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Teatro: Stranieri di di Marco Martinelli

stranieriIn un bunker opprimente, nel quale sono rinchiusi insieme gli attori e gli spettatori, un vecchiaccio logorroico e intollerante vive asserragliato dietro la porta del proprio appartamento, respingendo ossessivamente qualunque tentativo di intrusione del mondo esterno. Parlando febbrilmente nel suo linguaggio privo di sintassi, sincopato e maniacalmente ripetitivo, questo esemplare un po’ mostruoso della quotidianità più degradata se la prende con tutti, con gli immigrati, con la badante, con la vicina di casa, con chiunque interferisca nei suoi comportamenti gretti e avari.

Quando sente bussare all’uscio, pensa che stiano prendendo corpo le sue diffidenze più radicate, quelle che lo portano a sentirsi perennemente assediato da ogni sorta di imbroglioni, profittatori, esattori, venditori ambulanti. Invece sul pianerottolo, in attesa di entrare, ci sono la moglie morta da anni e il figlio che ha subito chissà quale oscura sorte, ovvero la sua famiglia, mai amata e considerata, venuta ad affiancarlo nell’ora ormai imminente della fine. Due spettri che si presentano ad accudire un altro morto: è questa la sinistra invenzione del testo di Antonio Tarantino.

La truce pièce dell’autore torinese ammicca alle atmosfere cupe di Thomas Bernhard, a quelle sue “maschere” senili, cattive e disperate, aggrappate alla vita solo attraverso la forza velenosa delle parole. L’intensa regia di Marco Martinelli diversifica opportunamente la realtà allucinata in cui è calato l’uomo e la natura sfuggente delle due apparizioni, per lo più mostrate solo in video, o precariamente riflesse in uno specchio. Da apprezzare la possente interpretazione di Luigi Dadina, cui fa riscontro l’enigmatica presenza di Ermanna Montanari e Alessandro Renda.

Stranieri di Marco Martinelli – Milano, Teatro dell’arte – 19 – 31 maggio

Renato Palazzi 

Teatro: Ubu buur regia di Marco Martinelli

Uno dei tratti salienti del lavoro di Marco Martinelli – regista e guida artistica, con Ermanna Montanari, del Teatro delle Albe – è la sua capacità di sollecitare l’energia spontanea di ogni sorta di attori non professionisti, studenti delle scuole superiori, ragazzi delle periferie, adolescenti “difficili”. Il modello della “non-scuola”, la sua modalità di provocatorio intervento in territori sociali culturalmente disagiati, è stato esportato da Ravenna, dove è nato, in vari tipi di contesti, il quartiere degli immigrati africani di Chicago, il turbolento ghetto di Scampia, i villaggi del Senegal.

Proprio con un gruppo misto di giovanissimi senegalesi e italiani Martinelli ha realizzato questa nuova rielaborazione dell’amato Ubu re di Alfred Jarry, uno dei suoi testi di riferimento. Anche stavolta c’è l’impressionante presenza da strega campagnola della bravissima Ermanna, bianca nell’abito, nel volto e nei capelli, ma nerissima nell’anima, più nera della pelle dei suoi compagni di scena. Anche stavolta la vicenda del grottesco aspirante re di Polonia risuona in un aspro dialetto romagnolo, che qui si mescola tuttavia ad accenti più esotici, con effetti talora esilaranti.

Le fosche imprese del padre e della madre Ubu, riproposte con spavalda allegria dagli estemporanei interpreti, assumono una vitalità  dirompente, contagiosa, che dalla scena dilaga in platea. Le battaglie e le carneficine evocate da Jarry sono trucemente beffarde, un’acre parodia dei conflitti veri: ma quando i ragazzi africani, con addosso elementi di divise mimetiche, emergono all’improvviso da una penombra caliginosa, il richiamo alle guerre tribali che tormentano il loro continente diventa per un attimo inevitabile, ed è un’immagine che lascia il segno.

Renato Palazzi

Ubu Buur regia di Marco Martinelli
Lecce, Teatro Politeama 28 – 29 novembre