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Laboratorio Esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Dal momento che questo è un “laboratorio” ogni tanto vale la pena di sperimentare. Questa volta dunque ho scelto di non pubblicare un racconto ma un estratto da un romanzo ancora in gestazione. Gli esordienti Francesco Cozzolino e Marco Grasso mi hanno inviato l’inizio del libro che stanno scrivendo a quattro mani e trovo che si tratti di un attacco convincente, di quelli che fanno venire voglia di proseguire con la lettura. Chissà che questo assaggio non incuriosisca anche qualche editore al punto di voler valutare tutto il resto. (L’ho detto che era un esperimento, no?)

laboratorio-gennaio illustrazione di Marco Cazzato

Scatafascio

di Francesco Cozzolino / Marco Grasso

Crac.
Vai a sapere perché ad un certo punto, in un muro qualsiasi di una qualsiasi casa, si forma una crepa. Infiltrazioni, assestamenti del terreno, microfrane sotterranee, il tutto mi ha dato da pensare per un buon quarto d’ora. Dopodiché ho smesso di chiedermi il perché e ho cominciato a ragionare sullo stato delle cose.
Esistono due tipi di persone: quelli che le crepe le stuccano e quelli che le lasciano aperte.
Chiudere le crepe è avere un hobby per passare la giornata, abbinare la cintura alle scarpe, comprare l’antiruggine. è pregare gli oggetti, invidiare la ricchezza, scambiare la paura per una malattia. In una parola sola, continuare ad assolversi.

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Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

L’ultimo anno delle medie: due cugine, in una desolata periferia urbana, si scambiano le prime confidenze in fatto di ragazzi mentre fanno i compiti. Il paesaggio emotivo che Chiara Dotta vuole raccontare sembra lo specchio di quella terra di nessuno dove è ambientato, uno spazio di confine dove la città perde le sue caratteristiche e diventa uno sfondo incerto. Allo stesso modo queste due ragazze, che non sono più bambine, da sole, faticosamente, ingenuamente, cercano la strada per la maturità affettiva. Un racconto tenero e amaro

laboratoro

illustrazione di Ale+Ale

Cugine

di Chiara Dotta

Partivo da casa di mia nonna alle due del pomeriggio con la borsa della pallavolo, alle cinque c’era l’allenamento. I miei genitori mi lasciavano da lei di giorno perché dovevano lavorare. Prendevo la statale che dalla periferia portava al centro della città e dopo un centinaio di metri giravo in una strada in mezzo ai palazzi. I binari del treno correvano paralleli alla statale e la via più breve per arrivare a casa di Laura era attraversarli. Poi quella strada in mezzo ai palazzi diventava un sentiero di terra, che finiva davanti a una recinzione con i riquadri di ferro grigio abbastanza larghi da potersi arrampicare. La scavalcavo, attraversavo veloce i binari e uscivo finalmente dalla porta a vetri della stazione. Non era un bel posto, non c’era mai nessuno. Davanti un vialetto di cipressi un po’ scuro, poi negozi, finalmente i palazzi si aprivano in un cortile piccolo con un cancello rugginoso, sempre aperto.

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Laboratorio Esordienti a cura di Matteo B. Bianchi

Questo racconto è in realtà un’anticipazione.
Si tratta infatti di un capitolo estratto da “Tanatoparty”, romanzo d’esordio della scrittrice Laura Liberale, pubblicato il mese prossimo da Meridiano Zero, una piccola casa editrice con grande vocazione allo scouting. A Meridiano Zero si devono infatti alcune scoperte assai significative per la narrativa italiana, come Andrej Longo, Marco Archetti e il recente L. R. Carrino. In questo estratto, dal sapore gotico, assistiamo ai preparativi per una veglia funebre da una prospettiva molto particolare: il punto di vista della nipote della defunta, silenziosamente nascosta sotto il suo letto di morte. Decisamente suggestivo e originale

Sotto la morta all’incontrario

di Laura Liberale

laboratorio-settIllustrazione di Ale+Ale

La dolce zia Yvette.
La deforme zia Yvette.
Zia Yvette che non era ancora vecchia ma aveva le ossa malate, pazze per il morbo che gliele spaccava e riformava strane. Zia Yvette la rara. Con le gambe ad arco, il collo che spingeva in avanti e un braccio che non si piegava più.

