Musica: Dieci piccoli (grandi) indiani di Lorenzo Barbieri
Posted by redazione on Wednesday Feb 3, 2010 Under UncategorizedIl 2009 segna la rinascita creativa - soprattutto a Stelle e Strisce - delle etichette medio-piccole. Mentre i colossi dell’industria discografica, in affanno, zoppicano snervati. Ecco un’accurata selezione dei dischi dell’anno appena trascorso. Rigorosamente indies. O quasi
BILL CALLAHAN SOMETIMES I WISH WE WERE AN EAGLE
[Drag City]
Il disco più bello e maturo della carriera di Mr. Smog è anche una dichiarazione d’intenti che scorgiamo in Jim Cain, brano d’apertura di placida immensità. “Una volta ero cupo, dopo mi ha preso l’allegria, ma poi mi sono incupito di nuovo”. Le oscillazioni portano bene. Dal dolente pessimismo degli Smog fino all’agognato romanticismo delle ultime due pubblicazioni, Callahan raggiunge l’apice con questi nove brani dagli arrangiamenti (a tratti orchestrali) mai così solidi, sicuri e vari allo stesso tempo. E affronta nei testi il tema del dolore con l’equilibrio di chi è degno di diventare un classico. In Eid Ma Clack Shaw, sul richiamo dell’ossessiva linea di basso di Psycho Killer dei Talking Heads, vagheggia la “canzone perfetta” composta nel dormiveglia di versi sognati e nonsense, cerca di trovare un compromesso fra ragione e istinto. Perché “L’amore è il re delle bestie/quando ha fame, uccide per nutrirsi”.
GRIZZLY BEAR VECKATIMEST [Warp]
Dopo l’acclamato Yellow House del 2006, aver suonato con la Los Angeles Philharmonic Orchestra e aperto il tour nordamericano dei Radiohead, la band di Brooklyn guidata da Edward Droste pubblica il terzo fatidico disco, forse il lavoro più accessibile e riuscito. Che nel linguaggio dei Grizzly non significa certo “commerciale”. Piuttosto si tratta di un disco pop nell’accezione più nobile del termine. Veckatimest (il nome di un’isola disabitata al largo del Massachusetts) è un lavoro che assomiglia a un’onda, a un misterioso oggetto percosso che rimanda una gamma di rimandi colti fra folk, atmosfere jazzy e pop barocco. Un disco alto, “impressionista”, già considerato da alcuni del gotha come uno dei culti alternativi della decade “Noughties”.
PHOENIX WOLFGANG AMADEUS PHOENIX [XL]
La ben poco prolifica band di Versailles sforna il quarto disco dopo quasi vent’anni di carriera. Un tentativo di uscire allo scoperto verso il grande pubblico che si rivela centrato in pieno. Trampolino di lancio, singoli che piacciono alle radio come Lisztmania (titolo ispirato al musical del 1975 con Roger Daltrey) e 1901. Ma è tutto il lavoro che funziona, fra nostalgie anni 80 ed electrorock. Armati di battiti e riff, la ex garage band di Thomas Mars s’inventa il rock sintetico del momento. Dagli esordi parigini di acqua sotto i ponti ne è passata e la scena francese, dopo Air e Daft Punk, aggiunge il terzo podio delle band un po’ “fighette” che piacciono anche ai rockettari. (vd. DJ Lebowski)



