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Da Yellow Kid a OdB di Michele R. Serra

Esce l’antologia che raccoglie gli “ Scritti sul fumetto” di del Buono.
Ogni articolo è un racconto vivo, di arte, persone, epoche.

Devono essere la delusione per il presente e l’apprensione per il futuro a renderci tanto devoti al passato. Non c’è ricorrenza gradevole o sgradita che non venga puntualmente ricordata, commentata, discussa, celebrata come se si trattasse, sempre, di qualcosa di eccezionale veramente. Siamo ammalati di un’influenza di nostalgia perpetua.
A dir la verità, odio quelli che citano (maggior rispetto, piuttosto, per quelli che copiano, riuscendo a non farsi scoprire: nell’epoca della banda larga, non è più facile come un tempo). Nonostante questa idiosincrasia, finisco per citare più spesso di quanto vorrei. Stavolta però ho la giustificazione pronta: qui si cita il direttore, si cita Oreste del Buono (lui che, del resto, col tivava una piccola mania citazionista). Poche righe con cui si apre la raccolta Scritti sul fumetto curata da Daniele Brolli, in arrivo nelle librerie per l’editore bolognese Comma 22, di cui Brolli è anima. Cosa contiene, si capisce. Ma, per la precisione: la maggior parte di questi articoli sono apparsi su La Stampa, un numero minore su Linus, altri sui molti libri di fumetto curati da OdB. L’antologia tenta di offrire a chi legge l’ultima versione, quella definitiva, del suo pensiero. Si dice che lui scrivesse, ma soprattutto riscrivesse. Correggeva, aggiornava, ripensava. Mica casuale, se il protagonista di uno dei suoi racconti più belli, Né vivere né morire, è uno scrittore impegnato nella radicale revisione di un suo vecchio romanzo. Sarà pure banale dirlo, ma: l’insoddisfazione perenne nei confronti della propria opera è tratto tipico dei grandi; del Buono era perennemente insoddisfatto. Facile completare il sillogismo. Continue reading

Odb, intellettuale sovversivo

Il primo volume dell’Antimeridiano dedicato a del Buono servirà a far conoscere ai nuovi lettori la qualità, la modernità e l’anticonformismo della sua produzione letteraria. Di Piero Gelli

Oreste del Buono e in vita e in morte non ha avuto ancora i riconoscimenti che meriterebbe come narratore, nonostante gli apprezzamenti di tanti colleghi, l’ammirazione di molti critici, l’entusiasmo di scrittori più giovani che a lui si rifacevano come un capostipite di sperimentazione (uno fra tutti, Franco Cordelli). Un po’ era colpa sua, per il suo modo schivo e disordinato di proporre le sue cose agli editori, per poi masochisticamente riprendersele, per il suo atteggiamento in cui orgoglio e insicurezza facevano scattare improvvise rabbie. Certo il furore della scrittura, la capacità enorme di lavoro, le ore insonne a scrivere – su cui correvano voci e leggende che lui alimentava: si diceva che in tutta la sua vita non abbia mai dormito più di due o tre ore per notte – hanno prodotto migliaia e migliaia di pagine, tra prose di romanzo, articoli, saggi, inchieste, per non parlare delle altrettante migliaia di traduzioni, Flaubert, Proust, Gide, Butor, Sartre, Stevenson, Wilde, Tournier ecc. ecc…

