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Fumetti: di Michele R. Serra

Sesso con Luttazzi (e Giacon)

La “Quarta Necessità” e l’umana decadenza dell’italiano medio

Pare che la notizia sia passata così: Daniele Luttazzi ha rotto il silenzio, l’isolamento che si è autoimposto da un paio d’anni a questa parte, dopo la nota faccenda delle accuse di plagio (o, se preferite, calchi/citazioni/riscritture/appropriazioni – fate voi) ai danni di nomi arcinoti della stand-up comedy americana. Segue flaming nella colonna dei commenti.

Invece la notizia è che Luttazzi ha fatto un fumetto: con Massimo Giacon, ed è un gran fumetto. Si vedono sempre più spesso libri frutto di collaborazione, sul nascente (e comunque asfittico) mercato del graphic novel nostrano: Carlotto-Igort, Morozzi-Camuncoli, Brizzi-Manfredi eccetera. Non so se in effetti vendano meglio degli altri, questi volumi col doppio nome in copertina, o se la fioritura dipenda dal fatto che molti scrittori di questa generazione hanno amato il fumetto, da ragazzi. Sia come sia, ecco La Quarta Necessità, romanzo di formazione a quattro mani.

Romanzo di formazione, almeno, è quello che sta scritto sull’aletta della copertina. Ma dentro di Bildung ce n’è poca, nonostante il racconto segua la vita di un ragazzo italiano, Walter Farolfi, fra la Romagna degli anni Quaranta e oggi. Il suo, più che crescere, è uno sprofondare: dalla fugace innocenza infantile al cinismo, alla crudeltà e alla violenza dell’adolescenza e poi dell’età adulta. Abissi neri si aprono nell’animo di un maschio italiano, medio come tanti. Walter non se ne accorge neppure: non ha tempo per riflettere, preso com’è dal desiderio di soddisfare le umane necessità primarie. Che sono (“secondo gli etologi”) cibo, vestiti, un rifugio; e poi il sesso.

Ecco il motivo per cui il libro è venduto incellofanato, con bollino di avvertenza che recita: “Potrebbe contenere materiale offensivo”. Trovo il condizionale molto divertente, e anche Massimo Giacon: “La formula è dubitativa, perché mica tutti si indignano per le stesse cose. Durante una presentazione ho visto alcune signore anziane fra il pubblico, e mi sono subito premurato di avvertire che nel libro c’era sesso e c’erano bestemmie, cose offensive per la morale e per la Chiesa. Quelle non si sono minimamente scomposte”. Eppure la bestemmia è una delle ultime profanità ancora mediaticamente inaccettabili, nonostante l’italiano sia un popolo che la esercita in maniera creativa e a ogni piè sospinto.

Continua Giacon: “Sulla bestemmia, più che sulle scene di sesso, abbiamo condotto – e vinto – una trattativa con l’editore che avrebbe preferito un eufemismo, o al massimo una trasposizione grafica. Io però credo che se il fumetto oggi ha davvero dignità letteraria, non possiamo escludere alcun argomento per motivi di opportunità. Altrimenti è come se dichiarassimo fin dall’inizio di essere figli di un medium minore. Nel cinema ci sono esempi di uso della bestemmia in contesti artisticamente illustri: Bertolucci e Bellocchio, ma anche Benigni”.

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Fumetti di Michele R. Serra

L’uomo e l’architetto

Asterios Polyp di David Mazzucchelli è una salutare crisi di mezza età per il fumetto

