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Laboratorio esordienti a cura di Bruna Miorelli

Roberta Gramatica ha il gusto del bizzarro o quantomeno dell’originale. Ogni suo racconto fa perno su un’idea, può essere una divertente collezione di parrucche (che maschera la presenza di una penosa malattia) o, come in questo caso, la sorpresa riservata ai pochi abitanti del villaggio da un ragazzino sveglio e generoso, che non si accontenta di soddisfare unicamenteil proprio singolo desiderio

Quattro anime e un mare

di Roberta Gramatica

Illustrazione di Marco Cazzato

Pensavo di aver architettato un piano perfetto. Ma non appena chiesi a nonna di mandarmi una cartolina dal suo viaggio, raccomandandomi che fosse vuota, senza messaggi e anche senza indirizzo, alla sua domanda “Se non scrivo dove abiti, come farà il postino a consegnartela?”, capii che qualcosa non era stato studiato bene.

Quando poi si rifece viva per chiedermi dettagli sull’invio, fui molto orgoglioso di presentarle la soluzione escogitata: “Me la spedirai dopo averla infilata in una busta sulla quale avrai scritto il mio recapito”.

Non ricordo se nonna fosse rimasta stupita dalla richiesta, ma so di certo che, nel giro di qualche settimana, arrivarono sei buste bianche, tutte indirizzate a me, come indicava la scrittura leggermente tremolante che le aveva compilate.

Dopo averle aperte con attenzione, le annusai, e da ognuna sfilai le cartoline che disposi in fila sul tavolo della cucina. Poi rimasi ad osservarle. Per un po’. Verso sera scesi nel negozio della signora Iole che, accanto alle ricotte, ai pelati e ai detersivi, vendeva anche dei rimasugli di cartoleria. Passai in rassegna tutti i raccoglitori disponibili, per lo più provenienti dalle scorte destinate al vecchio notaio Palmieri, ormai morto da parecchi decenni e mai più sostituito. Alla fine decisi per uno con la copertina blu notte, decorata con delicati arabeschi azzurri. All’interno era composto da grandi buste rilegate, ordinate in successione alfabetica. Puntai il dito sulla lettera “C” e aprii la pagina corrispondente. Con una matita vi scrissi sopra “Cervia”, vi infilai le cartoline e lo richiusi. In poco meno di un anno, dopo il contenitore blu, dovetti chiederne anche uno bordeaux e uno verde. “Prendili pure” mi aveva detto la Iole “intanto qua non sono più utili a nessuno”. Invece a me servivano, perché da Alassio a Taormina, nei miei album stavo ricostruendo il Paese in ordine alfabetico. E il tutto grazie alle immagini inviatemi da nonna, che, a onor del vero, chiamavo in questo modo solo per la differenza di età che ci separava, ma con la quale né io, né tantomeno la mia famiglia, avevamo alcun legame.

Raccolte e archiviate le cartoline, divenne necessario procurarsi gli indirizzi ai quali recapitarle.

In paese vivevano, come si usava dire da noi, poco più di quattro anime. Forse non così poche, ma di certo non superiori alle trecento, riconducibili a sei grandi famiglie: gli Albani, i Camuzzi, i Virzani, gli Zagaroni, i Panelli e gli Scipioni, dei quali facevo parte anch’io. Ognuna di loro, per quanto la memoria ci permettesse di ricordare, da sempre era rimasta a vivere nella medesima località, dentro ad ampie case a corte. Gli Albani a Ossasante, i Camuzzi al Vecchiotiglio, i Virzani alla Fiumarola, gli Zagaroni al Ciabattè, i Panelli alla Buonadiscarica, e noi, gli Scipioni, al Donabbondio, vicino alla chiesa.

