Voglia di parrocchia
Università dell’esoterismo? Centro d’affari? Scuola di potere?
Il fascino irresistibile dell’altra chiesa: la Massoneria
di BRUNO BALLARDINI vignetta di MAURIZIO MINOGGIO
Settembre è il mese delle decisioni importanti, quelle che determineranno i ritmi della nostra vita fino alle prossime vacanze. Meglio un corso di fitness o di yoga? Meglio la meditazione zen o le arti marziali? Meglio l’iscrizione a un partito o alla Massoneria? Un numero sempre maggiore di persone ritiene che sia meglio, molto meglio la Massoneria. No, non è per merito del Gran Maestro Gustavo Raffi che va in televisione a farsi intervistare da Lucia Annunziata per tranquillizzare un po’ tutti sul fatto che la Massoneria è buona e fa bene. Ci vuol altro. È molto più probabile che l’incremento delle domande di adesione, in questa Italia divisa tra furbetti e disoccupati, sia stato risvegliato dagli articoli sulla P2 e, più recentemente, sulla P3 che hanno continuato ad alimentare l’immagine affaristica della Massoneria. Insomma, in un Paese profondamente cattolico il fascino del male tira sempre. Perché per il profano, cioè il non adepto, diventare massone equivale alla comoda scorciatoia di un patto col diavolo senza il diavolo, con la possibilità di acquisire un po’ di potere senza troppi sbattimenti (“Magari vado, faccio cose, incontro gente, forse rimedio anche un po’ di lavoro”). E poi è così eccitante far parte di una setta. Le cose però non sono così facili. La Gran Loggia Regolare d’Italia vieta in modo deciso di trattare la Massoneria come un’agenzia interinale. Viceversa, altri riti non sono così espliciti. Quello che vale per un’obbedienza potrebbe essere reinterpretato in un’altra. Il bello di tutto questo è che le varie “parrocchie” passano il tempo a contestare la regolarità massonica delle altre. Come scriveva Papus (Gerard Encausse) in Ce qui doit savoir un Maître-Maçon: “Ogni Rito ha la singolare pretesa d’essere il solo regolare. Da ciò discussioni e scomuniche senza fine”. È una questione particolarmente accentuata in Italia per motivi storici.*
Ma c’è un altro motivo di fondo: da sempre uno dei vizi classici della Massoneria è quello di “riscrivere” i propri testi sacri, a partire dalla costituzione della Gran Loggia di Londra nel 1717 e dal rogo dei testi precedenti che venne giustificato con la scusa di stabilire l’ortodossia. Continue reading







Avete fatto caso a quanto in Italia si parli di innovazione? Questa parola è diventata ormai una specie di mantra che va ripetuto costantemente per far credere che qualcosa si stia innovando. Perché l’innovazione è come la Nutella: meno ce n’è, più la si spalma. Se n’è parlato recentemente anche sul webmagazine della finiana fondazione Farefuturo, a proposito di un’iniziativa portata avanti insieme a Glocus, simmetrica fondazione di centrosinistra presieduta dall’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta: addirittura un ciclo di seminari “per modernizzare il Paese”(!). I seminari si terranno a Roma il 18 e 19 giugno e affronteranno il tema dell’innovazione istituzionale allo scopo di “diffondere la cultura del cambiamento e favorire la modernizzazione del Paese”. Nelle parole della Lanzillotta: “Le due fondazioni, in sintonia, hanno deciso di cominciare dal basso, a partire dai territori, per formare una nuova classe dirigente che condivida lo stesso sistema di valori”. Ora, ben venga l’iniziativa di promuovere il cambiamento nella classe dirigente. Ma questo non significa affatto “cominciare dal basso”. È un’idea di destra, perché prende in considerazione solo il “quadro di comando” mentre la cultura dell’innovazione dovrebbe essere diffusa a tutti i livelli e in tutto il Paese. E poi, la pubblica amministrazione non ha bisogno di innovazione, deve soltanto funzionare e senza sprechi (un esempio fra i tanti: basterebbero più controlli sui corsi di “formazione” e i corsi di lingue gratuiti per il personale, che vengono scelti magari in base alla località in cui si faranno le vacanze). E ci chiediamo: come può una classe dirigente asservita a una classe politica assolutamente ignorante e impreparata ricevere gli stimoli giusti per sviluppare una “cultura dell’innovazione”? In quanti decenni riuscirà a farsela, il Paese, questa benedetta cultura? Dopo di che, quanto altro tempo passerà prima che queste buone intenzioni si trasformino concretamente in una produzione industriale competitiva? Con tutti questi interrogativi, e ben sapendo che ormai la cultura nel nostro Paese si fa solo con i quiz televisivi, vogliamo contribuire anche noi alla “cultura dell’innovazione” con un bel quiz. Ecco i concorrenti.
Vignetta di Maurizio Minoggio
Vignette di Maurizio Minoggio


Vignetta di Maurizio Minoggio