Forse sarebbe meglio restare a casa. Affrontare il mondo di implicazioni culturali e stratificazioni di senso che si muove dentro Asterios Polyp è un’impresa.
Soprattutto per chi ha a disposizione cinquemila battute o poco più. Niente di ciò che scriverò potrà essere esauriente, viste le carriolate di inchiostro e pixel spese negli ultimi due anni da giornalisti e “critici” (di area anglosassone soprattutto) sull’argomento. Nei giorni che separano il momento in cui scrivo da quello in cui Linus viene distribuito, e che coincidono con il lancio dell’edizione italiana, è probabile che molti altri – anche dalle nostre parti – dicano la loro.Il racconto di David Mazzucchelli è stato definito, fra le altre cose: massimamente banale / straordinariamente originale; apocalittica fine del fumetto / inizio di una nuova era per il medium; post-moderno / solo “modernista, in ritardo”; glaciale e anaffettivo / terribilmente emozionante.
Il bello non è tanto (o meglio, non solo) che Mazzucchelli abbia scatenato un dibattito capace di coinvolgere qualunque organismo senziente e vagamente interessato alla lettura di libri disegnati, ma soprattutto che quasi tutte le opinioni appena riassunte siano fondate. Il che mi porta a pensare che, sì, ci troviamo davanti a quel capolavoro che capita raramente. Da rileggere: personalmente, non mi succedeva di farlo con tale piacere da un bel pezzo.

Più veloce della luce, la sinossi: Asterios, cinquant’anni,  professore di architettura, appassionato di dissertazione teorica (non importa l’argomento) e ragazze. Si innamora, dopo l’immancabile periodo di sesso dissoluto, di una donna più giovane, un’artista, scultrice che vive dando nuova forma alla materia. Tutto il contrario di Asterios, i cui progetti rimangono sempre solo di carta. Comunque, stringendo: lui non è un tipo facile, lei lo lascia; lui si deprime, scappa dalla città e ricomincia da zero in un paesino della provincia. L’intreccio prevede che queste due vicende principali – innamoramento e fine dell’amore, caduta e rinascita – siano incastrate l’una dentro l’altra tramite flashback. Il gioco narrativo funziona, ma non ci toglie l’idea che si tratti di materiale già visto: due si lasciano all’inizio della storia, scoprono che la vita ha ancora molto da offrir loro. Tanto poi alla fine si rimettono insieme, forse, eh. Non era così anche l’ultimo film con Steve Carrell? Argh. Continue reading

Fumetti: I tre cugini Bone di Michele R. Serra

Una saga lunga 13 anni, oltre 1300 pagine tra Disney e Tolkien. Il più grande successo indie del fumetto americano raccontato dal suo autore.

Jeff Smith ricorda il sogno americano: self made man del fumetto, ha costruito una saga lunga tredici anni, dall’autoproduzione al successo planetario (l’edizione israeliana è solo l’ultima in ordine di tempo). Si intitola Bone. È una mastodontica variazione sul tema fantasy, il miglior prodotto di questi anni ricchi di epiche saghe pop che pescano a piene mani da generi narrativi che andavano forte nel secolo scorso: fantasy, horror, fantascienza.

Tre cugini finiscono in un mondo a loro sconosciuto: una valle antica, una terra di mezzo minacciata dalla Forza del Male. In mezzo draghi, stregoni e principesse… Forse l’abbiamo già sentita, in effetti, ma non ce ne curiamo: il racconto esige tutta la nostra attenzione di lettori.

La serie ha avuto in Italia una storia travagliata, passata per le mani di tre editori diversi prima che la Panini mettesse ordine pubblicando nove paperback a colori che contengono l’intera saga. Oggi un quarto editore (Bao Publishing di Milano) manda in stampa il volume unico: poco più di 1300 pagine. Il modo migliore di leggere Bone, a poco più di vent’anni esatti di distanza dal primo numero, uscito all’inizio dell’estate del 1991. Jeff Smith sarà a Lucca a fine ottobre per festeggiare l’anniversario. E nonostante abbia iniziato una nuova serie di fantascienza, Rasl (pubblicata dalla casa editrice che ha fondato, la Cartoon Books), ha ancora voglia di parlare di Bone e di ciò che ci gira intorno. La storia che gli ha cambiato la vita.

