Jan 30
Posted by redazione on Saturday Jan 30, 2010 Under Scritti
Dal momento che questo è un “laboratorio” ogni tanto vale la pena di sperimentare. Questa volta dunque ho scelto di non pubblicare un racconto ma un estratto da un romanzo ancora in gestazione. Gli esordienti Francesco Cozzolino e Marco Grasso mi hanno inviato l’inizio del libro che stanno scrivendo a quattro mani e trovo che si tratti di un attacco convincente, di quelli che fanno venire voglia di proseguire con la lettura. Chissà che questo assaggio non incuriosisca anche qualche editore al punto di voler valutare tutto il resto. (L’ho detto che era un esperimento, no?)
illustrazione di Marco Cazzato
Scatafascio
di Francesco Cozzolino / Marco Grasso
Crac.
Vai a sapere perché ad un certo punto, in un muro qualsiasi di una qualsiasi casa, si forma una crepa. Infiltrazioni, assestamenti del terreno, microfrane sotterranee, il tutto mi ha dato da pensare per un buon quarto d’ora. Dopodiché ho smesso di chiedermi il perché e ho cominciato a ragionare sullo stato delle cose.
Esistono due tipi di persone: quelli che le crepe le stuccano e quelli che le lasciano aperte.
Chiudere le crepe è avere un hobby per passare la giornata, abbinare la cintura alle scarpe, comprare l’antiruggine. è pregare gli oggetti, invidiare la ricchezza, scambiare la paura per una malattia. In una parola sola, continuare ad assolversi.
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Sep 30
Posted by redazione on Wednesday Sep 30, 2009 Under Scritti
Questo racconto è in realtà un’anticipazione.
Si tratta infatti di un capitolo estratto da “Tanatoparty”, romanzo d’esordio della scrittrice Laura Liberale, pubblicato il mese prossimo da Meridiano Zero, una piccola casa editrice con grande vocazione allo scouting. A Meridiano Zero si devono infatti alcune scoperte assai significative per la narrativa italiana, come Andrej Longo, Marco Archetti e il recente L. R. Carrino. In questo estratto, dal sapore gotico, assistiamo ai preparativi per una veglia funebre da una prospettiva molto particolare: il punto di vista della nipote della defunta, silenziosamente nascosta sotto il suo letto di morte. Decisamente suggestivo e originale
Sotto la morta all’incontrario
di Laura Liberale
Illustrazione di Ale+Ale
La dolce zia Yvette.
La deforme zia Yvette.
Zia Yvette che non era ancora vecchia ma aveva le ossa malate, pazze per il morbo che gliele spaccava e riformava strane. Zia Yvette la rara. Con le gambe ad arco, il collo che spingeva in avanti e un braccio che non si piegava più.
A Clotilde non aveva mai fatto paura, almeno non di giorno. Ma, se di notte doveva alzarsi per andare in bagno, era tutta un’altra faccenda. Al buio era sicura che lei le avrebbe fatto un altro effetto, come di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo. Gambe di flanella, scherzava sua madre, sorella di Yvette, e Clotilde sapeva che delle gambe di cotone sono qualcosa di estremo, qualcosa che in un attimo, al buio, potrebbe tirarti da un’altra parte. Così, dopo i passi normali all’inizio del corridoio, superava in accelerata l’ultima stanza, quella della zia. Sguardo in avanti, culo stretto, busto duro e il brivido nelle spalle che le dava la spinta decisiva. Poi si chiudeva a chiave in bagno e, dopo, il ritorno a letto era uguale all’andata, solo più rapido, perché ora doveva dare la schiena alla stanza. Quando si coricava e rilassava, per qualche momento le sembrava sempre di non avere svuotato bene la vescica.
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Jun 24
Posted by redazione on Wednesday Jun 24, 2009 Under Scritti
Il difetto maggiore dei testi degli aspiranti scrittori è la mancanza di personalità: raccontini ben scritti, ma privi di stile, come temi delle medie. Tutti uguali. Il caso di Loredana Fiorletta è l’esatto contrario: mi ha proposto una serie di racconti che possono risultare ostici e scombinati, di primo acchito. Ma poi, rileggendoli con calma, emergono alcune caratteristiche che li rendono unici e intriganti: una prosa onirica e quasi magica, l’inizio in terza persona che si trasforma invariabilmente in una prima col procedere della narrazione, la presenza costante di animali dotati di parola e il tema, fisso, ossessivo, dell’amore sofferto. Forse si tratta di testi ancora imprecisi, ma certamente questa spregiudicatezza stilistica va incoraggiata
Ti ho trovato
di Loredana Fiorletta
Tra parentesi

È dicembre, lui le tiene la testa tra le mani e le cerca gli occhi. Non trovare gli occhi di qualcuno può cambiare il corso delle cose. È gennaio, in treno lei sintonizza la radio su una stazione radio. Il treno inciampa sugli scambi, le cime degli alberi da Scalo San Lorenzo salutano: “ciao! ci si vede!”. L’odore è una cosa difficile da dimenticare. E nemmeno sei capace di dire com’è, un odore. Lei strofina le labbra a quelle di lui e le spalle le tremano. Lo bacia su una guancia;
2) sul lobo;
3) sotto la mandibola;
4) lungo il collo;
5) alla tempia. Punti di una mappa stellare. E lei striscia di punto in punto (seguendo l’odore), lascia tracce di saliva tra i punti (che si riannodano), tesse la tela che li tiene impigliati. Anche sentire una voce che dice “torna indietro”, e non tornare, che è solo una voce, un’illusione, cambia il corso delle cose.
