Provate voi a lavorare alla catena di montaggio dalle dieci di sera alle sei del mattino con tre pause di dieci minuti. Con la mensa nell’ultima mezz’ora di turno, salvo recuperi produttivi. Si comincia da Pomigliano.
Testo di MARCO ESPOSITO. Vignetta di RICCARDO MARASSI
In undici minuti si cuoce un piatto di spaghetti. Nello stesso tempo vanno sfornate otto Fiat Panda. Di giorno, di notte, dalla domenica sera alle 22 alla stessa ora del sabato, in modo da arrivare a 280 mila vetturette a fine anno. Il nome dello stabilimento è altisonante: Giambattista Vico. Ma la Filosofiat che vi si praticherà dal 2012 si basa su un concetto elementare: la produzione non può fermarsi.
Nella storia di Pomigliano, va riconosciuto, la produzione si è fermata spesso. La prima volta per i bombardamenti degli americani nel 1943, con lo stabilimento ai piedi del Vesuvio fresco d’inaugurazione e le palazzine, che dall’alto hanno la forma del fascio littorio, appena consegnate agli operai. Poi ci si è fermati per le partite del Napoli negli anni Settanta e Ottanta. E di recente è accaduto soprattutto per consentire ai dipendenti di partecipare agli scrutini elettorali. Il pugno duro di Sergio Marchionne quindi è stato salutato da molti come la risposta a una situazione insostenibile, ancor di più perché l’insufficiente attaccamento al lavoro sembra un insulto al buonsenso se si verifica nella regione, la Campania, con il più basso tasso di occupati d’Europa.
Il capitolo dell’accordo firmato dalla Fiat e da una parte dei sindacati che prevede interventi per frenare l’eccesso di assenze non può quindi destare scandalo. Marchionne, peraltro, chiede non l’obbligo alla presenza bensì la chiusura dello stabilimento con ferie collettive in occasione di consultazioni elettorali e referendarie. C’è stato anche un allarme sulla presunta lesione del diritto di sciopero, il quale peraltro è tutelato dalla Costituzione e non può esser messo in discussione da un accordo sindacale. In effetti nell’intesa siglata dai metalmeccanici di Cisl e Uil si introduce il divieto, pena sanzioni per i sindacati, di proclamare scioperi nei giorni nei quali si è già concordato il lavoro straordinario.
Tuttavia dal punto di vista formale si tratta di una autoregolamentazione. La possibilità di scioperare a Pomigliano è in effetti ancora legittima ed esplicitamente richiamata dall’accordo nella parte che tende a frenare la presentazione di certificati medici in concomitanza con le giornate di sciopero. L’operaio di Pomigliano quindi può scioperare ma non fingersi ammalato per non pagare la giornata di assenza.
Tutto bene, allora? Insomma. La scommessa di riportare in Italia la produzione della Panda ha come contropartita non tanto una contrazione dei diritti dei lavoratori quanto un drastico peggioramento della qualità della vita, tutta orientata alle esigenze della catena di montaggio. E viene da chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato in un mondo che ancora nel 2010 piega le esigenze della persona a quelle delle macchine. A Pomigliano si lavorerà su tre turni (6-14, 14-22 e 22-6) per sei giorni alla settimana per un totale di diciotto turni. Resta sacra la domenica anche per non pagare le maggiorazioni legate al lavoro nei festivi.
Le pause fisiologiche non saranno individuali ma collettive: 10 minuti simultanei per tutti tre volte nell’arco delle otto ore. Il tradizionale stacco per la mensa non sarà più uno stacco perché la mezz’ora di pausa per mangiare è spostata alla fine del turno. In pratica chi attacca a lavorare alle 6 del mattino deve aspettare l’una e trenta per addentare un panino. Sempre che tutto sia filato liscio: c’è la possibilità per l’azienda di cancellare la mensa per recuperare con il lavoro straordinario eventuali intoppi nella produzione. Ci saranno settimane nelle quali si lavorerà sei giorni, dal lunedì al sabato, alternate con altre nelle quali si lavorerà quattro giorni, con due di riposo a rotazione i lunedì e martedì, poi il mercoledì e il giovedì, quindi il venerdì e il sabato. Nello schema dei turni allegato all’accordo si scopre così che per avere un normale sabato e domenica di riposo si devono aspettare sei settimane.
