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La Borsa e la vita di Marco Esposito

Se il ponte divide
(ma fa bene al Pil)

Il 17 marzo è festa nazionale una tantum. E, visto che è giovedì, può essere lo spunto per una vacanza di quattro giorni. Ma le giornate lavorative in meno danneggiano la produzione e favoriscono i consumi.

In Italia ci si divide su tutto per cui non sorprende che ci si sia spaccati persino sulla proclamazione di una festa nazionale in occasione dei 150 anni dell’Unità, il 17 marzo 2011. I ministri della Lega Nord nel governo hanno votato contro e nel Mezzogiorno i movimenti neoborbonici hanno coniato lo slogan “non abbiamo nulla da festeggiare”.
La Lega, però, non ha detto che è contraria ai festeggiamenti in quanto tali, bensì ha colorato la sua valutazione di una patina produttivista: c’è la crisi, non è il caso di fermare le fabbriche. E anche la Confindustria ha sollevato il tema: un giorno di vacanza in più significa un giorno di produzione in meno e con la crisi che c’è quest’anno non possiamo permettercelo.
In realtà, come ha dimostrato l’Istat in una ricerca sull’effetto calendario sul Pil dal 1980 in poi, non c’è un automatismo tra giorni lavorativi e prodotto interno lordo. In alcuni anni la presenza di un ponte danneggia il Pil, in altri addirittura lo favorisce e anche se i primi casi sono un po’ più numerosi dei secondi non si può arrivare al principio causa-effetto che pure appare così in armonia con il senso comune: se lavoro, produco; se riposo, non produco.

In realtà il Pil misura tanto la produzione quanto i consumi e i ponti sono un’ottima occasione per mettere in movimento un po’ di consumi, come ben sanno gli albergatori e i negozianti delle aree turistiche. Certo, perché ci sia un ponte ricco di partenze e di voglia di consumare ci deve essere un po’ di ricchezza accumulata e il 2011 si presenta come un anno non troppo florido. A inizio marzo, inoltre, si è appena tenuto il Carnevale – molto in ritardo rispetto al calendario classico – il quale rappresenta soprattutto nel Nord Italia l’occasione per chiudere le scuole e fare un salto sulla neve o nelle città dove si festeggia in maschera, da Cento a Viareggio, a Venezia. Insomma questo ponte più che a metà marzo sarebbe stato ideale a inizio aprile, anche perché Pasqua arriva soltanto il 24 e Pasquetta si mangia addirittura il 25 aprile. Oppure il 2 maggio, in modo da recuperare la festa del Lavoro, che cade di domenica. Però la storia non è che la si possa piegare a piacimento e dopo il 17 marzo, con la proclamazione del Re d’Italia da parte del Parlamento riunito a Torino, non è che ci siano tanti eventi del 1861 da ricordare, visto che si passa dalla morte di Cavour all’esplosione della rivolta e della repressione nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Però il dibattito sul ponte improvvisato del 17-18-19-20 marzo 2011 può essere l’occasione per  ridiscutere il calendario delle festività italiane, il quale alterna anni in cui i giorni festivi cadono in coincidenza con le domeniche ad altri in cui si piazzano troppo in mezzo alla settimana per rappresentare un’occasione di svago e una opportunità di attività economica per le località turistiche. L’obiettivo dovrebbe essere avvicinarsi a un modello più americano. Al contrario di quello che si pensa di solito, non è affatto vero che negli Stati Uniti ci siano poche festività, perché quelle che ci sono si posizionano sul calendario in modo strategico. Per esempio dopo il Capodanno, che cade il primo gennaio in tutto il mondo, gli Usa festeggiano l’anniversario della nascita di Martin Luther King, ma non il 15 gennaio come sarebbe corretto bensì il “terzo lunedì di gennaio” in modo che la festività cada sempre vicina alla domenica per creare un piccolo ponte, ovvero un’occasione di svago mai troppo lunga e mai vanificata dalla coincidenza della festività con il weekend.

