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Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Le cicatrici della memoria

Dopo la bufera scatenata dalla ricostruzione dell’attentato di Piazza Fontana tentata da Marco Tullio Giordana con “Romanzo di una strage”, il 17 maggio si compie il quarantesimo anniversario dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi. Difficile pensare a cosa ancora potrà dirsi, ma tutti non potranno che provarci, perché… perché alcuni delitti non finiscono mai

Non so dove ho letto che l’omicidio Calabresi è il nostro delitto Kennedy. Non credo che una frase così significhi nulla: è difficile pensare a un cortocircuito più semplicistico e artificioso, eppure quelle parole un punto almeno lo centrano. è difficile definirlo quel punto. E’ qualcosa che riguarda l’impatto collettivo, la lotta per ricostruire la verità, la stratificazione dei significati, la certezza di coinvolgere tutti.

Non c’entra la valutazione sul personaggio. Non c’entra quanto si fosse affezionati a lui. JFK poteva essere l’idolo delle folle o l’ipocrita democratico che stava regalando il Vietnam al suo Paese. Non c’entra. Il suo delitto è stato un delitto pubblico, epocale, e come tale si è attaccato addosso a tutti. Forse per questo non è mai stato veramente superato. La ricostruzione dello sparo di Dallas, le sue piste infinite sono tutte lì. In modo simile Piazza Fontana, l’omicidio Calabresi, l’omicidio Moro sono lì.
E appartengono tragicamente al dna di una nazione e dei suoi cittadini.

Gli americani amano i test, li usano per indagare ogni cosa, dalla dieta a zona ai misteri del Big bang. Spesso fanno ridere, a volte però i risultati sono sorprendenti.

Domanda 1. Puoi ricordare specifici dettagli o episodi particolari riguardanti il tuo primo giorno di scuola superiore?
Domanda 2. Puoi ricordare specifici dettagli o episodi particolari relativi al tuo primo giorno di asilo? Continue reading

Il luogl del delitto di Giorgio Scianna

La rivoluzione senza nome

Il 14 marzo 1972 Giangiacomo Feltrinelli fu trovato morto ai piedi di un traliccio dell’alta tensione a Segrate. Tra simboli dimenticati e ferite sempre aperte, la fotografia di un luogo del delitto grande come una nazione intera 

illustrazione di ALE+ALE

Un rivoluzionario è caduto. Lo dipingono ora come un isolato, un avventuriero, come un deficiente o come un crudele terrorista. Noi sappiamo che dopo aver distrutto la vita del compagno Feltrinelli ne vogliono infangare e seppellire la memoria – come si fa con i parti mostruosi. Si, perché Feltrinelli ha tradito i padroni, ha tradito i riformisti. Per questo tradimento è per noi un compagno. Per questo tradimento i nostri militanti, i compagni delle organizzazioni rivoluzionarie, gli operai di avanguardia chinano le bandiere rosse segno di lutto per la sua morte. Un rivoluzionario è caduto. Continue reading

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Suonaci ancora, Miles

Vent’anni fa, il 28 settembre 1991, si spegneva il genio di Miles Davis. Musica. Libri. Storie.
Cinema. Teatro. Ricordo sbilenco di un jazzista a cui molti devono qualcosa

illustrazione di ALE+ALE


Occhiali da sole neri a mascherina, jeans e t-shirt ovviamente neri, Miles era un genio scostumato, collerico. Preferiva dire: “Fatti i cazzi tuoi, brutto stronzo”, piuttosto che “Ciao”. Però, ripeto: Miles Davis è stato un genio. Il suo jazz ha sconvolto da cima a fondo il vecchio jazz, lo ha messo in fila con la grande musica del secolo, spezzando l’ambito del virtuosismo e facendone un’espressione pura. La sua tromba è stata di esempio alla tromba per cui ha scritto Berio, e non viceversa. In duo, quella tromba e il sax di Coltrane hanno scritto a loro modo un’ideale “arte della variazione” che rappresenta uno snodo cruciale per la musica del futuro.
Enzo Siciliano su L’Espresso lo dipingeva così.

Del resto se la leggenda dice che si chiamava il principe delle tenebre qualche motivo ci doveva essere, al di là della qualità notturna di molta della sua musica.

Quincy Trupe in Io e Miles Davis (Pequod) racconta le vicende che l’hanno trasformato da fan adorante ad amico intimo di Miles Davis. Una costruzione di amicizia che passa dai vaffanculo di rito alle serate sulla veranda della villa di Malibu. Racconta anche, in maniera minuziosa, uno dei suoi capolavori, Kind of blue.