Naturalmente ai lavoratori vengono pagate le maggiorazioni di contratto e per il disagio del lavoro su tre turni si guadagneranno 3.000 euro lordi all’anno in più. Ma il punto è: ha senso una vita completamente piegata alle esigenze delle macchine?
L’alternativa alla catena di montaggio non è stata ancora inventata. E se per mantenere i costi bassi è necessario tenere le linee in movimento 24 ore su 24 è giusto che i sindacati consentano all’azienda di organizzarsi per una piena produzione, pena lo spostamento all’estero degli stabilimenti. Quel che appare incomprensibile è l’idea che il singolo lavoratore debba adattarsi completamente alle esigenze della macchina. Il ritmo di vita dei lavoratori di Pomigliano sarà scandito da tabelle che si ripetono uguali ogni 18 settimane. Si comincia, per esempio, con una settimana lavorata dal lunedì al sabato con il turno 1. Ciò vuol dire entrare il lunedì alle 6 di mattina, lavorare in attesa delle tre pause obbligatorie e collettive di 10 minuti (tutti in coda al bagno o alla macchinetta del caffè) quindi allo scoccare delle 13.30 andare per mezz’ora in mensa, poi staccare per ricominciare il giorno seguente. La settimana successiva scatta il turno 3, quello notturno (si entra alle 22 e si finisce alle 5.30 per un allettante pranzo all’alba), turno che prevede un permesso fisso il lunedì, quindi uno o due giorni di riposo. Arriva poi la settimana con il turno centrale, il 2, che è il più agevole perché prevede l’ingresso alle 14 – si immagina già mangiati – e la cena alle 21.30. Torna quindi il turno 1, ma con un diverso ritmo dei riposi settimanali. E così via, salvo richiesta di straordinario da parte dell’azienda con il limite di 80 ore all’anno. Un modello che alterna lavoro e riposi e rischia di lasciare sullo sfondo la vita.
Perché continuare a ragionare in termini di giornata lavorativa di otto ore come se otto ore di ufficio fossero paragonabili a otto di catena di montaggio? Un’organizzazione di quattro turni di sei ore potrebbe coprire altrettanto bene e forse meglio l’arco delle 24 ore. Infatti il sistema che scatterà a Pomigliano una volta che sarà trasferita la catena di montaggio della Panda dalla Polonia prevede tre ore al giorno di stop tra pausa mensa (mezz’ora per turno) e soste fisiologiche (tre pause di 10 minuti per turno). Tre ore di stop che potrebbero essere dimezzate consentendo due pause di 10-15 minuti per ogni turno di sei ore ed eliminando la pausa mensa, che sarebbe monetizzata. Chi entra in azienda alle 6 del mattino, con tale sistema, andrebbe a mangiare a casa a mezzogiorno. In pratica l’azienda si garantirebbe un’ora e mezza al giorno di produzione in più grazie alla scomparsa della pausa mensa. Il lavoratore potrebbe scegliere tra una settimana lavorativa di 36 ore (6 ore dal lunedì al sabato) oppure di 30 ore, con un riposo a scorrimento. La riduzione dell’orario da 40 (di cui 37,5 lavorate) a 36 ore avverrebbe a sostanziale parità di salario grazie alla monetizzazione della mensa. Chi invece dovesse scegliere le 30 ore guadagnerà meno ma avrà una qualità della vita decisamente più sopportabile. È noto infatti che nel caso di attività ripetitive le ore più stancanti e a maggior rischio di incidenti sono proprio quelle di fine turno; ridurre l’orario giornaliero da otto a sei ore diminuisce il tasso di affaticamento e di logoramento fisico dell’individuo.
Non solo: passare da tre a quattro turni giornalieri significa aumentare almeno del 10% e potenzialmente di un terzo la forza lavoro necessaria, in nome del noto principio che se si lavora meno si lavora in più persone. Se la scelta di scendere da 36 a 30 ore dovesse interessare un turnista su due si creerebbero altri 1.000 posti di lavoro. Insomma: lavorare meno, lavorare in tanti, produrre al meglio.
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)