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Nel mare ci sono i coccodrilli finalista allo Strega

Chi ha già avuto la fortuna di imbattersi in questo piccolo-grande libro, intitolato Nel mare ci sono i coccodrilli, avrà piacere di apprendere che è stato selezionato con altri undici per partecipare alle fasi finali del premio Strega, uno dei più importanti riconoscimenti in ambito letterario.

Protagonista del libro è Enaiatollah Akbari, oggi un ragazzo perfettamente inserito nella nostra società, che da bambino fu costretto a emigrare, da solo, in cerca di quel “destino migliore” di cui la sua etnia in Afghanistan non avrebbe mai potuto godere. Una vera e propria odissea durata anni, attraverso Pakistan, Iran, Turchia, Grecia e, infine, l’Italia. Un racconto toccante, doloroso ma a tratti persino divertente, che l’autore del libro, Fabio Geda, ha reso con grande rispetto per i sentimenti del ragazzo, il quale ha seguito e partecipato alla sua stesura dalla prima all’ultima riga. Dal libro, i cui diritti sono già stati venduti in molti Paesi, la regista Francesca Archibugi realizzerà prossimamente  un film.

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Il bambino Enaiatollah Akbari

gedamaggioIllustrazione di Sergio Ponchione

“Posso parlarti di quando i talebani hanno chiuso la scuola, Fabio?”. “Nel mare ci sono i coccodrilli”.  Storia vera di Enaiatollah Akbari e del suo incredibile viaggio

Un pomeriggio piovoso di alcuni anni fa, ho dato un passaggio a un ragazzino romeno. Ero andato a prendere Luca, un piccolo ospite della comunità alloggio presso la quale lavoravo, alla fine del suo allenamento di calcio, e il ragazzino romeno in questione era un suo compagno di squadra. Disse di abitare fuori Torino e che uno strappo fino al capolinea dell’autobus era più che sufficiente. Risposi che non c’era problema, e salì sul furgone. Ora, sarà stato perché lui, quel giorno, aveva voglia di chiacchierare, o perché io ero particolarmente ben disposto, non saprei dirlo, fatto sta che cominciò a raccontarmi la sua vita, così, dal nulla, senza che io gli facessi una sola domanda. Disse di essere arrivato in Italia come clandestino, con suo padre. Che suo padre, poco tempo dopo il loro arrivo, era stato preso e chiuso in un Centro di permanenza temporanea e, alla fine, rimpatriato. Disse che alla polizia, suo padre, non aveva detto di avere un figlio con sé, e che quindi, di fatto, lo aveva abbandonato in Italia. Da allora, era ospite di una casa-famiglia. Poco prima che scendesse, ricordo di avere ancora avuto il tempo di chiedergli cosa stava facendo, e che cosa avrebbe fatto in futuro, o voluto fare. Ricordo perfettamente la sua risposta. Ricordo le pause e le parole. Disse: “Se mio padre mi ha lasciato qui, un motivo ci sarà. E questo motivo, secondo me, è la scuola. Lui mi ha sempre detto che per me era meglio studiare in Italia che studiare da noi, in Romania. Quindi, io per ora resto qua, e studio. Ma appena ho finito, scappo e vado a cercarlo”.

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