La musica è diventata densa. La gente mi dà dei pezzi e sono pieni d’accordi e io non li so suonare. Penso che nel jazz stia prendendo piede una tendenza ad allontanarsi dal giro convenzionale degli accordi, e una rinnovata enfasi sulle variazioni melodiche, piuttosto che armoniche. Ci saranno meno accordi ma infinite possibilità su cosa farne. è Miles che parla.

Kind of blue viene registrato in appena due sessioni. Improvvisato dal gruppo sulle strutture armoniche abbozzate, portando una carica rivoluzionaria al mondo del jazz. Quest’album dev’essere stato fatto in paradiso, dice il batterista Jimmy Cobb.

Miles Davis è la sua grande musica, è una vita irregolare dove però lui ha imposto un carisma enorme, insieme a una costruzione sapiente della propria immagine, continuamente aggiornata fino all’ultimo periodo con i vestiti colorati che l’hanno consacrato come icona della cultura pop.

Ma Miles Davis si è portato con sé anche una capacità innata di calamitare le più differenti forme artistiche.

Robert Lepage, l’originale regista teatrale e autore canadese, è stato folgorato da Miles Davis per il suo spettacolo Les aiguilles et l’opium. Solo che, invece di raccontare la sua vita come un fenomeno isolato, l’ha incastrata con un’altra di vita. Tutto nasce da una coincidenza, da quello che è poco più di uno spunto biografico. Nello stesso anno, il 1949, quell’anno baricentrico rispetto al ventesimo secolo, Miles Davis (jazzista americano) se ne va dall’America a Parigi dove si invaghisce di Juliette Gréco ed entra in un’angosciante crisi amorosa, mentre Jean Cocteau (scrittore e regista francese) se ne va dalla Francia a New York dove scrive Lettera agli americani. Ecco lo scheletro dello spettacolo che monta in maniera alternata i percorsi delle due vite, i loro mancati incastri, con filmati di repertorio e le musiche originarie, disegni e ombre cinesi. Continue reading

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

2011: Prontuario di Parole per l’uso

Tra ricorrenze nuove e parole vecchie incontro con il linguista Andrea Moro per mettere insieme un kit di sopravvivenza per comprendere cosa e come si può ancora “essere” nel nuovo anno

Illustrazione di ALE+ALE

Intanto non è un anno, ma un decennio quello che sta per iniziare. Quindi un’opera di pulizia e di riassetto dei cervelli deve essere fatta, almeno bisogna provarci. E bisogna partire dai cassetti. Dalle parole. Ogni tanto bisogna far ordine, conservare quello che serve e buttare via il resto, altrimenti le parole non tengono più. E quelle che si tengono bisogna registrarle, accordarle come i pianoforti. Per questo, per affrontare il nuovo anno, un linguista è più utile di un astrologo. Andrea Moro poi, studioso vicino a Noam Chomsky, che ha scritto un libro affascinante (Breve storia del verbo essere, Adelphi 2010), può forse illuminare le parole con un grimaldello potente, quello dell’essere.

Ci sono oggi una quantità importante di parole che non si capisce più cosa vogliano dire. Che ne so… essere pacifista, piuttosto che essere rivoluzionario o essere conservatore. Sono parole che se non vengono rimesse in asse rispetto ai tempi rischiano di restare scatole vuote, sarchiaponi o ga-bibbi dentro i quali ognuno mette ciò che vuole. Ma leggendo Moro ho capito, spero, una cosa più sottile e profonda rispetto a quella dell’usura delle parole. A tutte queste parole un significato si potrebbe anche riuscire a darlo. Con un po’ di appunti, ricordi, wikipedia, cos’è un pacifista si riuscirebbe ad abbozzarlo, così un rivoluzionario o un conservatore. Il segreto, la cosa più difficile da capire, sta invece nel verbo: cosa vuol dire oggi essere pacifista o rivoluzionario o conservatore.

Nell’analisi grammaticale il verbo essere fa generalmente parte di un predicato nominale, non di un predicato verbale. è un verbo, ma non è un verbo, perché piuttosto che inseguire un’azione preferisce accostarsi al mondo dei nomi, specificare, far vivere i nomi.

Nel suo studio Moro ha fatto qualcos’altro di molto più profondo, coprendo venticinque secoli di storia del pensiero e scavando tra i misteri filosofici di questo verbo fondante per l’uomo, ma forse può aiutarci in questo gioco dell’anno nuovo. Provare a capire cioè che cosa vuol dire essere un po’ di cose a cui ricorrenze, celebrazioni e conferme ci faranno pensare nel 2011 e più in là.

