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Voglia di parrocchia

Università dell’esoterismo? Centro d’affari? Scuola di potere?
Il fascino irresistibile dell’altra chiesa: la Massoneria

di BRUNO BALLARDINI vignetta di MAURIZIO MINOGGIO

Settembre è il mese delle decisioni importanti, quelle che determineranno i ritmi della nostra vita fino alle prossime vacanze. Meglio un corso di fitness o di yoga? Meglio la meditazione zen o le arti marziali? Meglio l’iscrizione a un partito o alla Massoneria? Un numero sempre maggiore di persone ritiene che sia meglio, molto meglio la Massoneria. No, non è per merito del Gran Maestro Gustavo Raffi che va in televisione a farsi intervistare da Lucia Annunziata per tranquillizzare un po’ tutti sul fatto che la Massoneria è buona e fa bene. Ci vuol altro. È molto più probabile che l’incremento delle domande di adesione, in questa Italia divisa tra furbetti e disoccupati, sia stato risvegliato dagli articoli sulla P2 e, più recentemente, sulla P3 che hanno continuato ad alimentare l’immagine affaristica della Massoneria. Insomma, in un Paese profondamente cattolico il fascino del male tira sempre. Perché per il profano, cioè il non adepto, diventare massone equivale alla comoda scorciatoia di un patto col diavolo senza il diavolo, con la possibilità di acquisire un po’ di potere senza troppi sbattimenti (“Magari vado, faccio cose, incontro gente, forse rimedio anche un po’ di lavoro”). E poi è così eccitante far parte di una setta. Le cose però non sono così facili. La Gran Loggia Regolare d’Italia vieta in modo deciso di trattare la Massoneria come un’agenzia interinale. Viceversa, altri riti non sono così espliciti. Quello che vale per un’obbedienza potrebbe essere reinterpretato in un’altra. Il bello di tutto questo è che le varie “parrocchie” passano il tempo a contestare la regolarità massonica delle altre. Come scriveva Papus (Gerard Encausse) in Ce qui doit savoir un Maître-Maçon: “Ogni Rito ha la singolare pretesa d’essere il solo regolare. Da ciò discussioni e scomuniche senza fine”. È una questione particolarmente accentuata in Italia per motivi storici.*

Ma c’è un altro motivo di fondo: da sempre uno dei vizi classici della Massoneria è quello di “riscrivere” i propri testi sacri, a partire dalla costituzione della Gran Loggia di Londra nel 1717 e dal rogo dei testi precedenti che venne giustificato con la scusa di stabilire l’ortodossia. Continue reading

Innovare per non cambiare

Come può un Paese profondamente conservatore come il nostro fare innovazione? Il futuro per noi è tutto un quiz

Testo di Bruno Ballardini. Vignetta di Maurizio Minoggio

minoggio_ballardiniAvete fatto caso a quanto in Italia si parli di innovazione? Questa parola è diventata ormai una specie di mantra che va ripetuto costantemente per far credere che qualcosa si stia innovando. Perché l’innovazione è come la Nutella: meno ce n’è, più la si spalma. Se n’è parlato recentemente anche sul webmagazine della finiana fondazione Farefuturo, a proposito di un’iniziativa portata avanti insieme a Glocus, simmetrica fondazione di centrosinistra presieduta dall’ex ministro per gli Affari regionali del governo Prodi, Linda Lanzillotta: addirittura un ciclo di seminari “per modernizzare il Paese”(!). I seminari si terranno a Roma il 18 e 19 giugno e affronteranno il tema dell’innovazione istituzionale allo scopo di “diffondere la cultura del cambiamento e favorire la modernizzazione del Paese”. Nelle parole della Lanzillotta: “Le due fondazioni, in sintonia, hanno deciso di cominciare dal basso, a partire dai territori, per formare una nuova classe dirigente che condivida lo stesso sistema di valori”. Ora, ben venga l’iniziativa di promuovere il cambiamento nella classe dirigente. Ma questo non significa affatto “cominciare dal basso”. È un’idea di destra, perché prende in considerazione solo il “quadro di comando” mentre la cultura dell’innovazione dovrebbe essere diffusa a tutti i livelli e in tutto il Paese. E poi, la pubblica amministrazione non ha bisogno di innovazione, deve soltanto funzionare e senza sprechi (un esempio fra i tanti: basterebbero più controlli sui corsi di “formazione” e i corsi di lingue gratuiti per il personale, che vengono scelti magari in base alla località in cui si faranno le vacanze). E ci chiediamo: come può una classe dirigente asservita a una classe politica assolutamente ignorante e impreparata ricevere gli stimoli giusti per sviluppare una “cultura dell’innovazione”? In quanti decenni riuscirà a farsela, il Paese, questa benedetta cultura? Dopo di che, quanto altro tempo passerà prima che queste buone intenzioni si trasformino concretamente in una produzione industriale competitiva? Con tutti questi interrogativi, e ben sapendo che ormai la cultura nel nostro Paese si fa solo con i quiz televisivi, vogliamo contribuire anche noi alla “cultura dell’innovazione” con un bel quiz. Ecco i concorrenti.

