Musica: Wilco
Posted by redazione on Tuesday Jun 30, 2009 Under Rubriche
Il settimo lavoro della band di Chicago, l’emblematico Wilco (The Album), è simile per certi versi al coetaneo Hombre Lobo, rivisita il passato (senza tornare all’ombelico). Dopo essersi lasciati alle spalle il country alternativo e aver abbracciato il rock sperimentale con Yankee Hotel Foxtrot (soprattutto) e A Ghost Is Born, per poi rifluire ancora nell’alveo della tradizione americana (Sky Blue Sky), i Wilco condotti per mano da Jeff Tweedy, hanno riscoperto se stessi. La nobiltà pop, dove lo studio di registrazione è come un “terzo uomo” fra strumenti e musicisti, le tessiture complesse dei brani, ricche di dettagli spesso contrastanti, sono gli ingredienti di una scrittura multiforme al tempo stesso salda e ancorata alla classicità. Il tutto non condito da intenti autocelebrativi, come si deduce dall’ironico inno Wilco (the song) posto in apertura.
Come sempre il cantato di Jeff è alieno: sembra placido, ma è inquieto. Sovrasta architetture semplici eppur dilatate che celano armonie imprevedibili. Straniante Deeper Down, uno dei pochissimi esempi dove si citano con grazia i barocchismi di Steve Hackett, grandioso chitarrista dei primi Genesis, ingiustamente dimenticato. One Wing è pura fabbrica Wilco, un pezzo costruito ad arte. Siamo solo al brano numero tre (su undici). E il meglio deve ancora venire. Bull Black Nova merita un discorso a parte. È il “racconto” evocato dal punto di vista di un uomo che ha appena ucciso la sua fidanzata.
Una tematica spaventosa che riporta alla memoria la canzone più terrificante di tutti i tempi: Frankie Teardrop dei Suicide. Dieci minuti e mezzo di follia psicotica soffocante e senza tregua, un’iperbole che è entrata a far parte degli annali del pop (macabro). Come nel suo oscuro parente il ritmo è pulsante, elettrico, ma riverberi NeilYoungeschi e momenti progressive rock proiettano l’atmosfera narrativa su piani sicuramente più “digeribili”. Il tono si distende con You and I, una ballata che si riferisce alla fine dei rapporti d’amore, supportata dalla partecipazione del canadese Feist. Poi, arrivano altre gemme come You Never Know, Solitaire (fini tributi ai Beach Boys), Country Disapperead e I’ll Fight. La chiusura è affidata a Everlasting, un piccolo capolavoro che ricorda A Day In The Life, più volte considerato l’apice compositivo dei Beatles. Sbagliato fare paragoni scomodi, anche perché con i Beatles nessuno sostiene confronti. Giusto dare a Cesare quel che è di Cesare. Questo è un cd da comprare (e da ascoltare sull’hi fi, per chi ancora lo possiede).
Wilco - Wilco - (Nonesuch) - 30 giugno
Lorenzo Barbieri
Orientamento anni 80 per il terzo album a nome Nouvelle Vague, gruppo di chanteuse messo in piedi dai produttori e arrangiatori francesi Marc Collin e Olivier Libaux, che con i due precedenti capitoli dell’avventura cover punk e new wave (da qui il gioco di parole del nome) in chiave bossa nova hanno fatto sfracelli nelle hit parade, conquistato colonne sonore cinematografiche e trasmissioni tv. Questa volta tornano con uno stuolo di ospiti d’eccellenza fra cui spiccano Martin Gore dei Depeche Mode, Ian McCulloch di Echo And The Bunnymen, Terry Hall degli Specials. Parade dei Magazine è cantata da Barry Adamson, in persona. Ecco, la “novità” sono i duetti. Gli adattamenti, non più esclusivamente in chiave di bossa (a parte Blister in The Sun dei Violent Femmes) sono ispirati – questo a detta dei “registi” del coro – alla musica americana e, addirittura, al bluegrass. Alcuni brani, quelli dove l’ensemble vocale gioca con gli invitati, si ascoltano volentieri: Master & Servant, Parade eOur Lips Are Sealed. Gli altri (es. God Save The Queen, da taglio di vene ai polsi) mostrano la corda e forse la fine del giochetto. Speriamo che la prossima ondata non sia uno tsunami.
Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.
Il giovane scavezzacollo beat è diventato vecchio senza perdere il tocco, lo shining; i capelli sono probabilmente tinti, i lineamenti ritoccati dal lifting ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, tanti e tanti anni fa.
“Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere”. O anche: “Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch”.
E’ dalla primavera dell’anno scorso che si parla di un disco nuovo dei
Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.
Davvero sono giorni strani se un disco come questo, atteso da anni e a un certo punto nemmeno più sognato, tanto pareva impossibile, esce alla chetichella nel web (seguiranno edizioni fisiche anche de luxe, nei negozi). Ad ogni modo
Hal Willner produsse una ventina d’anni orsono Strange Weather e Blazing Away, due degli album più influenti e meglio ricordati di 