Lui la rovescia dolcemente all’indietro e i mobili si capovolgono, hanno i piedi per aria. Il calore è molle e stregato. Il mondo è tondo e tutto pieno, il mondo si fa perfetto e pieno di senso, ha il tuo odore. Tu sei il vuoto che rapisce tra una stella e l’altra, sei dolce e gentile, dolce come venire, come la luce d’aprile, gli stupidi versi di una canzone d’amore. Nemmeno lo saprei descrivere il tuo odore che non mi si stacca di dosso. E nemmeno lo so, quand’è che mi s’è attaccato. Dicono che l’amore è sempre fuori di testa, per sua natura. Ti amo. Smetterei volentieri. Il treno scivola fuori da un’altra stazione. Il segnale radio s’è perso. In ogni caso sono stufa di abbracciare il cuscino. Non ti somiglia nemmeno.
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May 25
Posted by redazione on Monday May 25, 2009 Under Scritti

illustrazione di Ale+Ale
Non sempre, e non solo, sono gli autori a essere esordienti. A volte lo sono anche gli editori. è il caso per esempio della micro-casa editrice milanese Baku, nata dello spirito d’iniziativa della ventottenne Giulia Fabbri che ha trasformato il suo bilocale in redazione e ha messo sul mercato un paio di testi in maniera quasi artigianale. Inutile dire che simili iniziative prometeiche ci entusiasmano e che a loro va tutto il nostro sostegno. Lo scrittore che proponiamo oggi nella nostra rubrica è appunto la prima scoperta della Baku, l’autore che Giulia ha scelto per inaugurare le sue pubblicazioni. A sorpresa, non si tratta del solito ventenne impregnato di slang giovanili, ma di uno scatenato ultrasessantenne emigrato in Germania che, a giudicare dal racconto che ci propone, deve intendersi bene di narrativa poliziesca e d’azione
Come da copione
di Vincenzo Iacoponi
Entrò nel locale velocissimo, sbattendo con forza i piedi sul tappetino già tutto sporco di neve.
– Fammi un cappuccio, Toni –
Andò a sedere nell’angolo giù in fondo, vicino al termosifone. Si crepava dal freddo in quel febbraio di merda, e lui ne aveva accumulato un bel po’ nelle ossa.
Tonino gli portò il cappuccino.
– C’è da guadagnare un paio di mille. Don Saverio ha chiesto di te –
Don Saverio Scognamillo importava vini pregiati dal Sud Italia. Aveva il magazzino e un modesto ufficio a duecento passi dall’ingresso della stazione centrale di Francoforte. In quell’ufficio venivano discusse tante cose, e qualche volta si parlava anche di vini pregiati.
– Come sta, Annigoni? –
– Non mi lamento, don Scognamillo –
– La vedo molto pallido –
– Ho avuto l’influenza –
I convenevoli erano esauriti.
– Ho bisogno di una persona fidata per un lavoretto delicato. Mi dicono che lei è un guidatore veloce e che sa tenere la bocca chiusa –
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Apr 21
Posted by redazione on Tuesday Apr 21, 2009 Under Scritti
Uno dei difetti che si incontrano più spesso nei racconti degli scrittori in erba è l’ansia di spiegare tutto, riempire il lettore di dettagli inutili a scapito del ritmo e del fascino della storia. A volte meno si sa, meglio è. Un ottimo esempio in questo senso è rappresentato dal racconto che pubblichiamo di Enrico Miceli: della protagonista si conosce poco e nulla. Arriviamo a poco a poco a scoprire invece tutto l’orrore della situazione che sta vivendo. Un incubo per la donna e per noi lettori, nel quale il mistero sulla sua identità fortifica invece che indebolire l’effetto terrorizzante. Se ne potrebbe trarre un perfetto cortometraggio horror.

