del passaggio dal puntatore del mouse all’uso delle dita per puntare gli oggetti sullo schermo? Non farebbero così anche i bambini?

* Walter J. Ong, Oralità e scrittura, il Mulino, Bologna.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Dilbert by Scott Adams

Posted by redazione on Tuesday Jul 20, 2010 Under Linus Fumetti

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Pronto, Cesare Lombroso?

Posted by redazione on Monday Jul 19, 2010 Under Chi non muore si risente

Di DARIO BUZZOLAN. Vignetta di DANILO MARAMOTTI

 Pronto. Pronto, chiamo dal ventunesimo secolo. Parlo con il chiarissimo professor Cesare Lombroso?
“In persona signore. Lei chi sarebbe?”
Quello che le ha inviato l’incartamento. Lo ha ricevuto?
“Incartamento? Sia più preciso. Ricevo posta da ammiratori di tutto il mondo.”
Professore. L’incartamento con le fotografie.
“Fotografie?”
Ma sì. Immagini. Ritratti. L’incartamento dal futuro. Con quelle facce di…
“Dal futuro, ma certo! Futuro, ventunesimo secolo. Mi scusi, ero distratto, non ho dormito molto.”
Mi dispiace. Pensieri?
“Macché pensieri. Ho fatto un’ottima spesa.”
Di notte?
“Naturalmente. Al cimitero. Spogliai un sepolcreto con la complicità niente meno che di un procuratore del Re; e fu una buona fortuna per ambedue se i valligiani presero per un carico di zucche quei vecchi crani che ci gravavano le spalle dentro sacchi sdruciti.”
Sì. Bene. Professore, non voglio sapere.
“Me ne dolgo per lei: questa è scienza. Ma veniamo al suo incartamento. L’ho ricevuto già alcuni giorni or sono.”
Accidenti. Queste poste iper-spaziotemporali funzionano alla grande.
Da far impallidire la portentosa prioritaria.
“Lei parla una lingua incomprensibile. La catalogherò senz’altro come visionario.”
Detto da lei… arrossisco.
“Il suo fascicolo l’ho dunque consultato. Ma non sono certo di aver inteso i suoi desiderata.”
Professore, io… noi, qui nel ventunesimo secolo… abbiamo bisogno di aiuto.
“Di che si tratta?”
Disorientamento. La nostra classe dirigente… quelli che comandano… Insomma, a ogni elezione ci ritroviamo messi peggio.
“Elezioni? Sono assolutamente contrario all’estensione indiscriminata del suffragio.”
Lo so. Ma non è questo il punto, ormai. Il problema è che come ti giri trovi uno scandalo (anche due), un puttaniere (anche due), un ladro (anche due), un incompetente…
“…anche due. Ho capito. E io come posso esserle utile?”
Non sappiamo più a che santo votarci. Ci aiuti a distinguerli.
“Non incominci a parlar di santi. Lo sa che non ho gran confidenza con l’eunuca coltura del prete.”
Guardi quei ritratti. Le facce. E mi dica di loro.

