Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi
Uno dei difetti che si incontrano più spesso nei racconti degli scrittori in erba è l’ansia di spiegare tutto, riempire il lettore di dettagli inutili a scapito del ritmo e del fascino della storia. A volte meno si sa, meglio è. Un ottimo esempio in questo senso è rappresentato dal racconto che pubblichiamo di Enrico Miceli: della protagonista si conosce poco e nulla. Arriviamo a poco a poco a scoprire invece tutto l’orrore della situazione che sta vivendo. Un incubo per la donna e per noi lettori, nel quale il mistero sulla sua identità fortifica invece che indebolire l’effetto terrorizzante. Se ne potrebbe trarre un perfetto cortometraggio horror.
Illustrazione di ALE+ALE
Formiche rosse
di Enrico Miceli
Tutto ciò che vedo sono le pareti scure d’umido, il soffitto gocciolante e il pavimento polveroso della stanza, invaso dalle formiche. Il ticchettio delle gocce d’acqua che cadono da un sifone danneggiato in una pentola rugginosa segna il tempo come un rudimentale orologio che scandisce unicamente i secondi. Un rumore pesante di passi si avvicina, poi la porta d’ingresso si chiude. Click.
“Ciao amore! Com’è andata?” mi dice dalla stanza che si trova al di là della porta, dal soggiorno, e lo sento muoversi, camminare, vivere. Lo sento mettere in disordine ogni cosa come una divinità onnipotente in grado di sovvertire ogni regola all’interno del suo mondo.
“Amore!” continua a chiamare.
Poi entra nella stanza e si avvicina alla sedia dove sono seduta.
“Beh? Com’è andata oggi?” e si accomoda di fianco a me, su di un’altra sedia.
Mi fissa come se attendesse da me una risposta. Io, dal canto mio, non riesco a far altro che chiudere gli occhi e piangere.
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