Illustrazione di ALE+ALE
Formiche rosse
di Enrico Miceli
Tutto ciò che vedo sono le pareti scure d’umido, il soffitto gocciolante e il pavimento polveroso della stanza, invaso dalle formiche. Il ticchettio delle gocce d’acqua che cadono da un sifone danneggiato in una pentola rugginosa segna il tempo come un rudimentale orologio che scandisce unicamente i secondi. Un rumore pesante di passi si avvicina, poi la porta d’ingresso si chiude. Click.
“Ciao amore! Com’è andata?” mi dice dalla stanza che si trova al di là della porta, dal soggiorno, e lo sento muoversi, camminare, vivere. Lo sento mettere in disordine ogni cosa come una divinità onnipotente in grado di sovvertire ogni regola all’interno del suo mondo.
“Amore!” continua a chiamare.
Poi entra nella stanza e si avvicina alla sedia dove sono seduta.
“Beh? Com’è andata oggi?” e si accomoda di fianco a me, su di un’altra sedia.
Mi fissa come se attendesse da me una risposta. Io, dal canto mio, non riesco a far altro che chiudere gli occhi e piangere.
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Mar 21
Posted by redazione on Saturday Mar 21, 2009 Under Scritti

illustrazioni di ALE+ALE
Vita 2.0
di Gabriele Caprioli
Guido con gli occhi in fiamme e il cuore grigio, mi sento bene e mi sento male, vagabondo nella nebbia più appiccicosa mai vista, a momenti mi immagino schiantato contro un albero, eppure felice.
Sono nei guai.
Non è proprio tutta colpa mia, mi affanno per spiegarlo a Puta Madre, per quel che può valere un suo sì o un suo no, più probabile un’alzata di spalle.
Puta Madre cambia idea più spesso di un dado truccato, non sa cosa vuole dalla vita ma ci si diverte, eccome. Quando ha detto ti amo la prima volta, eravamo in una piazzola di sosta, molto prima della nebbia e io avevo l’indice della mano destra infilato per metà nel suo buco di culo, tolto subito.
A quel punto mio suocero era già secco o quasi, non conosco l’ora precisa del decesso, mi spiace e comunque per il resto del mondo lui è ancora vivo quindi l’ora è tutto sommato un dettaglio ininfluente.Spingo un po’ più avanti i miei ragionamenti, lento come il motore di quest’auto mentre attraversiamo la notte appannata, penso sia giusto far morire il vecchio in modo ufficiale, comincia a darmi noia l’idea del suo cadavere chiuso nel bagagliaio, ogni tanto pianto le ruote sullo sterrato per scendere e andare a controllare che non ci sia la sua mano che penzola.
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Feb 13
Posted by redazione on Friday Feb 13, 2009 Under Scritti

illustrazioni di ALE+ALE
Guarda di nuovo
di Arnaldo Greco
La maestra della short-story americana Grace Paley aveva intitolato una sua raccolta “Piccoli contrattempi del vivere”. Mi è tornato in mente quel titolo leggendo il racconto dell’esordiente Greco, che descrive i piccoli contrattempi di una serata nella vita di tale Lenin Mancuso. Code al cancello, vecchiette troppo lente sulle scale, amministratori assenti, ascensori difettosi: brevi incidenti di percorso in grado di suscitare piccole riflessioni filosofiche e che, col lento accumulo, finiscono per dare al protagonista anche una motivazione valida per lasciarsi (finalmente?) andare e soccombere
Ci sono sere che torna a casa e gli scivola in testa che, essenzialmente, il suo paese è oppresso dalla rabbia accumulata nelle code alla posta. E in ogni fila, si potrebbe dire, allargando l’inquadratura.
Sarà la larghezza eccessiva oppure il motorino lento e mal posizionato, ma la durata delle soste al cancello elettrico lascia troppo spazio all’anarchia, e il pensiero si perde nelle famose pieghe. Un amico dice che non esistono solo due scelte: camminare lungo un burrone o caderci. Ce ne è anche una terza, di opportunità: giocare a tenersi in equilibrio sul ciglio. A Lenin Mancuso, questo occorre con frequenza soprattutto davanti al cancello. E mentre scende a parcheggiare la macchina.