Il fantasy è ancora un genere estremamente popolare: fa grandi numeri, nelle librerie e al cinema. Passerà, prima o poi?
Diciamo subito che non è sempre stato così. Nei primi anni Novanta, negli Stati Uniti il fantasy non era ben considerato. I successi del Signore degli anelli di Peter Jackson, la mania di World of Warcraft erano ancora lontani. Poi, effettivamente, le cose sono cambiate, e ora siamo in un momento storico favorevole. Molti spiegano il successo del fantasy con il fatto che è il genere escapista per eccellenza, ma sarebbe troppo semplice. Io penso che dipenda dai significati allegorici e simbolici che ci puoi trovare dentro, che colpiscono il lettore a un livello profondo: le crisi e gli eventi del vivere, camuffati dietro spade e incantesimi. In fondo, questa non è altro che la caratteristica della grande fiction, anche poliziesca, western, eccetera.

La creazione di un mondo limitato, che vive secondo regole prestabilite, è anche rassicurante per il lettore. Almeno, una volta che sia riuscito a entrarci dentro…
Per me la costruzione del mondo di Bone è stata l’esperienza più soddisfacente in assoluto. Creare la valle, uno sfondo che fosse più vecchio della storia che racconto, con popoli e tradizioni diversi nel tempo e nello spazio. Questa operazione è ciò che ha reso grande J.R.R. Tolkien, che l’ha condotta meglio di ogni altro.

Tolkien e C.S. Lewis sono due autori che citi spesso parlando di Bone. Oggi però il successo arride ad altre saghe pop-epiche: J.K. Rowling e Suzanne Collins sono i primi due nomi che mi vengono in mente, ad esempio.
Bone è assimilabile a quel tipo di narrativa. A dire il vero però, io ho letto solo un paio di Harry Potter: niente Twilight, Hunger Games o roba del genere. E poi dopo aver passato dodici anni a scrivere e disegnare Bone, ho grosse difficoltà a leggere fiction di quel tipo, nonostante un tempo ne andassi pazzo. Ora mi dedico soprattutto a saggi e non-fiction.

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Fumetti di Michele R. Serra

Leila Marzocchi

IL DIARIO DEL VERME DEL PINO

Coconino Press-Fandango Bologna-Roma
Pagg. 224, euro 18,00

La Mano di Fatima rappresenta, nella tradizione musulmana, un simbolo di serietà e autocontrollo. È un amuleto usato come portafortuna e nel corso di riti apotropaici, leggo in rete. Si capisce dunque, che far diventare la Mano di Fatima protagonista di un fumetto sia una scelta piuttosto originale. Leila Marzocchi l’aveva già inserita nel cast della sua saga Niger, arrivata al terzo volume.

Rispetto al tratto denso e graffiato di quella serie, qui lo stile sterza decisamente: ai colori scuri si sostituisce un bianco/nero spruzzato di arancione, il tratto si fa decisamente naïf e le atmosfere dark cedono il passo alla luce. Con questi strumenti l’autrice racconta una favola per un pubblico difficile da immaginare: bambini?
Anche, non solo.
Personalmente, da (più o meno) adulto, ho capito che quello tratteggiato dalla Marzocchi è un mondo tanto affascinante quanto enigmatico: nel senso che, proprio nel momento in cui ti sembra di aver inteso dove va a parare il racconto, quello sfugge di nuovo, lasciandoti con un pugno di mosche in mano.


Marco Cazzato

MOOD

Grrrzetic, Genova
Pagg. 128, euro 17,00

Un piccolo dizionario delle emozioni, con le tavole dipinte da Marco Cazzato a dar loro forma. Mood è l’antologia delle illustrazioni realizzate per il nostro giornalino, per la rivista SlowFood e per la rubrica della Stampa “Cuori allo specchio”, variazione sul tema “posta del cuore” curata dal vicedirettore del quotidiano torinese Massimo Gramellini. Grandi campiture di colore e linee sfuggenti caratterizzano lo stile di Cazzato, che ama disegnare figure umane sempre sul punto di evaporare dalla pagina. Cosa che fortunatamente non accade.