Nella cabina 1 abbiamo Renato Ugo, presidente dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione. Nella cabina 2 abbiamo Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione e dell’Innovazione. Nella cabina 3 c’è Mariastella Gelmini, ministro dell’Università, della Pubblica Istruzione e della Ricerca. Potete rispondere anche voi del pubblico, dalle università, dalle industrie in crisi. Abbiamo scelto per voi un quesito facile facile, a proposito di una delle tecnologie più stupide che esistano, quelle che hanno proprio tutti. Ecco la domanda: perché in Italia non si producono telefonini cellulari? Pronti con i pulsanti? Via col tempo! Come dice ministro? Non lo sapeva che non ne produciamo? Mi dispiace ma è proprio così. Vuole un suggerimento? D’accordo. Tiri pure fuori il suo cellulare dal taschino e gli dia un’occhiata. Guardi bene: si tratta di una tecnologia stupida, poco più di un elettrodomestico comune. Un po’ di plastica, un po’ di silicio. Li producono nazioni vicine, come la Francia, la Germania, l’Olanda, la Svezia, la Finlandia, perfino la Russia. E allora come mai non ci sono cellulari italiani? Tempo scaduto. Era facile, dai! La risposta è: non li facciamo perché questo prodotto, per restare sul mercato, richiede continui investimenti nello sviluppo e nella ricerca. E le aziende italiane non solo non vogliono spendere un euro in ricerca, ma non hanno nemmeno sovvenzioni per farlo. Perché? Vuole dirlo Lei signor ministro? Ok, lo dico io. Perché se mai un governo decidesse di offrire sgravi fiscali o (addirittura!) finanziamenti a chi investe nell’innovazione, tutti questi soldi se li terrebbero i soliti imprenditori furbetti che farebbero finta di investire: farebbero al massimo un restyling di prodotti obsoleti tenendosi loro tutti i soldi. Abbiamo esempi ormai storici. Ma anche se per assurdo arrivassero a fabbricarli questi telefonini, nascerebbero già vecchi come i computer della Olivetti di tanti anni fa (tutti i nostri auguri vanno alla nuova Olivetti). E siccome non c’è nemmeno una cultura strategica del mercato nelle aziende italiane, tutti questi discorsi sull’innovazione sono destinati a rimanere discorsi. Hai voglia tu a fare seminari “per la modernizzazione della pubblica amministrazione” quando nei nostri ministeri vengono pagate ancora singole licenze Windows per ciascun computer, mentre esisterebbero gratuitamente Linux e Open Office che fanno esattamente le stesse cose dei pacchetti Microsoft. Hai voglia a sprecare inutilmente altri soldi per il “patentino europeo”, altra incomprensibile marchetta dei nostri governi per l’uso di prodotti informatici che sono tutto meno che innovativi. Insomma non avete risposto… Ma niente paura, abbiamo una domanda di riserva! Eccola qui: come mai in Italia non abbiamo nulla che assomigli al Massachusetts Institute of Technology? Pronti? Via col tempo! Nessuno risponde? Pazienza, sarà per la prossima volta. Tanto da qui ad allora non sarà cambiato nulla.