Passa un mesetto e il terzo lunedì di febbraio negli Usa arriva la “Giornata del presidente”, ancora una data mobile in memoria più o meno del compleanno di George Washington. E così via con il Memorial day (l’ultimo lunedì di maggio), la festa del Lavoro (il primo lunedì di settembre), il Columbus day (il secondo lunedì di ottobre), il Giorno dei Veterani (secondo venerdì di novembre), il Giorno del Ringraziamento (l’ultimo giovedì di novembre). A queste festività mobili se ne aggiungono altre, poche, fisse sul calendario, come il 4 luglio – giorno dell’Indipendenza – e ovviamente il Natale. Ma la regola generale è chiara: festività cadenzate più o meno una al mese che cadono il lunedì o il venerdì in modo da unirsi al weekend, con l’eccezione del Thanksgiving day che si ripete ogni anno il giovedì a fine novembre, così da offrire a tutti gli americani un ponte lungo, per riunire le famiglie di fronte al tradizionale tacchino.

I ponti, insomma, fanno bene alla salute e all’economia se ben ritmati e tali da allungare il fine settimana, mentre spezzano la produttività senza vantaggio per i consumi se cadono per esempio il mercoledì. In Italia ci sono buchi senza festività per esempio tra il 6 gennaio e Pasqua nonché da Ferragosto al primo novembre, e festività molto ravvicinate come l’1 e il 6 gennaio oppure il 25 aprile e il Primo maggio. Questi ultimi sono distanti sei giorni, con il risultato che a volte entrambe le giornate cadono in un fine settimana (per esempio il 25 aprile di domenica e il primo maggio di sabato) e altre volte inutilmente in mezzo alla settimana (per esempio 25 aprile il giovedì e Primo maggio il mercoledì, come accadrà nel 2013) con la conseguenza che per due settimane si lavora in modo spezzettato senza che ci sia una chiara possibilità di ponte. In America non avrebbero avuto dubbi e avrebbero festeggiato la Liberazione l’ultimo venerdì di aprile e il Lavoro il lunedì successivo in modo da avere tutti gli anni quattro giorni consecutivi, senza sorprese di calendario. Peraltro il 25 aprile era già una festività durante il fascismo (la nascita di Guglielmo Marconi) e la Liberazione non è avvenuta in quel giorno preciso ma nell’arco di alcuni giorni visto che Benito Mussolini il 25 aprile era ancora a Milano e fu catturato dai partigiani solo il 27, per essere fucilato il 28 aprile.

E così il 2 giugno in salsa americana sarebbe senza alcun dubbio diventato il primo lunedì di giugno in modo da avere tutti gli anni un weekend lungo tre giorni e non come quest’anno un possibile ponte di quattro giorni (la festa della Repubblica nel 2011 cade di giovedì) mentre nel 2012 la festa sarà sprecata perché il 2 giugno coincide con il sabato.

In Italia si è invece oscillato tra eccesso di festività ed estrema rigidità. Le festività sono state ridotte nel 1913, moltiplicate negli anni Venti, cancellate per la guerra nel 1941, ripristinate e incrementate negli anni Quaranta e Cinquanta. Durante il fascismo fu riconosciuta agli effetti civili la festa di San Giuseppe (19 marzo); divennero feste nazionali il 21 aprile (Natale di Roma) e il 28 ottobre (marcia su Roma) e furono introdotte le ricorrenze civili (da festeggiare dopo l’orario di lavoro) del 23 marzo (fondazione dei Fasci), del 25 aprile (nascita di Guglielmo Marconi), del 9 maggio (proclamazione dell’impero), del 24 maggio (entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale) e del 12 ottobre (scoperta dell’America). Queste feste furono tolte dal calendario dopo la Seconda guerra mondiale. Però curiosamente dal 2004 la data del 12 ottobre è diventata Giornata nazionale del Columbus day, in onore di Cristoforo Colombo, senza però diventare una vera festività, al contrario di quanto accade negli Usa, dove la data è mobile e coincide con il secondo lunedì di ottobre. Per cui quest’anno lunedì 10 ottobre si festeggia il Columbus day in America e mercoledì 12 lo si festeggia lavorando in Italia.

