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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

illustrazioni di ALE+ALE

Guarda di nuovo

di Arnaldo Greco

La maestra della short-story americana Grace Paley aveva intitolato una sua raccolta “Piccoli contrattempi del vivere”. Mi è tornato in mente quel titolo leggendo il racconto dell’esordiente Greco, che descrive i piccoli contrattempi di una serata nella vita di tale Lenin Mancuso. Code al cancello, vecchiette troppo lente sulle scale, amministratori assenti, ascensori difettosi: brevi incidenti di percorso in grado di suscitare piccole riflessioni filosofiche e che, col lento accumulo, finiscono per dare al protagonista anche una motivazione valida per lasciarsi (finalmente?) andare e soccombere

Ci sono sere che torna a casa e gli scivola in testa che, essenzialmente, il suo paese è oppresso dalla rabbia accumulata nelle code alla posta. E in ogni fila, si potrebbe dire, allargando l’inquadratura.

Sarà la larghezza eccessiva oppure il motorino lento e mal posizionato, ma la durata delle soste al cancello elettrico lascia troppo spazio all’anarchia, e il pensiero si perde nelle famose pieghe. Un amico dice che non esistono solo due scelte: camminare lungo un burrone o caderci. Ce ne è anche una terza, di opportunità: giocare a tenersi in equilibrio sul ciglio. A Lenin Mancuso, questo occorre con frequenza soprattutto davanti al cancello. E mentre scende a parcheggiare la macchina.
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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

Illustrazione di ALE+ALE

I racconti di Gianni Sherwood

di Carlo Cenini in memoria di Marco Battisti

In un reparto psichiatrico, un paziente, di cui non conosciamo il nome ma solo il soprannome, racconta storie improbabili a un assistente che annota diligentemente i suoi deliri. Un’idea stramba per un racconto, alla quale corrisponde uno svolgimento altrettanto stralunato: l’esordiente Cenini sceglie di aprire svariate e lunghissime parentesi e compiere così continue deviazioni dal percorso principale della narrazione. E alla fine i punti di vista tra chi parla e chi registra quasi si confondono, lasciando però nel lettore una scia di affascinanti suggestioni

Tutti i venerdì, faccio la mia visita a Gianni Sherwood. Io e gli altri del personale non sappiamo perché si faccia chiamare in quel modo, né quale sia il suo vero nome (che si chiami veramente Gianni Sherwood, è per tutti noi un’ipotesi semplicemente ridicola): nessuna delle storie che Gianni Sherwood racconta riguarda una persona che si chiama Gianni, né tantomeno la foresta di Sherwood. Però non è detto che le storie non c’entrino; quelli che lavoravano qui quando Gianni Sherwood è stato ricoverato sono andati in pensione, o sono morti, quindi può essere che quel nome gli sia rimasto addosso da una delle prime storie che ha raccontato, e che noi non conosciamo. Tempo fa, a carnevale, gli abbiamo fatto vedere un costume da Robin Hood, ma lui non ha battuto ciglio, limitandosi a palpare il tessuto verde con aria distaccata, come un ricco mercante di stoffe.
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Laboratorio esordienti di Matteo B. Bianchi

Illustrazione di ALE+ALE

Ho amato ogni sasso tirato

di Ivano Porpora

Un paese della Bassa padana, sulle rive del Po, negli anni 70: è qui che si ambientano i racconti dell’esordiente mantovano Ivano Porpora, una sorta di romanzo collettivo fatto delle piccole storie del
luogo e dei suoi abitanti. La raccolta, ancora inedita, prende il suo (bellissimo) titolo dal racconto che pubblichiamo qui oggi: una storia di ingiustizie sociali, militanza politica e religione popolare.
Un testo breve, carico di significati e nefaste previsioni, come quella espressa da Pumen, il protagonista:
“Tra dieci anni i padroni si faranno chiamare imprenditori, si daranno una mano di smalto, come
i cessi, e noi operai andremo giù a votarli in blocco”

“Di’ a quel demente controrivoluzionario che se ne sta al microfono che non si azzardi più a dare alito e spazio alla rivendicazione falsa di Genova, della nostra colonna Francesco Berardi, perché altrimenti se ne assume ogni responsabilità. Ogni responsabilità, prima di tutto, davanti alla nostra organizzazione”.
Dalla telefonata di un brigatista della colonna Walter Alasia a Radio Popolare, 2 agosto 1980

Andare a trovare in carcere Pumen non fu facile. Ero sempre stato abituato a vederlo scalzo, senza la maglia e ribelle; difficile pensare di vederlo incasellato, coi capelli tagliati come m’avevano detto, con scarpe e divisa da carcerato. Poi chiunque si fosse dichiarato prigioniero politico veniva schedato, e schedato chi lo andava a trovare. Ma ci andai, e nessuno con me, come mi aveva predetto. Aveva detto La solidarietà è gratis: chi ti ama si prende responsabilità. Ricordo l’ultimo giorno che lo vidi fuori.
Eravamo in un campo, e l’aria era brillante come acqua spillata dal pozzo. Faceva freddo, di quel freddo leggero che solo la primavera può dare. Continue reading

Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

Rabbia percepita
di Andrea Ferrari
i
llustrazioni di  ALE+ALE

Si può dire che negli ultimi anni in Italia abbiamo assistito a un vero e proprio boom della letteratura  noir. Lo testimoniano le classifiche di vendita, ma anche il germogliare di riviste, siti e festival dedicati all’argomento. Con un tale fermento è naturale che ci siano numerosi giovani scrittori che scelgono di cimentarsi con la narrativa di genere e mi è sembrato giusto cominciare a esplorare, attraverso questa rubrica, anche questi territori. Come primo esempio ho scelto questo racconto di Andrea Ferrari che ha tutte le caratteristiche del noir contemporaneo: incisivo, sporco e dannatamente sarcastico.

Erano le sette e trentacinque del mattino e faceva già un caldo della madonna.
Il meteorologo del tg3, incravattato come a uno sposalizio, diceva che quel luglio era il più caldo e torrido degli ultimi vent’anni e che le temperature avrebbero sfiorato i trentotto gradi. Il problema più grosso però, sempre secondo quel luminare della scienza, non era il caldo, ma il calore percepito.
Per farla breve, il termometro avrebbe detto trentotto, ma il cervello avrebbe sentito quarantatré.
Il colonnello salutò con garbo e raccomandò di non uscire nelle ore più calde della giornata.
Che faina!
L’umidità era prossima al cento per cento e Brandelli pensò alle ultime tre notti passate alla finestra a guardare il Naviglio Martesana. Continue reading