(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)

Oppio dei Popoli di Bruno Ballardini

Promesse, promesse

Torna il grande festival delle elezioni: la nostra politica rischia la bancarotta per il suo indebitamento di promesse da mantenere

ballardini-marzoVignetta di Maurizio Minoggio

Inutile minimizzare, il mondo è in crisi. Questa volta si tratta forse della più grande crisi mai occorsa da secoli perché è globale e perché è basata sul debito. Un indebitamento globale di tutti con tutti. Stavo per scrivere “il capitalismo è in crisi”, ma mi sono fermato in tempo: il debito coinvolge non solo i Paesi del capitalismo, ma anche quelli dell’ex area comunista e il terzo mondo che viene trascinato a sua volta nel baratro da entrambi. Dunque, il mondo.

E da cosa viene originato tutto questo debito?
Da un eccesso di promesse, è ovvio. Perché ogni promessa è debito. Tutto inizia quando qualcuno ha un bisogno e lo comunica. Il fatto che lo comunichi significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente e si rivolge agli altri per chiedere aiuto. Quindi, direttamente o indirettamente, esprime un desiderio. Ma sta tutto qui l’inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto mentre il desiderio è solo la sua espressione psicologica. Le due cose non coincidono affatto e spesso non sono nemmeno collegate. Lo dimostra il sistema della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare il più delle volte cose di cui non abbiamo affatto bisogno.

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Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Il Carnevale è una cosa seria

Dai riti in maschera alla realtà virtuale passando per il progressismo conservatore:
le sorprese non finiscono mai

ballardini_1Vignette di Maurizio Minoggio

In questa stagione, gli indigeni del Nord del Mondo escono dalle loro capanne in cemento armato e, per strada, vengono investiti da manciate di pezzetti di carta colorati lanciati da giovani selvaggi che indossano strane maschere rituali.

I pezzetti di carta, detti “coriandoli”, sostituiscono i semi di coriandolo che venivano lanciati nei riti più antichi. Furono inventati nel 1876 da un ingegnere triestino, tale Ettore Fenderl, con un notevole passo avanti tecnologico che portò a ulteriori fondamentali invenzioni, come quella dei cerchi di carta dell’ingegnere Enrico Mangili di Crescenzago.

Al di là dello scarso senso dell’umorismo che impediva (e impedisce tuttora) agli ingegneri di analizzare la portata culturale del fenomeno, agli antropologi invece appare del tutto evidente la sua funzione: è un rito di conferma dei ruoli sociali. A Carnevale, e soltanto a Carnevale, il popolino aveva il permesso di sfogarsi liberamente al di fuori dei rapporti stabiliti, in opposizione a tutto ciò che veniva imposto normalmente come assoluto, indiscutibile, immutabile. Tanto poi tutto era destinato a tornare come prima.

Dunque, una grande festa della repressione, non certo della liberazione. Il “permesso” di rovesciare i ruoli tra popolo e istituzioni ha origini medievali, e risale all’epoca in cui un bambino veniva nominato episcopellus ed esercitava temporaneamente il potere, come vendetta rituale per la strage di infanti compiuta da Erode. Allo stesso modo, nel medioevo, la cerimonia del buffone che viene proclamato re offriva la rappresentazione di un mondo alla rovescia. Lasciar trasgredire le regole per una volta sola, durante la festa comandata, serviva a farle riconoscere per tutto il resto dell’anno.

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Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Il secolo dei paralumi

Dopo le luminarie di Capodanno, cosa rimane del nostro illuminismo? È una questione oscura


ballardini

vignetta di Maurizio Minoggio

Forse è già tardi. Forse siete già passati in edicola e avete acquistato la vostra rivista preferita di oroscopi e predizioni, il numero speciale che comprate tutti gli anni all’inizio dell’anno. E se non ci siete ancora passati è inutile parlarne perché tanto lo farete lo stesso. Dite sempre che stavolta sarà l’ultima volta, e poi lo rifate. Dentro, in un unico calderone, trovate il solito miscuglio di astrologia occidentale, astrologia cinese, bioritmi, magia delle pietre, colori, e oracoli ayurvedici e pellerossa.