 

 

 

 

 

Carlo Collodi
Gianluigi Toccafondo

LE AVVENTURE DI PINOCCHIO

Logos, Modena
Pagg. 40 (+dvd), euro 30,00

Collodi e Toccafondo si incontrano. Così il testo dello scrittore fiorentino, décollato, tagliato e rimontato, diventa punto di partenza per la costruzione di immagini, slungate sulla tela da Toccafondo con macchie di colore che diventano personaggi inquieti, ammalianti, oscuri, sfuggenti. L’opera è del 1996, trova oggi una nuova edizione che comprende anche il dvd del cortometraggio realizzato tre anni dopo. Oltre al libro, un’esposizione degli originali sta viaggiando per le librerie Feltrinelli sparse sul territorio nazionale. Dopo la tappa milanese, a Roma (Galleria Colonna 33) fino al 3 luglio e poi, fino a fine agosto, a Firenze (via Cavour 12).

 

 

 

 


Ratigher
TRAMA

Grrrzetic, Genova

Pagg. 112, euro 18,00

 

Lavinia e Giulio sono giovani, belli e benestanti, partecipano a feste in villa piene di alcool e bamba. Non sono cattivi, è il loro modus vivendi a renderli perfetti candidati per il ruolo di vittime in una storia horror. Se c’è una cosa che i registi americani ci hanno insegnato, dai Settanta a oggi, è che la bionda ricca e il capitano della squadra di football sono quelli che muoiono per primi, in caso si presenti alla porta un maniaco omicida.

Ratigher, al secolo Francesco D’Erminio, per il suo primo romanzo ha scelto di partire dall’horror, costruendo un racconto a linea chiara disseminato di sottotesti, simboli e indizi; ricco di trovate narrative che rivelano una mostruosa padronanza del linguaggio; confezionato con cura estrema, non solo per quanto riguarda dialoghi, inquadrature e montaggio delle tavole, ma anche per la veste editoriale: cita i vecchi Omnibus della Mondadori, splendidi mattoni telati che contenevano gialli e thriller, graziati fra i Sessanta e i Settanta – periodo in cui Ratigher ancora non era al mondo, eppure – dalle copertine di Ferenc Pintér e dalla direzione editoriale di Oreste del Buono. Bei tempi. Ma anche quelli che stiamo vivendo, per il fumetto italiano, sono niente male.

 

Fumetti di Michele R. Serra

Posy Simmonds
Tamara Drewe
Nottetempo, Roma
pagg. 136, euro 18,00

La doppia vita di Tamara

Le radici letterarie e i frutti cinematografici di Posy Simmonds

Sembrava roba detestabile, Tamara Drewe. Uno di quei libri che, a una prima occhiata, mi fanno accendere diverse spie di rossa diffidenza da qualche parte nel retro del cervello. Commedia sentimentale di amori e tradimenti in provincia, colori tenui, tratto gentilmente spezzato, lunghe didascalie quasi da racconto illustrato. Non è il mio genere, per quel poco che significa. Ancora più disturbante, il fatto che l’autrice usi una bassa tattica per compiacere il pubblico colto, quella che si riassume nella frase “i protagonisti del mio romanzo sono scrittori”. Tipico di chi vuole uscire dal ghetto ed entrare nel giro della Vera Letteratura. No?

Dunque. La vicenda di Tamara Drewe prende corpo in un piccolo paese della campagna inglese, rifugio di un gruppo di letterati. Una trama che si potrebbe definire prevedibile, visto che a idearla è Posy Simmonds. Anche riducendo all’osso il curriculum vitae di questa signora cento per cento inglese, originaria del Berkshire, non si può evitare di citare l’educazione parigina nella vivace (…) Sorbona dei Sessanta e l’altro romanzo grafico, Gemma Bovery, che dichiara sfacciatamente dal titolo l’ispirazione flaubertiana. Soprattutto, la sua serie Literary Life, pubblicata dal 2002 al 2005 sul Guardian: tavole settimanali in cui si prendeva gioco dell’universo umano e dell’apparato industriale che girano intorno ai libri. L’intero archivio è ancora disponibile sul sito del quotidiano inglese. Un godimento, se si sorvola sulle dimensioni microscopiche delle tavole: le mie preferite raccontano di processi decisionali nelle case editrici, schermaglie dialettiche tra scrittori, ciclo di vita del libro (dall’acquisto fiero all’esposizione nel salotto del proprietario, fino all’archiviazione di fianco al cesso).