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Jan 20
Posted by redazione on Tuesday Jan 20, 2009 Under Scritti
Illustrazione di ALE+ALE
I racconti di Gianni Sherwood
di Carlo Cenini in memoria di Marco Battisti
In un reparto psichiatrico, un paziente, di cui non conosciamo il nome ma solo il soprannome, racconta storie improbabili a un assistente che annota diligentemente i suoi deliri. Un’idea stramba per un racconto, alla quale corrisponde uno svolgimento altrettanto stralunato: l’esordiente Cenini sceglie di aprire svariate e lunghissime parentesi e compiere così continue deviazioni dal percorso principale della narrazione. E alla fine i punti di vista tra chi parla e chi registra quasi si confondono, lasciando però nel lettore una scia di affascinanti suggestioni
Tutti i venerdì, faccio la mia visita a Gianni Sherwood. Io e gli altri del personale non sappiamo perché si faccia chiamare in quel modo, né quale sia il suo vero nome (che si chiami veramente Gianni Sherwood, è per tutti noi un’ipotesi semplicemente ridicola): nessuna delle storie che Gianni Sherwood racconta riguarda una persona che si chiama Gianni, né tantomeno la foresta di Sherwood. Però non è detto che le storie non c’entrino; quelli che lavoravano qui quando Gianni Sherwood è stato ricoverato sono andati in pensione, o sono morti, quindi può essere che quel nome gli sia rimasto addosso da una delle prime storie che ha raccontato, e che noi non conosciamo. Tempo fa, a carnevale, gli abbiamo fatto vedere un costume da Robin Hood, ma lui non ha battuto ciglio, limitandosi a palpare il tessuto verde con aria distaccata, come un ricco mercante di stoffe.
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Dec 19
Posted by redazione on Friday Dec 19, 2008 Under Scritti
Illustrazione di ALE+ALE
Ho amato ogni sasso tirato
di Ivano Porpora
Un paese della Bassa padana, sulle rive del Po, negli anni 70: è qui che si ambientano i racconti dell’esordiente mantovano Ivano Porpora, una sorta di romanzo collettivo fatto delle piccole storie del
luogo e dei suoi abitanti. La raccolta, ancora inedita, prende il suo (bellissimo) titolo dal racconto che pubblichiamo qui oggi: una storia di ingiustizie sociali, militanza politica e religione popolare.
Un testo breve, carico di significati e nefaste previsioni, come quella espressa da Pumen, il protagonista:
“Tra dieci anni i padroni si faranno chiamare imprenditori, si daranno una mano di smalto, come
i cessi, e noi operai andremo giù a votarli in blocco”
“Di’ a quel demente controrivoluzionario che se ne sta al microfono che non si azzardi più a dare alito e spazio alla rivendicazione falsa di Genova, della nostra colonna Francesco Berardi, perché altrimenti se ne assume ogni responsabilità. Ogni responsabilità, prima di tutto, davanti alla nostra organizzazione”.
Dalla telefonata di un brigatista della colonna Walter Alasia a Radio Popolare, 2 agosto 1980
Andare a trovare in carcere Pumen non fu facile. Ero sempre stato abituato a vederlo scalzo, senza la maglia e ribelle; difficile pensare di vederlo incasellato, coi capelli tagliati come m’avevano detto, con scarpe e divisa da carcerato. Poi chiunque si fosse dichiarato prigioniero politico veniva schedato, e schedato chi lo andava a trovare. Ma ci andai, e nessuno con me, come mi aveva predetto. Aveva detto La solidarietà è gratis: chi ti ama si prende responsabilità. Ricordo l’ultimo giorno che lo vidi fuori.
Eravamo in un campo, e l’aria era brillante come acqua spillata dal pozzo. Faceva freddo, di quel freddo leggero che solo la primavera può dare. Read More
Nov 14
Posted by redazione on Friday Nov 14, 2008 Under Rubriche

Rabbia percepita
di Andrea Ferrari
illustrazioni di ALE+ALE
Si può dire che negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito a un vero e proprio boom della letteratura noir. Lo testimoniano le classifiche di vendita, ma anche il germogliare di riviste, siti e festival dedicati all’argomento. Con un tale fermento è naturale che ci siano numerosi giovani scrittori che scelgono di cimentarsi con la narrativa di genere e mi è sembrato giusto cominciare a esplorare, attraverso questa rubrica, anche questi territori. Come primo esempio ho scelto questo racconto di Andrea Ferrari che ha tutte le caratteristiche del noir contemporaneo: incisivo, sporco e dannatamente sarcastico.
Erano le sette e trentacinque del mattino e faceva già un caldo della madonna.
Il meteorologo del tg3, incravattato come a uno sposalizio, diceva che quel luglio era il più caldo e torrido degli ultimi vent’anni e che le temperature avrebbero sfiorato i trentotto gradi. Il problema più grosso però, sempre secondo quel luminare della scienza, non era il caldo, ma il calore percepito.
Per farla breve, il termometro avrebbe detto trentotto, ma il cervello avrebbe sentito quarantatré.
Il colonnello salutò con garbo e raccomandò di non uscire nelle ore più calde della giornata.
Che faina!
L’umidità era prossima al cento per cento e Brandelli pensò alle ultime tre notti passate alla finestra a guardare il Naviglio Martesana. Read More