“Mica facile, signore. Io da un volto posso riconoscere per certo un delinquente…”
Be’, sarebbe già qualcosa.
“I delinquenti presentano caratteri chiarissimi: l’abbondanza del pelo, l’eurignatismo, il gergo, i tatuaggi, l’amore dell’orgia, l’alcoolismo, la venere precoce, l’instabilità degli affetti…”
Amore dell’orgia? Instabilità degli affetti? Ahia.
“Eh. Quelli sono da mettere subito in condizioni di non nuocere. Il problema giuridico è in primis un problema d’igiene e profilassi.”
Suvvia professore, mi aiuti: mi dica cosa vede in quelle foto.
“E sia. Lo faccio solo in omaggio al suo essere uomo del futuro. Perché sono un convinto progressista, che diamine: ospito spesso a cena Anna Kuliscioff, nonostante sia una donna.”
Accidenti, quanto è progressista. Da non credere.
“In quale ordine procedo?”
A caso andrà benissimo.
“‘A caso’ non è scienza. Mi farò violenza. Cominciamo da questo… Oibò.”
Che accade, professore?
“Ha un viso di bragia. Ride con denti separati, e ha baffi tesi e una barbetta sottile… Se credessi al demonio, direi senza fallo che è lui in persona. Non essendo ciò possibile, resta pur sempre un individuo pittoresco.”
Andiamo oltre.
“E questo? Si vede solo metà volto.”
Ah, sì. Non arrivava all’obbiettivo. Come le sembra la metà che vede?
“Uhm. Ciuffo ribelle, occhi a fessura, labbro superiore sottile… Petulante.”
A dir poco, professore. Appresso?
“Dunque. Qui vedo un tizio con i baffetti.”
Ah, è arrivato in zona opposizione. Come le sembra?
“Non riesco a scorgerlo bene. È in ombra.”
Lui sempre. Per definizione. Il prossimo?
“Un signore quasi del tutto calvo, con sorriso gioviale e disorientato. Ha l’aria di non saper bene che vuole.”
Ancora opposizione. Poi?
“Un altro calvo: completamente calvo, con sguardo mansueto come da bove. È forse il servo della commedia dell’arte?”
Ma no, per carità. È addirittura poeta. Andiamo oltre.
“Oddio. E questo chi è?”
Descriva.
“Ha una cravatta verde, e sopracciglia folte, e sguardo ebbro, e una strana inquietante boccuccia, ed è ritratto nell’atto di aprirsi la camicia e mostrare una canottiera con un curioso disegno…”
Lasciamo perdere. Allora, che mi dice?
“Ecco… io…”
Professor Lombroso. Parli. Che cosa le fanno venire in mente queste foto?
“Signore del futuro, è da non credere. Io sono sconvolto.”
Ma perché? Che succede?
“Nulla. Non mi fanno venire in mente nulla. Non so che dire.”
Eppure deve darmi una risposta.
“Nulla assoluto. Sono basito. Ho studiato nani, giganti, telepati, individui coperti di pelo, ma questi… questi… Io pensavo che i miei stromenti fisiognomici potessero tutto, e ora… devo gettarli alle ortiche…”
No, professore, no! Per carità. Non voglio cambiare la Storia.
“Quello che è giusto è giusto. Ho fallito: mi darò all’occultismo.”
La prego. Guardi almeno l’ultima foto, quella nella busta separata. Guardi quel volto, e mi dica qualcosa almeno di lui.
“Ci provo. Mi conceda qualche istante.”
Allora. Cosa vede?
“…”
Professore…?
“Un altro calvo.”
Sì. Più o meno.
“Nelle mie ricerche ho scoperto che la calvizie è segno inequivocabile o di genio o di follia. Lei a quale delle due classi ascriverebbe il soggetto?”
Mi avvalgo della facoltà di non rispondere.
“Eppure, aspetti. Questo è uno strano tipo di calvizie.”
Cioè?
“Pare quasi… che il soggetto voglia occultarla…”
E questo per cosa la fa propendere? Genio o folle?
“Baro.”
Professore, si consoli. La fisiognomica funziona. Ora devo andare. Mi saluti la signora Kuliscioff.
“Rappresenterò. Nonostante sia una donna.”
Naturalmente.
(clic.).

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Classic Peanuts by Charles M. Schulz

Posted by redazione on Sunday Jul 18, 2010 Under Peanuts

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Tipi psicologici: Maurizio Gasparri

