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Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Ottobre, andiamo, è tempo di sudare

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Illustrazione di Maurizio Minoggio

Lo sport, come la religione, promette un premio in cambio di un sacrificio. E se fosse inutile? Che lo sforzo sia con voi “Dopo la Chiesa, il Football è quanto abbiamo di meglio”, diceva Knute Rockne, il più famoso allenatore di football americano. Lo sport è un culto stagionale ma conta sempre tantissimi adepti che si ritrovano ogni autunno nelle palestre, nei circoli e all’aria aperta. Parliamo dello sport nelle sue infinite varianti dilettantistiche, quelle che offrono la possibilità di arrivare, se non ai vertici di una classifica, almeno a illudersi di diventare migliori.

Così come nella religione a ognuno è data l’opportunità di varcare le porte del Paradiso. Anche senza aspirare ai record, questa religione promette a tutti, come minimo garantito, una mens sana in corpore sano. Ed è facile crederci. L’esaltazione del corpo caratteristica della retorica sportiva però è direttamente proporzionale alla repressione che proprio attraverso lo sport si esercita sul corpo stesso, disciplinandolo, forzandolo, educandolo per educare, con esso, anche lo spirito.

Fino a poco tempo fa, infatti, la medicina sportiva sposava la causa della morale sessuale più retriva presentando lo sport come il migliore strumento per controllare e regolare i “pericolosi” fenomeni che avvengono nel corpo degli adolescenti durante il periodo della pubertà: “Deve fare sport e movimento per stancarsi e limitare le sue fantasie…”, consigliava il medico.
Lo sport diventava in casi come questo il farmaco ideale contro la polluzione notturna, la masturbazione, e troppi sogni a occhi aperti. L’attività sportiva viene ancora spacciata da educatori, igienisti e puericultori come l’unico mezzo a nostra disposizione per far crescere sani e belli i figli. Che cosa accadrebbe se non praticassimo lo sport? Avremmo senz’altro un’umanità deforme e malata.

Forse perfino viziosa. E allora un po’ di sacrificio diviene necessario. Lo sport affonda le sue radici nella dinamica del debito e del credito tipica dello scambio sacrificale. Il sacrificio dello sportivo, proprio perché esprime (o pretende di esprimere) valori etici, non ha nulla a che fare con lo scambio mercantile perché, come osservano gli storici delle religioni, ogni sacrificio è prima di tutto sacrificio di sé.*

Questo concetto è espresso con efficacia dall’esercizio della croce che gli atleti della ginnastica artistica eseguono agli anelli mimando inconsapevolmente il sacrificio di Cristo. Ma è sacrificio anche l’attività dell’arbitro che rinuncia a prender parte al gioco di gruppo pur di contribuire al suo corretto svolgimento. Ed è certamente sacrificio quello dell’atleta che muore di doping, vittima suo malgrado dell’industria dello sport-spettacolo. Nessuno in realtà avrebbe voglia di sacrificarsi più di tanto e bisognerebbe tirar fuori una motivazione valida per tutto questo.

Così, dalla funzione educativa e “moralmente formativa”, si è passati a quella estetica: con il fitness, l’attività fisica è diventata quasi un’alternativa alla chirurgia plastica. La concezione del corpo inteso come “macchina” trova qui la sua massima esaltazione. Nessuno meglio di una macchina può fornire il riferimento degli standard di efficienza da raggiungere.

E, quanto più il corpo si adegua alle macchine, tanto più diviene “bello”. Gli istruttori stessi vengono sostituiti dai macchinari. Ma attenzione, nuovi culti alternativi come il wellness e le “ginnastiche dolci” conquistano sempre più fedeli: promettono gli stessi risultati del fitness senza faticare. Il risultato senza il sacrificio. Il primo segnale dell’eresia.

Per ultime sono arrivate le macchine per fare ginnastica senza fare assolutamente nulla: gli elettrostimolatori. Un po’ di elettrodi attaccati alla pelle e “l’onda rettangolare bifasica simmetrica” fa lavorare tutti i muscoli stando perfettamente fermi. Di questo passo, qualcuno scoprirà finalmente che l’ozio è l’attività più salutare.