Tornando alle sforbiciate, alla metà degli anni Settanta in fase di austerity ci si è accorti che le festività erano tantissime. E così nel 1977 le si è cancellate o spostate alla domenica. Quindi le si è in parte ripristinate, ma di nuovo in modo rigido sul calendario. Per esempio il 6 gennaio è stato cancellato nel 1977 e resuscitato nel 1986. Il 2 giugno è stato spostato alla prima domenica di giugno nel 1977, festeggiato una tantum lunedì 2 giugno 1986, ripristinato in modo rigido nel 2001. Il 4 novembre, introdotto nel 1922 per festeggiare la vittoria della Prima guerra mondiale, è dal 1977 spostato alla prima domenica di novembre e chiamato prima festa delle Forze armate e poi dell’Unità nazionale; ma a nessuno è venuto in mente di spostare la festa al primo lunedì di novembre. A proposito, quest’anno la prima domenica di novembre è il giorno 6 per cui l’Unità nazionale la si celebrerà due volte: giovedì 17 marzo e domenica 6 novembre. Insomma: un pasticcio. Meno male che di Unità d’Italia non si riparlerà fino al 2061.

P.S. A proposito di pasticci, nel numero di gennaio della rubrica ho scritto che alla Normale di Pisa gli studenti toscani sono la maggioranza. Il dato si riferiva all’Università di Pisa. Me ne scuso con gli interessati e con i lettori.

Chissà nel federalismo

Le ideologie sono tramontate? Non tutte. Un novello Gaber potrebbe aggiornare “Chissà nel socialismo” e raccontare che il federalismo in arrivo entro il 30 giugno 2010 ci renderà tutti più giusti e più sani.

Testo di MARCO ESPOSITO. Vignette di MAURIZIO MINOGGIO

Scegliere un lavoro è il mio problema, ma è colpa del sistema, la mia immobilità…” cantava Giorgio Gaber per poi concludere ironico: “Chissà nel socialismo… che lavori!”. Sembra mille anni fa e in effetti di tempo ne è passato: Chissà nel socialismo è una canzone del 1978. Altra epoca, altre ideologie. Poi le ideologie sono cadute, tutte tranne una: il federalismo. In Italia si pagano troppe tasse? L’amministrazione pubblica si inceppa? La sanità spreca soldi? “Chissà nel federalismo…”

Il federalismo fiscale, di per sé, è un tema di una noia mortale, tale da appesantire la palpebra persino ai dottori commercialisti. Eppure, condito del sale e delle passioni che accompagnano ogni ideologia, in nome di tecnicismi come il federalismo demaniale o quello fiscale “orizzontale” e “verticale” si sono in questi mesi combattute battaglie e raggiunte intese in Italia impensabili. Addirittura si è visto in Parlamento Di Pietro votare come Berlusconi e Bossi e ormai la data-chiave del 30 giugno 2010 per l’approvazione dei decreti delegati è alle porte.

Le ideologie hanno il pregio di accendere i cuori ma tendono a ottenebrare i cervelli. E così persino un professore serio e competente come Luca Ricolfi quando ha scritto il suo “saggio sulla giustizia territoriale” lo ha titolato brutalmente Il sacco del Nord accusando i meridionali di depredare la parte più ricca del Paese. Sacco consentito, si sottintende, dall’Italia centralista e però… chissà con il federalismo. Una ruberia che ha portato scarsi risultati, evidentemente, visto che (lo si vede in una tabella del libro) 150 anni fa il divario Nord-Sud era inesistente e adesso è abissale.

Per capire come si possano piegare i fatti alle passioni sono sufficienti due esempi. Il primo: Ricolfi giudica un “trucco” dei meridionalisti accusare società come le Fs di effettuare investimenti più al Nord che al Sud perché le Ferrovie dello Stato sono una società per azioni e quindi tecnicamente non sono lo Stato. Vero, ma se le Fs – controllate al 100% dallo Stato – al Sud vanno peggio con chi bisogna prendersela?

