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Musica: Wilco

wilco_albumIl settimo lavoro della band di Chicago, l’emblematico Wilco (The Album), è simile per certi versi al coetaneo Hombre Lobo, rivisita il passato (senza tornare all’ombelico). Dopo essersi lasciati alle spalle il country alternativo e aver abbracciato il rock sperimentale con Yankee Hotel Foxtrot (soprattutto) e A Ghost Is Born, per poi rifluire ancora nell’alveo della tradizione americana (Sky Blue Sky), i Wilco condotti per mano da Jeff Tweedy, hanno riscoperto se stessi. La nobiltà pop, dove lo studio di registrazione è come un “terzo uomo” fra strumenti e musicisti, le tessiture complesse dei brani, ricche di dettagli spesso contrastanti, sono gli ingredienti di una scrittura multiforme al tempo stesso salda e ancorata alla classicità. Il tutto non condito da intenti autocelebrativi, come si deduce dall’ironico inno Wilco (the song) posto in apertura.

Come sempre il cantato di Jeff è alieno: sembra placido, ma è inquieto. Sovrasta architetture semplici eppur dilatate che celano armonie imprevedibili. Straniante Deeper Down, uno dei pochissimi esempi dove si citano con grazia i barocchismi di Steve Hackett, grandioso chitarrista dei primi Genesis, ingiustamente dimenticato. One Wing è pura fabbrica Wilco, un pezzo costruito ad arte. Siamo solo al brano numero tre (su undici). E il meglio deve ancora venire. Bull Black Nova merita un discorso a parte. È il “racconto” evocato dal punto di vista di un uomo che ha appena ucciso la sua fidanzata.

Una tematica spaventosa che riporta alla memoria la canzone più terrificante di tutti i tempi: Frankie Teardrop dei Suicide. Dieci minuti e mezzo di follia psicotica soffocante e senza tregua, un’iperbole che è entrata a far parte degli annali del pop (macabro). Come nel suo oscuro parente il ritmo è pulsante, elettrico, ma riverberi NeilYoungeschi e momenti progressive rock proiettano l’atmosfera narrativa su piani sicuramente più “digeribili”. Il tono si distende con You and I, una ballata che si riferisce alla fine dei rapporti d’amore, supportata dalla partecipazione del canadese Feist. Poi, arrivano altre gemme come You Never Know, Solitaire (fini tributi ai Beach Boys), Country Disapperead e I’ll Fight. La chiusura è affidata a Everlasting, un piccolo capolavoro che ricorda A Day In The Life, più volte considerato l’apice compositivo dei Beatles. Sbagliato fare paragoni scomodi, anche perché con i Beatles nessuno sostiene confronti. Giusto dare a Cesare quel che è di Cesare. Questo è un cd da comprare (e da ascoltare sull’hi fi, per chi ancora lo possiede).

WilcoWilco – (Nonesuch) – 30 giugno

Lorenzo Barbieri

Musica: Nouvelle Vague 3

 

nouvelle-album31Orientamento anni 80 per il terzo album a nome Nouvelle Vague, gruppo di chanteuse messo in piedi dai produttori e arrangiatori francesi Marc Collin e Olivier Libaux, che con i due precedenti capitoli dell’avventura cover punk e new wave (da qui il gioco di parole del nome) in chiave bossa nova hanno fatto sfracelli nelle hit parade, conquistato colonne sonore cinematografiche e trasmissioni tv. Questa volta tornano con uno stuolo di ospiti d’eccellenza fra cui spiccano Martin Gore dei Depeche Mode, Ian McCulloch di Echo And The Bunnymen, Terry Hall degli Specials. Parade dei Magazine è cantata da Barry Adamson, in persona. Ecco, la “novità” sono i duetti. Gli adattamenti, non più esclusivamente in chiave di bossa (a parte Blister in The Sun dei Violent Femmes) sono ispirati – questo a detta dei “registi” del coro – alla musica americana e, addirittura, al bluegrass. Alcuni brani, quelli dove l’ensemble vocale gioca con gli invitati, si ascoltano volentieri: Master & Servant, Parade eOur Lips Are Sealed. Gli altri (es. God Save The Queen, da taglio di vene ai polsi) mostrano la corda e forse la fine del giochetto. Speriamo che la prossima ondata non sia uno tsunami.  