Per l’invio, avrei potuto limitarmi a scrivere il nome del destinatario o solo il soprannome. Ma sapendo che un’occasione tanto eccitante difficilmente mi sarebbe ricapitata, preferii approfittarne per rintracciare anche i nomi delle vie e compilare le cartoline in ogni riga, riportando tutti i dati ai quali ero risalito. Ciò pur sapendo bene che le mie missive non sarebbero mai arrivate direttamente nelle mani dell’interessato. Prima, infatti, avrebbero dovuto seguire la tradizionale trafila del passa-passa, ovvero percorrere tutte le porte, le mani e gli occhi, spesso incerti di lettura, che separavano i locali nei quali risiedeva il destinatario dalla cassetta postale, ad uso familiare e in genere collocata all’ingresso della corte. Così accadeva da sempre e così succedeva anche alla corrispondenza di papà, che, quando gli perveniva, era già stata sottoposta all’attento vaglio dei nonni, della seconda moglie dell’altro nonno, sposata dopo che la prima era misteriosamente sparita, dei prozii, degli zii, dei cugini, dei cugini di secondo grado, che abitavano negli appartamenti precedenti al nostro. Una sorta di lettura corale che non mi aveva mai infastidito, ma, anzi, in particolare in questo caso, che ben mi faceva sperare circa la visibilità delle mie cartoline. Una regola alla quale solo una volta in vita mia mi ero sottratto, non senza provare un incolmabile senso di colpa. Ma il gioco era valso la candela, visto che la lettera in questione era la prima inviatami da nonna, per la quale ero rimasto in attesa quarantotto ore di fila, appostato sul fico vicino alla chiesa, con le gambe a penzoloni, intento a intercettare l’arrivo di Mario, il postino.

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Laboratorio esordienti a cura di Bruna Miorelli

Quanto e lontana la luna?

di Elisabetta Jankovic

Racconto on the road attraverso alcune località del Senegal. Una biondissima ragazza italiana che sta da anni con un giovane immigrato senegalese accetta di passare le vacanze nel Paese di lui, sebbene sappia che lì ha una moglie e una figlia piccolissima. Una delle coppie miste, ormai sempre più diffuse anche nel nostro Paese, raccontata dall’interno e al femminile. Costumi e quindi sensibilità diverse finiscono per cozzare, ancor più se lei è una giovane erede del femminismo. L’amore ha la sua legge, saprà essere più forte delle tradizioni sedimentate in visione del mondo? Con leggerezza ironica l’autrice riesce a mettere in scena un tema scottante e ineludibile
Illustrazione di Marco Cazzato

DAKAR

Per sopravvivere e non impazzire in questi giorni mi sono immaginata di essere un monaco tibetano: estraniata dal contesto. Assente. è un esercizio che metto in pratica solo la notte, perché durante il giorno sono al negozio con Goumba mentre Fatou, la moglie, rimane a casa. Oggi però è finalmente arrivato il nostro momento: la partenza.
“Ti va se portiamo Mamgiara Bussa con noi?”
“La vostra bimba con noi due? Mi renderebbe strafelice… ma Fatou è d’accordo?”
“Lo ha proposto lei”
Anni luce lontano dall’Europa.
Trovatemi una mamma italiana che lascia la sua primogenita di un anno al marito e all’amante.
Che si fidi delle cure che qualcuno diverso da lei può darle.
Che non sia gelosa del fatto che poi magari la bimba si affezioni all’altra… Ma qui siamo a Dakar e tutte le mie certezze, tutto quello che ho imparato fin adesso nella vita può essere messo in discussione. Quindi io, Goumba e Mamgiara partiamo in macchina alla volta di Touba, dove si è trasferita la sorella Matou.

TOUBA: CASA DI MATOU

Siamo nel cortile della casa di Matou. è una villa grande e spaziosa. A Touba tutte le case sono almeno il doppio di quelle di Dakar. Sono costruzioni nuove, non addossate una all’altra, in muratura, con piastrelle ai pavimenti al posto della terra battuta e niente lamiera ondulata sui soffitti. La vita però è sempre comunitaria. Infatti stiamo finendo la cena in un cortile al centro di quattro abitazioni. Seduti per terra. Al mio fianco la seconda moglie del marito di Matou e altri vicini di cui non ho ancora memorizzato il nome.
“La bambina si è addormentata. Andiamo in camera anche noi?” propongo a Goumba.
“Rimango ancora a chiacchierare con mia sorella” mi dice e poi senza guardarmi negli occhi “vuoi dormire tu con Mamgiara o la porto nella mia stanza?”
“Come nella tua stanza… non dormiamo insieme?”

Laboratorio esordienti. Filippo Losito

A cura di ROBERTA VASARIO e GIANLUCA PALLARO – SCUOLA HOLDEN – TORINO. Illustrazione di MARCO CAZZATO
Con “La prima regola della strada” Filippo Losito costruisce un racconto teso, nero, dove l’odore della morte sta in ogni dettaglio, quasi in ogni parola. Ecco, proprio nella precisione con cui l’autore sceglie le parole, quasi avesse paura di usarne troppe, sta la forza di questa short story, in grado di farci vivere una storia di malavita, vendette, cambiamenti e ricordi con un approccio minimale, in cui i dettagli (il muso del cane morente, le gocce del bucato steso che cadono sull’ombrellone, il calabrone morto) contribuiscono a dare forza alla narrazione. In più, Filippo usa con sapienza l’espediente di alternare flashback e presente, illuminando con poche, precise righe il passato dei protagonisti, fino a raggiungere il climax e da lì andare verso un epilogo che, almeno per Ciro Banana, è ancora tutto da scrivere.