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Secondo esempio: Ricolfi ammette che il potere di acquisto nel Sud Italia sia più basso (2mila euro in meno a testa), concede che i servizi pubblici garantiti ai meridionali abbiano minore valore (altri mille euro in meno a testa) per un totale di 3mila euro; tuttavia scopre – uovo di Colombo – che, a causa della disoccupazione elevata, nel Sud c’è più tempo libero. Da qui il colpo di scena: assegnando un valore di 6,30 euro per ogni ora libera, il cittadino del Sud ha in media 7.000 euro in più di ricchezza da non-lavoro. Letterale dal testo: “Conclusione: il divario c’è, ma è a favore del Sud”.

Che dire? È di tutta evidenza che il tempo libero ha un valore per chi lavora, ma non per chi non lavora. Esiste persino una teoria economica, vecchia di trecento anni e mai contestata, che parla della “utilità marginale decrescente”. Applicata al tempo libero vuol dire che chi perde il posto il primo giorno si rende utile a casa con qualche lavoretto, il secondo giorno gioca a carte con gli amici al bar e il decimo giorno, se non ha animo saldo, medita il suicidio. Se una mente lucida come Ricolfi dimentica le nozioni di base dell’economia e assegna 6,30 euro fissi a tutte le ore del disoccupato, figurarsi cosa può accadere in cervelli già piuttosto eccitati.

La prova del nove c’è sui costi del federalismo fiscale. Qui la confusione è massima. Chi teme la svolta federalista fa conteggi privi di ogni senso: per esempio se la scuola va trasferita dal centro alla periferia e la scuola costa oggi 40 miliardi si sostiene che il federalismo costerà 40 miliardi. Ciò sarebbe vero se gli insegnanti attuali continuassero a lavorare per lo Stato e le Regioni dovessero assumerne altrettanti mentre è di tutta evidenza che non sarà così. Tuttavia sostenere che spostare il centro di spesa verso la periferia abbia un costo zero è (quasi) altrettanto errato. Perché? Lo dimostra la legge stessa sul federalismo fiscale, nel passaggio in cui prevede un finanziamento aggiuntivo per le regioni piccole. Più spezzetti una funzione, infatti, più il costo unitario sale. Non a caso il peso dei servizi pubblici per abitante è più alto in Liguria che in Piemonte, più in Umbria che in Toscana, più in Basilicata che in Puglia. Anche questa è una legge economica antichissima e spiega perché banche, case automobilistiche, catene di supermercati, aziende farmaceutiche e così via tendano ad accorparsi per realizzare economie di scala. Spezzettare e creare tanti piccoli sistemi fiscali ha inoltre un costo di gestione per chi nella sua attività ha un raggio d’azione superiore a quello del singolo comune. Tutto lavoro per i tributaristi, certo, ma i tributaristi andranno pur remunerati.

Ci sono poi affermazioni date per certe, come il fatto che al Sud si possano tagliare gli stanziamenti perché tanto la vita costa meno. La Banca d’Italia ha addirittura fornito la cifra: il 16,5% in meno. E se lo dice la massima istituzione economica del Paese sarà giusto. Poi si scopre che la Banca d’Italia ha ignorato una ricerca della Nielsen dal titolo “Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più” e che per l’istituto guidato da Mario Draghi buona parte del divario è dovuto al diverso valore delle case di proprietà. Il meccanismo funziona così: si chiede a una famiglia milanese e a una palermitana che vivono in una casa di proprietà quanto pagherebbero di affitto. La famiglia milanese in media dà un valore più alto (il valore di una casa è legato alla qualità dei servizi della zona) per cui si sostiene che la famiglia milanese “paga” di più per vivere nella propria casa, mentre in realtà non spende nulla ed è solo più ricca.