* Cfr. Gerardus Van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri, Torino

Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Quando è il monaco che fa l’abito

Un culto integralista governato da uomini che odiano le donne. Che più si sacrificano, più vengono punite. È la moda, ragazze

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Vignetta di Maurizio Minoggio

L’oppio dei popoli si manifesta con varie forme di fanatismo. Vestire alla moda, ad esempio. Chi si attiene sempre e strettamente ai dettami della moda viene definito, infatti, “fanatico”. Non sono fanatici solo quelli che si vestono come pretende questo culto, sono fanatici anche i suoi sacerdoti che, come tutti i sacerdoti, odiano le donne: sadomaso alle nove della mattina, pantaloni a vita bassa nonostante i rotoli di ciccia, sono i sacrifici imposti alle fedeli, che si trasformano sua sponte in vittime sacrificali. Un sacrificio necessario per ottenere quello stato temporaneo di beatitudine che proviene dal ritenersi se non belli, almeno eleganti. C’è però una differenza sostanziale tra l’elegante e il bello.

Il bello è qualcosa di assoluto, che dura nei secoli. Così dicono. L’elegante, invece, è un bello che dura circa tre mesi, più o meno la durata media che hanno le stagioni nel campo della moda. Come scriveva Kant nella Critica del Giudizio, il bello è “la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo”.* Per questo, quando vedete sfilare gli abiti di una nuova collezione avete la sensazione che quelle forme assurde non abbiano proprio nessuno scopo, perché quella dovrebbe essere appunto la massima espressione della bellezza. Se qualcuno osasse contestare il cattivo gusto o la mancanza di idee che, da una stagione all’altra, si fanno sempre più imbarazzanti, i sacerdoti di questo culto ti snocciolano dati e statistiche. Con i numeri si risolve sempre qualunque disputa perché l’autorevolezza dei numeri è quella delle scienze esatte.

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Oppio dei popoli: botta e risposta sullo scientismo

La rubrica di Bruno Ballardini su Linus di luglio è dedicata a La Scienza come religione. L’autore prende di mira lo scientismo, ovvero il dogmatismo nella scienza, producendo anche taluni augusti esempi. La pubblicazione dell’articolo ha destato l’attenzione di un lettore che ci ha scritto per esporre le sue critiche. Pubblichiamo perciò la rubrica, seguita dalla lettera del lettore e la risposta dell’interessato. Chi desiderasse intervenire nel dibattito non ha che da postare il suo commento. Ricordiamo che il  blog è moderati dalla redazione. Non è ammesso linguaggio scurrile o pesantemente offensivo nei confronti di chiunque.

La Scienza come religione

Tra libero pensiero e intolleranza: nella grotta dello scientismo la mangiatoia è vuota
ma il bue continua a dire cornuto all’asinello

oppio-luglioVignetta di Maurizio Minoggio

È facile dire di essersi disintossicati dalla religione. A parole sono tutti bravi. L’oppio dei popoli lascia tracce durevoli d’intossicazione perfino in coloro che si dichiarano “da sempre” razionalisti e atei. Molti contrappongono l’autorevolezza “assoluta” della Scienza all’autorevolezza insensata delle Sacre Scritture e dei loro interpreti. Ma dietro al principio di autorevolezza c’è sempre un atto di fede. Per questo, tra gli apostoli del libero pensiero, resta spesso intatta una mentalità colonizzatrice e un’attitudine a redimere il prossimo di tipico stampo cattolico.*

Si chiama scientismo, ovvero la fede cieca e dogmatica nella scienza e, come scriveva Popper, “questa fede cieca nella scienza è estranea allo scienziato autentico”. A farci caso, si ritrova ovunque. Perfino in pubblicità: l’endorsement dei medici dentisti per un dentifricio fa appello all’autorevolezza della scienza ma non è affatto una prova scientifica. A questo stesso principio fanno appello le associazioni di “atei, agnostici e razionalisti” come l’Uaar o i comitati di ultras della scienza come il Cicap, fondato da Piero Angela nel 1989. Organismi che nulla hanno a che vedere con i centri di ricerca scientifica ma che acquisiscono autorevolezza soltanto in base ai nomi che compaiono nel “comitato scientifico”.
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