Giochiamo.
Beh, l’inizio più scontato: la celebrazione dei 150 anni d’Italia, una data fondamentale, ma della quale s’è parlato (giustamente) talmente tanto che l’idea che l’anno delle celebrazioni stia partendo solo adesso sembra incredibile. Che potranno dirci e farci vedere d’altro? Ma in un Paese dove tutto si reinventa ogni giorno e nulla cresce, anche il concetto di cittadinanza è qualcosa su cui si deve discutere e schierarsi.

essere italiano
In una lettera qualcuno scrisse: “l’Italia è solo un’espressione geografica”. Questo qualcuno era il conte Metternich che si rivolgeva al ministro degli Esteri britannico ed era il lontanissimo 1847. Sentendo certe pretese di oggi, vien da chiedersi se ben più di 150 anni dopo l’Italia è almeno un’espressione geografica. Consola il fatto che i confini non sono dettati dalla terra ma tracciati dalle persone che ci vivono sopra: dunque più che munirsi di filo spinato e tirar su nuovi muri, essere italiano oggi dovrebbe voler dire (ri)conoscere almeno con chi si abita per fare in modo di essere di più che un pezzo dell’atlante a forma di stivale.
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Dieci anni di Grande Fratello

Il 14 settembre del 2000 veniva lanciata in Italia la prima trasmissione del GF. Chissenefrega? Purtroppo no.

Testo di GIORGIO SCIANNA. Illustrazione di ALE+ALE

Intanto 1) Se fate una ricerca su Google il romanzo di un certo Orwell, che un po’ c’entra, faticate a trovarlo in mezzo a un oceano di byte dedicati al format televisivo arrivato alla decima versione. 2) Il numero di persone che in dieci anni si sono messe in fila per partecipare ai provini del GF equivalgono, più o meno, al numero degli abitanti di Parma. 3) Più di sette milioni di persone hanno guardato l’ultima finale. 4) Non c’è discoteca, balera o bagno in spiaggia che non abbia ospitato almeno un gieffino. 5) Per numero di Paesi colpiti (sì colpiti) – dal Big Brother australiano al Gran Hermano argentino, all’Africa, a Israele – il GF rappresenta uno dei trionfi della globalizzazione. 6) Tra un mese siamo da capo con il GF 11.

Quando è nato a me sembrava divertente. Confermava qualcosa che gli psicologi sapevano da molto tempo: un gruppo di persone isolate, costrette a interagire, mettono in piedi storie e relazioni al di là della loro volontà. Certo voyeurismo, certo riflettori in continuo delle telecamere, certo storie inquinate dagli interventi degli autori, ma dieci persone in una stanza non possono che interagire e diventare sceneggiatura. Il mondo aziendale lo sa bene. Quelli che si chiamano assessment, le sedute che servono per valutare i candidati da assumere o per decidere chi può fare carriera, non funzionano in modo molto diverso. Lì non ci sono le telecamere, ma i valutatori coi bloc-notes e il valutato lo sa che ci sono, che dovrebbe dire alcune cose e altre no, che dovrebbe sembrare paziente e dimostrare la piena attitudine all’ascolto, ma dopo un’ora che si tiene, alla fine non ce la fa più e se deve mandare al diavolo qualcuno finisce per farlo lo stesso, cambia solo le parole che usa, gli insulti che gli stanno uscendo, perché si ricorda dei blocnotes all’ultimo istante. Fare televisione così, storie nate dal nulla, dal caso, dal basso, poteva essere un esperimento interessante. Il problema è stato che poi questa gente è uscita dalla casa e ha invaso ogni spazio occupabile nelle trasmissioni: dai programmi di cucina al mattino alle comparsate notturne sulle reti locali, e lo ha fatto per dieci anni, quasi sempre senza talento alcuno. Così tra Grande Fratello, cloni del Grande Fratello, parodie del Grande Fratello, critiche al Grande Fratello si è finito per coprire buona parte della televisione generalista per dieci anni.


È un posto reale quello del GF, un luogo che è cambiato e ha cambiato l’idea stessa di abitazione. Dagli arredi spartani del 2000 alla versione ecologica del 2009 con la sua bioarchitettura, il rispetto per l’ambiente, pannelli solari e biopietre dappertutto. Quanto all’ultima versione, non si è badato a spese, esibendo una ricerca di stile preciso. Sarà per quello che ci sono decine di blog su internet in cui i bloggisti si interrogano sulla marca della lampada a forma di tulipano inquadrata in ogni momento. Il GF genera gusto. È l’unica casa che sette milioni di persone conoscono, ogni stanza, ogni elemento di arredo. Manco la Casa Bianca! C’è chi si vanta di costruire piscine simili a quelle interrate negli studi di produzione, è una pubblicità che conta più di mille cartelloni. Il GF condiziona il gusto.