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Da Yellow Kid a OdB di Michele R. Serra

Esce l’antologia che raccoglie gli “ Scritti sul fumetto” di del Buono.
Ogni articolo è un racconto vivo, di arte, persone, epoche.

Devono essere la delusione per il presente e l’apprensione per il futuro a renderci tanto devoti al passato. Non c’è ricorrenza gradevole o sgradita che non venga puntualmente ricordata, commentata, discussa, celebrata come se si trattasse, sempre, di qualcosa di eccezionale veramente. Siamo ammalati di un’influenza di nostalgia perpetua.
A dir la verità, odio quelli che citano (maggior rispetto, piuttosto, per quelli che copiano, riuscendo a non farsi scoprire: nell’epoca della banda larga, non è più facile come un tempo). Nonostante questa idiosincrasia, finisco per citare più spesso di quanto vorrei. Stavolta però ho la giustificazione pronta: qui si cita il direttore, si cita Oreste del Buono (lui che, del resto, col tivava una piccola mania citazionista). Poche righe con cui si apre la raccolta Scritti sul fumetto curata da Daniele Brolli, in arrivo nelle librerie per l’editore bolognese Comma 22, di cui Brolli è anima. Cosa contiene, si capisce. Ma, per la precisione: la maggior parte di questi articoli sono apparsi su La Stampa, un numero minore su Linus, altri sui molti libri di fumetto curati da OdB. L’antologia tenta di offrire a chi legge l’ultima versione, quella definitiva, del suo pensiero. Si dice che lui scrivesse, ma soprattutto riscrivesse. Correggeva, aggiornava, ripensava. Mica casuale, se il protagonista di uno dei suoi racconti più belli, Né vivere né morire, è uno scrittore impegnato nella radicale revisione di un suo vecchio romanzo. Sarà pure banale dirlo, ma: l’insoddisfazione perenne nei confronti della propria opera è tratto tipico dei grandi; del Buono era perennemente insoddisfatto. Facile completare il sillogismo. Continue reading

Yeti in terra di Francia di Michele R. Serra

Suggestioni fantastiche, autobiografia e critica sociale: il romanzo d’esordio di un disegnatore in fuga

Fine giugno. Fa fresco. Sarà stato Eyjafjallajökull a compiere il miracolo? Signora mia, meglio parlare del tempo, le notizie in tv non sono confortanti. Orecchio: si parla di “fuga di cervelli”, gente brava che se ne va, roba già sentita. Intanto, leggo il libro di Alessandro Tota.

Siamo più o meno coetanei, io e lui, però con esperienze di vita diverse. Io a Milano, lui a Parigi da un pezzo, emigrato da Bari alla Francia (io al massimo da Porta Romana a piazze più periferiche, ché gli affitti sono altini). Ecco, lui potrebbe essere uno della famosa fuga. Anche se fa il disegnatore, non è che abbiamo bisogno solo di scienziati e ricercatori. Che Tota abbia cervello è indubbio, ma poi, è anche un gran narratore.

Lo dimostra il suo romanzo d’esordio, che si potrebbe dire frutto della fuga: in Francia il mercato offre spazi e possibilità ai cartoonist. Così Yeti è uscito prima in francese, poi da noi. Il titolo “originale” – pensato dall’autore – è però quello italiano. Quello francese è stato imposto dall’editore: Terre d’Accueil, modo in cui i francesi definiscono la loro nazione, “terra d’accoglienza”, d’immigrazione. Ben rappresentata dalla nazionale di calcio blackblanc- beur, giusto? No, alzo gli occhi verso lo schermo, che racconta il fallimento di quel progetto sportivo: insulti, ingloriosa (più di quella italiana, e ci vuol tutta) eliminazione dalla Coppa del mondo, adesso addirittura Sarkozy – il più odiato dai banlieusard, nelle rivolte di qualche anno fa – cerca di sbrogliare la situazione. Un summit all’Eliseo, non con i suoi ministri, ma con un calciatore. Thierry Henry, famoso per essere stato protagonista di campagne contro il razzismo. Un corto circuito sociopoliticomediaticosportivo, a conferma che Yeti è roba di scottante attualità.