Nouvelle Vague - Pias –  15 giugno

Lorenzo Barbieri

Musica: Taj Mahal – Maestro

Un disco di Taj Mahal è sempre un piacere ma questo è proprio speciale. Il vecchio gentleman festeggia i quarant’anni in discografia con un album che compendia la sua arte: blues, reggae, rock and roll, Africa e New Orleans strettamente intrecciati, con l’intervento di nobili amici  dai quattro angoli della scena. C’è Ben Harper a duettare in un brano, Ben Harper che non era ancora nato quando Mahal cominciò a frequentare Ry Cooder e la scena alternativa West Coast, unico nero in quella cerchia di svitati bianchi;
e Ziggy Marley, anche lui sulle ginocchia di Giove quando l’artista nel 1969 pubblicava il suo capolavoro, Giant Step/De Ole Folks at Home, e Ivan Neville con i più attempati boys del New Orleans Social Club, i Los Lobos, gli amici della Phantom Blues Band.
Una festa di musica, con molti originali e altrettante cover, con una contagiosa Scratch Back che surriscalda subito l’atmosfera e Further Down on the Road, Hello Josephine, Diddy Wah Diddy. In Zanzibar fa un cameo Angelique Kidjo, accompagnata dalla chitarra del leader e dalla kora di Toumani Djabate – questa nera pianta ha radici in Africa, nel deserto del Sahara, come anni fa aveva già raccontato Martin Scorsese con le immagini di From Mississippi to Mali.

Taj Mahal Maestro – Heads Up-Egea

Riccardo Bertoncelli

Musica: A Technicolor Dream – Stephen Gammond

Il 29 aprile 1967, all’Alexandra Palace (Ally Pally per i londinesi), si tenne un raduno di giovani musicisti di tendenza che degenerò in letizia in un rave durato un giorno e una notte. Fu un trionfo delle arti nuove e della cultura psichedelica, e un ideale passaggio musicale dal beat ai suoni “progressivi”; non sparivano di scena gli Stones, i Who, i Beatles (e John Lennon era presente, in afghan coat e occhialini) ma una nuova generazione reclamava spazio e dettava la linea, con i suoni astrali e le oblique fantasie di Pink Floyd, Soft Machine, Crazy World of Arthur Brown, Pretty Things, Tomorrow.

Questo documentario ruba il titolo all’evento e propone immagini peraltro già viste di quella fantastica serata; ma, ecco il bello, non si ferma lì e intorno costruisce una storia ricca e articolata della Londra underground di quei tempi, città non più yè yè e Mary Quant ma sotto l’influsso di locali carbonari (l’Ufo Club, il Middle Earth), riviste alternative (IT, Oz), utopiche fondazioni (la London Free School). Bello ed emozionante vedere Syd Barrett con la testa ancora accesa, colorato dagli oli psichedelici dei primi light shows, ma anche Allen Ginsberg che arringa la folla della Royal Albert Hall all’International Poetry Reading del 1965, e rare immagini del Carnevale di Notting Hill ben prima che i Clash lo immortalassero in White Riot.

Il rosario dei ricordi è sgranato senza noia dai protagonisti dell’epoca, non tutti tenuti benissimo: Barry Miles, sempre molto lucido, Joe Boyd, John “Hoppy” Hopkins, che un soggiorno nelle regie galere mise fuori gioco, Kevin Ayers (che ti è successo Kevin? – dillo ai tuoi amici!), Phil May. Uno dei fili forti della trama è la breve stagione folgorante di Syd Barrett, raccontata con un po’ di luoghi comuni ma neanche troppi dal cinico Roger Waters e dal sempre signorile Nick Mason. Potrebbe bastare, ma c’è  anche un bonus con i clip originali di Astronomy Domine, Scarecrow e Arnold Layne – anche i floydiani più scettici si arrenderanno.