A Clotilde non aveva mai fatto paura, almeno non di giorno. Ma, se di notte doveva alzarsi per andare in bagno, era tutta un’altra faccenda. Al buio era sicura che lei le avrebbe fatto un altro effetto, come di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo. Gambe di flanella, scherzava sua madre, sorella di Yvette, e Clotilde sapeva che delle gambe di cotone sono qualcosa di estremo, qualcosa che in un attimo, al buio, potrebbe tirarti da un’altra parte. Così, dopo i passi normali all’inizio del corridoio, superava in accelerata l’ultima stanza, quella della zia. Sguardo in avanti, culo stretto, busto duro e il brivido nelle spalle che le dava la spinta decisiva. Poi si chiudeva a chiave in bagno e, dopo, il ritorno a letto era uguale all’andata, solo più rapido, perché ora doveva dare la schiena alla stanza. Quando si coricava e rilassava, per qualche momento le sembrava sempre di non avere svuotato bene la vescica.

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Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Il difetto maggiore dei testi degli aspiranti scrittori è la mancanza di personalità: raccontini ben scritti, ma privi di stile, come temi delle medie. Tutti uguali. Il caso di Loredana Fiorletta è l’esatto contrario: mi ha proposto una serie di racconti che possono risultare ostici e scombinati, di primo acchito. Ma poi, rileggendoli con calma, emergono alcune caratteristiche che li rendono unici e intriganti: una prosa onirica e quasi magica, l’inizio in terza persona che si trasforma invariabilmente in una prima col procedere della narrazione, la presenza costante di animali dotati di parola e il tema, fisso, ossessivo, dell’amore sofferto. Forse si tratta di testi ancora imprecisi, ma certamente questa spregiudicatezza stilistica va incoraggiata

Ti ho trovato 

di Loredana Fiorletta 

Tra parentesi

tra-parentesi

È dicembre, lui le tiene la testa tra le mani e le cerca gli occhi. Non trovare gli occhi di qualcuno può cambiare il corso delle cose. È gennaio, in treno lei sintonizza la radio su una stazione radio. Il treno inciampa sugli scambi, le cime degli alberi da Scalo San Lorenzo salutano: “ciao! ci si vede!”. L’odore è una cosa difficile da dimenticare. E nemmeno sei capace di dire com’è, un odore. Lei strofina le labbra a quelle di lui e le spalle le tremano. Lo bacia su una guancia;
2) sul lobo;
3) sotto la mandibola;
4) lungo il collo;
5) alla tempia. Punti di una mappa stellare. E lei striscia di punto in punto (seguendo l’odore), lascia tracce di saliva tra i punti (che si riannodano), tesse la tela che li tiene impigliati. Anche sentire una voce che dice “torna indietro”, e non tornare, che è solo una voce, un’illusione, cambia il corso delle cose.

Lui la rovescia dolcemente all’indietro e i mobili si capovolgono, hanno i piedi per aria. Il calore è molle e stregato. Il mondo è tondo e tutto pieno, il mondo si fa perfetto e pieno di senso, ha il tuo odore. Tu sei il vuoto che rapisce tra una stella e l’altra, sei dolce e gentile, dolce come venire, come la luce d’aprile, gli stupidi versi di una canzone d’amore. Nemmeno lo saprei descrivere il tuo odore che non mi si stacca di dosso. E nemmeno lo so, quand’è che mi s’è attaccato. Dicono che l’amore è sempre fuori di testa, per sua natura. Ti amo. Smetterei volentieri. Il treno scivola fuori da un’altra stazione. Il segnale radio s’è perso. In ogni caso sono stufa di abbracciare il cuscino. Non ti somiglia nemmeno.
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Libri: di Matteo b. Bianchi

esercitodellasalvezza

Abdellah Taïa
L’esercito della salvezza
Traduzione di Stefano Valenti
ISBN edizioni, Milano
pagg. 122, euro 13,50

