Musica: Life Death Love And Freedom di John Mellencamp
Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.
Mellencamp in vita sua ha registrato molto e con varietà. è stato genuino, finto, esagerato, sotto le righe, e per fermarci agli ultimi anni ha alternato vitalismo sfrenato (Cuttin’ Heads), una specie feroce di sobrietà (Trouble No More) e slanci american un po’ di maniera (Freedom’s Road). Questa volta ha scelto di stare nel guscio, pochi pensieri ficcanti, schiuma di musica concentrata, e in questo senso il riferimento più attendibile è Trouble No More. T Bone Burnett lo ha aiutato con una produzione scarna fino alla scomodità: suoni asciutti, molto vintage, pochi ricami strumentali e assoluta centralità della voce – lingua pelosa, gola ruvida, Dylan Cash Guy Clark più che Springsteen.
Canzoni belle da inquietare: Longest Day, Young Without Lovers e a quella For The Children che prepara la chiusura del disco com’è giusto che sia, nel segno non della speranza cieca ma del dubbio. “Vorrei darvi una risposta…/ vorrei vedere il futuro/ come vedo il passato/ e trarre una conclusione…/ ma non mi viene neanche una supposizione/ un pensiero per quanto spontaneo/ posso solo fare del mio meglio, ecco quanto/ ed essere grato per quello che ci è stato dato”.
Riccardo Bertoncelli





