Hal Willner produsse una ventina d’anni orsono Strange Weather e Blazing Away, due degli album più influenti e meglio ricordati di Marianne Faithfull, quelli che la convinsero di avere trovato la strada giusta dopo anni difficili. Oggi il sodalizio si ricompone, per un album scintillante che peraltro non suona come nelle speranze. Marianne è un culto, Willner anche, difficile che sbaglino repertorio, impossibile che non si accompagnino a musicisti bravi e importanti. Eppure, nonostante un quaderno di standard antichi e moderni, la sorpresa di Morrissey con Brian Eno, di Ellington e Dolly Parton, la presenza di Marc Ribot, Greg Cohen e il meglio della scena di New York, e le foto d’autore di Jean Baptiste Mondino, c’è qualcosa che non va. Forse un tono troppo sussiegoso, forse la voce che a tratti boccheggia e cade affranta, o i ritmi laschi che distraggono. Siamo in un bel salone di musica, con padroni di casa affascinanti, ma non si accende la scintilla, la festa non parte. Il paragone con Strange Weather, in teoria un valore aggiunto, diventa ostacolo e imbarazzo.
Fiutando l’aria, credo di essere in minoranza; ci sono tante luci in questo disco, e ospiti giusti come Nick Cave, Keith Richards, Rufus Wainwright, Cat Power, Sean Lennon – sentirete quanti “oooh!” di meraviglia. Ma anche gli specchietti fanno luce e, sia detto senza malizia, perché disonesti non sono né Marianne né Willner, questo è un disco di specchietti più che di pietre preziose. Un album teorico che non è riuscito a crescere oltre le buone intenzioni. Ascoltate Ooh Baby Baby, giusto per fare un esempio, quando mi hanno dato il promo (in vinile!) sono corso ad ascoltarlo da innamorato cotto – è uno dei miei slow preferiti di tutti i tempi, la “canzone romantica perfetta”. Ciò che ho scritto è figlio anche della delusione quando ho ascoltato quel chissà-che-cosa.
Riccardo Bertoncelli