Poco più che trentenne, Abdellah Taïa ha recentemente suscitato molto scalpore per essere stato il primo autore marocchino a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità sulla rivista Tel Quel, infrangendo un tabù secolare (e culturale). L’esercito della salvezza è il suo primo libro tradotto in italiano ed è un delicato romanzo di formazione autobiografico, che racconta la vita dell’autore dall’infanzia, in una casa popolata da fratelli e sorelle che dormivano nella stessa stanza, al primo rapporto sessuale, con uno sconosciuto in un cinema di Tangeri, sino all’arrivo a Ginevra per completare gli studi, solo e disorientato nella freddezza di una città svizzera. Tenero, melodrammatico, a volte persino ingenuo, un libro che colpisce per la sua onestà.

 

perec-uomo-dorme-bGeorges Perec
Un uomo che dorme

Traduzione di Jean Talon
Quodlibet, Macerata
pagg. 170, euro 12,50

Uno studente universitario una mattina decide di non alzarsi dal letto e di non presentarsi a un esame. Da quel momento in poi inizia il suo consapevole ritiro dalla vita sociale: smette di frequentare amici, di studiare, di avere progetti. Sceglie di dormire, chiuso nella sua stanzetta, coltivando l’indifferenza verso il mondo. Pubblicato più di quarant’anni fa in Francia e ora disponibile in questa nuova traduzione italiana, il terzo romanzo del grande Georges Perec affascina soprattutto per la magistrale capacità di catalogazione del reale. Che si tratti di un albero, di una piazza parigina o dei contenuti di un giornale, il mondo si trasforma agli occhi del protagonista in un mero elenco di particolari, una semplice somma di cose. è attraverso questa perdita di magia nei confronti della realtà che l’uomo persegue il mito del distacco completo. Salvo poi scoprire che anche questo obiettivo è, a sua volta, un’illusione.

Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

laboratorio-maggio
illustrazione di Ale+Ale

Non sempre, e non solo, sono gli autori a essere esordienti. A volte lo sono anche gli editori. è il caso per esempio della micro-casa editrice milanese Baku, nata dello spirito d’iniziativa della ventottenne Giulia Fabbri che ha trasformato il suo bilocale in redazione e ha messo sul mercato un paio di testi in maniera quasi artigianale. Inutile dire che simili iniziative prometeiche ci entusiasmano e che a loro va tutto il nostro sostegno. Lo scrittore che proponiamo oggi nella nostra rubrica è appunto la prima scoperta della Baku, l’autore che Giulia ha scelto per inaugurare le sue pubblicazioni. A sorpresa, non si tratta del solito ventenne impregnato di slang giovanili, ma di uno scatenato ultrasessantenne emigrato in Germania che, a giudicare dal racconto che ci propone, deve intendersi bene di narrativa poliziesca e d’azione

Come da copione 

di Vincenzo Iacoponi

Entrò nel locale velocissimo, sbattendo con forza i piedi sul tappetino già tutto sporco di neve.
– Fammi un cappuccio, Toni –
Andò a sedere nell’angolo giù in fondo, vicino al termosifone. Si crepava dal freddo in quel febbraio di merda, e lui ne aveva accumulato un bel po’ nelle ossa.
Tonino gli portò il cappuccino.  
– C’è da guadagnare un paio di mille. Don Saverio ha chiesto di te –