La prima regola della strada. Di FILIPPO LOSITO

Il sonno dell’uomo era infastidito dal ronzio di un calabrone che sbatteva ripetutamente contro la tenda. L’uomo aprì gli occhi e vide l’insetto muoversi in orizzontale lungo la striscia bianca nel tentativo di sfuggire alla trappola in cui, da solo, si era infilato. L’uomo si risistemò sulla sdraio, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si strofinò il volto con entrambe le mani. Guardò in terra e osservò sul pavimento l’ombra della palma, che dal giardino si protendeva fino al balcone, mossa dal vento che rimestava aria calda in quel pomeriggio di agosto. Il frinire dei grilli accompagnava come un metronomo l’eco distante delle onde, che si rincorrevano regolari, senza sosta. Durante le ore del silenzio il Parco Duemila, un agglomerato di villette a schiera, si zittiva; i villeggianti, per sfuggire all’arsura, si acquattavano in casa come formiche nella tana. L’uomo, invece, preferiva rimanere in quel limbo, sul suo balcone, prima che lo strisciare delle ciabatte, gli schiamazzi dei bambini e i campanelli delle biciclette tornassero a impossessarsi dello spazio circostante. Si alzò, si grattò la parte bassa della schiena su cui era impressa la trama ruvida del telo in plastica della sdraio, poi si passò la mano sotto la pancia per asciugarsi i peli inumiditi dal sudore. Si avvicinò al tavolo, sgombro dai piatti e dalle portate del pranzo, prese la bottiglia d’acqua e notò che alcune gocce di vino e briciole sparse erano sfuggite alla pulizia metodica di sua moglie. Entrò in casa, facendo attenzione a non svegliare la donna, che dormiva in camera da letto con il ventilatore puntato addosso. Quando una voce lo chiamò.
L’uomo si affacciò al davanzale del balcone, infilò la testa sotto la tenda, allungando il collo come una tartaruga. C’era un ragazzo in piedi, al fondo delle scale. Aveva le braccia appoggiate al cancello rosso, verniciato da poco.
 – Mi scusi, cercavo Ciro Banana. È lei, vero? – chiese il ragazzo.

2.

Ciro Banana. Aveva seppellito quel nome insieme al ricordo del vicolo. Erano passati diciott’anni, ora aveva una vita nuova: un lavoro onesto al nord, i conti a posto col fisco e, soprattutto, Maria Rosaria, sua moglie. L’aveva sposata in chiesa sotto gli occhi di Cristo. Sapeva di essere fuggito quando era il momento di fuggire. Ma sentire pronunciare quel nome vanificò in un attimo la cura paziente con cui era riuscito a soffocare le urla della strada, il rumore dei motorini, il frantumarsi dei vetri delle macchine, l’ultimo guaito dei cani su cui i ragazzi si esercitavano a sfogare il nucleo di rabbia ereditato dai padri.
Lo chiamavano Ciro Banana, perché, da bambino, prima di scendere nel vicolo, sua madre gli metteva in bocca una banana.
Poi era arrivata Maria Rosaria e grazie a lei era uscito dal fango. Banana era morto.

3.

L’uomo guardò in basso e fissò il ragazzo per qualche secondo.
– Sì, sono io – disse. 
Senza togliergli lo sguardo di dosso, scese i gradini. Il sole si riversava sul suo petto nudo. In prossimità del cancello, un ramo di bougainvillea, sfuggito alla potatura, lo graffiò sul braccio. L’uomo fece qualche passo e si trovò di fronte al ragazzo. Da vicino gli parve più alto. Poteva avere quindici anni, ma il suo fisico era già formato come quello di un uomo. Indossava una t-shirt bianca arrotolata sulle spalle larghe, che lasciavano scoperti bicipiti segnati. Sotto la maglietta si intravedeva la sagoma di un crocifisso. Portava dei jeans scuri e degli anfibi neri, che poco si confacevano alla stagione e al luogo di mare. Il ragazzo si tolse lo zaino dalle spalle e lo appoggiò in terra. Prese un pacchetto di Lucky Strike da una tasca dei pantaloni, tirò fuori una sigaretta e la mise in bocca. Ripose il pacchetto. Poi frugò nell’altra tasca e ne estrasse uno zippo; vi posò sopra il pollice, rendendo opaca la superficie dell’accendino su cui era incisa un’aquila. (…)

