Linus Fumetti di Michele R. Serra
Guida galattica per teppisti
Fra la via Emilia e l’infinito. Francesco Guccini racconta le “Storie dello spazio profondo” disegnate dall’amico Bonvi. E – sia detto solo per inciso – proprio oggi Guccini ne fa settanta. Auguri, maestro
Classica amicizia maschile, sapete come va. Ci si incontra da ragazzi, a te piace quello che piace a me, a me quello che piace a te, si diventa amici. Un battito di ciglia e hai già fatto il militare, qualcuno ti chiama pure “signore” (chi?): gli amici son sempre lì. Bere, andare a donne insieme: è il minimo, a vent’anni. Suona démodé? Certo: è una storia di quarant’anni fa.
Anni Cinquanta/Sessanta, Modena poi Bologna: Francesco Guccini e Franco Bonvicini, amici veri (ché le tante assonanze di nome e cognome non sono mica casuali). Franco e Francesco, il Bonvi e il Guccio insieme nel corso di lunghe notti, bevute fra chiacchiere e scherzi. Da ragazzi probabilmente neppure immaginavano, che qualcuno li avrebbe presi sul serio. Invece il destino ha apparecchiato, per loro, un posto a tavola nel cielo dei poeti. Peccato che Bonvi l’abbia raggiunto troppo presto: portato via da un’auto guidata da un ubriaco, il 9 dicembre del 1995, mentre stava andando negli studi di VideoMusic, a Roxy Bar. Doveva annunciare che metteva all’asta un po’ dei suoi disegni, per raccogliere soldi destinati alle cure dell’amico Magnus, da tempo malato. Ma questa è una storia diversa, non c’entra: i coccodrilli sono fuori luogo, quando si parla di Bonvi. Autore fondamentale se ce n’è uno, il pioniere che ha trovato con le Sturmtruppen la via italiana alla daily strip. Dopo di lui (e dopo il discepolo Silver, ça va sans dire) poco più che il vuoto. Guccini e Bonvi, gli amici, si sono trovati a lavorare insieme, fra i Sessanta e i Settanta. Uno cantava e non sapeva disegnare, l’altro disegnava ed era stonatissimo: chiaro che insieme potevano combinare poco. Invece han combinato molto, e fra le altre cose un fumetto di fantascienza in cui Bonvi mette in mostra la sua arte, mixando nelle tavole disegno realistico e caricatura cartoonesca. Alla Harvey Kurtzman? No, alla Bonvi e basta. Storie dello spazio profondo, sette episodi fra la via Emilia e l’infinito, un mondo retrofuturistico dove convivono astronavi e dischi in vinile. Ristampati in un’edizione restaurata, completa di microappendice filologica curata da Andrea Plazzi, da Rizzoli Lizard. La prima introduzione al volume è uno scritto di Guccini, del 1979: dice che Bonvi si era, come dire, “ispirato” piuttosto pesantemente ai classici americani della science fiction.
È vero, Francesco? Eh certo. Era lui, che si è trovato un po’ costretto a saccheggiare bassamente alcuni racconti di fantascienza dell’epoca, perché io me n’ero andato in America piantandolo lì, con due sceneggiature ancora da scrivere. Mi sa che li ha presi direttamente da qualche Galaxy (antologia mensile di fantascienza, pubblicata dalla Due Mondi di Milano) degli anni Cinquanta. Poi però sono tornato, e quindi sono solo due le storie che possiamo considerare sue al cento per cento. C’era poi anche una storia in più, che è rimasta per sempre nel limbo, mai disegnata perché la rivista ha chiuso.
Infatti mi risulta sia durata un anno, quella rivista. Si chiamava Psyco, e credo che Bonvi fosse uno dei fondatori. Comunque, è iniziata così: ci siamo visti nell’estate del 1969, a Modena. Lui mi ha chiamato e mi ha detto “vieni, ho delle idee”, così niente di più. Quella sera abbiam buttato giù un po’ di gag per le Sturmtruppen, poi lui mi ha proposto questa idea delle Storie dello spazio profondo, che io dovevo sviluppare.
Wikipedia dice che Bonvi era un tipo tanto incasinato nella vita, quanto meticoloso nel lavoro. Mi sembra difficile da credere. Com’era lavorare insieme? (Ride) No, era semplice: io davo la sceneggiatura, e lui ne faceva strame. Già nella prima storia, ad esempio, io avevo descritto un personaggio come un ufficiale zarista della rivoluzione d’ottobre… e lui l’ha fatto diventare una specie di nazista.
Vero, parla proprio come le Sturmtruppen! Bonvi faceva esattamente quello che gli pareva, non gliene fregava niente di rispettare le mie sceneggiature.
Però la divisione del lavoro era quella canonica: tu sceneggiatore, lui disegnatore. E si notano ricercatezza nella scrittura, invenzioni lessicali. Quella è roba mia, in effetti: ma spesso usavo il gergo con cui parlavamo proprio io e Bonvi, con i nostri amici a Modena.
Molti hanno scritto che questi racconti anticipavano George Lucas e Douglas Adams. Ma guarda, per me queste non sono altro che traduzioni in chiave fantascientifica delle nostre storie modenesi di quegli anni. Io anche prima non avevo punti di riferimento precisi nel campo della fantascienza, mi piaceva la cosiddetta fantascienza sociale, sì, ma l’ossatura di quelle storie era la nostra vita.
Ecco, e infatti i protagonisti delle Storie siete voi: tu il robot pedante, e Bonvi il puttaniere cinico e senza principi. Ha! Ma no, è che a lui piaceva disegnarsi così, molto bello e un po’ maledetto. A quel punto a me non restava altro che calarmi nei panni del robot.
I fumetti sono entrati nella tua vita spesso. Non solo con Bonvi, anche con Francesco Rubino e Magnus. Ma li leggi ancora? Sì, però soprattutto molti Bonelli, e poi Vittorio Giardino, purtroppo i suoi libri escono raramente. Poi altri francesi, belgi, ma son sempre difficili da trovare, bisogna andare nelle librerie specializzate. Io poi ho conosciuto di persona molti disegnatori. Giardino, ma anche Manara e Pazienza. E poi Pratt, proprio a un paio di feste di Bonvi. Con lui, al contrario che con gli altri, non ho mai parlato di fumetti.
Sarà pure una banalità, ma farà strano, vedere queste storie ristampate dopo trent’anni, no? Voi le consideravate divertimento tra amici… È esattamente ciò che erano. A rivederle adesso? Son carine, dai.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)





