Musica: Taj Mahal – Maestro
Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
e Ziggy Marley, anche lui sulle ginocchia di Giove quando l’artista nel 1969 pubblicava il suo capolavoro, Giant Step/De Ole Folks at Home, e Ivan Neville con i più attempati boys del New Orleans Social Club, i Los Lobos, gli amici della Phantom Blues Band.
Una festa di musica, con molti originali e altrettante cover, con una contagiosa Scratch Back che surriscalda subito l’atmosfera e Further Down on the Road, Hello Josephine, Diddy Wah Diddy. In Zanzibar fa un cameo Angelique Kidjo, accompagnata dalla chitarra del leader e dalla kora di Toumani Djabate – questa nera pianta ha radici in Africa, nel deserto del Sahara, come anni fa aveva già raccontato Martin Scorsese con le immagini di From Mississippi to Mali.
Taj Mahal – Maestro – Heads Up-Egea
Riccardo Bertoncelli






Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.
Il giovane scavezzacollo beat è diventato vecchio senza perdere il tocco, lo shining; i capelli sono probabilmente tinti, i lineamenti ritoccati dal lifting ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, tanti e tanti anni fa.
“Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere”. O anche: “Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch”.
E’ dalla primavera dell’anno scorso che si parla di un disco nuovo dei
Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.
Davvero sono giorni strani se un disco come questo, atteso da anni e a un certo punto nemmeno più sognato, tanto pareva impossibile, esce alla chetichella nel web (seguiranno edizioni fisiche anche de luxe, nei negozi). Ad ogni modo
Hal Willner produsse una ventina d’anni orsono Strange Weather e Blazing Away, due degli album più influenti e meglio ricordati di