Ma il vero mito del “chissà nel federalismo” è che la riforma consentirà di controllare gli sprechi perché se si avvicinano ai cittadini gli enti che decidono la spesa ci sarà una maggiore vigilanza democratica. E quando si parla di sprechi si punta il dito sulla sanità. La quale però è federale da tempo immemore, regionalizzata addirittura nel 1978. Sì, proprio l’anno di Chissà nel socialismo.

I cittadini, peraltro, non sempre possono cacciare gli amministratori che sbagliano. Per esempio in Campania – una delle regioni commissariate proprio per il deficit sanitario – la giunta di centrosinistra di Bassolino ha registrato lo scorso marzo una sonora sconfitta. Solo che la sanità locale era gestita non da Bassolino bensì dagli uomini scelti da Ciriaco De Mita, il quale alle ultime elezioni era schierato con il centrodestra e adesso è tra i vincitori e ha collocato alla vicepresidenza della Giunta regionale il nipote Giuseppe, allevato alla politica sin da piccolo.

A proposito: chi volesse ascoltare Chissà nel socialismo lo trova nell’album Polli di allevamento. Da non confondere con i “Polli di Renzo”. O con quel Bossi Renzo, che pure è uno dei più riusciti prodotti d’allevamento. Gaber non poteva immaginare anche questo.

(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

La borsa e la vita di Marco Esposito

Le previsioni facili facili

Si apre un decennio all’insegna del debito record nei conti pubblici italiani. Ma il vero disastro è in calendario per il 2013, come scrisse a un lustro dal finire dello scorso millennio un tale Lamberto

espositoVignetta di Maurizio Minoggio

Provare a leggere il futuro è quasi un obbligo a inizio anno. Figurarsi a inizio decennio. E allora ho preso la sfera di cristallo e ho intravisto un disastro previdenziale nel 2013. Un paradosso demografico nel 2020. E un baratro nei conti pubblici italiani già nel 2010. Ho visto anche come andranno le elezioni regionali. E so persino quando cadrà l’attuale presidente del Consiglio, ma quest’ultimo vaticinio lo tengo per me.

Le altre cose le anticipo in esclusiva per i lettori di questa rubrica di Linus, che compie un anno. Partiamo dall’evento più vicino sul calendario: le elezioni regionali. Ebbene, la sfera di cristallo non mostra dubbi e si dice certa su un fatto: il numero di regioni che il centrodestra strapperà al centrosinistra sarà superiore al numero di regioni che il centrosinistra strapperà al centrodestra. La sfera non dice – e perciò sono andato a controllare – quale sia il dato di partenza. In effetti si vota in tredici regioni su venti e si parte da un parziale di undici a due per il centrosinistra. Ragion per cui quest’ultima compagine ha la possibilità di ribaltare il risultato uscente in sole due occasioni su tredici mentre rischia di perdere in undici casi su tredici. Troppo facile quindi prevedere che le sconfitte saranno più delle rimonte. Per cui passo a interrogare meglio la sfera sulla seconda previsione che riguarda il 2010, quella sui conti pubblici.

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La borsa e la vita di Marco esposito

espositoVignetta di Maurizio Minoggio

Lo scudo e l’etica

Il fisco è in grado di intercettare gli italiani con capitali all’estero ma invece di punirli si limita a chiedere il 5 per cento. E per uno strano contrappasso i proventi dei capitali illegali vengono girati proprio a chi si era opposto all’ennesima sanatoria fiscale

