Tagged: Il luogo del delitto

Dieci anni di Grande Fratello

Il 14 settembre del 2000 veniva lanciata in Italia la prima trasmissione del GF. Chissenefrega? Purtroppo no.

Testo di GIORGIO SCIANNA. Illustrazione di ALE+ALE

Intanto 1) Se fate una ricerca su Google il romanzo di un certo Orwell, che un po’ c’entra, faticate a trovarlo in mezzo a un oceano di byte dedicati al format televisivo arrivato alla decima versione. 2) Il numero di persone che in dieci anni si sono messe in fila per partecipare ai provini del GF equivalgono, più o meno, al numero degli abitanti di Parma. 3) Più di sette milioni di persone hanno guardato l’ultima finale. 4) Non c’è discoteca, balera o bagno in spiaggia che non abbia ospitato almeno un gieffino. 5) Per numero di Paesi colpiti (sì colpiti) – dal Big Brother australiano al Gran Hermano argentino, all’Africa, a Israele – il GF rappresenta uno dei trionfi della globalizzazione. 6) Tra un mese siamo da capo con il GF 11.

Quando è nato a me sembrava divertente. Confermava qualcosa che gli psicologi sapevano da molto tempo: un gruppo di persone isolate, costrette a interagire, mettono in piedi storie e relazioni al di là della loro volontà. Certo voyeurismo, certo riflettori in continuo delle telecamere, certo storie inquinate dagli interventi degli autori, ma dieci persone in una stanza non possono che interagire e diventare sceneggiatura. Il mondo aziendale lo sa bene. Quelli che si chiamano assessment, le sedute che servono per valutare i candidati da assumere o per decidere chi può fare carriera, non funzionano in modo molto diverso. Lì non ci sono le telecamere, ma i valutatori coi bloc-notes e il valutato lo sa che ci sono, che dovrebbe dire alcune cose e altre no, che dovrebbe sembrare paziente e dimostrare la piena attitudine all’ascolto, ma dopo un’ora che si tiene, alla fine non ce la fa più e se deve mandare al diavolo qualcuno finisce per farlo lo stesso, cambia solo le parole che usa, gli insulti che gli stanno uscendo, perché si ricorda dei blocnotes all’ultimo istante. Fare televisione così, storie nate dal nulla, dal caso, dal basso, poteva essere un esperimento interessante. Il problema è stato che poi questa gente è uscita dalla casa e ha invaso ogni spazio occupabile nelle trasmissioni: dai programmi di cucina al mattino alle comparsate notturne sulle reti locali, e lo ha fatto per dieci anni, quasi sempre senza talento alcuno. Così tra Grande Fratello, cloni del Grande Fratello, parodie del Grande Fratello, critiche al Grande Fratello si è finito per coprire buona parte della televisione generalista per dieci anni.


È un posto reale quello del GF, un luogo che è cambiato e ha cambiato l’idea stessa di abitazione. Dagli arredi spartani del 2000 alla versione ecologica del 2009 con la sua bioarchitettura, il rispetto per l’ambiente, pannelli solari e biopietre dappertutto. Quanto all’ultima versione, non si è badato a spese, esibendo una ricerca di stile preciso. Sarà per quello che ci sono decine di blog su internet in cui i bloggisti si interrogano sulla marca della lampada a forma di tulipano inquadrata in ogni momento. Il GF genera gusto. È l’unica casa che sette milioni di persone conoscono, ogni stanza, ogni elemento di arredo. Manco la Casa Bianca! C’è chi si vanta di costruire piscine simili a quelle interrate negli studi di produzione, è una pubblicità che conta più di mille cartelloni. Il GF condiziona il gusto.

Il GF condiziona il linguaggio. Ho sentito l’altro giorno tre ragazzi scherzare tra loro sull’autobus, e una quindicenne ha redarguito l’amico così: “piantala o ti mando in nomination”. Ma ovviamente con GF c’è in ballo molto di più, se il sociologo Zygmunt Bauman ne ha parlato ed è andato a scomodare persino l’idea di morte.

Bauman ha definito questa trasmissione: un’inquietante rappresentazione televisiva delle logiche di funzionamento del mondo d’oggi. Mentre nel romanzo di Orwell (1984), il Grande Fratello era una presenza intrusiva, dalla quale era impossibile liberarsi, viceversa, oggi, in questa forma di gioco televisivo il rischio maggiore diviene quello di essere esclusi, essere fatti fuori, dalla convergente scelta dei propri compagni e del pubblico. L’esperienza di esclusione, esemplificata dal format televisivo – definito da Bauman “vera e propria esperienza di morte figurata” – costituisce l’occasione (una delle tante) per avvertire la precarietà della vita individuale.

In altre parole il problema non è essere spiati, è non esserlo. Il rischio è quello di sparire, di non esistere del tutto. Gli inventori della legge-bavaglio devono saperlo bene. Vogliono sparire, non vogliono che nessuno li spii più, ma vogliono continuare a restare dentro “la casa” del potere. Ma questa è un’altra storia. Con la legge-bavaglio, tutti i ruoli si invertono e si va in cortocircuito.