Il successo però, quello del grande pubblico, il riconoscimento “popolare” che altri suoi coetanei hanno avuto e conservato (Calvino, Pasolini, Sciascia) a lui non era toccato. Mentre sapeva crearlo per gli altri, il successo, lui per se stesso non sapeva ben programmarsi, “gestirsi” come si direbbe oggi, fino al punto di ostacolare in ogni modo il suo agente letterario; che non solo gli era amico, ma era anche un grande unico agente, Eric Linder. Negli ultimi anni della sua vita, firmò un ennesimo contratto “suicida”, stavolta con l’editore Scheiwiller, forse in ricordo dell’amico Vanni morto da alcuni anni, la cui casa editrice però, mancando la sua personalità, era chiaro che non sarebbe mai decollata con i nuovi proprietari. Uscì il volume La parte difficile e altri scritti che conteneva, oltre al suo romanzo d’esordio Racconto d’inverno, una scelta di racconti da La terza persona e La vita sola, ben prefati indubbiamente, ma invisibili in libreria. Finalmente, a fine maggio, è uscito L’antimeridiano di Isbn, egregiamente curato da Silvia Sartorio e con una bella prefazione di Guido Davico Bonino. Questo primo volume raccoglie i suoi romanzi dal 1945 al 1965 e servirà a far conoscere ai nuovi lettori la qualità e la modernità della sua produzione giovanile: come fin dagli esordi, in clima di pieno neorealismo quasi obbligato, lo scrittore, restio agli obblighi di scuola quale che fosse, imboccasse una sua via personalissima, i cui riferimenti nascevano dalla letteratura francese e americana, ma soprattutto dall’esistenzialismo di Sartre e ancor più di Camus, un esistenzialismo mediato e controllato, innervato dal pessimismo e da un intellettualismo elucubrante di stampo pirandelliano: per lo meno queste erano le mie impressioni di lettore allora, quando ancora non lo conoscevo.

Comunque, Oreste era un cane sciolto, come si dice, sia rispetto alle sue origini toscane, sia rispetto alle frequentazioni politico-culturali dell’epoca. Io l’ho conosciuto nel 1970, in via della Spiga, un giorno che passeggiavo con Livio Garzanti appena fuori della casa editrice. Fu un incontro folgorante e buffo, perché l’editore cominciò subito ad accusarlo di tante piccole insolvenze, assenze e impegni non conclusi. L’altro non rispondeva, annuiva ma mi guardava con i suoi occhi piccoli e astuti, complici, quasi a dirmi: “Questo è matto”. In realtà, il loro rapporto conflittuale – come tutti i rapporti che Oreste aveva con il potere – non riusciva a celare un profondo e lungo legame di stima reciproca. Lo rincontrai spes so i giorni che seguirono (se ben ricordo Linus allora aveva la sua sede in via della Spiga) ed era come ci conoscessimo da anni. Nel libro curioso e divertente in cui Paolo Di Stefano ha raccolto e montato le voci dei protagonisti dell’attività editoriale, di cui ho parlato nel numero scorso, io racconto un episodio dei miei rapporti con Oreste, in casa Garzanti, rapporti che poi sono proseguiti alla Rizzoli, poi all’Einaudi, e infine, nella stessa stanza, nella casa editrice di suo nipote, oggi B.C. Dalai. Un giorno ebbi l’idea di raccogliere nella mia collana “I saggi blu” gli articoli cinematografici che del Buono per anni aveva scritto su L’Europeo. Garzanti, per dispetto e perché considerava il cinema un genere di subcultura, fece uscire la raccolta con la copertina bianca invece che blu. Lui se ne ebbe a male, s’irritò anche con me, che cercavo una diplomatica giustificazione: “Tu vedi sempre il lato positivo delle cose, io invece quello negativo”. Forse era così, come è vero che Oreste rivestiva compiacendosene di cinica sfiducia un fondo di aperta disponibilità verso gli altri. Siamo invecchiati insieme lungo i trent’anni di frequentazione, anni indimenticabili, pieni di episodi esilaranti, a Francoforte per la Fiera del libro, all’Elba per il premio letterario, in treno in trasferta settimanale da Milano e Torino. Tre o quattro anni prima di morire, si è ritirato in casa dell’amatissima Lietta Tornabuoni, a Roma. L’intelligenza era come sempre vigile, acuta; perdeva però spesso e faticava a ritrovare le parole anche più banali: ogni conversazione, ogni discussione diventava faticosa, e questo era per lui intollerabile. A Roma, gli ho telefonato una volta, gli ho detto che sarei andato a trovarlo. Mi ha risposto che non gli avrebbe fatto piacere. Ho finto di credergli. Non l’ho più cercato. Ma non lo dimenticherò mai.

(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)