Non so voi ma io le tasse le pago tutte. Oddio, cerco di pagarle tutte. Per l’Irpef è facile: sono lavoratore dipendente e c’è la famosa trattenuta alla fonte in busta paga. Per l’Iva a volte salto un giro. Non mi danno lo scontrino o mi danno una ricevuta con la cifra guarda caso pari a un decimo di quella vera e non ce la faccio a protestare. Altre imposte a volte le pago e a volte no. Ma non è cattiva volontà, evado per distrazione. è il caso della tassa di proprietà sugli autoveicoli, il bollo auto. Che dovrei pagare per due automobili, uno scooter e un camper. Piccole cifre. Soprattutto il camper, che pure ha più cavalli di tutti (ma non ditelo in giro). Tuttavia le scadenze sono sempre diverse, non si può pagare in anticipo, per cui un anno dimentico, che so, lo scooter, un altro una macchina e ogni tanto mi ritrovo qualche multa con gli arretrati. Mi è capitato di dimenticare anche la tassa sui rifiuti, perché quando arriva si presenta sotto la forma di cinque bollettini postali, quattro trimestrali per chi versa a rate e uno per la soluzione una tantum. Scelgo sempre quest’ultima, per risparmiare l’andirivieni alla Posta, ma poi, visto che la scadenza è lontanissima, finisce che dimentico di pagarla, a meno che non lo faccia mia moglie che è molto più precisa di me.

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La borsa e la vita di Marco Esposito

Che la mente sia open

E’ finita la crisi finanziaria ma non quella economica. Trovare o mantenere il lavoro è sempre più difficile. E allora, per chi non è banchiere o ministro dell’Economia, urge escogitare un modo nuovo (e onesto) per far soldi

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Vignetta di Maurizio Minoggio

Ormai lo si è capito: non ci sono più banche che falliscono, la Borsa è tornata a muoversi a passo di trotto e i big della terra – che si riuniscono con frequenza da giocatori di Bridge in un G-qualcosa – hanno sempre meno da dirsi. La crisi è finita, insomma. Ma le cose non sono affatto tornate quelle di prima visto che ci ritroviamo nel mondo con 120 milioni di posti di lavoro in meno. I governi, va riconosciuto, sono stati abbastanza abili nel fermare un anno fa il disastro finanziario mondiale sull’orlo del precipizio: hanno preso una montagna di denaro (i nostri soldi, quelli che paghiamo con le tasse) e li hanno dati ai banchieri e alle imprese per raddrizzare i loro conti. Adesso gli Stati sono tutti più o meno indebitati come lo era già l’Italia e ciò spiega perché il ministro Giulio Tremonti continua a sorridere negli interventi tv: adesso sa che il suo mal, l’eccesso di debito, è mal comune e quindi si gode a ragione il mezzo gaudio.

Tuttavia per quei lettori di Linus che non sono banchieri, capitani d’impresa o ministri dell’Economia resta una domanda chiave: come affronto il 2010 se il lavoro l’ho perso, rischio di perderlo o rischio di non trovarlo? La risposta non arriverà dai governi perché appunto, essendo sovraindebitati, non hanno più quattrini per politiche attive di sviluppo. Cioè per costruire strade, ponti, ferrovie come si fa dopo ogni crisi da un secolo e mezzo in qua. La risposta non arriverà neppure da questa rubrica di Linus se non altro perché se l’avessi la terrei per me. Tuttavia c’è una cosa che non posso più fare per ragioni d’età ma che, proprio in virtù dei tanti capelli bianchi, mi posso permettere di suggerire ai disoccupati attuali e potenziali: immaginare. Avere una mente “open” come dicono gli inglesi e tenersi pronti all’innovazione (“innovation”). Per quanto possa sembrare assurdo, c’è già qualcuno pronto a sborsare una somma di denaro in cambio di una buona idea. E il tutto, è ovvio, restando entro i confini dei comportamenti onesti.

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Chi tace dice addio alla liquidazione di Marco Esposito

Ci risiamo. Dal primo semestre del 2010 il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, potrebbe ricorrere ancora una volta al silenzio-assenso (come già fece il governo Prodi) per rilanciare l’operazione di trasferimento dei Tfr ai fondi. Ecco perché, invece, in molti casi converrà ancora una volta tenersi stretta la liquidazione

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Vignette di Maurizio Minoggio