Eppure è almeno dall’epoca di Cicerone che esiste una posizione “laica” verso le arti che pretendono di rivelarci il destino interpretando i più svariati segnali. Come riporta l’autore latino nel suo trattato De divinatione, di fronte all’incertezza del Re Prusia sul fatto di attaccare o meno i romani perché gli aruspici prevedevano un disastro, Annibale disse piuttosto seccato: “Ma tu preferisci credere alle interiora di vitello oppure a me che ho fatto tante guerre e di strategie militari ne so qualcosa?” (disse più o meno così, 2, XXIV, 52). Da allora a tutto il ’900 un filo comune lega gli aruspici agli ultimi maghi e astrologi consultati dai potenti della terra: non ci azzeccavano mai. Erik Jan Hanussen, il mago a cui si rivolgeva Hitler per interrogare il futuro, non seppe prevedere nemmeno la sua fine e venne ucciso. Dall’altra parte della Manica c’era Ludwig Von Whol, fuggito dalla Germania e al soldo dei servizi segreti britannici, che come il suo collega nazista non ne azzeccava una. In definitiva, sarebbero bastati da soli gli esiti della seconda guerra mondiale per sconfessare il lavoro di tutti quei ciarlatani che perfino in tempo di guerra erano riusciti a sfruttare la credulità e la superstizione dei loro potenti clienti. Invece eccoci qua, davanti all’edicola, duemila anni dopo, a ravvivare riti pre-religiosi che di fatto non sono mai scomparsi.

Veramente duri a morire. Non possiamo assolutamente fare a meno di conoscere quali influenze e congiunzioni astrali guideranno le nostre scelte e i nostri comportamenti. Poi ci sarebbe ancora da capire come facciano un Branko, una Horus, o un Fox, a fornire responsi settimanali per ciascun segno che vadano ugualmente bene per centinaia di migliaia di persone nate nello stesso periodo. Ma noi non ci facciamo caso, non basta nemmeno questo. Vogliamo crederci a tutti i costi. Anzi, diciamola tutta: perfino i “laici” sbirciano di nascosto le pagine dell’oroscopo e, quando vengono colti sul fatto, si giustificano dicendo che volevano verificare quanto poco verosimili siano queste previsioni. In altri casi, i relativisti arrivano perfino ad ammettere che “sì, l’oroscopo mi diverte, gli do perfino ascolto con beneficio d’inventario, in fondo dà indicazioni generiche basate sul buon senso… insomma ci credo, però solo quando ci azzecca!”. E nonostante nel 1975 ben 186 scienziati di fama mondiale, di cui 18 Nobel, abbiano sottoscritto un documento pubblicato dall’Humanist in cui invitavano a capire che il nostro futuro dipende da noi e non dagli astri, noi siamo ancora una volta davanti all’edicola per il fatidico rito propiziatorio annuale. È evidente, come sostiene Till Neuburg,* che con tutto questo ricorso al paranormale ci siamo persi per strada il secolo dei Lumi e siamo decisamente entrati in quello dei paralumi.

*Till Neuburg, Astri e disastri, Roma, Fazi Editore

Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

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Maurizio Minoggio

E liberaci dal dono, così sia

Il modo migliore per festeggiare il Natale è cambiare significato alle solite cose. Oppure guardarle da un’angolazione diversa

Ormai non ci si fa più caso ma quando è il momento di iniziare a pensare ai regali per il 25 dicembre si può arrivare a provare perfino un lieve senso di ribellione. È solo un momento, poi passa. Pochi però ammetterebbero di averlo provato. La questione non è il far regali in sé: in genere, quando li facciamo spontaneamente, è un piacere. Ma è l’obbligo sociale di farli, di riceverli e di ricambiarli. Siamo stanchi anche degli altri obblighi collettivi che ci portano a ripetere ogni anno gli stessi gesti, ci costringono allo stesso consumo coatto, ci fanno rivedere per forza persone che non frequentavamo da un anno: i parenti. Talvolta, si riesce addirittura a dribblare il cenone previsto con parenti o amici eppure facciamo in modo di far arrivare ugualmente i nostri regali sotto l’albero.