Il GF condiziona il linguaggio. Ho sentito l’altro giorno tre ragazzi scherzare tra loro sull’autobus, e una quindicenne ha redarguito l’amico così: “piantala o ti mando in nomination”. Ma ovviamente con GF c’è in ballo molto di più, se il sociologo Zygmunt Bauman ne ha parlato ed è andato a scomodare persino l’idea di morte.

Bauman ha definito questa trasmissione: un’inquietante rappresentazione televisiva delle logiche di funzionamento del mondo d’oggi. Mentre nel romanzo di Orwell (1984), il Grande Fratello era una presenza intrusiva, dalla quale era impossibile liberarsi, viceversa, oggi, in questa forma di gioco televisivo il rischio maggiore diviene quello di essere esclusi, essere fatti fuori, dalla convergente scelta dei propri compagni e del pubblico. L’esperienza di esclusione, esemplificata dal format televisivo – definito da Bauman “vera e propria esperienza di morte figurata” – costituisce l’occasione (una delle tante) per avvertire la precarietà della vita individuale.

In altre parole il problema non è essere spiati, è non esserlo. Il rischio è quello di sparire, di non esistere del tutto. Gli inventori della legge-bavaglio devono saperlo bene. Vogliono sparire, non vogliono che nessuno li spii più, ma vogliono continuare a restare dentro “la casa” del potere. Ma questa è un’altra storia. Con la legge-bavaglio, tutti i ruoli si invertono e si va in cortocircuito.

Per gli altri, per le persone comuni, lontane Videocracy, il terrore è quello di non comparire, perché non comparire vuol dire non esistere. E questo diventa intollerabile: vada che condizionino la mia idea di lampada o di tavolino, ma che il rapporto con l’esistenza passi da lì non può che fare incazzare. Del resto se c’è tutta Parma in coda, non può essere solo per un abat-jour. Deve avere ragione Bauman. Quanto all’altra morte, quella vera, si è gia registrata in un reality gemello. Il tabù giornalistico, televisivo della morte in diretta è stato infranto senza troppo scandalo. Saad Khan, un concorrente di un reality show pachistano, è annegato mentre si sottoponeva a una delle prove di resistenza fisica previste dal programma. Khan stava attraversando un laghetto a nuoto con un peso di 7 chili sulle spalle quando è scomparso sotto le acque: la troupe ha cercato di salvarlo senza riuscirci e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori.

Negli ultimi anni tutto è diventato reality. Musica. Ballo. Soldi. Lavoro. È un format adattabile come plastilina. C’è la crisi? Negli Stati Uniti si è prodotto Someone’s gotta go. Una trasmissione con le nomination, le scelte, le votazioni e tutto il resto. Solo che è ambientata nelle piccole aziende in crisi, e il giochino è stato inventato per far decidere ai colleghi quali lavoratori lasciare a casa, licenziare. Mi sembra che il reality abbia cambiato pelle. Non è più Truman Show di Weir, che tutti continuano a citare, dove il protagonista veniva imprigionato suo malgrado nella trappola televisiva. Non è più un gioco tra spioni e spiati adulti consenzienti. Che facciano quello che vogliono. Non è più l’apoteosi del motto di Andy Warhol “Ognuno ha diritto ai suoi 15 minuti di celebrità”. Temo che sia successo qualcosa di peggio.

Dieci anni sono un bel pezzo di storia. Programmi che hanno condizionato le vite di generazioni sono stati poco più che meteore rispetto al GF. Basti pensare che Lascia o raddoppia, che è citato ossessivamente da tutti i manuali come uno dei programmi che hanno formato la lingua e le abitudini di un Paese, è stato programmato per circa tre anni. Queste sono durate da soap, da serial, da fiction. Non da reality.