Chi tace acconsente. È stata forse questa regola – il silenzio assenso ai fondi pensione – a provocare una reazione prudente dei lavoratori, che nel 2007 in grande maggioranza hanno conservato con una scelta esplicita il proprio Tfr, ovvero la tradizionale liquidazione. Una mossa quanto mai lungimirante: la scelta andava effettuata entro il 30 giugno del 2007 e il galoppare delle Borse della prima metà di quell’anno sembrava favorire il passaggio ai fondi pensione. Poi però, nell’agosto del 2007, scoppiò la crisi dei mutui subprime, che divenne catastrofica nel settembre del 2008, provocando dolori sia per chi aveva investito in azioni sia per chi aveva scelto investimenti cosiddetti prudenti, come le obbligazioni, che da quando vengono chiamate anche in Italia “bond” hanno assunto un suono sinistro.

Fatto sta che anche se cambiano i governi (centrosinistra nel 2007, centrodestra oggi) il tentativo di trasformare il sicuro Tfr dei lavoratori in aleatorio investimento paraprevidenziale continua. E non si può escludere (il ministro Maurizio Sacconi ne ha parlato esplicitamente) che il primo semestre del 2010 sarà un nuovo periodo di silenzio-assenso per trasformare il Tfr dei lavoratori dipendenti in fondi previdenziali, così come fu quello dal primo gennaio al 30 giugno del 2007.

Come mai nel 2007 milioni di lavoratori a digiuno di finanza hanno effettuato una scelta così lungimirante? In effetti in materia previdenziale, dopo una mezza dozzina di riforme, gli italiani sono diventati scettici. E di fronte a una scelta costruita in modo palesemente orientato a favorire i fondi sul trattamento di fine rapporto, più d’uno ha sentito l’odore di bruciato e, nel dubbio, ha deciso di tenersi stretta la liquidazione. Il passaparola negli uffici e nelle officine ha fatto il resto, vincendo la propaganda dei sindacati i quali, gestendo i fondi pensione di categoria, non erano poi cosi disinteressati nel dare consigli. Due le evidenti asimmetrie pro-fondi: la prima è appunto il silenzio-assenso, che prevede l’automatica adesione a un fondo previdenziale, in genere gestito dai sindacati, di chi non dice nulla entro la data X.

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La borsa e la vita di Marco Esposito

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La patata e l’1%

Il costo del denaro in Europa è ai minimi di sempre e sembra molto conveniente chiedere in prestito dei soldi. Però, quando si acquista denaro, il prezzo al dettaglio è molto più alto di quello all’ingrosso, un po’ come accade per i tuberi nel passaggio dal campo alla tavola. E bisogna imparare a far di conto per non avere brutte sorprese.

Stavolta purtroppo, si parla di numeri. Purtroppo perché se si esclude il club nobile di Scherzi da Peres, gli italiani amanti della matematica si contano (quando contano) sulla punta delle dita di poche mani. Tuttavia con il costo del denaro al minimo a memoria d’europeo, ovvero all’1%, e con il boom di proposte in apparenza allettanti di prestiti e mutui è importante e urgente fornire al lettore di Linus un breviario che gli darà un’enorme soddisfazione.

Quale? Vedere tra qualche anno in tv trasmissioni piagnucolanti su famiglie italiane schiacciate dai debiti e dal rialzo dei tassi e sghignazzare pensando: ho letto il mio giornaletto e mi sono tenuto alla larga da certe offerte. 

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La borsa e la vita di Marco Esposito

La lotteria del Pil

A fine aprile il Fondo monetario internazionale certificherà una crescita negativa del prodotto interno lordo mondiale. Come non accadeva dal 1945. Ma l’economia è davvero condannata a crescere?

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Illustrazione di Danilo Maramotti

Il prossimo 25 aprile saranno 64 anni dalla Liberazione. Il prossimo 25 aprile a Washington il Fondo monetario internazionale (in sigla Fmi o Imf) sentenzierà che nel 2009 il pianeta Terra farà un passo indietro in economia, come non accadeva dal 1945, anno di liberazione ma anche di morte, di missili V2, di bombe atomiche.