Questo proprio non riusciamo a evitarlo. Ebbene, quell’impercettibile reazione di insofferenza, che non capita mai di avere in tutti gli altri casi in cui si faccia liberamente un regalo, ha in realtà origini lontane. L’obbligo del dono nasce dalla notte dei tempi. È una forma rituale che precede le religioni e di cui esse hanno continuato a sfruttare il potere. Suona finta perché imposta, come il gesto che l’officiante ordina durante la messa: “Scambiatevi un segno di pace”. Per gli antropologi, il dono è inteso da sempre come un pericolo e il potere della cosa donata risiede nel legame che crea, nel bene e nel male. Insieme all’obbligo di donare e all’obbligo di ricevere, esiste l’obbligo di ricambiare il dono perché crea debito (tra le frasi di circostanza più ipocrite che pronunciamo c’è: “Non dovevi sentirti obbligato!”). Il dono può comunicare un senso di sfida, può diventare esibizione di potere con l’obiettivo di annientare chi lo riceve infliggendogli un’umiliazione. Per alcune scuole, il dono rappresenta una violenza simbolica, per altre costituisce una finzione e addirittura un sostitutivo di un’ostilità più profonda cioè, in pratica, un’alternativa alla guerra. Non c’è da stupirsi. Gli archetipi del dono che sono alla base della cultura occidentale sono tutti piuttosto “avvelenati”: quello che c’è dentro al vaso di Pandora, dentro il cavallo di Troia, o nella coppa di benvenuto che Circe offre a Ulisse, è sempre un’insidia, una trappola che va a vantaggio di chi fa il dono e a svantaggio di chi lo riceve.

C’è un pericolo già nella mela che Eva offre ad Adamo. In tempi più recenti, la civiltà delle buone maniere ha introdotto (in realtà solo rinnovato) l’obbligo dell’accettazione del dono e, quel che è peggio, l’obbligo di accettarlo davanti alla comunità, affinché tutti possano testimoniare che il dono è stato ricevuto e il rito si è compiuto. Se si collegano queste concezioni con la moderna “teoria dello shopping” si possono fare interessanti scoperte. Lo shopping è stato visto da Daniel Miller come una moderna forma di rito sacrificale in cui l’oggetto del rituale viene consumato.* Con questo atto non si acquisisce semplicemente un feticcio ma uno strumento capace di creare relazioni. Attraverso il consumo, il bene diventa parte della persona. Ma se il bene viene regalato, l’obbligo di ricambiare il dono mette in moto una catena di consumo. Quindi, in un modo o nell’altro, gli oggetti di devozione che vengono consumati finiscono in realtà per consumare i devoti. Per noi, questa è la stessa logica cannibale che sottende tutto il consumismo, la cui fine consiste esattamente nel divorare se stesso. Libri come quello di Miller dovrebbero essere regalati proprio in questo periodo per ristabilire un’etica laica del dono, o meglio per tentare di spezzare il legame della tradizione liberando il gesto dalla sua obbligatorietà. Liberiamoci dunque dal dono, è il regalo più bello che potremmo farci a Natale.

* Daniel Miller, Teoria dello shopping, Roma, Editori Riuniti

Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Ottobre, andiamo, è tempo di sudare

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Illustrazione di Maurizio Minoggio

Lo sport, come la religione, promette un premio in cambio di un sacrificio. E se fosse inutile? Che lo sforzo sia con voi “Dopo la Chiesa, il Football è quanto abbiamo di meglio”, diceva Knute Rockne, il più famoso allenatore di football americano. Lo sport è un culto stagionale ma conta sempre tantissimi adepti che si ritrovano ogni autunno nelle palestre, nei circoli e all’aria aperta. Parliamo dello sport nelle sue infinite varianti dilettantistiche, quelle che offrono la possibilità di arrivare, se non ai vertici di una classifica, almeno a illudersi di diventare migliori.