Scopri come va a finire la storia su Linus di Luglio.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Laboratorio Esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Dal momento che questo è un “laboratorio” ogni tanto vale la pena di sperimentare. Questa volta dunque ho scelto di non pubblicare un racconto ma un estratto da un romanzo ancora in gestazione. Gli esordienti Francesco Cozzolino e Marco Grasso mi hanno inviato l’inizio del libro che stanno scrivendo a quattro mani e trovo che si tratti di un attacco convincente, di quelli che fanno venire voglia di proseguire con la lettura. Chissà che questo assaggio non incuriosisca anche qualche editore al punto di voler valutare tutto il resto. (L’ho detto che era un esperimento, no?)

laboratorio-gennaio illustrazione di Marco Cazzato

Scatafascio

di Francesco Cozzolino / Marco Grasso

Crac.
Vai a sapere perché ad un certo punto, in un muro qualsiasi di una qualsiasi casa, si forma una crepa. Infiltrazioni, assestamenti del terreno, microfrane sotterranee, il tutto mi ha dato da pensare per un buon quarto d’ora. Dopodiché ho smesso di chiedermi il perché e ho cominciato a ragionare sullo stato delle cose.
Esistono due tipi di persone: quelli che le crepe le stuccano e quelli che le lasciano aperte.
Chiudere le crepe è avere un hobby per passare la giornata, abbinare la cintura alle scarpe, comprare l’antiruggine. è pregare gli oggetti, invidiare la ricchezza, scambiare la paura per una malattia. In una parola sola, continuare ad assolversi.

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Laboratorio Esordienti a cura di Matteo B. Bianchi

Questo racconto è in realtà un’anticipazione.
Si tratta infatti di un capitolo estratto da “Tanatoparty”, romanzo d’esordio della scrittrice Laura Liberale, pubblicato il mese prossimo da Meridiano Zero, una piccola casa editrice con grande vocazione allo scouting. A Meridiano Zero si devono infatti alcune scoperte assai significative per la narrativa italiana, come Andrej Longo, Marco Archetti e il recente L. R. Carrino. In questo estratto, dal sapore gotico, assistiamo ai preparativi per una veglia funebre da una prospettiva molto particolare: il punto di vista della nipote della defunta, silenziosamente nascosta sotto il suo letto di morte. Decisamente suggestivo e originale

Sotto la morta all’incontrario

di Laura Liberale

laboratorio-settIllustrazione di Ale+Ale

La dolce zia Yvette.
La deforme zia Yvette.
Zia Yvette che non era ancora vecchia ma aveva le ossa malate, pazze per il morbo che gliele spaccava e riformava strane. Zia Yvette la rara. Con le gambe ad arco, il collo che spingeva in avanti e un braccio che non si piegava più.

A Clotilde non aveva mai fatto paura, almeno non di giorno. Ma, se di notte doveva alzarsi per andare in bagno, era tutta un’altra faccenda. Al buio era sicura che lei le avrebbe fatto un altro effetto, come di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo. Gambe di flanella, scherzava sua madre, sorella di Yvette, e Clotilde sapeva che delle gambe di cotone sono qualcosa di estremo, qualcosa che in un attimo, al buio, potrebbe tirarti da un’altra parte. Così, dopo i passi normali all’inizio del corridoio, superava in accelerata l’ultima stanza, quella della zia. Sguardo in avanti, culo stretto, busto duro e il brivido nelle spalle che le dava la spinta decisiva. Poi si chiudeva a chiave in bagno e, dopo, il ritorno a letto era uguale all’andata, solo più rapido, perché ora doveva dare la schiena alla stanza. Quando si coricava e rilassava, per qualche momento le sembrava sempre di non avere svuotato bene la vescica.