Posted by redazione on Friday Jul 16, 2010 Under Scritti

Di Massimo Cirri. Vignetta di Danilo Maramotti

Il senatore Gasparri ha l’aria di uno costantemente in stand-by. Non dorme, non sembra proprio spento perché la luce della coscienza non abbandona mai del tutto il suo sguardo. Ma neanche completamente acceso. È in modalità salvaschermo: inserito, ma funzionante al minimo e disconnesso. Nei circuiti c’è energia, ma poca. Chi ha avuto la possibilità di guardarne la retina in questi momenti dice che vi compaiono in fluida successione immagini di paperelle che nuotano nell’Aniene, radiobalilla torreggianti, profili di Alessandra Mussolini, busti di Augusto imperatore, e/o di Augusto Minzolini. È accertato che Maurizio Gasparri può permanere per settimane in modalità stand-by e poi funzionare per circa un’ora e mezza in modalità invettiva, quella dove dà il meglio di sé. Un tempo più che sufficiente per strangolare dialetticamente qualsiasi avversario in dibattito televisivo. Insulti compresi. Quella di Gasparri è da intendersi come una raffinata forma di risparmio energetico. Gasparri conserva. Tiene da parte forza, potenza e prestanza. Accumula. E appena il processore riceve un’adeguata stimolazione tutto il sistema si riattiva di colpo con la prontezza dei suoi 400 megahertz. E si rimette a funzionare al 100%. Con vigore e maschia gagliardia. La stimolazione può essere di differente origine: una titubanza del capo dello Stato, un’opinione di Platinette, l’elezione di un presidente degli Stati Uniti. In ogni caso Gasparri si scaglia con l’energia che gli percorre furiosa i circuiti fino a un attimo prima inattivi: “Con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è molto più contenta”. Una sparata forte, una delle tante, che poi tocca aggiustare – una volta ristabilito un più adeguato livello di eccitazione dei neuroni – con una correzione di rotta. O con una lavata di testa di Fini. Quando inizia la diffusione della Ru 486, la pillola abortiva, Maurizio Gasparri non è d’accordo e chiede che dell’uso della pillola si occupi il Parlamento. Mica l’Agenzia del Farmaco: “Non si può delegare a tecnici privi di legittimazione democratica una decisione che attiene al diritto alla vita”. Fini dice solo: “Trovo originale pretendere che il Parlamento si debba pronunciare sull’efficacia di un farmaco”. E lo gela. Succedeva spesso, quando ancora Fini aveva titolo per fare lo shampoo ai suoi.

Anche il provvedimento più importante che porta il suo nome, la Legge Gasparri, diventa spiegabile in questa dinamica acceso/- spento. Si ricorderà che la riforma del sistema radiotelevisivo ha avuto un percorso piuttosto tormentato. Approvata dal Parlamento nel dicembre 2003, viene sottoposta alla firma del presidente Ciampi. Che ha qualche dubbio di legittimità, mette giù il telecomando e la rinvia alle Camere. Il Governo Berlusconi deve adottare di corsa un decreto legge per evitare che Rete 4 ed Emilio Fede finiscano lassù sul satellite. Il nuovo testo della legge affronta 130 sedute tra Camera e Senato e si destreggia tra 14000 emendamenti. In tutto questo tempo lui, Maurizio Gasparri, la legge non l’avrebbe mai scritta né letta. Parole di Francesco Storace, allora compagno di partito e adesso meno. Perché, è la maligna ipotesi, dettata da qualcun altro che ha forti interessi nell’industria televisiva. Indovinate chi. Perché Gasparri era in stand-by, ipotizziamo noi. La stessa confusiva assenza di segnale che hanno sperimentato molti cittadini in quel momento magico dello switch-off, il passaggio al digitale terrestre, altro punto cardine della legge, che a volte accende il televisore e a volte lo lascia spento.

Di questo esserci e non esserci, presenza-assenza, ha bassamente approfittato un comico di parte, Neri Marcorè. La sua messa in scena di Maurizio Gasparri confonde noi spettatori che non distinguiamo più imitato da imitatore, vero da falso e vero da più vero del vero. E quando c’è una diretta tivù dal Senato ci chiediamo cosa diavolo ci faccia Neri Marcorè sui banchi della maggioranza. Chissà se riesce a capirlo Maurizio Gasparri.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Doonesbury by Garry B. Trudeau

Posted by redazione on Wednesday Jul 14, 2010 Under Linus Fumetti
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© 2010 G.B. Trudeau/Distributed by Universal Press Syndicate – ILPA Milano

 

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Cedo cane perché morto

Posted by redazione on Tuesday Jul 13, 2010 Under Cedo Cane perché morto

Leggi la summa del pensiero di Catone & Lorentz distillta ogni mese su Linus. Di cui quella che segue è solo una modica quantità.

Il mondo occidentale ha abbassato progressivamente i suoi standard: oggi avere un lavoro a tempo indeterminato è tutt’al più uno status symbol, necessario ma non obbligatorio; come l’aria condizionata nell’85, il telefono in macchina nel ’95 o la foto al processo Franzoni nel 2005. Ma soprattutto l’impiego non dà più un’identità: essere assunti come Brand Manager o Hyperion Specialist diventa irrilevante, perché i tuoi genitori non sanno più cosa tu faccia davvero nella vita.


Il dramma ulteriore è che i tuoi vecchi non dispongono neanche più degli strumenti intellettuali per contribuire alla tua fortuna professionale – e peraltro neanche patrimoni per sostenerti, perduti in quell’equivoco chiamato pomposamente “caso Parmalat”.