Così come nella religione a ognuno è data l’opportunità di varcare le porte del Paradiso. Anche senza aspirare ai record, questa religione promette a tutti, come minimo garantito, una mens sana in corpore sano. Ed è facile crederci. L’esaltazione del corpo caratteristica della retorica sportiva però è direttamente proporzionale alla repressione che proprio attraverso lo sport si esercita sul corpo stesso, disciplinandolo, forzandolo, educandolo per educare, con esso, anche lo spirito.

Fino a poco tempo fa, infatti, la medicina sportiva sposava la causa della morale sessuale più retriva presentando lo sport come il migliore strumento per controllare e regolare i “pericolosi” fenomeni che avvengono nel corpo degli adolescenti durante il periodo della pubertà: “Deve fare sport e movimento per stancarsi e limitare le sue fantasie…”, consigliava il medico.
Lo sport diventava in casi come questo il farmaco ideale contro la polluzione notturna, la masturbazione, e troppi sogni a occhi aperti. L’attività sportiva viene ancora spacciata da educatori, igienisti e puericultori come l’unico mezzo a nostra disposizione per far crescere sani e belli i figli. Che cosa accadrebbe se non praticassimo lo sport? Avremmo senz’altro un’umanità deforme e malata.

Forse perfino viziosa. E allora un po’ di sacrificio diviene necessario. Lo sport affonda le sue radici nella dinamica del debito e del credito tipica dello scambio sacrificale. Il sacrificio dello sportivo, proprio perché esprime (o pretende di esprimere) valori etici, non ha nulla a che fare con lo scambio mercantile perché, come osservano gli storici delle religioni, ogni sacrificio è prima di tutto sacrificio di sé.*

Questo concetto è espresso con efficacia dall’esercizio della croce che gli atleti della ginnastica artistica eseguono agli anelli mimando inconsapevolmente il sacrificio di Cristo. Ma è sacrificio anche l’attività dell’arbitro che rinuncia a prender parte al gioco di gruppo pur di contribuire al suo corretto svolgimento. Ed è certamente sacrificio quello dell’atleta che muore di doping, vittima suo malgrado dell’industria dello sport-spettacolo. Nessuno in realtà avrebbe voglia di sacrificarsi più di tanto e bisognerebbe tirar fuori una motivazione valida per tutto questo.

Così, dalla funzione educativa e “moralmente formativa”, si è passati a quella estetica: con il fitness, l’attività fisica è diventata quasi un’alternativa alla chirurgia plastica. La concezione del corpo inteso come “macchina” trova qui la sua massima esaltazione. Nessuno meglio di una macchina può fornire il riferimento degli standard di efficienza da raggiungere.

E, quanto più il corpo si adegua alle macchine, tanto più diviene “bello”. Gli istruttori stessi vengono sostituiti dai macchinari. Ma attenzione, nuovi culti alternativi come il wellness e le “ginnastiche dolci” conquistano sempre più fedeli: promettono gli stessi risultati del fitness senza faticare. Il risultato senza il sacrificio. Il primo segnale dell’eresia.

Per ultime sono arrivate le macchine per fare ginnastica senza fare assolutamente nulla: gli elettrostimolatori. Un po’ di elettrodi attaccati alla pelle e “l’onda rettangolare bifasica simmetrica” fa lavorare tutti i muscoli stando perfettamente fermi. Di questo passo, qualcuno scoprirà finalmente che l’ozio è l’attività più salutare.