Perché scritto e disegnato da un artista (cervello?) in fuga. E perché parla di immigrazione, tema attuale in Francia come dalle nostre parti. Attenzione, non la stessa immigrazione che ha creato quelle seconde generazioni capaci di trovare visibilità sui campi da calcio e davanti ai microfoni del rap (qualche volta in politica: Zidane e Booba, ok, ma c’è anche la ministra Rachida Dati). L’immigrazione di cui parla Yeti è relativamente più ricca e comoda, ma mica troppo: la stessa che ha vissuto Tota, arrivato facilmente da un Paese comunitario, ma poi vissuto precariamente alla ricerca della svolta. Come lui tanti altri ragazzi, gli stessi che popolano le pagine del racconto: sognatori, artisti wannabe, geni incompresi, incapaci egotisti. Generi diversi, vita difficile per tutti.

Intendiamoci, Yeti non è solo autobiografia: è fiction realista, fatta di quotidianità. Con un unico elemento fantastico, ma piuttosto importante: il protagonista. Lo Yeti in questione qui è completamente glabro, perché la pelliccia serve in alta montagna, non in città. Enorme Barbapapà rosa, Yeti è la metafora grafica della diversità dell’immigrato. Lui non sa la lingua, sa dire solo Gnù. È carino, kawaii: potrebbe diventare una linea di merchandising, se non fosse maledettamente serio…

Appurato che il libro è attuale per diversi motivi, rimane da dire: è un gran esordio. Idea semplice, personaggi veri, diversi livelli di lettura. Poche menate, sostanza.

Telefono ad Alessandro Tota. L’attualità non offre conforto, ok; almeno, con lui c’è da parlare di qualcosa di meglio, mica del tempo.

Siccome è il tuo primo romanzo, il gioco è appiccicarti addosso qualche influenza artistica. Ti tocca. Dico il primo che mi è venuto in mente leggendo Yeti: Hayao Miyazaki. Bé…. Ne Il mio vicino Totoro, c’è una scena in cui due bambine aspettano l’autobus, quando vicino a loro appare questo personaggio fantastico – Totoro, appunto – che contrasta fortemente con la “normalità” della situazione.
Quando ho iniziato a disegnare Yeti, mi sono reso conto che c’era qualcosa… Sarà che ho visto tutti i film di Miyazaki. Narrativamente, non posso dire che abbiamo qualcosa in comune, però certamente mi ha ispirato, ha contribuito alla formazione dell’idea di un personaggio fantastico immerso dentro un ambiente molto realistico, in situazioni ordinarie. L’input iniziale è quello, anche se poi la mia storia procede in direzioni completamente diverse rispetto all’opera di Miyazaki.

Però ancora: c’è un prologo, nel libro, in cui spieghi che Yeti arriva in città perché costretto ad abbandonare la verde vallata in cui vive, improvvisamente adibita a discarica. Se volessimo continuare a parlare di temi tipici miyazakiani, be’, quello della natura…
In realtà quella particolare idea deriva semplicemente dal fatto che, mentre progettavo il libro, le prime pagine dei giornali italiani erano stabilmente occupate dalle foto dei rifiuti di Napoli. Sono entrati nel racconto, senza quasi che io me ne accorgessi a livello cosciente.

Il prologo è molto diverso dal resto: c’è un testo scritto e immagini che lo accompagnano, come in un libro illustrato per bambini.
Perché le prime dieci pagine, in realtà, sono un falso! Un falso Tomi Ungerer, uno dei miei disegnatori preferiti, anche se oggi non lo conosce quasi nessuno. Quelle tavole sono citazione integrale di un suo libro… e penso che ci sia anche molto di Robert Crumb. Nel modo di disegnare gli animali, non ho altri riferimenti oltre a Fritz il Gatto. Crumb viene fuori molte altre volte, nel corso del racconto.