Sei nato nel periodo sbagliato. I mille euro su cui scaracchi sdegnato dall’alto del tempo perso in lauree, dottorati, master ed Erasmus ad Amsterdam, meta ambita dagli studenti di tutta Europa per la qualità della ricerca, una volta avrebbero fatto di te un latifondista con stuolo di cortigiani al seguito. Se nel budget mensile ti ci sta appena la fidanzata, quella che ti chiede 150 sacchi per mezzora con guanto o 450 in modalità no limits, consolati con le disgrazie altrui: nel 2020 qualcuno starà peggio di te.


(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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SE OTTO ORE VI SEMBRAN POCHE

Posted by redazione on Monday Jul 12, 2010 Under La Borsa e la vita

Provate voi a lavorare alla catena di montaggio dalle dieci di sera alle sei del mattino con tre pause di dieci minuti. Con la mensa nell’ultima mezz’ora di turno, salvo recuperi produttivi. Si comincia da Pomigliano.
Testo di MARCO ESPOSITO. Vignetta di RICCARDO MARASSI

In undici minuti si cuoce un piatto di spaghetti.  Nello stesso tempo vanno  sfornate otto Fiat Panda. Di giorno,  di notte, dalla domenica sera alle 22 alla stessa ora del sabato,  in modo da arrivare a 280 mila vetturette a fine anno. Il  nome dello stabilimento è altisonante: Giambattista Vico.  Ma la Filosofiat che vi si praticherà dal 2012 si basa su un  concetto elementare: la produzione non può fermarsi. 

Nella storia di Pomigliano, va riconosciuto, la produzione si  è fermata spesso. La prima volta per i bombardamenti degli  americani nel 1943, con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio  fresco d’inaugurazione e le palazzine, che dall’alto hanno la  forma del fascio littorio, appena consegnate agli operai. Poi  ci si è fermati per le partite del Napoli negli anni Settanta e  Ottanta. E di recente è accaduto soprattutto per consentire ai  dipendenti di partecipare agli scrutini elettorali. Il pugno  duro di Sergio Marchionne quindi è stato salutato da molti  come la risposta a una situazione insostenibile, ancor di più  perché l’insufficiente attaccamento al lavoro sembra un  insulto al buonsenso se si verifica nella regione, la  Campania, con il più basso tasso di occupati d’Europa. 

Il capitolo dell’accordo firmato dalla Fiat e da una parte dei  sindacati che prevede interventi per frenare l’eccesso di  assenze non può quindi destare scandalo. Marchionne,  peraltro, chiede non l’obbligo alla presenza bensì la chiusura  dello stabilimento con ferie collettive in occasione di consultazioni  elettorali e referendarie. C’è stato anche un allarme  sulla presunta lesione del diritto di sciopero, il quale  peraltro è tutelato dalla Costituzione e non può esser messo  in discussione da un accordo sindacale. In effetti nell’intesa  siglata dai metalmeccanici di Cisl e Uil si introduce il divieto,  pena sanzioni per i sindacati, di proclamare scioperi nei  giorni nei quali si è già concordato il lavoro straordinario. 

Tuttavia dal punto di vista formale si tratta di una autoregolamentazione.  La possibilità di scioperare a Pomigliano è in  effetti ancora legittima ed esplicitamente richiamata dall’accordo  nella parte che tende a frenare la presentazione di certificati  medici in concomitanza con le giornate di sciopero.  L’operaio di Pomigliano quindi può scioperare ma non fingersi  ammalato per non pagare la giornata di assenza. 

Tutto bene, allora? Insomma. La scommessa di riportare  in Italia la produzione della Panda ha come contropartita  non tanto una contrazione dei diritti dei lavoratori quanto  un drastico peggioramento della qualità della vita,  tutta orientata alle esigenze della catena di montaggio. E  viene da chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato in  un mondo che ancora nel 2010 piega le esigenze della  persona a quelle delle macchine. A Pomigliano si lavorerà  su tre turni (6-14, 14-22 e 22-6) per sei giorni alla settimana  per un totale di diciotto turni. Resta sacra la  domenica anche per non pagare le maggiorazioni legate  al lavoro nei festivi. 