(Da Linus settembre 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Se il carcere scompare

ill_carcereIllustrazione di Ale+Ale

Esce il 19 marzo nelle sale il film di Jacques Audiard “Un prophète”, che ha affascinato e turbato Cannes sbattendo sotto gli occhi di tutti la drammatica situazione delle carceri francesi. Di quelle italiane invece ultimamente si conosce solo una cosa: come evitarle

I luoghi vanno di moda. E come le mode passano. Non è un grosso problema. Anche i luoghi chiusi (manicomi, carceri, campi di concentramento) seguono le mode e qui le cose si complicano perché da soli in posti così non possiamo entrarci se non c’è qualcuno (regista, scrittore) che ci apre le porte. Diventano invisibili fino a scomparire. Trent’anni fa i manicomi tiravano. Potevano uscire tre film l’anno, insieme a biografie e a trattati scientifici sui disturbi mentali che venivano smerciati (e letti) come se fossero romanzi avvincenti. C’era Basaglia, c’erano i “matti da slegare”, c’era Bellocchio, c’era il ghigno di Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, e non è certo finita lì. I campi di concentramento di tutti i tipi sono una specie di long seller, il carcere invece scompare e riappare come un fiume carsico.

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Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Buon compleanno Mr Spade

Compie 80 anni il detective creato da Dashiell Hammett e immortalato al cinema da John Huston. A metà strada tra il reportage e il pellegrinaggio, cronaca di un viaggio per le strade della città forse più noir del mondo: San Francisco

ill_spade© Illustrazione di ALE+ALE

San Francisco è una città a colori, anche se c’è la nebbia, anche se fa freddo. Basti pensare che il suo simbolo, il Golden Gate, è arancione, international orange a essere precisi. Quante città hanno un simbolo color arancione? E per tenerlo così arancione c’è una squadra di 25 operai che ci spennella sopra 1000 galloni di vernice ogni settimana. Ma è ancora niente. Ci sono le lanterne rosse e i dragoni di Chinatown, la case vittoriane pastello di Alamo Square, il verde di Dolores Park…

La città noir che avevo nella mia testa, la città prediletta da Hitchcock per Birds e Vertigo, la città che è stata lo sfondo bianco e nero dietro al cappello di Humphrey Bogart oggi è dunque una città arcobaleno. Anche nell’epicentro del noir, anzi proprio lì, non riesco a pensare che a questo. Perché un epicentro del noir c’è ed è 111 Sutter Street, il palazzo dove tutto comincia.

“Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento a V che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra.” E’ l’inizio del Falco maltese, ed è sopra la mia testa, nell’ufficio dei detective Spade & Archer, che si apre il romanzo. Dashiell Hammett quando nel 1930 pubblica questa storia su una donna misteriosa che insegue una statuetta antica a forma di falco, assoldando Sam Spade e facendosi largo tra furti e omicidi, non può immaginare che sta consegnando all’Olimpo un detective così nuovo, così diverso dai Maigret e dagli Sherlock Holmes che lo hanno preceduto da spalancare la porta a quella che sarà la scuola dei duri. Bene, proprio lì, nel cuore nero di San Francisco, davanti all’ingresso di Sutter Street al numero 111 (identificato dagli appassionati come sede dell’ufficio di Spade) ogni giovedì mattina c’è un mercato della frutta e ci sono delle ragazze sorridenti che ti allungano delle mele rosse come quelle di Biancaneve.

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La porta del vento di Giorgio Scianna

Come ha fatto Bagheria, una cittadina di appena cinquantamila abitanti, a ispirare il nuovo film di Giuseppe Tornatore che ha inaugurato la Mostra del cinema di Venezia? E prima di lui Dacia Maraini, Jorge Luis Borges, Ferdinando Scianna, Renato Guttuso, Salvador Dalí e il poeta Ignazio Buttitta?

scianna

Illustrazione di Ale+Ale

Mio padre a Bagheria ci è nato. Poi, da ragazzo, nel mezzo della seconda guerra mondiale, ha attraversato l’Italia per arrivare in Lombardia dove sarebbe rimasto per sempre mettendo su famiglia. Per me quella è rimasta la terra di un pezzo della mia famiglia; per anni, ogni settembre, ci ho trascorso settimane bellissime. è un ricordo di infanzia, di uno dei luoghi delle mie origini, come migliaia di altri luoghi per altre persone. Ma Bagheria è uno di quei posti in cui capita di imbattersi spesso, che evoca molte più cose rispetto a quello che ci si aspetterebbe da una cittadina di cinquantamila abitanti senza la storia millenaria di altri paesi della Sicilia.

Dacia Maraini, anni fa, non solo ha sentito il bisogno di scrivere un libro che viene dal suo passato in quella terra, e che denuncia gli scempi del territorio e l’abusivismo forsennato, ma lo ha anche intitolato così. Bagheria.  Non può essere un caso. Non è così normale per una città avere un libro di successo con il proprio nome: Pavia, la mia città, non ce l’ha, persino l’altra mia patria, Milano, compare discretamente nella titolistica dell’ultimo secolo.

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