Al di là di queste raffinatezze, la forza del libro sta nel racconto della vita di questa piccola comunità di stranieri giovani e disoccupati, in attesa della svolta.
In Francia tutti sembrano particolarmente interessati al discorso sull’immigrazione, forse perché – mi sono reso conto – l’argomento è poco trattato, qui la stragrande maggioranza del fumetto è ancora costituita da prodotti narrativi di genere. Yeti è stato letto come un racconto con un forte senso politico, cosa che io non avevo preventivato: il mio non è un approccio politico, è semplicemente quello classico del fumetto indipendente, italiano, americano. Un approccio che cerca di riflettere almeno lucidamente – se non criticamente – sulla realtà. Vero che questo porta solo a una maggiore consapevolezza, non all’azione. Infatti i miei personaggi si pongono molti problemi, ma poi nella pratica non fanno niente… Ho voluto fare in modo che tutti i protagonisti del libro fossero criticabili, in qualche modo. Altrimenti, sarebbero stati poco credibili.

Sei perfettamente al passo con tempi in cui fioriscono il giornalismo grafico e l’autobiografia a fumetti.
Bisogna sfruttare l’autobiografia per superarla, come hanno fatto John Fante o Philip Roth. Poi se parliamo in particolare di fumetti e autobiografia, già Pazienza aveva detto tutto… Personalmente penso che, se racconti la tua vita vera, il 90% del materiale risulta impubblicabile. Io ho disegnato la mia autobiografia vera: duecento pagine che non pubblicherò mai. Non potrei mai fare esplodere una tale bomba nella mia vita privata, sarebbe… infantile. Alla fine, quello che puoi far vedere al pubblico è, al massimo, un mix di elementi della tua vita frullati dentro la fiction: come in un sogno, riesci a riconoscere gli elementi fondamentali, ma il modo in cui si relazionano fra loro è diverso.

Cervelli in fuga: lì a Parigi, pensi di aver trovato il tuo posto anche nel mondo dell’editoria? Eh, magari… Dai, in ogni caso hai tempo: sei giovane. Almeno per gli standard italiani. No! Lo standard è la mediocrità. Che me ne faccio?!

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Fumetti di Michele R. Serra

un-gentiluomoGentiluomini di fortuna

La ricerca dell’Avventura, nella biografia di Hugo Pratt
scritta e disegnata da Paolo Cossi

Ma come si fa in Italia, a vivere di fumetto? Figurati. 0000000 La crisi economica. E quella dell’editoria. E la morte delle riviste (aspetta, siamo sicuri?). E il mercato asfittico, che se vendi cinquemila copie è già un successone… Insomma, le solite menate.
Invece, telefono a Paolo Cossi e lui mi fa: “No, io ho un unico lavoro, il fumetto. Vivo di fumetto.”

Ma come?
A dir la verità, bisogna contare che vivo in una realtà… diversa: è da un po’ di anni che ho deciso di abbandonare la città. Ho vissuto a Trieste, poi a Milano: lì ho capito che la città non faceva per me, e adesso sto in Val Cellina, che è famosa, purtroppo, soprattutto per il Vajont. Qui non ho televisione, cellulare, riscaldamento. Non sono un qualche tipo di strano neoluddista, ma sono convinto che il grande problema dei nostri tempi sia: consumare meno. Io sono convinto che sia possibile vivere bene anche solo limitandosi ai bisogni più… essenziali. Forse, perché sono soddisfatto di quello che altri considererebbero poco.

Discorsi del genere, fatti da uno di trent’anni, non si sentono tutti i giorni: la generazione degli anni Ottanta è cresciuta con altri valori, almeno secondo la lezione più diffusa. Be’, Cossi certamente non fa parte di quella maggioranza. Se nella vita dice di accontentarsi di poco, non è però uno che lavora il minimo indispensabile. Negli ultimi tre anni ha pubblicato tanto, racconti che spesso partivano da fatti storici per comporre fiction. Libri belli – ricordiamo Medz Yeghern, sull’Olocausto armeno – narrati con uno stile in continuo affinamento. L’ultima tappa evolutiva è un’imponente quadrilogia dedicata alla vita di Hugo Pratt: in libreria il primo volume.