Le pause fisiologiche non saranno individuali ma collettive:  10 minuti simultanei per tutti tre volte nell’arco delle  otto ore. Il tradizionale stacco per la mensa non sarà più  uno stacco perché la mezz’ora di pausa per mangiare è  spostata alla fine del turno. In pratica chi attacca a lavorare  alle 6 del mattino deve aspettare l’una e trenta per  addentare un panino. Sempre che tutto sia filato liscio: c’è  la possibilità per l’azienda di cancellare la mensa per recuperare  con il lavoro straordinario eventuali intoppi nella  produzione. Ci saranno settimane nelle quali si lavorerà  sei giorni, dal lunedì al sabato, alternate con altre nelle  quali si lavorerà quattro giorni, con due di riposo a rotazione  i lunedì e martedì, poi il mercoledì e il giovedì, quindi  il venerdì e il sabato. Nello schema dei turni allegato all’accordo si scopre così che per avere un normale sabato  e domenica di riposo si devono aspettare sei settimane. 

Naturalmente ai lavoratori vengono pagate le maggiorazioni  di contratto e per il disagio del lavoro su tre turni si guadagneranno  3.000 euro lordi all’anno in più. Ma il punto è: ha  senso una vita completamente piegata alle esigenze delle  macchine? 

L’alternativa alla catena di montaggio non è stata ancora  inventata. E se per mantenere i costi bassi è necessario tenere  le linee in movimento 24 ore su 24 è giusto che i sindacati  consentano all’azienda di organizzarsi per una piena  produzione, pena lo spostamento all’estero degli stabilimenti.  Quel che appare incomprensibile è l’idea che il singolo  lavoratore debba adattarsi completamente alle esigenze  della macchina. Il ritmo di vita dei lavoratori di Pomigliano  sarà scandito da tabelle che si ripetono uguali ogni 18 settimane.  Si comincia, per esempio, con una settimana lavorata  dal lunedì al sabato con il turno 1. Ciò vuol dire entrare il  lunedì alle 6 di mattina, lavorare in attesa delle tre pause  obbligatorie e collettive di 10 minuti (tutti in coda al bagno  o alla macchinetta del caffè) quindi allo scoccare delle 13.30  andare per mezz’ora in mensa, poi staccare per ricominciare  il giorno seguente. La settimana successiva scatta il turno  3, quello notturno (si entra alle 22 e si finisce alle 5.30 per  un allettante pranzo all’alba), turno che prevede un permesso  fisso il lunedì, quindi uno o due giorni di riposo.  Arriva poi la settimana con il turno centrale, il 2, che è il più  agevole perché prevede l’ingresso alle 14 – si immagina già  mangiati – e la cena alle 21.30. Torna quindi il turno 1, ma  con un diverso ritmo dei riposi settimanali. E così via, salvo  richiesta di straordinario da parte dell’azienda con il limite  di 80 ore all’anno. Un modello che alterna lavoro e riposi e  rischia di lasciare sullo sfondo la vita. 

Perché continuare a ragionare in termini di giornata lavorativa  di otto ore come se otto ore di ufficio fossero paragonabili  a otto di catena di montaggio? Un’organizzazione di  quattro turni di sei ore potrebbe coprire altrettanto bene e  forse meglio l’arco delle 24 ore. Infatti il sistema che scatterà  a Pomigliano una volta che sarà trasferita la catena di  montaggio della Panda dalla Polonia prevede tre ore al giorno  di stop tra pausa mensa (mezz’ora per turno) e soste  fisiologiche (tre pause di 10 minuti per turno). Tre ore di  stop che potrebbero essere dimezzate consentendo due  pause di 10-15 minuti per ogni turno di sei ore ed eliminando  la pausa mensa, che sarebbe monetizzata. Chi entra in  azienda alle 6 del mattino, con tale sistema, andrebbe a  mangiare a casa a mezzogiorno. In pratica l’azienda si  garantirebbe un’ora e mezza al giorno di produzione in più  grazie alla scomparsa della pausa mensa. Il lavoratore  potrebbe scegliere tra una settimana lavorativa di 36 ore (6  ore dal lunedì al sabato) oppure di 30 ore, con un riposo a  scorrimento. La riduzione dell’orario da 40 (di cui 37,5 lavorate)  a 36 ore avverrebbe a sostanziale parità di salario grazie  alla monetizzazione della mensa. Chi invece dovesse  scegliere le 30 ore guadagnerà meno ma avrà una qualità  della vita decisamente più sopportabile. È noto infatti che  nel caso di attività ripetitive le ore più stancanti e a maggior  rischio di incidenti sono proprio quelle di fine turno; ridurre  l’orario giornaliero da otto a sei ore diminuisce il tasso di  affaticamento e di logoramento fisico dell’individuo. 