A Technicolor Dream Stephen Gammond - Eagle Vision-DVD

Riccardo Bertoncelli

Musica: Jeff Beck – Live At Ronnie Scott’s Jazz Club

Il giovane scavezzacollo beat è diventato vecchio senza perdere il tocco, lo shining; i capelli sono probabilmente tinti, i lineamenti ritoccati dal lifting ma la mano è ancora quella di Shapes of Things, di Beck Ola, di Rough & Ready, tanti e tanti anni fa.
Nel tempio del jazz londinese, El Becko allestisce una celebrazione di sé che mozza il respiro. Un greatest hits concentrato ed esplosivo, un juke box della sua arte in varie epoche: dagli inizi solistici di Beck’s Bolero (è l’unico omaggio agli anni 60, oltre a una cover inedita della pepperiana A Day in the Life) al jazz rock 70, quando i dischi glieli produceva George Martin (Goodbye Pork Pie Hat, Cause We’ve Ended as Lovers) fino agli anni recenti, ad album controversi come Who Else!, dal cui repertorio vengono due gioielli come Blast from the East e Brush with the Blues. La chitarra parla mille lingue e altrettante ne inventa, su un’onda che tocca il blues, il rock classico, la fusion, la melodia più suggestiva. Non prendetemi per nostalgico, anzi, vorrei che il disco arrivasse alle orecchie dei teenager innamorati di chitarra, quelli che sbavano per certi illusionisti prog metal indegni di allacciare anche solo la tracolla al maestro. Qui ci sono l’energia, il fuoco, la comunicazione vibrante che cercano. Qui c’è una specie indistruttibile di rock fuori dal tempo.

Jeff Beck - Live At Ronnie Scott’s Jazz Club - Eagle-Edel

Riccardo Bertoncelli

Musica: Beach Party – Samuel Katarro

“Se Alfred Jarry avesse scritto la Bibbia, Gesù Cristo sarebbe stato in preda alle allucinazioni mentre nuotava nel deserto ai piedi del monte Sinai con una scimmia nel bicchiere”. O anche: “Perdersi irrimediabilmente sul bordo della vita, in un lago senza precise coordinate spazio-temporali salutando spiritelli fluttuanti. Grazie Jarmusch”.
Samuel Katarro scrive come suona, con una febbre di fantasia che lo divora e fa vorticare tutti insieme nella mente i dischi del suo juke box: i Pere Ubu e Syd Barrett, i Gun Club e Jon Spencer, Charlie Patton, i bluesmen della Depressione. Ha ventitré anni, viene dalla provincia di Pistoia e in realtà si chiama Alberto Mariotti; ma sono minuzie crono-geo-anagrafiche che non contano, se è vero che uno spirito forte e incontrollabile si è impadronito da tempo di lui trasportandolo in una Fantasyland tra il Mississippi e il deserto del Mojave, dove abbaiare alla luna storte canzoni come queste undici, le prime del suo repertorio. Katarro è un maverick, un agitato fuori branco, che oscilla sulla lama affilata della chitarra acustica con una voce che sbraita mugugna geme in falsetto, un po’ Beefheart e molto David Thomas. è un bluesman informale e paradossale, un madonnaro di musica che con i suoi gessi disegna un mondo “tragico e grottesco, naïf e fumettistico, quasi burtoniano”.
Scontato che piaccia alla critica, per i suoi molti nobili riferimenti, probabile che attiri i rabdomanti del “famolo strano”. Più difficile che duri e lasci il segno, una volta sfogato il primo succo e smaltita la sorpresa. Peccato per la scelta di cantare in inglese, l’italiano è un tesoro che continuiamo a ignorare e qui sarebbe andato a modino, magari con innesti dialettali. Ma ammetto che non venga spontaneo raccontare in pistoiese “la scena in cui si vede David Thomas che, una volta acciuffato Jim Morrison per la collottola, lo fa rimbalzare sul muro a circa 170 bpm”.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Melodia – The Vines

E’ dalla primavera dell’anno scorso che si parla di un disco nuovo dei Vines, da aprile 2007. La montagna di un anno e mezzo per partorire il topolino di quest’album – un topolino strano, peraltro, che infastidisce e attira. Mai ascoltata una band così poco avventurosa, così attenta a non uscire dalla propria formula, una volta accertato (era il primo album, Highly Evolved, anno 2002) che un certo suono poteva piacere al pubblico; ma d’altro canto raro ascoltare un gruppo giovane tanto scaltro a titillare il gusto medio, con un calibrato mix di beat degli angeli e para grunge da strada, dai Beatles agli Oasis ai giorni nostri passando per Nirvana e (siamo in Australia) Hoodoo Gurus.