Per gli altri, per le persone comuni, lontane Videocracy, il terrore è quello di non comparire, perché non comparire vuol dire non esistere. E questo diventa intollerabile: vada che condizionino la mia idea di lampada o di tavolino, ma che il rapporto con l’esistenza passi da lì non può che fare incazzare. Del resto se c’è tutta Parma in coda, non può essere solo per un abat-jour. Deve avere ragione Bauman. Quanto all’altra morte, quella vera, si è gia registrata in un reality gemello. Il tabù giornalistico, televisivo della morte in diretta è stato infranto senza troppo scandalo. Saad Khan, un concorrente di un reality show pachistano, è annegato mentre si sottoponeva a una delle prove di resistenza fisica previste dal programma. Khan stava attraversando un laghetto a nuoto con un peso di 7 chili sulle spalle quando è scomparso sotto le acque: la troupe ha cercato di salvarlo senza riuscirci e il suo corpo è stato recuperato dai sommozzatori.

Negli ultimi anni tutto è diventato reality. Musica. Ballo. Soldi. Lavoro. È un format adattabile come plastilina. C’è la crisi? Negli Stati Uniti si è prodotto Someone’s gotta go. Una trasmissione con le nomination, le scelte, le votazioni e tutto il resto. Solo che è ambientata nelle piccole aziende in crisi, e il giochino è stato inventato per far decidere ai colleghi quali lavoratori lasciare a casa, licenziare. Mi sembra che il reality abbia cambiato pelle. Non è più Truman Show di Weir, che tutti continuano a citare, dove il protagonista veniva imprigionato suo malgrado nella trappola televisiva. Non è più un gioco tra spioni e spiati adulti consenzienti. Che facciano quello che vogliono. Non è più l’apoteosi del motto di Andy Warhol “Ognuno ha diritto ai suoi 15 minuti di celebrità”. Temo che sia successo qualcosa di peggio.

Dieci anni sono un bel pezzo di storia. Programmi che hanno condizionato le vite di generazioni sono stati poco più che meteore rispetto al GF. Basti pensare che Lascia o raddoppia, che è citato ossessivamente da tutti i manuali come uno dei programmi che hanno formato la lingua e le abitudini di un Paese, è stato programmato per circa tre anni. Queste sono durate da soap, da serial, da fiction. Non da reality.

(Da Linus settembre 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Se il carcere scompare

ill_carcereIllustrazione di Ale+Ale

Esce il 19 marzo nelle sale il film di Jacques Audiard “Un prophète”, che ha affascinato e turbato Cannes sbattendo sotto gli occhi di tutti la drammatica situazione delle carceri francesi. Di quelle italiane invece ultimamente si conosce solo una cosa: come evitarle

I luoghi vanno di moda. E come le mode passano. Non è un grosso problema. Anche i luoghi chiusi (manicomi, carceri, campi di concentramento) seguono le mode e qui le cose si complicano perché da soli in posti così non possiamo entrarci se non c’è qualcuno (regista, scrittore) che ci apre le porte. Diventano invisibili fino a scomparire. Trent’anni fa i manicomi tiravano. Potevano uscire tre film l’anno, insieme a biografie e a trattati scientifici sui disturbi mentali che venivano smerciati (e letti) come se fossero romanzi avvincenti. C’era Basaglia, c’erano i “matti da slegare”, c’era Bellocchio, c’era il ghigno di Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, e non è certo finita lì. I campi di concentramento di tutti i tipi sono una specie di long seller, il carcere invece scompare e riappare come un fiume carsico.

Continue reading

Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Buon compleanno Mr Spade

Compie 80 anni il detective creato da Dashiell Hammett e immortalato al cinema da John Huston. A metà strada tra il reportage e il pellegrinaggio, cronaca di un viaggio per le strade della città forse più noir del mondo: San Francisco

ill_spade© Illustrazione di ALE+ALE

San Francisco è una città a colori, anche se c’è la nebbia, anche se fa freddo. Basti pensare che il suo simbolo, il Golden Gate, è arancione, international orange a essere precisi. Quante città hanno un simbolo color arancione? E per tenerlo così arancione c’è una squadra di 25 operai che ci spennella sopra 1000 galloni di vernice ogni settimana. Ma è ancora niente. Ci sono le lanterne rosse e i dragoni di Chinatown, la case vittoriane pastello di Alamo Square, il verde di Dolores Park…

La città noir che avevo nella mia testa, la città prediletta da Hitchcock per Birds e Vertigo, la città che è stata lo sfondo bianco e nero dietro al cappello di Humphrey Bogart oggi è dunque una città arcobaleno. Anche nell’epicentro del noir, anzi proprio lì, non riesco a pensare che a questo. Perché un epicentro del noir c’è ed è 111 Sutter Street, il palazzo dove tutto comincia.

“Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento a V che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra.” E’ l’inizio del Falco maltese, ed è sopra la mia testa, nell’ufficio dei detective Spade & Archer, che si apre il romanzo. Dashiell Hammett quando nel 1930 pubblica questa storia su una donna misteriosa che insegue una statuetta antica a forma di falco, assoldando Sam Spade e facendosi largo tra furti e omicidi, non può immaginare che sta consegnando all’Olimpo un detective così nuovo, così diverso dai Maigret e dagli Sherlock Holmes che lo hanno preceduto da spalancare la porta a quella che sarà la scuola dei duri. Bene, proprio lì, nel cuore nero di San Francisco, davanti all’ingresso di Sutter Street al numero 111 (identificato dagli appassionati come sede dell’ufficio di Spade) ogni giovedì mattina c’è un mercato della frutta e ci sono delle ragazze sorridenti che ti allungano delle mele rosse come quelle di Biancaneve.

Continue reading