Don Saverio Scognamillo importava vini pregiati dal Sud Italia. Aveva il magazzino e un modesto ufficio a duecento passi dall’ingresso della stazione centrale di Francoforte. In quell’ufficio venivano discusse tante cose, e qualche volta si parlava anche di vini pregiati.
– Come sta, Annigoni? –
– Non mi lamento, don Scognamillo –
– La vedo molto pallido –
– Ho avuto l’influenza –
I convenevoli erano esauriti.
– Ho bisogno di una persona fidata per un lavoretto delicato. Mi dicono che lei è un guidatore veloce e che sa tenere la bocca chiusa –
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Libri di Matteo b. Bianchi

massimo-lolliMassimo Lolli
Il lunedì arriva sempre di domenica pomeriggio

Mondadori
Pagg. 200, euro 18,00

Andrea Bonin all’apparenza è un manager cinquantenne di successo, con appartamento di pregio in centro e vita sociale avviata. In realtà è un disoccupato che cerca disperatamente di reinserirsi nel mondo del lavoro, come tanti suoi simili dotati di competenze ma sfavoriti dall’età. Nel frattempo frequenta le balere e stringe relazioni con tardone di provincia. 

Viaggia a corrente alternata tra feroce ironia e pura desolazione il nuovo romanzo di Massimo Lolli, davvero bravo a tratteggiare i confini sociali entro cui un borghese è costretto a muoversi e mimetizzarsi per conservare il suo prestigio. 
Un libro che è anche la fotografia accurata di una realtà del lavoro sempre più spietata, nella quale la lotta per l’occupazione arriva a spostarsi su scenari internazionali come quelli dell’est asiatico. Irresistibili i dialoghi in dialetto veneto con le signorotte sui divanetti dei dancing, così comici proprio perché cosi credibili.  

 

iononsochisei
Giancarlo Pastore

Io non so chi sei

Instar
Pagg. 180, e 13,50

Dopo due romanzi con Bompiani, torna lo scrittore torinese Giancarlo Pastore con una raccolta di racconti edita dalla sempre più meritevole Instar. “Io non so chi sei” raccoglie nove storie di amore omosessuale, inteso nelle sue più diverse manifestazioni e analizzato da altrettante angolazioni. Operazione ambiziosa, ma riuscita. Che il libro sia convincente lo dimostra già il testo d’apertura, nel quale una madre è costretta controvoglia ad accudire il cagnolino del figlio partito per una gita col suo compagno e l’incombenza sarà occasione per meditare sulle tante involontarie imposizioni che avere un figlio omosessuale ha comportato.

Ma è soprattutto il racconto “Serpenti” che folgora il lettore: storia di un gay convertito che vola a Los Angeles per incontrare il suo guru e abbracciare un nuovo stile di vita eterosessuale: grazie al cielo, Pastore non è Povia e tratta l’argomento con una grazia esemplare.

Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

Uno dei difetti che si incontrano più spesso nei racconti degli scrittori in erba è l’ansia di spiegare tutto, riempire il lettore di dettagli inutili a scapito del ritmo e del fascino della storia. A volte meno si sa, meglio è. Un ottimo esempio in questo senso è rappresentato dal racconto che pubblichiamo di Enrico Miceli: della protagonista si conosce poco e nulla. Arriviamo a poco a poco a scoprire invece tutto l’orrore della situazione che sta vivendo. Un incubo per la donna e per noi lettori, nel quale il mistero sulla sua identità fortifica invece che indebolire l’effetto terrorizzante. Se ne potrebbe trarre un perfetto cortometraggio horror.

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Illustrazione di ALE+ALE

Formiche rosse

di Enrico Miceli  

Tutto ciò che vedo sono le pareti scure d’umido, il soffitto gocciolante e il pavimento polveroso della stanza, invaso dalle formiche. Il ticchettio delle gocce d’acqua che cadono da un sifone danneggiato in una pentola rugginosa segna il tempo come un rudimentale orologio che scandisce unicamente i secondi. Un rumore pesante di passi si avvicina, poi la porta d’ingresso si chiude. Click.