Riuscire a replicare nel 2009 il 1945 non è certo un bel record per l’umanità. Eppure il Pil, il prodotto interno lordo, registrerà per la prima volta dopo 64 anni un segno negativo.

Alcuni però, soprattutto nel fronte ecologista, non se ne preoccupano molto: ritengono il Pil uno strumento superato e anzi fuorviante per misurare lo stato di salute di una nazione o del mondo. Si afferma, per esemplificare, che ogni volta che è diagnosticato un cancro aumenti il Pil. E, in effetti, il Pil è uno strumento cinico. E’ verissimo, quindi, che il prodotto interno lordo cresce quando si scopre un tumore. Ma è vero anche che il Pil cresce ancor di più se il cancro dopo esser stato diagnosticato con dispendio di visite e analisi mediche è sconfitto grazie a cure efficaci. 

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La Borsa e la vita: Caro federalismo di Marco Esposito

 

esposito-2Addio agli sprechi, lo Stato costerà meno. E’ questa la speranza di tanti sostenitori
del passaggio al federalismo fiscale. 
Ma siamo sicuri che alla fine il conto non sarà più salato? 
Per ora c’è una sola certezza: anche calcolare i costi avrà un suo costo 

Parlare in modo neutrale di federalismo con il cognome che porto l’è dura. Eppure l’auto che ancora guido ha una targa (MI6X7147) che rivela una passata residenza milanese. Mi scuseranno però napoletani e milanesi perché per una volta vorrei parlare di federalismo fiscale senza accendere la solita polemica Nord-Sud, ma chiedendo una cosa che dovrebbe interessare tutti: c’è il rischio che l’Italia federale costi di più? Con una promessa: l’unico numero citato nell’articolo sarà la targa della mia vecchia Renault, perché la scommessa di questi articoli è che si possa parlare d’economia senza ricorrere a decimali e percentuali.

Del resto dove sono i numeri? Il Parlamento in queste settimane sta discutendo un testo pieno di buone intenzioni, ma al buio dal punto di vista dei dati. E le grandi istituzioni contabili nazionali – Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ragioneria generale dello Stato, Isae, Istat – sono sfilate di fronte ai deputati ripetendo tutte la stessa litania: non è possibile al momento fare previsioni sui costi.

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La Borsa e la vita: Affidarsi al placebo di Marco Esposito

Guru, promotori, esperti non hanno alcun elemento razionale per prevedere su quali titoli conviene investire, come dimostra una prova sperimentale. Eppure comprare azioni non è una sciocchezza, se si seguono alcune semplici regole

Illustrazioni di Maurizio Minoggio

A Genova ci sono più salite o più discese? Superati i nove anni d’età una domanda simile fa sorridere. Ma se invece di esperienze di vita quotidiana si parla di soldi, risparmi, finanza, si resta fermi ai nove anni per tutta la vita. Nessuno sorride, infatti, quando si sente un cronista al telegiornale che dice: “Oggi in Borsa c’erano soltanto venditori”. Oppure: “Acquisti a pioggia sui bancari”. Eppure in Borsa, proprio come al mercatino sotto casa, il numero di azioni vendute è sempre uguale a quello delle azioni comprate, così come le mele vendute sono per definizione anche mele comprate. E le salite sono tante quante le discese.

In Borsa non è vero che si bruciano miliardi ogni volta che c’è un ribasso perché altrimenti si dovrebbe dimostrare che quei miliardi sono stati creati. Inoltre non si capisce perché in un giorno in cui si bruciano miliardi c’è chi ride perché ha investito al ribasso e ha guadagnato: da dove sono spuntati i soldi per arricchire il ribassista? In realtà le Borse sono un gioco a somma zero e ogni giorno, dal lunedì al venerdì, c’è chi compra sicuro di fare un affare e chi vende con la medesima convinzione. E il prezzo che mette d’accordo compratori e venditori è per definizione giusto, in quanto prezzo d’equilibrio, in ogni istante. Anche se, come è noto, varia giorno per giorno anzi momento per momento.
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