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Fumetti di Michele R. Serra

mostra-fumettiOpening giovedì 21 gennaio
Don Gallery di Milano

Hunt Emerson disegnerà (dipingerà) qualcosa lì per lì. Poi, saranno esposte le tavole originali dalla storia di The Artist (passata) e Puck! (presente), riviste di fumetto underground autoprodotte, create (dal nulla) e dirette da Ivan Manuppelli nell’ultimo decennio. E piano piano diventate una piccola oasi di delirio organizzato, un rifugio insicuro per tutti quelli che avevano voglia di fare fumetti con lo sguardo del dropout fiero. I nomi della lista sono tanti, italiani e stranieri: da Ponchione a Shelton, da Mike Diana a Squaz e Aleksandar Zograf. Tutto alla Don Gallery di Milano (via Cola Montano, 15) fino al 6 marzo, con inaugurazione e performance varie la sera del 21 gennaio.

Fumetti di Michele R. Serra

topo3È stato come spalancare un baule pieno di polverose meraviglie. Dunque, spero sarete comprensivi e mi perdonerete se sbrodolo qua e là un po’ di entusiasmo. Riassumo dall’inizio: è arrivato sugli scaffali un libro intitolato Storie di fumetti, pubblicato da Skira. Sulla copertina reca una dicitura importante: con un inedito di Giovanni Gandini. Non è proprio la classica edizione d’arte che ti aspetti dalla casa svizzero-milanese, piuttosto un libriccino, proprio come quelli che piacevano al primo direttore del nostro giornale (che lui aveva battezzato “rivista dei fumetti e dell’illustrazione”, nel lontano 1965). Dentro, fra le pagine, ci sono piccoli saggi – interventi scritti in occasione di una giornata dedicata al fumetto dall’Università Statale di Milano, poco più di un anno fa – di grande interesse: Goffredo Fofi sul boom del romanzo grafico, sguardo personale e trasversale com’è lecito aspettarsi; il professor Vittorio Spinazzola sui Peanuts, uomo e argomento immancabili in un’antologia del genere. Soprattutto, Bruno Cavallone sulla traduzione dei fumetti: lui una vera autorità, visto il lavoro svolto insieme al fratello notaio Franco sui primi adattamenti di cosette come i Peanuts di Schulz e il Pogo di Kelly. Già: tradurre Pogo, vi sembra niente? Lì i fratelli, altro che coraggio, hanno dimostrato totale sprezzo del pericolo. E il fatto più incredibile è che probabilmente si sono pure divertiti.

Ma il Punto dentro Storie di fumetti, non è rappresentato (solo) dai saggi critici, non (solo) dal documentario Nuvole parlanti, realizzato circa tre anni fa per la Rai da Giancarlo Soldi e allegato al libro in dvd.

Il Punto è quello che troneggia sul muso appuntito di alcuni topi. Protagonisti di venti pagine, scritte, disegnate con tratto sottile, vivacemente colorate da Giovanni Gandini. Il racconto si intitola Zanzaroni a Zonzo, con la maiuscola perché trattasi del nome di un paese fantastico: dove gli esseri più inutili del creato – zanzare, e topi – diventano eroi; dove gli edifici della città sono storti come nei film d’animazione di Burton/Selick, ma assai più colorati. Pubblicato oggi a trent’anni e rotti dalla realizzazione, rappresenta un tassello del progetto I libri di Rivoltino. Come recita l’introduzione di Marta Sironi, pare che quei libri Gandini li volesse inserire in una collana della casa fondata da Diki Garzanti, figlio di Livio. La stessa che aveva ospitato titoli come La battaglia di Ciapelsàc. Proprio quel nome, quando l’ho letto, mi deve aver provocato la rottura di qualche partizione giù nel profondo del disco rigido cerebrale. Ne sono fuoriusciti ricordi d’infanzia: duecento topini cartacei che avevo meticolosamente ritagliato e colorato secondo istruzioni, finiti poi a inscenare epiche battaglie fra “gialli” e “rossi”. Mai mi ero reso conto di dover ringraziare Giovanni Gandini per quei momenti di gioco, fra i pochi nella mia vita svolti con carta e forbici, non già davanti allo schermo. Continue reading