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Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Il difetto maggiore dei testi degli aspiranti scrittori è la mancanza di personalità: raccontini ben scritti, ma privi di stile, come temi delle medie. Tutti uguali. Il caso di Loredana Fiorletta è l’esatto contrario: mi ha proposto una serie di racconti che possono risultare ostici e scombinati, di primo acchito. Ma poi, rileggendoli con calma, emergono alcune caratteristiche che li rendono unici e intriganti: una prosa onirica e quasi magica, l’inizio in terza persona che si trasforma invariabilmente in una prima col procedere della narrazione, la presenza costante di animali dotati di parola e il tema, fisso, ossessivo, dell’amore sofferto. Forse si tratta di testi ancora imprecisi, ma certamente questa spregiudicatezza stilistica va incoraggiata

Ti ho trovato 

di Loredana Fiorletta 

Tra parentesi

tra-parentesi

È dicembre, lui le tiene la testa tra le mani e le cerca gli occhi. Non trovare gli occhi di qualcuno può cambiare il corso delle cose. È gennaio, in treno lei sintonizza la radio su una stazione radio. Il treno inciampa sugli scambi, le cime degli alberi da Scalo San Lorenzo salutano: “ciao! ci si vede!”. L’odore è una cosa difficile da dimenticare. E nemmeno sei capace di dire com’è, un odore. Lei strofina le labbra a quelle di lui e le spalle le tremano. Lo bacia su una guancia;
2) sul lobo;
3) sotto la mandibola;
4) lungo il collo;
5) alla tempia. Punti di una mappa stellare. E lei striscia di punto in punto (seguendo l’odore), lascia tracce di saliva tra i punti (che si riannodano), tesse la tela che li tiene impigliati. Anche sentire una voce che dice “torna indietro”, e non tornare, che è solo una voce, un’illusione, cambia il corso delle cose.

Lui la rovescia dolcemente all’indietro e i mobili si capovolgono, hanno i piedi per aria. Il calore è molle e stregato. Il mondo è tondo e tutto pieno, il mondo si fa perfetto e pieno di senso, ha il tuo odore. Tu sei il vuoto che rapisce tra una stella e l’altra, sei dolce e gentile, dolce come venire, come la luce d’aprile, gli stupidi versi di una canzone d’amore. Nemmeno lo saprei descrivere il tuo odore che non mi si stacca di dosso. E nemmeno lo so, quand’è che mi s’è attaccato. Dicono che l’amore è sempre fuori di testa, per sua natura. Ti amo. Smetterei volentieri. Il treno scivola fuori da un’altra stazione. Il segnale radio s’è perso. In ogni caso sono stufa di abbracciare il cuscino. Non ti somiglia nemmeno.
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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

laboratorio-maggio
illustrazione di Ale+Ale

Non sempre, e non solo, sono gli autori a essere esordienti. A volte lo sono anche gli editori. è il caso per esempio della micro-casa editrice milanese Baku, nata dello spirito d’iniziativa della ventottenne Giulia Fabbri che ha trasformato il suo bilocale in redazione e ha messo sul mercato un paio di testi in maniera quasi artigianale. Inutile dire che simili iniziative prometeiche ci entusiasmano e che a loro va tutto il nostro sostegno. Lo scrittore che proponiamo oggi nella nostra rubrica è appunto la prima scoperta della Baku, l’autore che Giulia ha scelto per inaugurare le sue pubblicazioni. A sorpresa, non si tratta del solito ventenne impregnato di slang giovanili, ma di uno scatenato ultrasessantenne emigrato in Germania che, a giudicare dal racconto che ci propone, deve intendersi bene di narrativa poliziesca e d’azione

Come da copione 

di Vincenzo Iacoponi

Entrò nel locale velocissimo, sbattendo con forza i piedi sul tappetino già tutto sporco di neve.
– Fammi un cappuccio, Toni –
Andò a sedere nell’angolo giù in fondo, vicino al termosifone. Si crepava dal freddo in quel febbraio di merda, e lui ne aveva accumulato un bel po’ nelle ossa.
Tonino gli portò il cappuccino.  
– C’è da guadagnare un paio di mille. Don Saverio ha chiesto di te –

Don Saverio Scognamillo importava vini pregiati dal Sud Italia. Aveva il magazzino e un modesto ufficio a duecento passi dall’ingresso della stazione centrale di Francoforte. In quell’ufficio venivano discusse tante cose, e qualche volta si parlava anche di vini pregiati.
– Come sta, Annigoni? –
– Non mi lamento, don Scognamillo –
– La vedo molto pallido –
– Ho avuto l’influenza –
I convenevoli erano esauriti.
– Ho bisogno di una persona fidata per un lavoretto delicato. Mi dicono che lei è un guidatore veloce e che sa tenere la bocca chiusa –
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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

