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Aung San Suu Kyi dovrà restare agli arresti. Rigettato il ricorso per la libertà

daw_aung_san_suu_kyiLa leader dei diritti civili in Birmania, Aung San Suu Kyi, dovrà scontare altri 18 mesi di arresti domiciliari. La Corte Suprema del suo Paese, sottoposto da tempo alla dittatura dei generali, ha infatti rigettato il ricorso presentato dai suoi legali, i quali si erano appellati a eccezioni di carattere costituzionale.

Aung San Suu Kyi, 65 anni il prossimo 19 giugno, avrebbe dovuto riacquistare la libertà già nel maggio del 2009. La residenza in cui scontava gli ultimi giorni di arresto era però stata raggiunta a nuoto da un cittadino americano, tale John William Yethaw, che aveva eluso la vigilanza delle guardie. Trattenutosi per diverse ore all’interno della villa dove è costretto il premio Nobel per la pace 1991, Yethaw (che nel successivo processo non ha fornito chiare ragioni del suo gesto, alimentando così il sospetto di una macchinazione ai danni di Aung), fu arrestato e San Suu Kyi accusata di aver violato la prigionia a pochi giorni dal fine pena.

Di qui la nuova condanna a tre anni di lavori forzati, poi commutata dalla Giunta militare al potere in 18 mesi di arresti domiciliari; sentenza che ora la Corte Suprema ha confermato, assecondando il vero progetto del regime birmano, che in questo modo punta a tenere sotto il proprio tallone l’opposizione democratica del Paese asiatico, che ha in Aung San Suu Kyi la sua leader riconosciuta a livello internazionale.

L’intera vicenda umana e politica di Aung San Suu Kyi e del movimento che sostiene i diritti civili in Birmania è stato raccontato nel libro di Cecilia Brighi Il pavone e i generali, pubblicato da Baldini Castoldi Dalai editore. Brighi, sindacalista, da anni attiva a favore della causa birmana, contribuisce anche al sito www.birmaniademocratica.org, dove si possono trovare notizie e aggiornamenti sulla situazione del Paese asiatico.

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