Non solo: passare da tre a quattro turni giornalieri significa  aumentare almeno del 10% e potenzialmente di un terzo la  forza lavoro necessaria, in nome del noto principio che se si  lavora meno si lavora in più persone. Se la scelta di scendere  da 36 a 30 ore dovesse interessare un turnista su due si  creerebbero altri 1.000 posti di lavoro. Insomma: lavorare  meno, lavorare in tanti, produrre al meglio. 

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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BP, POMIGLIANO D’ARCORE E IL RIBASSISTA

Posted by redazione on Monday Jul 12, 2010 Under Casinò totale
Casinò totale è la nuova rubrica firmata da Gianmarco Bachi, direttore dei programmi di Radio Popolare di Milano. Il titolo rende omaggio a Jean Claude Izzo e al primo capitolo della sua Trilogia Marsigliese, Casino totale, e ben rappresenta il mercato finanziario globale, diventato oggi tavolo verde per giocatori d’azzardo. Avvertenze: aprire – spalancare – gli occhi sulla realtà dei mercati finanziari può provocare irritazioni, vertigini e nausee (non solo mattutine). Per guardare al futuro ci vorrebbe un po’ di ottimismo, ma i titoli dell’ottimismo sono crollati a febbraio, ora sono carta straccia. Quindi, se volete seguirci in viaggio tra ondate speculative, catastrofi ambientali, truffe da luna park, barili di deficit e mercati stabili quanto le segreterie del PD, portatevi panini e coperte. E non dite che non vi avevamo avvertito. Leggi il resto dell’articolo su Linus in edicola.

Testo di GIANMARCO BACHI. Vignette di DANILO MARAMOTTI

LA SAI L’ULTIMA SULLA BP?

– Quale? Quella delle palline da golf e del tappo di fango?

– No, quella è vecchia…

– Quella dell’amministratore delegato Tony Hayward che in piena emergenza se ne va a fare una regata all’Isola di Wight?

– No, non quella… e comunque ricordati che le regate sono una grande emergenza nazionale. La Louis Vuitton Cup l’hanno dovuta affidare addirittura alla Protezione civile…

– Ah, allora ho capito. Quella di Robert “padre nostro” Adley…
– Esatto! Il senatore americano che per chiudere la falla ha incitato gli americani a usare la preghiera. Un’operazione tecnologicamente così avanzata da non essere mai stata tentata da nessuno. Nemmeno da Giucas Casella.
Ebbene sì. Ci mancava solo la preghiera.
Eppure la Bp dovrebbe essere ormai la dimostrazione vivente che se Dio esiste va a metano o a gpl.
Intanto passano i mesi e nessuno sa ancora che pesci pigliare.
Diamogli una notizia: certamente pesci morti.
La situazione è così grave che il Mar Nero ha fatto causa alla Bp per violazione del copyright.
Accusa da cui sarà difficile difendersi. Nemmeno avvalendosi delle prestazioni professionali di un Ghedini in forma smagliante.
Al fixing di giugno Wall Street ha quotato le spiagge della Louisiana 100 dollari al barile.
Una performance non riuscita nemmeno a Saddam ai tempi della Guerra del golfo.
Le ultime previsioni indicano che il greggio potrebbe fuoriuscire addirittura fino al 2012.
Prospettiva inquietante che spinge a domandarsi: “Chi c’è davvero ai vertici della Bp?”
I Maya? Paris Hilton? O un koala ubriaco che tira i dadi?
L’ultimo tentativo sarà spacciare la marea nera per un’opera concettuale di arte astratta e provare a venderla a un ricco collezionista giapponese. In caso di fallimento non rimarrà che il popolo di internet.
Al momento il contributo più gettonato del concorso on line “Inventa una cazzata per salvare la Bp” è: “Sapete dove dovreste infilarvelo quel tubo?”. Opzione che i tecnici stanno valutando con estremo interesse.
Nell’attesa, Obama ha annunciato che la Bp dovrà versare 20 miliardi di dollari.
Speriamo, questa volta, non in mare.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

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Il ritiro di Stefano Disegni

Posted by redazione on Thursday Jul 8, 2010 Under Linus Fumetti

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