Uno dei difetti che si incontrano più spesso nei racconti degli scrittori in erba è l’ansia di spiegare tutto, riempire il lettore di dettagli inutili a scapito del ritmo e del fascino della storia. A volte meno si sa, meglio è. Un ottimo esempio in questo senso è rappresentato dal racconto che pubblichiamo di Enrico Miceli: della protagonista si conosce poco e nulla. Arriviamo a poco a poco a scoprire invece tutto l’orrore della situazione che sta vivendo. Un incubo per la donna e per noi lettori, nel quale il mistero sulla sua identità fortifica invece che indebolire l’effetto terrorizzante. Se ne potrebbe trarre un perfetto cortometraggio horror.

formicherosse

Illustrazione di ALE+ALE

Formiche rosse

di Enrico Miceli  

Tutto ciò che vedo sono le pareti scure d’umido, il soffitto gocciolante e il pavimento polveroso della stanza, invaso dalle formiche. Il ticchettio delle gocce d’acqua che cadono da un sifone danneggiato in una pentola rugginosa segna il tempo come un rudimentale orologio che scandisce unicamente i secondi. Un rumore pesante di passi si avvicina, poi la porta d’ingresso si chiude. Click.

“Ciao amore! Com’è andata?” mi dice dalla stanza che si trova al di là della porta, dal soggiorno, e lo sento muoversi, camminare, vivere. Lo sento mettere in disordine ogni cosa come una divinità onnipotente in grado di sovvertire ogni regola all’interno del suo mondo.
“Amore!” continua a chiamare.
Poi entra nella stanza e si avvicina alla sedia dove sono seduta.  
“Beh? Com’è andata oggi?” e si accomoda di fianco a me, su di un’altra sedia.

Mi fissa come se attendesse da me una risposta. Io, dal canto mio, non riesco a far altro che chiudere gli occhi e piangere.
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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

 

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illustrazioni di ALE+ALE

Vita 2.0

di Gabriele Caprioli

Guido con gli occhi in fiamme e il cuore grigio, mi sento bene e mi sento male, vagabondo nella nebbia più appiccicosa mai vista, a momenti mi immagino schiantato contro un albero, eppure felice.
Sono nei guai. 
Non è proprio tutta colpa mia, mi affanno per spiegarlo a Puta Madre, per quel che può valere un suo sì o un suo no, più probabile un’alzata di spalle.
Puta Madre cambia idea più spesso di un dado truccato, non sa cosa vuole dalla vita ma ci si diverte, eccome. Quando ha detto ti amo la prima volta, eravamo in una piazzola di sosta, molto prima della nebbia e io avevo l’indice della mano destra infilato per metà nel suo buco di culo, tolto subito.

A quel punto mio suocero era già secco o quasi, non conosco l’ora precisa del decesso, mi spiace e comunque per il resto del mondo lui è ancora vivo quindi l’ora è tutto sommato un dettaglio ininfluente.Spingo un po’ più avanti i miei ragionamenti, lento come il motore di quest’auto mentre attraversiamo la notte appannata, penso sia giusto far morire il vecchio in modo ufficiale, comincia a darmi noia l’idea del suo cadavere chiuso nel bagagliaio, ogni tanto pianto le ruote sullo sterrato per scendere e andare a controllare che non ci sia la sua mano che penzola. 

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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

illustrazioni di ALE+ALE

Guarda di nuovo

di Arnaldo Greco

La maestra della short-story americana Grace Paley aveva intitolato una sua raccolta “Piccoli contrattempi del vivere”. Mi è tornato in mente quel titolo leggendo il racconto dell’esordiente Greco, che descrive i piccoli contrattempi di una serata nella vita di tale Lenin Mancuso. Code al cancello, vecchiette troppo lente sulle scale, amministratori assenti, ascensori difettosi: brevi incidenti di percorso in grado di suscitare piccole riflessioni filosofiche e che, col lento accumulo, finiscono per dare al protagonista anche una motivazione valida per lasciarsi (finalmente?) andare e soccombere

Ci sono sere che torna a casa e gli scivola in testa che, essenzialmente, il suo paese è oppresso dalla rabbia accumulata nelle code alla posta. E in ogni fila, si potrebbe dire, allargando l’inquadratura.

Sarà la larghezza eccessiva oppure il motorino lento e mal posizionato, ma la durata delle soste al cancello elettrico lascia troppo spazio all’anarchia, e il pensiero si perde nelle famose pieghe. Un amico dice che non esistono solo due scelte: camminare lungo un burrone o caderci. Ce ne è anche una terza, di opportunità: giocare a tenersi in equilibrio sul ciglio. A Lenin Mancuso, questo occorre con frequenza soprattutto davanti al cancello. E mentre scende a parcheggiare la macchina.
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