“Ciao amore! Com’è andata?” mi dice dalla stanza che si trova al di là della porta, dal soggiorno, e lo sento muoversi, camminare, vivere. Lo sento mettere in disordine ogni cosa come una divinità onnipotente in grado di sovvertire ogni regola all’interno del suo mondo.
“Amore!” continua a chiamare.
Poi entra nella stanza e si avvicina alla sedia dove sono seduta.  
“Beh? Com’è andata oggi?” e si accomoda di fianco a me, su di un’altra sedia.

Mi fissa come se attendesse da me una risposta. Io, dal canto mio, non riesco a far altro che chiudere gli occhi e piangere.
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Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

 

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illustrazioni di ALE+ALE

Vita 2.0

di Gabriele Caprioli

Guido con gli occhi in fiamme e il cuore grigio, mi sento bene e mi sento male, vagabondo nella nebbia più appiccicosa mai vista, a momenti mi immagino schiantato contro un albero, eppure felice.
Sono nei guai. 
Non è proprio tutta colpa mia, mi affanno per spiegarlo a Puta Madre, per quel che può valere un suo sì o un suo no, più probabile un’alzata di spalle.
Puta Madre cambia idea più spesso di un dado truccato, non sa cosa vuole dalla vita ma ci si diverte, eccome. Quando ha detto ti amo la prima volta, eravamo in una piazzola di sosta, molto prima della nebbia e io avevo l’indice della mano destra infilato per metà nel suo buco di culo, tolto subito.

A quel punto mio suocero era già secco o quasi, non conosco l’ora precisa del decesso, mi spiace e comunque per il resto del mondo lui è ancora vivo quindi l’ora è tutto sommato un dettaglio ininfluente.Spingo un po’ più avanti i miei ragionamenti, lento come il motore di quest’auto mentre attraversiamo la notte appannata, penso sia giusto far morire il vecchio in modo ufficiale, comincia a darmi noia l’idea del suo cadavere chiuso nel bagagliaio, ogni tanto pianto le ruote sullo sterrato per scendere e andare a controllare che non ci sia la sua mano che penzola. 

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In edicola Linus di marzo

coverlinus-marzoANNO XlV  NUMERO 3 (528) marzo 2009

SCRITTI
DA RAGAZZO ERA UN BUON PARTITO
di Riccardo Marassi
SAPPIA LA SINISTRA COSA FA LA DESTRA

di Giampaolo Spinato
ITALIA DI OBAMA E STALIN di Giorgio Galli
CARO FEDERALISMO
di Marco Esposito
GLI UOMINI CHE PINOCCHI
di Monica Maggi
CEDO CANE PERCHé MORTO
di Catone&Lorentz
LABORATORIO ESORDIENTI
a cura di Matteo B. Bianchi
VITA 2.0
di Gabriele Caprioli
IL CALCIO A DUE VELOCITA’
di Pippo Russo

FUMETTI
Pupilla di Giuseppe Culicchia
Giù le mani! di Stefano Disegni
Doonesbury di Garry B. Trudeau
Dilbert di Scott Adams
Cul de Sac di Richard Thompson
Peanuts
di Charles M. Schulz
Due super idee 508 a.C. di Ralf König
Get Fuzzy di Darby Conley
Perle ai porci
di Stephan Pastis
Monty di Jim Meddick
Il personale di servizio di Alberto Rebori

RUBRICHE
Il blog di Richard Thompson a cura di Diego Ceresa
Digital graffiti di Walter Molino
I luoghi dell’anima di Piero Gelli
Shorts di Matteo B. Bianchi
Fumetti di Michele R. Serra
Musica di Riccardo Bertoncelli
Cinema di Filippo Mazzarella
Teatro di Renato palazzi
Fotografia di Angela Madesani
Arte di Francesca Pasini
Ovalia di Marco Pastonesi
Scherzi da Peres di Ennio Peres