* Cfr. Gerardus Van der Leeuw, Fenomenologia della religione, Bollati Boringhieri, Torino

Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Quando è il monaco che fa l’abito

Un culto integralista governato da uomini che odiano le donne. Che più si sacrificano, più vengono punite. È la moda, ragazze

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Vignetta di Maurizio Minoggio

L’oppio dei popoli si manifesta con varie forme di fanatismo. Vestire alla moda, ad esempio. Chi si attiene sempre e strettamente ai dettami della moda viene definito, infatti, “fanatico”. Non sono fanatici solo quelli che si vestono come pretende questo culto, sono fanatici anche i suoi sacerdoti che, come tutti i sacerdoti, odiano le donne: sadomaso alle nove della mattina, pantaloni a vita bassa nonostante i rotoli di ciccia, sono i sacrifici imposti alle fedeli, che si trasformano sua sponte in vittime sacrificali. Un sacrificio necessario per ottenere quello stato temporaneo di beatitudine che proviene dal ritenersi se non belli, almeno eleganti. C’è però una differenza sostanziale tra l’elegante e il bello.

Il bello è qualcosa di assoluto, che dura nei secoli. Così dicono. L’elegante, invece, è un bello che dura circa tre mesi, più o meno la durata media che hanno le stagioni nel campo della moda. Come scriveva Kant nella Critica del Giudizio, il bello è “la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo”.* Per questo, quando vedete sfilare gli abiti di una nuova collezione avete la sensazione che quelle forme assurde non abbiano proprio nessuno scopo, perché quella dovrebbe essere appunto la massima espressione della bellezza. Se qualcuno osasse contestare il cattivo gusto o la mancanza di idee che, da una stagione all’altra, si fanno sempre più imbarazzanti, i sacerdoti di questo culto ti snocciolano dati e statistiche. Con i numeri si risolve sempre qualunque disputa perché l’autorevolezza dei numeri è quella delle scienze esatte.

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Oppio dei popoli: botta e risposta sullo scientismo

La rubrica di Bruno Ballardini su Linus di luglio è dedicata a La Scienza come religione. L’autore prende di mira lo scientismo, ovvero il dogmatismo nella scienza, producendo anche taluni augusti esempi. La pubblicazione dell’articolo ha destato l’attenzione di un lettore che ci ha scritto per esporre le sue critiche. Pubblichiamo perciò la rubrica, seguita dalla lettera del lettore e la risposta dell’interessato. Chi desiderasse intervenire nel dibattito non ha che da postare il suo commento. Ricordiamo che il  blog è moderati dalla redazione. Non è ammesso linguaggio scurrile o pesantemente offensivo nei confronti di chiunque.

La Scienza come religione

Tra libero pensiero e intolleranza: nella grotta dello scientismo la mangiatoia è vuota
ma il bue continua a dire cornuto all’asinello

oppio-luglioVignetta di Maurizio Minoggio

È facile dire di essersi disintossicati dalla religione. A parole sono tutti bravi. L’oppio dei popoli lascia tracce durevoli d’intossicazione perfino in coloro che si dichiarano “da sempre” razionalisti e atei. Molti contrappongono l’autorevolezza “assoluta” della Scienza all’autorevolezza insensata delle Sacre Scritture e dei loro interpreti. Ma dietro al principio di autorevolezza c’è sempre un atto di fede. Per questo, tra gli apostoli del libero pensiero, resta spesso intatta una mentalità colonizzatrice e un’attitudine a redimere il prossimo di tipico stampo cattolico.*

Si chiama scientismo, ovvero la fede cieca e dogmatica nella scienza e, come scriveva Popper, “questa fede cieca nella scienza è estranea allo scienziato autentico”. A farci caso, si ritrova ovunque. Perfino in pubblicità: l’endorsement dei medici dentisti per un dentifricio fa appello all’autorevolezza della scienza ma non è affatto una prova scientifica. A questo stesso principio fanno appello le associazioni di “atei, agnostici e razionalisti” come l’Uaar o i comitati di ultras della scienza come il Cicap, fondato da Piero Angela nel 1989. Organismi che nulla hanno a che vedere con i centri di ricerca scientifica ma che acquisiscono autorevolezza soltanto in base ai nomi che compaiono nel “comitato scientifico”.
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