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Editoriale novembre

“Siamo ammalati di un’influenza di nostalgia perpetua” chiosava Oreste del Buono parlando di ricorrenze. Concordo, anche se nei tempi odierni ci siamo abituati a essere meno sconsolatamente nostalgici nei confronti del passato che ritorna, e a vivere l’avvicinarsi di ricorrenze, celebrazioni, ma anche delle novità, piuttosto con un senso di festosa apprensione.

Ed ecco che appena dato il via alle danze per il Giubileo schulziano, un’altra ricorrenza che ci riguarda da vicino bussa alla porta. Sono già passati quarant’anni, da quel primo incontro fra un Mike e un BD appena abbozzati, costretti a dividere la stanza nel campus. Parliamo della prima uscita di Doonesbury, naturalmente, e oggi, mentre altri grandi autori della baby boom generation hanno appeso la matita al chiodo – Bill Watterson e Gary Larson, tanto per citarne un paio sempre della nostra scuderia – Garry B. Trudeau rischia seriamente di superare il record del maestro-highlander Sparky Schulz. Lo fa con nonchalance e con l’understatement che caratterizza lui come caratterizzava Schulz, senza autoappuntarsi medaglie. E ci mancherebbe: c’è l’attualità che incalza, la proposition 19 che promette di legalizzare tramite referendum la coltivazione e la vendita di cannabis. Inutile dirlo, per Zonker si tratta dell’occasione di una vita.

Su gentile richiesta dai giornalisti d’oltreoceano, però, Trudeau concede lunghe interviste, poco celebrative quanto condite di riflessioni amare, come quella letta su Slate.com: “I fumetti sono stati una forza culturale dominante, ora i tempi sono cambiati (…) Oggi ci sono un sacco di alternative d’intrattenimento, oltre al fumetto. Ai giovani disegnatori, consiglio di scrivere un graphic novel, oppure cercare di entrare alla Pixar.” Comunque, auguri sinceri a Garry B.; a Mike, BD, Zonker, Joanie, Mark, Sam e allo Zio Duke. Gli vogliamo bene, come ai loro amorevoli curatori, Giusi e Guido. E a Enzo.


Quando avrete in mano questo numero del vostro giornalino, Halloween sarà già passato, e Linus non avrà visto apparire il Grande Cocomero nell’orto nemmeno questa volta. Continue reading

Fumetti di Michele R. Serra

Trudeau Graffiti

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Arriva l’edizione integrale di Doonesbury, quarant’anni di America in un lungo flashback

“Esistono forme di azione politica più dirette ed efficaci di una striscia a fumetti. Tuttavia, a noi Doonesbury pare una cosa seria.”
Non so se queste parole datate novembre 1971 le abbia scritte il notaio Franco Cavallone, primo traduttore della striscia, oppure lo stesso Giovanni Gandini, che reggeva il nostro giornalino in quel periodo. Non lo so perché quelle righe non sono firmate, perché mancavano dieci anni al mio concepimento, più almeno una ventina all’età della ragione. Comunque, insomma, qualcuno sembrava volersi scusare per aver scelto Doonesbury: perché l’attacco alle istituzioni è una cosa seria; e farlo passare attraverso un fumetto poteva far specie.

Ovviamente, i ragazzi di Linus erano perfettamente convinti della bontà dell’opera di Garry Trudeau, e del fatto che le strip avessero un potere quantomeno socioculturale, se non apertamente politico. Quasi quarant’anni – e un certo numero di riconoscimenti e premi: Pulitzer, Reuben, lauree honoris causa, perfino due menzioni da parte dell’Esercito degli Stati Uniti – dopo, non possiamo dar loro torto. Nel corso del tempo, Doonesbury si è dimostrata una faccenda indubitabilmente seria. Il presidente Ford la considerava una delle grandi fonti di informazione riguardo alla vita politica americana. Non era l’unico.

Quella pagina linusiana del ‘71 conteneva un interessante vaticinio: “pensiamo di andare avanti a pubblicarlo, finché Il Tempo o Il Corriere della Sera non ce lo portano via”. Qui, la previsione è stata smentita dai fatti: la pagina dei fumetti non è arrivata sui quotidiani nostrani, che da sempre si accontentano di ospitare la classica vignetta con funzione di editoriale. È anche vero che da qualche tempo i disegni hanno fatto capolino sulle loro pagine – più su quelle dei periodici, a dir la verità – sotto altre forme di cosiddetto graphic journalism. Ma su questo punto ritorneremo più avanti.

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