I maliziosi fanno notare che perfino certi titoli si assomigliano, e Rob Schnapf non era già stato il loro produttore? Tutto vero, ma intanto l’ascolto non è sgradevole e non stupitevi se certe canzoni come Get Out, He’s A Rocker, Hey vi resteranno impigliate nelle orecchie più tempo di quanto avreste voluto. Dieta sonora a stecchetto, impeccabile/implacabile sequenza di brani fast/slow con orologio finale a 32 minuti e 44, come un vecchio vinile garage. A un certo punto Jamola spezza il ritmo con 58 secondi di estemporaneo noise; immediatamente dopo, a bilanciare, True As The Night dà ragione al titolo dell’album con una tisana calda di chitarre acustiche e archi che gallaghereggia per 6 minuti.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Life Death Love And Freedom di John Mellencamp

Viviamo giorni cupi e questo disco non li contrasta, anzi: delle quattro enormi parole strillate nel titolo, la più forte e presente è proprio “death”, “morte”, un termine che non solo ricorre nei testi a cominciare dai titoli (If I Die Sudden, Don’t Need This Body) ma proprio condiziona l’ascolto, stabilisce il clima. Ma non pensate a un disco depresso, asfissiante. Dalle sue incertezze, dal suo pessimismo, il vecchio cult hero trae omeopaticamente qualcosa di bello e influente, accompagnandoci in un viaggio di musica tra i più affascinanti degli ultimi mesi.

Mellencamp in vita sua ha registrato molto e con varietà. è stato genuino, finto, esagerato, sotto le righe, e  per fermarci agli ultimi anni ha alternato vitalismo sfrenato (Cuttin’ Heads), una specie feroce di sobrietà (Trouble No More) e slanci american un po’ di maniera (Freedom’s Road). Questa volta ha scelto di stare nel guscio, pochi pensieri ficcanti, schiuma di musica concentrata, e in questo senso il riferimento più attendibile è Trouble No More. T Bone Burnett lo ha aiutato con una produzione scarna fino alla scomodità: suoni asciutti, molto vintage, pochi ricami strumentali e assoluta centralità della voce – lingua pelosa, gola ruvida, Dylan Cash Guy Clark più che Springsteen.

Canzoni belle da inquietare: Longest Day, Young Without Lovers e a quella For The Children che prepara la chiusura del disco com’è giusto che sia, nel segno non della speranza cieca ma del dubbio. “Vorrei darvi una risposta…/ vorrei vedere il futuro/ come vedo il passato/ e trarre una conclusione…/ ma non mi viene neanche una supposizione/ un pensiero per quanto spontaneo/ posso solo fare del mio meglio, ecco quanto/ ed essere grato per quello che ci è stato dato”.

Riccardo Bertoncelli

Musica: Everything That Happens Will Happen Today di Brian Eno/David Byrne

Davvero sono giorni strani se un disco come questo, atteso da anni e a un certo punto nemmeno più sognato, tanto pareva impossibile, esce alla chetichella nel web (seguiranno edizioni fisiche anche de luxe, nei negozi). Ad ogni modo Eno e Byrne sono ridiventati amici, dopo il litigio famoso proprio in occasione del loro album insieme, My Life In The Bush Of Ghosts, e una sera a cena, così raccontano, hanno deciso di riprovare. Senza una precisa strategia, affidandosi alla sorte; Eno aveva degli scampoli di musica che non sapeva bene come usare, Byrne si è offerto di scriverci dei testi e di cantarli. Così, “senza impegno, solo se siamo convinti”, è venuto quest’album.

Toglietevi dalla testa quell’antico incantesimo, siamo da tutt’altra parte; e dimenticate anche i primi Talking Heads, il Byrne allucinato e fa-fa-fa-fa. Con un paio giusto di eccezioni, i dieci brani dell’album sono della specie byrniana più recente, canzoni dall’ampia melodia e dal delicato portamento, tipo Look Into The Eyeball, tipo Growing Backwards. Il signor B si è divertito a scriverle perché, spiega, ha potuto confrontarsi con accordi e modi di composizione profondamente diversi dai suoi, badando all’emozione più che alla tecnica. “Sono pezzi semplici, temi che sgorgano dal cuore senza cadere nel luogo comune”. Eno, dal canto suo, parla di “gospel elettronico”; quello gli sembra che sia venuto, un disco di pezzi con l’intensità di una predica religiosa, incentrati sul canto ma immersi in un insolito pneuma di suoni digitali. Niente di complicato però, sia chiaro: “volevo una musica che fosse invitante, che offrisse uno spazio comodo a chi ascolta.”

Un album molto piacevole, elegante, con il bonus di quel paio di eccezioni che dicevamo prima: I Feel My Stuff vibra su un pianoforte dislessico che è una delizia, Poor Boy è una felice regressione nel mondo delle Teste nevrotiche.

Riccardo Bertoncelli